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Sinistra ed elezioni, la traversata nel deserto è appena iniziata

 

Ogni situazione concreta impone un ragionamento anch’esso il più possibile concreto. Le elezioni non sfuggono a questa semplice regola della politica, quella per cui non esistono schemi precostituiti. Ecco il motivo per cui le imminenti elezioni di marzo costringono la sinistra (quantomeno la sinistra credibile, ché quella incredibile già va indossando il costume double-face elettoralista/astensionista) ad una riflessione seria e originale. Il progetto di una lista di sinistra, Potere al popolo, in questi giorni ha contribuito a movimentare il dibattito elettorale, costretto fino a pochi giorni fa a barcamenarsi tra le pastoie liberali di Mdp-Si e il folklore opportunista del Brancaccio. Un dibattito che avremmo volentieri evitato, per due motivi: siamo, in fondo, un piccolo collettivo cittadino, incapace di spostare alcunché in termini politici ed elettorali nazionali; parliamo di una lista fatta in gran parte da compagni riconosciuti, dunque anche posizioni critiche esasperate avrebbero avuto poco senso. Lo scorso sabato però Eurostop, la piattaforma politica anti-europeista di cui facciamo parte, ha deciso di aderire al progetto della lista Potere al popolo. A questo punto ci è parso giusto dire la nostra in merito, perché è un evento che ci coinvolge direttamente.

Per cogliere il senso di ogni partecipazione elettorale bisogna prima di tutto ricostruire il contesto. Le elezioni si incaricano di rappresentare politicamente quello che si muove nella società. Anche in questo senso rimane vera l’affermazione secondo cui in politica non esistono vuoti, men che meno di rappresentanza. La scomparsa elettorale della sinistra di classe è il risultato di una scomparsa materiale delle lotte di classe nel paese. Lo dicono le statistiche: «Come si è visto la conflittualità in Italia ha subito un tracollo a partire dal 1985, e da allora non è mai tornata ai livelli precedenti. Anzi: nel 1995 ha conosciuto un ulteriore declino. Le momentanee riprese del 1990 (settore industriale) e del 2002 (settore terziario) non hanno modificato questo percorso» (qui).

[Le ore di sciopero in Italia: siamo tornati al 1881…]

 

Lo dicono i libri: «Il lungo autunno freddo. Radiografia delle nuove relazioni industriali». Lo dice, appena sfornato, l’ultimo rapporto Censis, quello del “rancore” sociale: «Il blocco non è solo un dato oggettivo ma è anche un’atmosfera percepita, crea rabbia repressa che non riesce più a sfogare nemmeno lungo le linee del conflitto sociale tradizionale» (qui). Lo dice, soprattutto, la percezione dei militanti politici che, nonostante tutto, insistono in un paesaggio sociale e politico fatto di macerie, con al centro la questione delle periferie, il grande rimosso sociale del paese, come rilevato anche dalla sondaggista Alessandra Ghisleri: «Mi è capitato di chiedere di recente a una sondaggista attenta come Alessandra Ghisleri quale potesse essere secondo lei la issue decisiva (capace cioè di spostare voti) della prossima campagna elettorale e la risposta che ho avuto si può sintetizzare in una parola-chiave, «periferie». Intese sia come luoghi fisici sia come auto-percezione della propria condizione sociale» (sempre Dario di Vico). In Italia abbiamo tante lotte ma poche lotte di classe[1]. Questo il motivo storico alla base della scomparsa della sinistra dalle assemblee elettive, in primo luogo dal Parlamento. Tutto il resto su cui ci possiamo accanire (“tradimenti” del ceto politico, opportunismi, scarsa conflittualità, incapacità soggettiva, eccetera) esiste, ma non spiega i motivi di fondo della scomparsa della sinistra, che risiedono altrove.

Per rimanere ad esempi a noi prossimi, laddove in Europa si è generata una dialettica elettoralmente propositiva, segnatamente in Grecia, Spagna e recentemente in Francia, questa ha avuto luogo a seguito di mobilitazioni popolari e di classe capaci di costruire le fondamenta di un processo politico anche elettorale. In Grecia l’ascesa di Syriza (costituitasi effettivamente come partito nel 2012) è avvenuta nel mezzo di cinque anni (2010-2015) di altissima conflittualità, scioperi generali e ingovernabilità politica che hanno prodotto il fenomeno Syriza come risultato dell’ingovernabilità e, al tempo stesso, come strumento di  governabilità del marasma sociale generato dalla crisi economica. In Spagna l’eclettico progetto politico sfociato in Podemos (nato nel 2014) è il risultato (di una parte) del movimento degli Indignados (2011), che non ha bloccato il paese come in Grecia, ma che ha mobilitato una società stretta nell’ambivalente logica neoliberale del Partito Popular e del Psoe. In Francia, infine, il soddisfacente risultato elettorale di Jean-Luc Mélenchon (aprile 2017) e del partito France insoumise (19,58%) è avvenuto sull’onda delle mobilitazioni sociali contro la cosiddetta loi travail (anche detta legge El Khomri, 2016), che hanno bloccato il paese e ricomposto momentaneamente l’opposizione sociale e politica francese.

Se volessimo trarre una linea guida da queste esperienze, ci renderemmo conto che esiste una dialettica tra mobilitazioni sociali e rappresentanza politica, e questa dialettica genera lotte di classe, cioè lotte che incidono sui rapporti della politica senza fermarsi al semplice (ma necessario) livello vertenziale, sociale, sindacale o, come avrebbe detto Marx, tradunionista. E’ presente qualcosa di simile in Italia oggi? No, al contrario: regna una tale pace sociale che persino il Censis si va lamentando dello scarso conflitto (ché un pò di conflitto fa bene pure al capitale, sembra indicare il Censis). Cosa si troverebbero a rappresentare eletti della sinistra in Parlamento? Niente, se non la testimonianza di una necessità storica (l’emancipazione progressiva o rivoluzionaria delle classi subalterne), disincarnata però da soggetti sociali che la pongono materialmente in essere. Motivo per cui questi suddetti rappresentanti non ci sono più.

Ma questo appena riferito è uno schema, seppur fondato su precise occorrenze che storicamente tendono a ripetersi. Lo schema, come detto all’inizio, può facilitare la comprensione della realtà ma non esaurirne le possibilità. Detto altrimenti: non sta scritto da nessuna parte che un movimento politico non possa generarsi “dall’alto”, a seguito di processi contraddittori che in corso d’opera si rafforzano per le vie più intricate. Al netto delle clamorose differenze di contesto (quindi da prendere come suggestione e non come esempio immediatamente riproducibile), l’esperienza chavista venezuelana ci indica esattamente la sfuggevole complessità della realtà rispetto agli schemi precostituiti della politica. La volontà di emancipazione patriottica e antimperialista di un pezzo dell’esercito si è prima imposta come scontro tra poteri nazionali, e solo successivamente è stata capace di mobilitare e organizzare un fortissimo movimento dal basso, movimento che quest’anno ha difeso materialmente la rivoluzione bolivariana dal golpe imperialista anti Maduro (come fece già nel 2002). Dunque non c’è nessun determinismo che procede dal basso verso l’alto o dall’alto verso il basso. E’ nella situazione reale che si giudicano le possibilità per una sinistra di classe di evolvere e far evolvere il quadro politico. Qui si situano i problemi di Potere al popolo.

Dal punto di vista elettorale una lista di questo tipo ha scarsissime, se non nulle, possibilità concrete. Per come è strutturato l’attuale sistema elettorale, ci sono due piani di lavoro distinti: da una parte la quota proporzionale, dall’altra la competizione nei collegi uninominali. Rispetto alla quota proporzionale, l’obiettivo è il raggiungimento del 3% a livello nazionale (1 milione di voti circa, se l’affluenza si manterrà simile alle precedenti elezioni del 2013: 75% di votanti per quasi 35 milioni di voti validi), 3% che rappresenta la soglia d’ingresso prevista dal Rosatellum per venire eletti (con circa 9 rappresentanti, sempre col 3%). Nel 2013 la famigerata e mai troppo poco denigrata “Rivoluzione civile” di Ingroia, cartello elettorale comprendente tutto il parterre de roi della sinistra di complemento, residuale e anti-comunista (Verdi, Italia dei Valori, Rifondazione comunista, Comunisti italiani, e via degenerando) prese il 2,25% con 765 mila voti, rimanendo grazie al cielo esclusa dal Parlamento. Il risultato è in linea col declino tendenziale della sinistra elettorale, cioè leggermente inferiore alle elezioni del 2008 (Lista arcobaleno), che a suo volta risultò inferiore alle elezioni del 2006, che a sua volta risultò inferiore alle elezioni del 2001 e così via. E’ un trend stabile, che trova spiegazione nella premessa fatta all’inizio del discorso: la politica esprime quello che c’è, non quello che non esiste.

Riguardo invece alla battaglia elettorale nei collegi uninominali, Potere al popolo dovrebbe semplicemente risultare la prima lista eletta. I due differenti metodi elettorali incorporati nel Rosatellum prevedono però due dinamiche politiche differenti e contrapposte: se nel proporzionale ad essere privilegiato è il voto ideologico e d’opinione, che dovrebbe premiare la diversità dell’offerta politica, nei collegi uninominali ad essere premiata è la capacità di coalizzarsi dei partiti. Tradotto: se al proporzionale paga andare da soli distinguendosi politicamente, nella quota maggioritaria è invece necessario coalizzarsi per raccogliere più voti possibile. Dunque, all’uninominale la lotta non sarà fra partiti, ma fra coalizioni. E’ il motivo fondamentale per cui il Pd in queste settimane ha cambiato verso al suo posizionamento politico rincorrendo “la sinistra” di Bersani e Fratoianni sperando così di ricostruire l’Ulivo 2.0. Per quanto forte possa risultare una lista dal basso come Potere al popolo in alcune zone del paese (pensiamo a Napoli), difficile, per usare un eufemismo, pensare che possa spuntarla contro coalizioni eterogenee tirate su proprio per raccogliere più voti possibili. E tutto questo, detto per inciso, senza affrontare il problema della raccolta firme (65.000) da presentare entro il 29 gennaio (se si votasse, come appare probabile, il 4 marzo) o il 5 febbraio (se si votasse l’11 marzo) (qui).

Si può rispondere a tutto questo, come in effetti ci è stato risposto, che l’obiettivo non è il risultato elettorale, ma il processo politico che questo potrebbe mettere in piedi. Siamo perfettamente d’accordo. Se un processo come questo arriverà al risultato di aggregare forze politiche differenti sarà, già solo per questo motivo, un passo in avanti non indifferente. Ci chiediamo però: se il risultato elettorale viene presentato come secondario e ininfluente, perchè si sceglie di partire da questo e non dal processo in sé, a prescindere dalle elezioni? Non è una domanda priva di senso politico. Viviamo in una fase in cui quote sempre più grandi, addirittura maggioritarie, di popolazione si vanno distaccando dal momento elettorale. Viviamo dentro una fase in cui il nuovo non può che presentarsi fuori dalle dinamiche elettorali, non per boicottarle ideologicamente, ma per presentarsi immediatamente come contrario alle logiche che sottintendono la partecipazione elettorale e il Parlamento frutto di questa partecipazione: dentro il “palazzo” c’è la politica neoliberale, nelle sue varie articolazioni. Perché quest’ansia di partecipare al banchetto neoliberale, sempre più privato di poteri effettivi dal processo europeista e sempre più identificato tout court come “il problema” politico? E’ davvero da una partecipazione elettorale che possono scorgersi i caratteri d’alterità di un progetto politico, e non dalla sua consapevole e tattica scelta di astenersi, saltando uno o più giri? Sono temi dirimenti che non hanno una risposta immediata, almeno per la sinistra di classe.

Diverso l’approccio del principale attore della lista Potere al popolo, e cioè quella Rifondazione comunista che ha come mission proprio quella di candidarsi sperando così di trovare lavoro al suo ceto “dirigente”. E allora la domanda sul senso generale di una lista del genere andrebbe calibrata in un altro modo: quale progetto politico nuovo e originale può nascere da un partito come Rifondazione comunista? Non abbiamo niente di personale, davvero, col Prc. Pensiamo, al contrario, che sia formato da tanti bravi compagni, che conosciamo e apprezziamo. Il problema è che il Prc ha esaurito definitivamente il suo ruolo politico. Qualsiasi cosa nascerà, se nascerà, a sinistra, lo farà a scapito di Rifondazione e non grazie ad essa. E’ un problema oggettivo, che va al di là delle singole capacità dei diversi soggetti che la animano. Il Prc è il vecchio che ricicla se stesso, è l’espressione di una fase importante ma tramontata della politica italiana degli anni ‘90. Starebbe, ancora oggi, con Fratoianni e Speranza, se questi non avessero sfanculato il Brancaccio determinando, loro e non l’improbabile duo Falcone&Montanari, il fallimento di quell’assemblea. In altri termini: quell’assemblea è fallita da destra, e non da sinistra, e i falliti cercano oggi di aggrapparsi al carro di Potere al popolo, trascinandolo con sé. Ecco perché il piano elettorale diviene centrale, almeno per il Prc: perché fuori da quel piano non c’è relazione politica possibile per quel ceto “dirigente”. Ed è anche per questo che il risultato elettorale non è secondario. Un eventuale débâcle elettoralistica non sarà indolore. Contarci quando siamo deboli non è mai stato il modo migliore di mascherare le nostre difficoltà. Il rischio di venire relegati negli “altri”, tra Pensionati e Monarchici, certificherebbe la nostra inesistenza e complicherebbe ulteriormente il nostro lavoro quotidiano nelle periferie. Una scommessa di cui si stanno sottovalutando rischi più che concreti.

Nonostante queste remore, ribadiamo ancora: non esistono schemi precostituiti. Crediamo allora che ogni tentativo possa essere fatto, pur nel pessimismo della logica politica. Ci auguriamo sinceramente che il tentativo possa riuscire, liberandosi delle zavorre che ancora risiedono in esso. Ma questo potrà avvenire, realisticamente, un minuto dopo le elezioni, non prima. Sarà un minuto dopo il risultato elettorale che si potrà capire la natura genuina di tale processo, le sue effettive potenzialità, le speranze che saprà suscitare, ma soprattutto le lotte reali in cui saprà nuotare o che saprà organizzare e, perché no, rappresentare. Liberandosi di chi è un limite a tale processo, e costruendo quel terreno politico su cui basare una relazione che possa andare al di là delle elezioni. Per quanto ci riguarda, allora, ben venga ogni confronto e ogni lavoro collettivo in tal senso. Ma la traversata del deserto è appena iniziata, e non verrà aggirata dalla solita scorciatoia elettorale.



[1] «L’elemento essenziale della dottrina di Marx è la lotta di classe. Cosí si dice e si scrive molto spesso. Ma questo non è vero e da questa affermazione errata deriva, di solito, una deformazione opportunista del marxismo, un travestimento del marxismo nel senso di renderlo accettabile alla borghesia. Perchè la dottrina della lotta di classe non è stata creata da Marx, ma dalla borghesia prima di Marx. e può, in generale, essere accettata dalla borghesia. Colui che si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non è ancora un marxista, e può darsi benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero borghese e dalla politica borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle classi, vuol dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può accettare. Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato». Lenin, Stato e rivoluzione, pag.14 del nostro pdf.

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17 comments to Sinistra ed elezioni, la traversata nel deserto è appena iniziata

  • quetzal

    ragionamento complesso , a mio parere sia condivisibile che criticabile. una sola osservazione :ma pensate davvero che il problema del prc sia trovare un lavoro al suo gruppo dirigente ? no, perchè se così fosse fosse il PRC avrebbe aderito in ogni caso all’aggregazione con Grasso.Là, almeno 2-3 deputati li avrebbe presi, qua è tutto da vedere…

  • Militant

    @ quetzal

    Il problema è che il Prc ha provato in tutti i modi ad entrare nel progetto Mdp-Si, ma è stato da questi sfanculato, motivo per cui è fallito il Brancaccio.

  • antonio

    certamente il deserto c’è, è presente e “riempie” l’orizzonte davanti a noi! Ho seguito l’assemblea di Eurostop, assemblea nella quale sono state presentate, esposte e abilmente argomentate le posizioni di quanti non vedevano di buon’occhio la possibile scelta di accettare la “sfida” presente nel progetto di creazione di una lista da presentare alle prossime scadenze elettorali. Di “sfida” si trattava e bene ha fatto Eurostop prima di prendere una qualsiasi decisione convocare un’assemblea generale per affrontare questo tema. Ognuno ha potuto esprimere i propri argomenti, dubbi, certezze e quant’altro, Alla fine si è votato e la “sfida2 è stata quindi accettata, ora viene il “bello della diretta” (eheheh direbbe qualcuno)
    Per me è stata convincente sopratutto quello che reputo un nuovo paradigma (se così si può dire), cioè quello rappresentato dall’impedire che “il morto trascini con se il vivo”!! E ciò credo si possa fare e realizzare solo “attraversando” quel deserto così ben rappresentato sia dal disegno sia dall’analisi condivisibile qui esposta! Ma: …tant’è! Un vostro precedente commento terminava così: “hic Rodus hic salta” cioè: “Dimostraci le tue affermazioni, qua e ora”.
    Occhei quindi il problema credo stia tutto qui!
    Certo il deserto c’è, far finta che non esista è stupido oltre che sciocco e banale; qualcuno lo dovrà pur attraversare; “abborracciandosi” alla meglio come si può e come, credo e spero si faccia!! Adelante compañeros

  • quetzal

    militant:
    è esattamente il contrario.siccome il brancaccio involveva verso l’ipotesi mdp, il prc ha puntato i piedi e POI e PER QUESTO è stato sfanculato. il risultato è lo stesso ma il percorso è opposto. cmnq …tutto è bene quel che finisce bene, da questo punto di vista .
    piuttosto osservo quei pezzi di attivismo politico e sociale che dopo le assemblee locali del brancaccio si sono staccati (nemmeno poi tanti)lo hanno fatto sentendosene traditi e ingannati.
    è una buona cosa.è un tentativo di allargamento dell’ipotesi radicale oggi in campo e di egemonia sui tanti che in buonafede al brancaccio ci hanno creduto.
    ad afferrare il” vivo” può essere non solo il “morto” delle vecchie facce e delle vecchie pratiche (alcune delle quali , tipo le firme ,sanno tanto di “apparato ma si traducono con militanza per adempiere obblighi di legge …se no non presenti nessuna lista ) ma anche quello del settarismo e della vocazione minoritaria ad ogni costo. guardiamoci da entrambi.saluti comunisti.

  • Fred

    ragionamento, a mio modo di vedere giusto e che condivido. non voto da molto e di certo non tornerei a votare prc! un minuto dopo le elezioni parlerei con usb e cobas, lì personalmente ritrovo temi interessanti non trattati dalla politica parlamentare.

  • Joseph

    Condivido quasi tutto di questo articolo, come ultimamente mi sta capitando nonostante non abbia condiviso molte prese di posizione di questo blog negli anni passati. Il mio giudizio sul Prc, sinceramente, è un velo più morbido.

  • Gia gia

    Ad ogni modo, da come sembra stiano andando le assemblee, è più il morto che sta afferrando il vivo, a conferma del fatto che nei vari territori dove non sono presenti strutture di “movimento” sono i vari prc, pci e pezzi di sindacati confederali che si muovono per organizzare la lista. Tanti giovani o meno, appartenenti a quella generazione che ha fatto parte del movimento dell’onda e che attualmente si trova senza alcuno spazio, né sociale nè politico, guarderebbero anche di buon occhio il progetto di potere al popolo, se non fosse prerogativa di vecchi tromboni trombati dalla politica.per non parlare poi di chi ha da tempo rifiutato di essere rappresentato dal campo della sinistra istituzionale.. Bisogna vedere se qualcosa di diverso si mette in moto per la raccolta firme e la campagna elettorale. Sempre che ne abbiano il tempo.

  • Roberto Marcelli

    Siamo sempre alle solite, a sinistra ci sono troppi intellettuali e pochi lavoratori politici, sempre addosso a Rifondazione Comunista che generosamente hanno messo a disposizione tutto quello che possiedono x favorire la formazione di una lista veramente alternativa, come dire che nel passato questo partito abbia chiuso le porte ai movimenti, se non la smettiamo con le distinzioni, moriremo tutti, politicamente intendo, così facendo di chi faremo il bene dei lavoratori o dei padroni, come al solito io lavorerò x la lista di di sinistra, ma guai a chi mette i bastoni tra le ruote, come fa l’estensore di questo scritto, al quale dico scendi dal piedistallo.

  • Operaio comunista

    Ok all’entusiasmo, ma non al fideismo, occorre mantenere in ogni ambito e passaggio storico sempre desto un minimo di capacità critica, altrimenti come non ne veniamo fuori da oltre un decennio di errori e di macerie (in realtà l’inizio la crisi della sinistra è molto datata, direi almeno dalla scelta parlamentarista del PC della fine degli anni ’50).
    Il pericolo dell’elettoralismo anche nel caso di “Potere al popolo” c’è e per fortuna lo sanno anche i compagni di “Jè sò pazzo”.
    Gli accenti di chi ancora si attarda a guardare come positive le esperienza di Zyriza e di Podemos e del cosiddetto populismo di sinistra (De Magistris tra i tanti), riproposti in modo acritico e schematico sono fonte di preoccupazione, danno la misura della difficoltà in cui si dibatte la sinistra di classe in Italia dopo i fallimenti elettoralisti dall’Arcobaleno ad oggi; Militant ha ragione, come ci hanno insegnato:”Senza teoria rivoluzionaria non c’è azione rivoluzionaria”.
    Tuttavia in tempi i cui la sinistra è minoranza, per uscirne non può altro che elaborare un programma minimo, accumulare le forze e attivarsi per diventare maggioranza (cosa non scontata e soprattutto assai ardua), senza dubbio l’ambito elettorale non è il migliore per la costruzione di una sinistra di classe degna di questo nome, ma è un’occasione che va sperimentata se si regge sulla base delle indicazioni discusse il 18 novembre, quindi salvaguardiamo l’entusiasmo originale uscito dal Teatro Italia e vigiliamo affinché non faccia la funesta fine delle soluzioni del passato, ne va del nostro futuro. HLVS!

  • jangadero

    il nome je so pazz augura bene
    ma dalla buona sorte alla buona riuscita il passo non è scontato
    che la proposta nasca in un cs è anche un buon auspicio che non credo che il giudice improta delle ultime elezioni l’avessero proposto compagni “conosciuti”.

    sui tradimenti …
    seguendo il giusto ragionamento della relazione dialettica tra lotte popolari e ceto politico non può non essere notata la piega che ha preso in italia il movimento sindacale dagli inizi degli anni 80 (guarda caso l’inizio del declinio)
    non sono un esperto di relazioni sindacali a livello europeo ma sicuramente negli scenari di grecia spagna francia le azioni sindacali sono state diverse per forza e per durata
    l’esperienza della triplice mi pare per estensione e per profondità un’altra specificità italiana
    i lavoratori italiani sono stati i più traditi d’europa e forse del mondo e di questo tradimento non possiamo tacere l’importanza nella dialettica sociale che citavamo poco fa.
    Giudico pertanto importante la partecipazione di eurostop e per estensione quindi di usb al progetto e mi farebbe piacere che sui luoghi di lavoro o almeno in qualche luogo di lavoro si tornasse a parlare anche di rappresentanza politica dei lavoratori

    per ultimo rifondazione comunista
    il morto il vivo lo zombi…walking death
    penso che si può accettare per buona che è stata rifondazione a far saltare il brancaccio se ci interessa … ma è così importante? o si può considerare rifondazione il più poveraccio dei comitati elettorali e quindi con una composizione di classe non dissimile alla nostra e quindi se si vuole tentare questa esperienza elettorale potrebbe essere indispensabile appunto la loro esperienza amministrativa ma non certo come evidenziato il loro armamentario ideologico morto.
    ma il problema più grave è che purtroppo anche il nostro non sta un granchè ed è per questo che nutro dei dubbi su chi avrà l’egemonia il morto o il malato?
    ed è anche perciò che avrei chiamato la lista “potere al popolo – io sono pazzo”

  • Hirondelle

    Boh. A me sembra che l’unica conclusione possibile sulle esperienze estere citate è che abbiano solo attivamente contribuito al trionfo del liberismo europeista nei rispettivi paesi, normalizzando tutto il normalizzabile e oltre, non ultimo con la loro ambiguità e indecisione di fondo in materia.

    • Joseph

      Io credo che fosse una riflessione in generale sul contesto dentro il quale possono darsi tentativi di organizzare le lotte dentro una forma-partito o comunque in una avanguardia. A prescindere dagli esiti politici, i quali dipendono poi dalla teoria, dalla pratica, dalle forme di lotta adottate, dai limiti delle stesse lotte che hanno creato la possibilità di aggregarsi.

      • Militant

        Esatto. Il punto, nella discussione in questione, non è il merito di quelle soluzioni politiche, ma la dinamica che le ha permesse.

      • Hirondelle

        Se è cosi’ tanto meglio: grazie della precisazione.
        Purtroppo c’è ancora chi qui da noi guarda a esperienze simili come a una stella polare, anziché all’oppio che sono state e per troppi continuano a essere.
        O meglio: quelle esperienze sono nate come qui si scrive, ma sono state lasciate crescere e in certi casi arrivare al potere perché si sapeva che erano controllabili e controllate e non avrebbero operato nessuna rottura con l’ordine UE. (Difficile non mettere Rifondazione sullo stesso passo, dato l’almeno dubbio antieuropeismo che ha tenuto per troppo tempo, ma sinceramente non è nemmeno che m’interessi un attacco a una formazione piuttosto che all’altra, quindi chiuderei il discorso qui.)

        Qui arriviamo alle elezioni più tardi che altrove, e a quella situazione economica di dominio UE un po’ più tardi. Si stanno ridefinendo quindi i ruoli, ma l’impressione è che da 5S fino a Potere ecc. svolgeranno la stessa funzione, illuderanno nello stesso modo, sia pure in modo più o meno “rosé”, perché di rosso sarebbe difficile parlare.

        Allo stesso modo una certa destra porta avanti un discorso antiUE e antieuro in modo più esplicito, ma è tutt’altro che chiaro, anzi volutamente ambiguo, se e quanto cio’ non sia assolutamente strumentale, ricercando in fondo le stesse politiche sociali. Per dire, con tutto il personaggio che è, una Le Pen era senz’altro più audace a parole, lo scorso anno, prima di tirare i freni in corsa.

        Con questo non voglio dire che sia sbagliato in sé vostro voler stare nelle contraddizioni, solo che il discorso è stato per troppo tempo talmente contorto contraddittorio e obliquo da disorientare chiunque o quasi.
        Personalmente sono per il voto tattico fino al cinismo (è a suo modo un’arma, usiamola), ma stavolta veramente mi sento impastoiata e non so nemmeno se tornare per farlo.

        L’impressione è che votare chiunque sia inutile e non votare sia un suicidio. Il che sarebbe un po’ l’ultimo atto di esautoramento anche della democrazia formale, quella sostanziale essendo ormai distrutta da tempo, per chi ci crede, nel silenzio di tutti i candidandi peraltro.
        L’impressione ancora più forte è che tutto questo sia stato pianificato e voluto, remunerando in qualche modo chiunque si presti a fare da raccoglitore elettorale senza gravi conseguenze e creando una responsabilità condivisa da plotone di esecuzione per sbranare fino in fondo, privatizzare e svendere servizi, fabbriche, banche. Quindi, posti di lavoro e speranza di vita.
        Ci aspetta lo “scenario citigroup”: l’impossibilità ricercata di una maggioranza renderà necessaria coalizione che assumerà una responsabilità indistinta per applicare con le mani più libere le deliberazioni di settembre sulle privatizzazioni, liberalizzazioni e quant’altro, incluso il mercato del lavoro troppo rigido stigmatizzato ieri da Lagarde (e nessuno che le rida in faccia!!!).

        L’anno scorso il referendum aveva indicato l’esistenza di un desiderio forte di resistere e lottare.
        CHI CAZZO DEI CANDIDATI DI OGGI HA RIPRESO E PORTATO AVANTI QUEL DISCORSO DA ALLORA??? fosse solo come formazione e costruzione di coscienza?
        HANNO FATTO RIADDORMENTARE TUTTO, VOLUTAMENTE, SCIENTEMENTE.
        E DOVREI STARE A DISCUTERE SULLA LANA CAPRINA CHE DISTINGUE(REBBE) UNO DI QUESTI PELI DALL’ALTRO??
        Basterebbe questo a far capire la loro serietà.
        MA SCOMPAIANO!

        Finché non ci liberiamo di questi carnefici potremo solo crepare in fretta e sempre più in fretta.
        Altro che potere al popolo.

  • Compagni,
    come sempre, mi aiutate a pensare e, come sempre, un po’ di materialismo storico aiuta a prendere le decisioni giuste. Per fortuna, da cane sciolto i miei eventuali sbagli non avranno ripercussioni politiche per nessuno. Come sempre, vi saluto a pugno chiuso!

  • Giuliano

    A proposito del ruolo e delle coerenze di Rifondazione…

    https://www.pclavoratori.it/files/index.php?obj=NEWS&oid=5760

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