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19 November :
1969 - A Milano, in occasione dello sciopero nazionale, la polizia carica un corteo nel centro città, provocando numerosi feriti. Rimane ucciso, per lo scontro fra due automezzi, l’agente Antonio Annarumma. Il filmato televisivo francese, che accerta la dinamica dei fatti sarà fatto sparire.

1974: SPESE PROLETARIE A MILANO

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Spettri di una “sinistra” che tifa polizia

 

Intendiamoci: che dopo il fatto eclatante della testata Roberto Spada venga fermato dalle forze dell’ordine e indagato dalla Magistratura, rientra nella normalità di uno Stato di diritto, sebbene per l’occasione abbiano dovuto inventarsi la fattispecie delle «lesioni in contesto mafioso». Per molto meno molti di noi ancora scontano condanne e processi, euro buttati nel calderone di una giustizia che sa dove e come accanirsi. Fatta questa premessa, l’episodio certifica il baratro in cui è sprofondata la sinistra in questo paese, l’idea di sinistra più che i partiti o movimenti che la compongono. L’arresto è stato accolto da un giubilo trasversale, un finalmente pensato ed espresso sui social, nell’ennesima improbabile e farsesca riproposizione stantia e fuori dalla storia di un fronte antifascista in cui troverebbero posto guardie e giornalisti. Noi ce ne chiamiamo da subito fuori: in tutta la vicenda il problema è il giornalista, non Roberto Spada; il problema sono le guardie, non i “clan”; è la politica, non la strada. E’ il giornalismo come perversione parassita, che si avventa sulla carcassa dell’evento per darlo in pasto a un’opinione pubblica educata da decenni di condotta mediatica criminale. Un giornalismo che ha posto la virtualità della narrazione sulla realtà dei rapporti di forza. E la conferma arriva proprio dal servizio costruito da Daniele Piervincenzi per Nemo, andato in onda ieri su Rai 2. Un racconto onirico ed apologetico del fascismo che regala pacchi di pasta alle vecchiette. Il problema vero è che a regalarci una testata che sa di liberazione è un criminale colluso coi fascisti e non “uno di noi”. Ed è un problema serio perché nella strada, a Ostia come nel resto della periferia cittadina, quella testata è il simbolo di una rivincita della periferia contro tutto ciò che viene identificato, giustamente o meno, col “palazzo”. E la sinistra è corsa a chiudersi in questo palazzo, ha sbarrato le porte ed è salita velocemente ai piani nobili, plaudendo al “giornalismo”, alla pronta reazione della Polizia, alle parole di Gabrielli, allo sdegno dei Gentiloni&Mattarella, in sostengo della casta – questa si reale – dei giornalisti, che domani imbratterà Ostia con la squallida pantomima della “solidarietà” al collega ferito. Puro istinto di classe: quando c’è da prendere una posizione non ragionata, l’istinto porta questa sinistra sempre e comunque dalla parte del potere.

Ma in questa dinamica pervertita a perderci saremo sempre e comunque noi. Una sinistra rifugiata nelle redazioni e nelle questure non è solo il nemico da combattere, ma rafforza retrospettivamente ogni tipo di destra, soprattutto quelle più radicali o sociali. E così da una parte quel mondo sinistrorso mediatico legittima e contribuisce al rafforzamento del neofascismo presentandolo come post-fascismo; dall’altra gli regala la strada, i suoi rapporti contraddittori ma essenziali. In tal senso a dover essere disattivato perché ormai inservibile e dannoso è l’antifascismo da Prima Repubblica, l’antifascismo dell’arco costituzionale, il “fronte comune” contro il fascismo. Quel fronte comune era un fronte *popolare*, oggi si è tradotto in fronte delle élite contro il vasto, complesso e ambivalente mondo dei subalterni. Sbrogliare questa matassa è compito titanico: la “strada” odierna è popolata da un sottobosco malavitoso e prepotente con cui si vorrebbero avere meno legami possibili. Ma fuori dalla narrazioni edificanti, la domanda spontanea è questa: non è sempre stato così? Nelle banlieue di tutta Europa non è questo lo stato dell’arte con cui fare i conti? Nelle periferie italiane del Novecento non erano sempre e comunque questi i rapporti materiali con cui dover fare i conti? Nei sobborghi americani presidiati dal Black Panther Party, nelle baraccopoli di Caracas o di Buenos Aires dove ha covato il socialismo del XXI secolo, nelle casbah del Fln, quale era il paesaggio sociale di riferimento, quello di un proletariato cosciente in attesa di organizzazione o, più realisticamente, quello di rapporti sociali complessi ed equivoci, duri da digerire ma necessari alla propria sopravvivenza? La periferia è questo, è sempre stata questo. Saperci stare è un’arte militante completamente dispersa. Ma volerci stare, questo rientra nei doveri del comunismo. Fosse solo per l’istinto di non stare dalla parte dei Saviano e dei Don Ciotti, dei Formigli e dei Mentana, dei Gabrielli e dei D’Alema.

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28 comments to Spettri di una “sinistra” che tifa polizia

  • a proposito di quanto accaduto ad Ostia ( e non solo penso anche ai fatti del Tiburtino III e oltre) da parte di un’esponente di un noto clan, vorrei quì dare una mia riflessione, non ideologica, bensì da semplice osservatore con una certa etica valoriale e obiettiva. “…proviamo anche a fare una, ancor maggiore e spregiudicata analisi dell’intera questione: 1) il tizio non mi pare affatto quello “sprovveduto” che può sembrare; piuttosto a me, quella “azione” può apparire come un preciso “segnale simbolico” (sono certo che sapeva perfettamente chi era quel giornalista e cosa stava facendo e filmando – quel giornalista era lo stesso che aveva fatto i servizi di NemoRai2 proprio sulla fascisteria romana e di Ostia-Lido), perciò con quel gesto, del quale (credo) fosse certo che sarebbe andato su tutti i circuiti informativi (nazionali e non, il video ha avuto una viralità esponeziale notevole), ha forse voluto dare un “segnale forte” (marcare il territorio, come fanno gli animali pisciando) di chi comandava sia in quell’area sociale sia, forse anche all’interno di quelle “associazioni rezionarie ” (da lui stesso ben conosciute e note: vedi le foto in compagnia di questi tizi), formazioni nelle quali questi comportamenti violenti sono pratica usuale e quotidiana; 2) sapeva esattamente (eheh l’esperienza non gli manca) che non sarebbe stato passibile di arresto immediato, perchè in quel caso la, cosidetta “flagranza di reato” non aveva nessuna legittimità, poichè il filmato non poteva essere esibito come prova (a differenza di quanto è invece negli stadi contro tifosi ultras o simili; nelle manifestazioni antagoniste ecc..). Se ci facciamo caso si può osservare come, guardando da una parte all’altra se qualcuno, oltre al suo complice che sorvegliava e proteggeva il tizio, poteva eserci qualche testimone. Quindi non sono convinto che si sia trattata di una reazione a una eccessiva e fastidiosa pressione (che pur c’era), pressione dalla quale poteva provenire una reazione “giustificabile”. Sappiamo bene (sopratutto noi di Roma) che queste azioni violente, con risultati ben peggiori di un “naso rotto”, vengono quotidianamente fatte da questi “soggetti ” (fascistoidi o meno). Il problema ora consiste nel fatto che: avendo stavolta picchiato un giornalista col suo seguito televisivo non un “negro” o un “immigrato qualsiasi, soggetti dei quali interessa poche persone o associazioni sociali, quindi non trova le prime pagine dei quotidiani o delle Tv, a meno che non ci scappi il “morto”! Scusate l’intrusione vorrei sottolineare una questione, cioè: la stessa “alzata di scudi” non la vedo affatto quando (ad esempio solo pochi giorni fa’ “manipoli di prodi italici” con tanto di stendardi, foto e simbologie nazifasciste hanno spavaldamente marciato per le strade (incolpevole testimoni) delle nostre città! Quindi: cosa voglio dire: intanto abbiamo sicuramente bisogno di un riprendere una forte presenza informativa e culturale sulla reale natura e strategia di certe ideologie e teorie razziste e xenofobe, poi si devono necessariamente ritrovare pratiche e forme organizzative utili a respingere, se non limitare o impedire, rigurgiti fognari dai quali è stato fatto fuoriuscire questo liquame fangoso, squallido e vischioso. Salut

  • Brigante

    La situazione politica attuale, in Italia come altrove, è maledettamente complicata. Gli attori sono molti e come dite voi la matassa non è facile da sbrogliare ma bisogna pur sempre cominciare. Sul presunto « giornalismo » non ci sarebbe neanche bisogno di parlarne. E’ vero, risponde a precise volontà politiche, e lo fa non perché dietro ci sia chissà quale burattinaio, ma perché ormai é cosi che si fa. Il giornalista non è più in cerca dell’inchiesta e non risponde neanche ai criteri minimi del cronista. Il giornalista cerca solo visibilità ed è questo il suo mestiere. Il «bravo giornalista » cerca lo scandalo che è cosa ben diversa dallo scoop. Lo scoop colpisce per la rilevanza dei contenuti, lo scandalo diventa virale per l’indignazione indotta a comando. Il primo risponde a criteri di rilevanza reale, il secondo al discostamento dalla morale (spesso finta) condivisa. E se la morale è quella della pacificazione sociale, della politica come mero confronto di opinione, dell’abbandono di ogni idea di rapporto di forza come motore del cambiamento, allora è evidente che «la capocciata » diventa scandalo, il giornalista un maestro del suo mestiere e tutto il resto passa in secondo piano.

    In secondo luogo abbiamo la relazione con tutto cio’ che io chiamo il sottobosco della società. Non lo chiamerei neanche sottoproletariato, perché questa parola ha un significato di classe ben specifico. Invece nelle periferie spesso la commistione tra affari, deliquenza (piccola, media e grande), proletariato e sottoproletariato crea un tessuto sociale trasversale, intricato, foriero di grandi contraddizioni ma anche di reciproca utilità. E come dite voi é SEMPRE stato cosi’. Dalla « vita violenta » romana di Pasolini degli anni ’50 arrivando ai quartieri marsigliesi di Jean-Claude Izzo degli anni ’90 per citare qualche affresco. E non potrebbe essere diversamente, perché la periferia è per definizione quel luogo distante dal centro non solo fisicamente (pensando a Marsiglia la banlieu per esempio è proprio in centro città) ma nello stato d’animo. Tutto cio’ che nel « centro » è chiaro, gli schieramenti, gli interessi, i rapporti di forza, nella « periferia » è confuso perché tutto vi arriva come una eco distante, flebile e spesso distorta. Essere comunisti in periferia significa imparare a conoscere tutte queste contraddizioni e imparare ad utilizzarle a nostro favore. Attenzione, questo non significa cedere ad uno stupido gioco di alleanze, in altre parole non significa voler « tirare dalla propria parte » un pezzo di delinquenza. Significa comprendere cosa c’è dietro quella delinquenza, cosa spinge un ragazzino a vendere sigarette di contrabbando, capire perché per un 18enne il desiderio di rivalsa sia incarnato nei comportamenti di un Genny Savastano o del « Libanese » e soprattutto come smontare questo cortocircuito intrinseco alla periferia stessa.

    Tutto questo è tanto più urgente quanto più sta accelerando il processo di « periferizzazione » della città e della società. Chiamo « periferizzazione » il processo di scollamento totale da tutto cio’ che è “centro”, il progressivo allontanamento di grandi pezzi di società dal cuore della società stessa. Quella che noi chiamiamo crisi, da un punto di vista economico, sociale, politico e culturale puo’ essere rappresentato come il taglio, uno dopo l’altro, dei fili che legavano il centro alla periferia. Ed evidente che qui non si parla più di centro e periferia « geografici ». Quei fili sono stati il fulcro della democrazia rappresentativa e ormai sono solo un impaccio per il nuovo sistema tecnocratico. E per ogni filo che si taglia c’è un muro che si alza. Ed è mistificante dire che la classe media sta scomparendo. La classe media è sempre li’, soltanto che è stata mandata a farsi fottere ed è stata scaraventata fuori da quelle mura dalla classe alta. In questo contesto le contraddizioni della periferia cominciano ad essere vissute anche da chi pensava di esserne immune, da tutti quelli che si « credevano assolti » e che invece saranno ogni giorno più coinvolti. Ed è triste (ma non sorprendente) notare che tra quelli che si credevano assolti ci sono molti « de’ sinistra ». Adesso (e non domani!) bisogna rendersi conto che la partita non è più cercare di arrivare al centro ma provare a farsi accettare dalla periferia. Altrimenti possiamo solo continuare a fracassarci la testa cercando inutilmente di sfondare quel muro.

    Ci sarebbe tanto altro da dire sul ruolo dei «fascisti» in tutto cio’ ma ho scritto già troppo. Scusate la lungaggine, ma volevo condividere qualche riflessione per quanto per molti che vi leggono saranno cose scontate.

  • Nemo

    Una testata “che sa di liberazione”?? Ma come si può vedere “la liberazione” in quella testata?? Quella è la testata “della sopraffazione”. La stessa sopraffazione con altri mezzi (assai più raffinati) del sistema verso “la strada” e che giustamente avete già evidenziato in altri articoli, quindi definirla “che sa di liberazione” per me è una contraddizione. Se il sistema una volta tanto si cannibalizza è legittimo anche gioirne senza per questo dover accomunare chi gioisce ai vari Saviano, Don Ciotti, Formigli, Mentana, Gabrielli, D’Alema e compagnia cantante. Quando due nemici si pistano i piedi ne devi trarre giovamento, chi sta in strada credo lo dovrebbe sapere. Ma se “in tutta la vicenda il problema è il giornalista, non Roberto Spada; il problema sono le guardie, non i “clan”;” allora il mio consiglio è di fare una riunione tra compagni e ridiscutere l’argomento, perché qualcosa non mi quadra. O il clan Spada è un nemico e allora se le guardie lo stroncano tu gioisci e prendi campo in strada dove lui prima stava, oppure è un amico. Un amico che dice di vorare Casa Pound (??). Delle due l’una e tertium non datur come si dice a Roma.

  • iaio

    Finalmente un articolo che da lidense posso condividere, al netto dell’epiteto “criminale colluso con i fascisti” affibbiato a Roberto Spada. Dare del criminale lasciatelo fare al giudice e i fascisti per parte loro l’hanno scaricato subito da infami quali sono…

    Secondo me un progetto su cui varrebbe la pena impegnarsi e quello di una “lega contro la diffamazione degli abitanti delle periferie” e voi cercate di trovarvi dalla parte giusta per favore!

  • Luca

    Mi sembra stiate facendo un po’ di confusione. Spada ha dato la testata perché non voleva essere scocciato con domande su malavita, Casapound, elezioni a Ostia ecc., mica perché voleva rivoltarsi contro la casta liberal dei giornalisti (tra l’altro non si capisce perché avrebbe dovuto prendersela proprio con quel giornalismo che, come giustamente voi fate notare, abbellisce, liscia il pelo e sdogana fascisti da tempo, e senza nemmeno chieder nulla in cambio). Spada non è un sottoproletario smarrito e abbandonato, in preda ad un istintivo odio per le elites. È un membro di una delle famiglie più potenti della borghesia malavitosa del centro-sud Italia. È un palazzinaro. È uno strozzino. È un padroncino. Non è un coatto di borgata. Non è e non può essere mai (e neanche “fare le veci di”) uno dei nostri. Stiamo attenti a non dare neanche minimamente l’impressione che Spada stia dall’altra parte della barricata rispetto ai Mentana, ai Gabrielli e alla loro classe. Non è così. Neanche se le periferie e le masse fanno il tifo per la sua testata. È proprio questo il problema.

    • Militant

      Forse siamo stati poco chiari, limite nostro: chissenefrega dei motivi per cui lui ha fatto ciò che ha fatto. E’ chiaro che non sono condivisibili se spiegati *dal suo punto di vista*. Qui il problema non è svelare la natura profondamente regressiva e barbara della criminalità del litorale, qui il problema è ben altro: è smascherare le presunte soluzioni (+ guardie, + legalità, + giornalisti, eccetera) come dirette concause dello sfacelo sociale, culturale e politico di Ostia e, più in generale, delle periferie popolari del paese. L’odio istintivo degli abitanti (almeno di una parte di essi) di Ostia verso i giornalisti noi lo condividiamo (chiaramente, per essere precisi: non verso “questo” o “quel” giornalista particolare, ma per il giornalismo italiano in quanto tale, che ha caratteri ben definiti *nonostante le eccezioni* – che esistono, figuriamoci).

      • Luca

        Sono d’accordo sullo smascherare le presunte soluzioni. Ma vorrei far notare due cose: 1) io tutto questo odio istintivo degli abitanti di Ostia (quali? Tutti?) verso i giornalisti non lo vedo (purtroppo), ma a parte questo 2) cosa c’entra l’odio degli abitanti di Ostia e delle periferie popolari con la testata di Spada?

  • Militant

    @ iaio

    Premesso che “criminale” è utilizzato in senso neutro, non in senso dispregiativo, rimane il fatto che la famiglia Spada fa parte dei problemi di Ostia, per il metodo criminale che ha usato e usa nel controllo economico del territorio. Non sappiamo se sia “mafia” o meno, forse l’epiteto giornalistico non rende bene l’idea di un malaffare che ci sembra d’altro tipo, più casereccio che strutturato come una vera e propria mafia. Ma sono questioni secondarie. Ciò che importa è che quel tipo di sopraffazione va combattuta. C’è però modo e modo di combatterla. L’universo mediatico è parte del problema: sdogana le sponde politiche su cui quella criminalità continua a rafforzarsi. Le guardie sono la falsa soluzione: i problemi del territorio non si risolvono con la repressione se non si spezzano i legami tra criminalità e politica (che non sono ad esclusivo appannaggio del neofascismo ovviamente); le indignazioni a comando del circo liberale vanno combattute come direttamente nemiche degli interessi degli abitanti di Ostia. Ecco, si dovrebbe ripartire dal come, senza soluzioni preconfezionate. L’importante è tornare a tessere relazioni, lavorando nelle contraddizioni e non fuori da esse. E’ faticoso ma inevitabile. L’alternativa è il safari antropologico della Roma bene in gita oggi a Ostia, emblema della distanza incolmabile tra interessi del centro e quelli della periferia.

  • prospero

    Si possono fare mille analisi e disquisizioni,resta il fatto che tanti in periferia di fronte ad un rompicoglioni avrebbero o almeno avrebbero voluto reagire allo stesso modo,resta il fatto che a tanti in periferia di fronte a tale gesto è uscito un bel sorriso.

  • Ci ho pensato, soprattutto perché essendo nato e cresciuto in una estrema periferia urbana della capitale (San Basilio), sono giunto a conclusioni un po’ diverse. Nel senso che quella di oggi non è affatto la periferia di allora, così come la classe operaia non è quella di una volta e questo vale anche per la classe politica, studentesca, intellettuale e tutto il resto del tessuto sociale. Nemmeno noi siamo quelli di allora: aperti, ingenui e disposti a socializzare prima e chiusi, disillusi e individualisti adesso.
    Le borgate di periferia, ad esempio, erano praticamente tutte di sinistra, con un conseguente bacino di voti antidemocristiani e antifascisti. Oggi, quelle stesse periferie, che economicamente non sono né più ricche né più povere (ma forse prima erano più povere, in tutta la mia borgata negli anni ’60 si contavano un centinaio di automobili e altrettanti televisori), culturalmente e politicamente invece si sono letteralmente ribaltate, spostandosi a destra e all’estrema destra.
    Questa è una questione non indifferente, che naturalmente ha delle cause e delle precise responsabilità, ma in ogni caso resta un fatto che non si può ignorare o non valutare.
    L’unica cosa che nelle periferie è rimasta uguale a una volta è la rabbia. Una rabbia che prima era capace di coagularsi in realtà che davvero avevano qualcosa di serio da dire e da fare, per cercare di trasformare in meglio e creare alternative decenti all’emarginazione a cui le periferie erano condannate.
    Oggi, quella stessa rabbia, cosa produce se non intolleranza, prevaricazione, razzismo, sessismo e il culto di un nuovo contropotere da opporre al potere, ma un contropotere che non ha nulla di politico, nulla di costruttivo da rivendicare. Ed è così che questo humus sociale, abbandonato da qualsiasi progetto sociale e culturale, può solo dare il peggio di sé… e mi sembra lo stia facendo.
    Infine, direi che “l’istinto di non stare dalla parte dei Saviano e dei Don Ciotti, dei Formigli e dei Mentana, dei Gabrielli e dei D’Alema” è di per sé un istinto sacrosanto e che condivido, ma non può essere sostituito da quello che ti fa chinare la testa alle famiglie mafiose e ai fascisti di Casapound.
    Forse è triste dirlo, ma credo che il massimo che si può fare nella politica di oggi è raccogliere i cocci, cercando di farne stare assieme il più possibile e solo per avere un sorso alla volta, sperando di toglierci una sete che, visti i chiari di luna, sarà destinata a crescere.

    • Militant

      Ma il problema è l’esatto opposto di “chinare la testa alle famiglie mafiose”. Chi lo sta facendo da anni, chi è complice e protagonista di questa sottomissione, è proprio quel giornalismo che in questi anni ha allevato il mostro di un neofascismo presentato come ripulito, sdoganato, dal volto umano, legittimato al confronto democratico, sapendo benissimo delle collusioni di questo con criminalità e mafia, ma aggirando il problema perchè serviva all’operazione politica di delegittimazione dell’antifascismo.
      E’ esattamente per questo motivo che il giornalismo – tutto quello mainstream – è colpevole quanto e più di un Roberto Spada qualsiasi. Perchè la violenza di quella testata è pane quotidiano per migranti, venditori ambulanti, poveri, lavoratori, disoccupati, militanti politici, antirazzisti, eccetera. Ma non fa notizia, la si nasconde, si alza il velo ideologico (presentato come post-ideologico!) dell’antifascismo come “residuo del passato”, scherzato, banalizzato. E allora beccate sta capocciata.
      Per di più: Ostia, come qualsiasi territorio, è socialmente variegato ma a fortissima composizione popolare. Si può dire questo? Bene: i giornalisti a Ostia vengono schifati e l’immedesimazione con l’aggressione automatica, ripetiamo: automatica. Per capirlo basta entrare in qualsiasi bar di periferia, da San Basilio a Tor Bella Monaca. Non c’è immedesimazione in Spada in quanto criminale, ma nell’abitante della periferia che finalmente caccia il giornalista rompicoglioni (certo poi innestato su questo c’è anche la fascinazione del criminale, da imputare anche questa alla sequela di operazioni mediatico-culturali – alla Romanzo criminale – che hanno imposto socialmente quel modello come “fico”, ma si aprirebbe tutt’altro discorso).
      E Ostia non caccia “il giornalista” perchè “non vuole la libera informazione”, barzelletta presentata dal piagnisteo vittimista della casta giornalistica, ma perchè, come giustamente ripetono tutti gli abitanti di Ostia, i giornalisti planano come avvoltoi su di una periferia che non conoscono e che non capiscono, salvo poi sparire finiti i fuochi dell’evento. Esattamente come la politica, di cui il sistema mediatico è diretto dipendente.
      Lo schifo del residente di Ostia noi lo condividiamo, è lo stesso schifo che respiriamo tutti i giorni nella periferia. Purtroppo su questo schifo la destra (o l’M5S) riescono a costruirci una narrazione politica, un immaginario, mentre la sinistra è la prima vittima dell’odio popolare. Questo il punto da cui ripartire. Tutto il resto (solidarietà pelose, appelli indignati, antimafia liberale) è collusione col nemico.

  • Canzio

    Ha ragione Nemo (il commentatore): non si può scrivere che il problema è il giornalismo e non Roberto Spada, fosse anche in un discorso volutamente provocatorio. La forza militare prima che sociale di cacciare quei cani da dove stanno non ce l’ha nessuno, ergo se qualcuno ogni tanto lo prendono i carabinieri non è neanche male e questo non significa certo “tifare”.

  • pinko

    oddio non so chi è peggio,,,due servi del potere, due violenti,(uno col manganello e in questo caso il classico stereotipo è proprio confermato,l’altro con la penna, che infama senza problemi ne rimorsi e protegge e legittima istituzioni e stato, insomma ogni giorno incensa e si piega alla prevaricazione per eccellenza,plagiando coscenze di cartone o peggio solleticando istinti molto bassi o meglio di merda).insomma due simboli dello status quo, che servono ad esso ed al tempo stesso che senza di esso non so se non esisterebbero, (a volte penso che in alcuni di noi certe tendenze sono innate, un nome a caso a cui penso per primo, salvini ad esempio, per me a scuola da piccolo fomentava risse tra compagni di classe guardandosi bene pero sempre dal parteciparvi, se non per pistare qualcuno innocuo e piu debole di lui, insomma non so se proprio lui ma penso ce ne sia almeno uno in ogni classe) ma comunque che lo status quo trova utili nei rispettivi ruoli. che poi voglio dire, so il vostro punto di vista quindi non vorrei essere banale ne sociologico quindi palloso, pero insomma, giornalista e fascista, per dinci, come dire cacca pipì. odiosi.

  • pinko

    per essere piu chiaro so che nel commento prima non aggiungo spunti nuovi ne arricchisco la discussione, insomma ripeto non volevo essere banale, pero lasciatemelo dire, che personaggi (intesi nel loro ruolo sociale, quindi anche politico) beceri. forse anche se schifo entrambi il pennarolo riesce comunque ad essere peggiore, perche il fascio è intrinsecamente il classico porco ignorante, insomma è quello e non si fa problemi a mostrarlo (addirittura ne va fiero) mentre il giornalista nella sua presunta superiorità (poi appunto solo presunta, da lui) fa danni forse anche peggiori, piu subdoli, sottili, meno vistosi diciamo. con la responsabilità, mai rispettata, di raccontare dei fatti ad una moltitudine di individui, che purtroppo, danno credito a ciò che scrive, e qui sta la fregatura (e quindi i danni piu gravi, almeno come la vedo io).

  • Fred

    sono romano, vado al mare ad ostia da una vita, ho amici di ostia, gelati, bombe alla crema, pizza e spaghetti alle vongole ad ostia. Non solo d’estate. E fino qui tutto bene, tutto pulito, tutto tranquillo. Sono planato grazie a google maps all’indirizzo dove il tizio ha la palestra…..l’altra faccia di quello che ho descritto all’inizio. Zero! Il nulla e anche di più! Mettitici un decennio di crisi economica, politica, amministrativa, occupazionale e immigrazione a gogo. Generazioni cresciute a maria de filippi, romanzo criminale e vanzina. Eroi alla saviano o tatuati-capelli-tutti-uguali-miliardari come i calciatori, vent’anni, anzi famo pure trenta, di berlusconi-olgettine-magistrati, alfano ministrodeglinterni, nichivendola e che mò pure grasso è de sinistra e ancora che stai a trovà le cause de perché uno risolve le questioni con una capocciata al giornalista?
    Qui perché non c’è il porto d’armi all’americana non c’è una las vegas al giorno, sennò lo sai li morti.Altro che testate!
    Scusate ma non vedo l’idea di una società migliore, non vedo un leader che indichi un orizzonte, vedo macerie e confusione. Oggi c’è un corteo e una manifestazione interessante….

  • quetzal

    quando il mafiofascista spacca il naso, lo stolto guarda il naso

  • pinko

    e si, purtroppo ormai prende sempre piu piede a “sinistra” o per capirci tra coloro a cui da fastidio ad esempio una nuova sede fascista, il concetto perverso che i fascisti vadano cacciati con l’intervento delle fdo (insomma la solita odiosa ideologia legalitaria declinata in salsa -presunta- antifa,nella loro visione assurda) anziche con la mobilitazione di chi sti fasci appunto li combatte non solo con le parole o le canzoni su faccialibro ma nel quotidiano. e mobilitando per cominciare i loro culi magari. sarebbe un buon passo avanti. e invece si invocano le istituzioni, che almeno qui si sa bene come da sempre li trattano i fasci,se li coccolano. assurdo. delegare sempre e comunque quindi. e fiducia nelle istituzioni, davvero ridicola. e secondo me in sti nuovi fenomeni ha funzionato bene il lavoro di un saviano, guardacaso giornalista anche lui.

  • Max

    Tutti i discorsi di centro e periferia non sono realmente attinenti al problema.

    I media vogliono vendervi Ostia come un rione abbandonato stile scampia, sarebbe molto semplice se fosse così. Invece è una città da oltre 200’000 individui, con la forbice sociale tipica di una città. Non è lo Spada che tiene le redini di Ostia, ma una imprenditoria parassitaria capace di trattare direttamente col governo, una serie di intoccabili che nessuno si è degnato di contrastare, capaci di rubare perfino il mare.

    Piu o meno la descrizione fatta dai media di Ostia è veritiera quanto quella fatta approposito di casapound come un partito di successo (che nella realtà dei fatti ha ottenuto solo il 3% effettivo, IN UN MUNICIPIO)

    Quello si cerca di nascondere è che la popolazione, non avendo l’anello al naso, si è rifiutata di presentarsi alle elezioni dove sono stati candidati solo dei pupazzi.

    Ai media basta una storia da far seguire al pubblico, la realtà la potete vedere con gli occhi (e il degrado vero non manca, se volete vedere una zona realmente degradata visitate l’idroscalo).

    PS: Fred chiudi google e vai a confrontarti con le persone, sembri uno del pd (di roma centro ovviamente)

    • Fred

      ciao Max (conte?), con l’esempio di google intendevo dimostrare quanto il degrado sia evidente se lo si riesce ad evincere anche dal pc. Peccato perché per il resto il tuo commento è condivisibile.
      Io leggo per imparare.

  • Brigante

    @Max
    Quello che dici è vero se la definizione di “periferia” è quella di un rione popolare posto ai margini geografici di una città. Il problema è che oggi il concetto di periferia è un altro, quello di una periferia economica ma soprattutto decisionale. Il modello centro città-periferia è valido in quanto spiega bene la piega presa nella gestione delle città, anche se ormai centro e periferia geograficamente si intersecano. In questo senso gli abitanti di Ostia sono abitanti di periferia tanto quanto gli abitanti di ogni altro quartiere di Roma (o di una città qualsiasi) per il quale non sia stato scritto il destino di centro-vetrina turistico. Concordo che il dato principale delle elezioni sia l’astensionismo. Il punto è che se la causa diretta è quella che dici tu (la popolazione non si fa prendere per il naso) la causa più profonda è un’altra e cioè che il tentativo di prenderla per il naso si fa senza tanta convinzione. Sono saltati gli schemi di rappresentanza, non c’è più mediazione da fare, il “centro” (e qui ancora una volta parlo di un senso più ampio di quello geografico) si barrica e recide quei ponti che non sono più necessari. Lo Spada di turno è il vassallo sacrificabile, che tanto tolto uno se ne fa un altro. E uso il termine vassallo non casualmente, perché le dinamiche centro-periferia somigliano sempre di più a quelle di un castello medievale. Il fascio-leghismo in questa dimensione assume un carattere nuovo: non essendoci(purtroppo!) conflitto da pacificare, serve un gendarme per gestire e, al limite, incanalare il malcontento. Ecco che la deriva legalitaria che vede nell’arresto di Spada la soluzione paradossalmente va a braccetto con il legalitarismo degli stessi soggetti politici che bivaccano con soggetti come lui.

    • Max

      ecco, questo ragionamento di “centro->periferia” spesso e volentieri si fa a sinistra (anche quella radicale) ed è alla base dell’espansione dei fascisti, che invece in questo territorio impegnano sempre tutte le loro risorse.

      Dall’altro lato a Ostia il movimento “antagonista” è sempre stato piccolo e putroppo molto legato a dinamiche studentesche/giovanilistiche (ma lo rispetto profondamente perchè per promuovere le sue idee si è rimediato mazzate, coltellate, denunce, fermi di polizia e minacce) ma mai preso in seria considerazione da una serie di realtà piu grandi.

      Si leggono troppe affermazioni fatte col binocolo, quelle stanno bene su “la repubblica” o “il corriere”. Bisogna invece immergersi nei contesti per capirli,
      i fascisti lo fanno gia da molto tempo (poi fanno i fascisti, ma almeno si sono sporcati le mani di scendere fino a ostia)

      Chi conosce il territorio sa perfettamente che quello delle famiglie dei malviventi è un fenomeno marginale(ma non per questo meno importante) che può pero scoperchiare il vaso di pandora ,per noi lidensi un segreto di pulcinella, della collusione governo-mafia,motivo per cui il commissariamento ha bloccato la vita della città quasi a voler lasciar pensare che “con la mafia si stava meglio”.

      Questa non vuole essere una critica sterile, ma un invito a vedere la realtà con gli occhi.

  • ahp

    Guardate che quello che fa notare Max è sacrosanto. Non si può mettere Ostia in un unico calderone e far passare un centro con 200 mila abitanti come se fosse una gigantesca Tor Bella Monaca in mano alla criminalità (e pure su questo modo mainstream di rappresentare Torbella ci sarebbe da discutere).

    L’economia di Ostia è di servizio alla più grande industria del Lazio, l’aeroporto di Fiumicino. Ci sono i cantieri navali, l’industria balneare, il sito archeologico di Ostia antica – lo ricordava Rutelli in una intervista sul menzognero (e per quanto l’ex-sindaco non sia proprio un servitore degli interessi delle classi popolari, non si può dire che non sappia di cosa parla quando si tratta dell’amministrazione di Roma). Il tessuto economico e sociale è molto più complesso – oserei dire più “sano” in termini di fondamentali economici – di quello descritto da Formigli e Co. Certo poi ci sono le zone dove la vita degli abitanti dipende anche da interessi mafiosi, dove c’è un disperato bisogno di servizi, di tessuto connettivo con il resto della città: ma questo è un problema comune con tutte le città italiane.

    La narrazione “scandalistica” di un territorio ormai TUTTO completamente allo sbando e compromesso, è funzionale a chi propone, come unica soluzione, il commissariamento, o l’esercito, o più polizia per le strade (e qui concordo con Brigante e con la sostanza del ragionamento di Militant).

    Le cose sono molto più liquide e meno nette; non possiamo come comunisti dare, dei problemi di Ostia, la stessa lettura della sinistra liberale – che è funzionale soltanto alla retorica del “degrado” (si badi bene: non che il degrado non sia un problema, sto parlando della maniera di descrivere il degrado che si oggettivizza solo in una guerra ai poveri e ai marginali). anche la presenza dei fascisti nei quartieri viene raccontata in maniera che sia funzionale a soluzioni che prevedano “solo” il rispetto della legalità.

    se fosse vero che casapound prende il 9% perché regala i pacchi viveri, o perché tiene aperte sedi che fanno da presidio civile tra un mare di saracinesche abbassate, allora se la sinistra antagonista romana, con le sue realtà fornitrici di servizi accessori gratuiti o a prezzi popolari, si presentasse unita dovrebbe prendere il 50% – e invece non mi pare si sia mai andati oltre il 3%. forse i motivi del (supposto) successo dei fascisti sono altri e altre sono le cause del fallimento dei “nostri” tentativi elettorali. Sul motivo dei nostri fallimenti sappiamo parecchio, cerchiamo di capire il perché del pur piccolo successo degli altri.

    soprattutto non facciamoci abbagliare pure noi dalle testate; diamogli *solo* il giusto significato…

  • Militant

    Ostia è un quartiere abbandonato dalla politica e dall’economia cittadina. E’ una vera e propria periferia, intesa sia in termini geografici, sia in termini sociali che in termini politici. E’ una vera e propria zona di esclusione, in tal senso basta leggere i dati socio-economici di riferimento. Ad esempio, qui:

    https://www.comune.roma.it/PCR/resources/cms/documents/COMITATO_6.pdf

    Dove si leggono, tra gli altri, passaggi di questo tipo: “La condizione occupazionale è l’altro elemento distintivo del XIII° Municipio: [...] è la peggiore condizione occupazionale del
    territorio rispetto ai tassi medi dell’intero Comune romano”.

    Ostia è dunque una periferia. Come ogni periferia, cioè come ogni sintesi che assomma un dato sociale con uno geografico-territoriale, è concetto che presenta molte ambivalenze. E’ chiaro, ad esempio, che dentro la periferia convivano posizioni sociali molto diverse. In periferia c’è la povertà e la disoccupazione, ma anche ricchezza. Ma è un discorso che può replicarsi per le zone centrali. Ancora oggi nel centro di Roma al fianco dell’ostentata ricchezza dimora una diffusa povertà sociale, soprattutto concentrata in alcune zone introno alla stazione Termini, piazza Vittorio, eccetera. Persino a ridosso della zona del Lungotevere Tor di Nona, dove ancora oggi sono presenti centinaia di case popolari, si può trovare povertà evidente.
    Tutto questo basta per smentire il confronto-scontro politico-sociale esistente tra “centro” e “periferia”? Non crediamo. Perchè seppure ambedue i concetti presentano antinomie evidenti, sono molto di più i caratteri generali e macroscopici che accomunano la composizione sociale dei due territori, nonchè i caratteri ricordati da @Brigante: il centro è soprattutto centro “decisionale”, è cioè il vertice dove si decidono i destini della città nel suo complesso e della sua popolazione. La periferia non ha alcun ruolo nella definizione di questi processi, li subisce e basta. Se nel Novecento questo rapporto era circoscritto in ogni caso in una cornice unitaria, oggi i due territori, emblema di due condizioni sociali opposte e contraddittorie, non comunicano più: il centro decide, la periferia subisce, la politica non ha più alcun ruolo di mediazione degli interessi della metropoli nel suo insieme. Dunque il proletariato, i poveri, i subalterni – chiamiamoli come vogliamo – dimorano in centro come in periferia, ma – è questo il dato decisivo – dimorano nella stragrande maggioranza in periferia piuttosto che al centro, così come i ricchi, i padroni, gli imprenditori, la classe media globalizzata, dimora in centro come in periferia, ma nella stragrande maggioranza risiede nel centro. Questo è un fatto apparentemente ovvio, ma storicamente recente. Ovviamente i contesti urbani cambiano da luogo a luogo, ma in linea di massima la città, almeno fino alla seconda metà del Novecento inoltrata, era abitata “dai suoi cittadini”, e semmai erano “i ricchi” ad abitare fuori, nella periferia, che peraltro è un concetto molto europeo e molto italiano: negli Usa le zone periferiche sono le zone residenziali della media borghesia.
    Dunque è intervenuta una rottura, e questa assume i caratteri di classe: il proletariato, italiano e straniero, abita la periferia, svuotata di ogni significato culturale, politico, sociale, economico che non sia quello di centro di reclutamento e mano d’opera precarizzata e senza diritti; la ricchezza abita il centro, da non intendersi ovviamente in termini esclusivamente geografici, ma in termini politico-economici: è il centro decisionale ad essere appannaggio delle classi al potere. Poco importa che questo possa situarsi nel centro geografico o in qualche altra zona esclusiva della metropoli. L’importante è che si definisca in contrapposizione a una periferia come contenitore della povertà.
    Si dirà, ancora: il centro decisionale è sempre stato appannaggio delle classi al potere. E’ vero, ma non nelle forme assunte oggi. Espulsa la politica, oggi la città, la società, è amministrata direttamente da forze economiche im-mediate, libere di decidere i destini dei territori e della loro popolazione. Oggi le amministrazioni territoriali (comuni, ma anche governi nazionali) vivono in condizione di sostanziale commissariamento. Non lo diciamo noi, lo dicono i padroni:

    http://www.ilsole24ore.com/art/commenti-e-idee/2017-11-11/le-elezioni-e-dilemma-grande-coalizione-231856.shtml?uuid=AEp0XU9C&fromSearch

    Detto questo, nessuno sta descrivendo Ostia come “territorio in mano agli Spada”. Descriviamo Ostia come territorio che subisce le strategie politico-economiche del centro, territorio di esclusione sociale, quindi anche di povertà. In questo governo marcio imputridiscono anche le relazioni umane, e in tal senso entra nella questione anche l’espansione della criminalità organizzata, delle mafie vere e presunte. Che non rappresentano *il* problema, ma uno dei problemi derivati dalla situazione generale prima ricordata.

    • Max

      Così vanno le cose. Mentre noi disquisiamo sul concetto di periferia, i fascisti nella periferia ci sono entrati in massa gia da anni…

      • Militant

        E’una versione un pò troppo semplicistica. Anzitutto, sei tu che sei intervenuto per parlare. Se poi qualcuno dialoga con te, inutile rispondere che “qui stiamo solo parlando”. A saperlo prima evitavamo il confronto.
        In secondo luogo, noi organizziamo con la Carovana delle Periferie l’intervento sociale in periferia…informati prima di lanciare giudizi trancianti.
        Terzo poi, che i fascisti siano “entrati in massa” nelle periferie è una vera e propria fake news, come si dice oggi. I fascisti in periferia *non ci stanno*. E’ questo il senso della nostra lotta all’operazione mediatica di legittimazione neofascista: presentano per dati reali quella che è esclusivamente presenza virtuale. Altro discorso è dire che nella periferia è presente un fascismo strisciante e inconsapevole, che però non si trasforma in militanza neofascista o in presenza di questa o quell’organizzazione politica neofascista. E’ una guerra tra poveri che favorisce un razzismo diffuso, un’insofferenza xenofoba: questo si, ed è preoccupante. Ma non significa che le organizzazioni fascisti siano forti o radicate. Tanto è vero che a Ostia, storico feudo della destra, Cp raccoglie 5mila voti su 250.000. Meno di niente, che può brillare solo della luce riflessa dell’astensionismo.
        Prima di parlare, dunque, atteniamoci alla realtà, e soprattutto viviamola, ché appresa dai media si rischia di confondere il vero dal fasullo, il reale col virtuale.

  • Robertino

    Vivo a TorBella nato e cresciuto .Non raccontiamoci fregnacce .In questi quartieri ci siete da 2 anni con la carovana delle periferia che francamente dove vivo si sentono solo voci in altri quartieri siete piu’ presenti . In periferia i fasci e i mafiosi convivono da quando io sono nato .Mio padre un pregiudicato e mia madre la classica donna oppressa dal marito e da una serie di disgrazie economiche da quando sono nato .Ho 20 anni con i miei precedenti penali non perche’ imitavo i criminal della tv del periodo tuttora abbiamo una tv che prende malapena rai 1 il digitale e le tv private per noi sono oro mai avute .Escluse quelle nuove ricarica da vedere sui portatili.Ma perche’ mancava da mangiare in quel periodo e per mangiare avendo il padre carcerato sono entrato anche io in quel giro e portavo casa soldi per pagare affitto e mangiare .Per quello che mi rguarda destra e sinistra voi oppure quelli della tartaruga siete solo gente che vuole banchettare sulle nostre disgrazie e adesso ci si mettono i giornalisti anche ..Come quelli della tartaruga non comprano noi con pasta e patate voi non comprate noi con la solidarieta’ di determinate azioni che spesso sono dettate dalla fame piu’ che dai film e dal nervoso ormai neanche quello abbiamo piu’ . Robertino .

  • quetzal

    Robertino, una sola domanda e una sola affermazione.la domanda è: chi è il “noi”al quale ti riferisci? l’ affermazione è: se pensi davvero che militant o la carovana o i compagni vogliano “banchettare sulle nostre disgrazie” come se anche da ste parti non ci fossero poveri,precari,lavoratori che non arrivano a fine mese (solo che magari invece di rubare vanno a scaricare cassette ai mercati…) etc …bhe non hai capito un cazzo.

  • Robertino

    Il noi quale mi riferisco sono le persone comuni che disgrazia sono nate e cresciute in questi posti .Gli altri sono quelli che arrivano e che non avendo neanche idea di certe dinamiche delle nostre zone che sono sottocitta’ nelle citta’ .Escono teorie e dibattiti da giornalisti e non solo tra cui questa di militant secondo la quale chi delinque sarebbe uno invasato dalla tv imitando i savastano e altri personaggi delle fiction che pero’ girano su sky e quanti di noi hanno sky andate fare un sondaggio e capirete . Ci sono quelli che imitano i savastano della tv certo andate nei quartieri bene li troverete chi spaccia , ruba e fa prepotenze con i padri magistrati e politici . Noi viviamo la merda quotidiana e dobbiamo soppravvivere che destra e sinistra pensano di avere i nostri voti si sbagliano di grosso come OSTIA ha votato la minoranza non la maggioranza .Io devo capire oggi come arrivare fine giornata e di chi mi da pacchi di pasta per farsi bello chi mi da una pacca sulla spalla facciamo meno noi ragazzi di borgata .

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