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La periferia come modello di civiltà

 

Secondo la “Commissione di inchiesta sulla sicurezza e sul degrado delle città e delle periferie”, 15 dei 21 milioni di residenti nelle aree urbane vivono in periferia (qui). La periferia si conferma, anche nelle statistiche ufficiali, come il più importante contenitore di povertà e sfruttamento del nostro paese. Siamo in presenza di una nuova e, per certi versi, inedita forma di territorializzazione dell’esclusione sociale. La metropoli contemporanea non si presenta solo come superamento definitivo della città moderna, con i suoi connessi diritti sociali di cittadinanza, ma come sintesi governamentale di una forza lavoro esclusa da qualsivoglia processo di riconoscimento (sia esso sociale, culturale, politico). Sfruttando alcuni cartogrammi prodotti dalla Commissione parlamentare, si può cogliere il significato di questa territorializzazione, che si presenta come processo economico fondato su di una volontà politica, ma che al tempo stesso cortocircuita con i canali tradizionali della rappresentanza politica. Un mostro prodotto dal laboratorio liberista, che non può fare a meno della manodopera metropolitana, ma che si approccia ad essa attraverso paradigmi gestionali tipicamente neocoloniali fondati sempre più sul carattere duale di una popolazione che continua però a insistere su di uno stesso territorio nazionale, quindi ancora giuridicamente parte di uno stesso organismo giuridico-politico, sebbene in fase di superamento. I riflessi di questo superamento sono oggi percepibili nelle metropoli, vere e proprie zone economiche speciali entro cui trovano sperimentazione forme di esclusione sociale e politica.

Prendiamo l’esempio della città di Roma, il contesto metropolitano che conosciamo direttamente. La sua densità abitativa si dirada progressivamente che ci si allontana dal centro. Una dinamica tutto sommato normale. Eppure incrociando i dati dell’espansione edilizia, si vedrebbe nettamente il controsenso sociale che governa la “costruzione” della periferia: più la popolazione scarseggia e si dilata territorialmente, maggiore è l’espansione edilizia che questa stessa popolazione è costretta a sopportare, senza alcuna relazione tra necessità popolari e tessuto urbano. In altre parole, i processi di valorizzazione dell’edilizia sfogano in periferia quello che non possono evidentemente fare con le aree centrali. Enormi aree urbane privatizzate e cementificate a prescindere da qualsiasi bisogno effettivo della popolazione residente. Il risultato concreto è il paradosso di una periferia stracolma di palazzi vuoti a fronte di una popolazione che fatica a pagare affitti e mutui. La speculazione edilizia avviene sopra la testa dei residenti.

Le indicazioni statistiche ci dicono anche che la composizione demografica della città descrive i luoghi dove (sopra)vive la sua forza lavoro. I “vecchi” abitano il centro, i giovani la periferia. I migranti abitano la periferia, gli italiani il centro. Vecchi italiani e giovani “meticci”: quale forma (e colore) avrà la manodopera centrale nei suddetti processi di valorizzazione del capitale? Questi quattro dati spiegano l’apparente contraddizione delle due grafiche riguardo la condizione lavorativa: in periferia è più alto sia il tasso di occupazione che il tasso di disoccupazione. La periferia è territorio di manodopera ma al tempo stesso escluso da arricchimento e redistribuzione. Trova spazio sia chi lavora per il centro, sia la grande massa di disoccupati necessari al contenimento salariale dei primi. Occupazione e disoccupazione descrivono la produttività della periferia, a differenza della rendita che disegna i flussi economici di chi “vive” il centro.

L’abbandono scolastico, che vede ovviamente primeggiare la periferia, è uno dei tanti indicatori sociali che potrebbero essere utilizzati, e che infatti vengono riportati nel rapporto della Commissione. Uno dei tanti ma al tempo stesso uno dei più importanti. Alla formazione continua e disperata che contraddistingue i “giovani” del “centro”, alla prese con post-dottorati, master post-universitari, stage formativi e via dicendo sino alla soglia dei quarant’anni, corrisponde una forza lavoro metropolitana che deve essere messa in condizioni di produttività il prima possibile, accelerando e, possibilmente, abbandonando qualsiasi percorso formativo che non entri direttamente e immediatamente nella valorizzazione del capitale.

Queste e molte altre grafiche potrebbero citarsi, e non farebbero che confermare il dato significativo di questi anni: per la prima volta (almeno da molto tempo), siamo in presenza di un territorio che definisce una condizione sociale. All’interno di questo territorio persistono differenze qualitative, ma infinitamente minori delle differenze che incidono tra la periferia e il resto (il resto della città, il resto del territorio nazionale). Non sarà una nuova “classe operaia”, ma di sicuro è uno stesso proletariato dal ruolo speculare a quello novecentesco, ovvero strumento determinante e inaggirabile nella catena del valore capitalista. Nell’epoca “post-industriale” della presunta “robotizzazione” dei processi produttivi e del “superamento” del lavoro materiale, ancora dalla viva forza lavoro contrassegnata territorialmente è costretto a rigenerarsi il capitale. E noi con esso.

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