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La rivoluzione a metà

 

«Coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba», ammoniva Louis de Saint-Just. Ieri sera è purtroppo avvenuto il mezzo passo indietro che smentisce la volontà della maggioranza di governo nonché i risultati del referendum. Un tradimento del mandato popolare, chiaro, inequivocabile, persistente, che si è espresso in ogni elezione degli ultimi due anni, a livello nazionale e municipale, e che ha costruito il processo indipendentista nella società catalana, nelle strade, nei posti di lavoro, nei dibattiti pubblici. Nonostante ciò, ieri è comunque avvenuto un passaggio storico. La dichiarazione di indipendenza, sebbene “sospesa”, è avvenuta. La sospensione, inoltre, toglie ogni alibi al governo di Madrid che, come volevasi dimostrare, ha risposto all’apertura di credito di Puigdemont con la chiusura totale di ogni riconoscimento della questione catalana. Le immagini dei proletari-deputati della Cup che, al grido di viva la Repubblica, firmavano il risultato di anni di lavoro politico e sociale, riflettono un rapporto di forze sconosciuto nel resto d’Occidente. Vendicano, certo parzialmente e simbolicamente, una Repubblica repressa nel sangue di una guerra civile durata quarant’anni.  Il problema è che dal referendum del 1 ottobre non si può tornare allo status quo ante. Davanti alla mobilitazione popolare c’è la proclamazione della Repubblica o la repressione spagnolista. Se il governo di Madrid riuscirà a riprendere il controllo della situazione, per l’indipendentismo sarà la fine di ogni spazio d’agibilità fino ad oggi faticosamente e sapientemente costruito. L’occasione storica è ora, non domani. Per questo motivo il tempo concesso da Puigdemont alla borghesia spagnolista ed europeista è un gioco d’azzardo mortale: tra un mese i rapporti al momento esistenti nella società catalana, la disponibilità di una parte rilevante di questa ad accettare il rischio collettivo della lotta per la Repubblica, potrebbero raffreddarsi. Si parla di “soluzione slovena”, non tenendo in considerazione che allora il processo separatista fu governato dalla Germania e dal Vaticano; oggi la Catalogna ha la propria forza unicamente nella lotta del suo popolo, abbandonato da quella borghesia che pure, a sentire i più smaliziati commentatori, starebbe guidando il processo di indipendenza per trasformare la Catalogna nella piccola Svizzera iberica. La speranza è che Puigdemont non si trasformi nel nuovo Tsipras, vittima della paura del salto nel vuoto che pure esiste, che pure deve esistere, ma che non può impedire ogni qual volta la rottura con lo stato di cose presenti. E’ comprensibile questa paura, non va sottovalutata. Non siamo in tempo di guerra e di povertà assoluta: la società catalana è una società ricca e inserita perfettamente, con ruoli d’avanguardia, nel flusso economico liberista. Il salto nel vuoto è per ciò stesso un fattore da governare. Ma arrestarsi sul ciglio del burrone non consentirà di organizzare meglio una decisione storica. Significa spezzare un movimento di massa, un sentimento popolare, un contropotere materiale. Tutto il sistema politico-economico spagnolo da oggi lavorerà per smontare non la carriera di Puigdemont ma per disarticolare i centri del potere popolare catalano, ogni spazio d’autonomia, ogni tendenza progressiva, restituendo alla dimensione di confronto tra classi dominanti un processo che aveva saputo affrancarsi da tutto ciò. Una scommessa azzardata, per paura o per calcolo. Nel giro di pochi giorni avremo la risposta di questo rischio.

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5 comments to La rivoluzione a metà

  • Carlo

    Condivido. Trotsky docet.

  • giancarlo staffo

    Repubblica di Catalogna 2017. nasce la santa alleanza €uro-Nato contro l’indipendenza. Benedetta da Trump, Merkel, Macron e Draghi:
    €urosinistri- €uro-podemos – €urosocialisti – €uromonarchici – €urobanche – €uroconfindustra. Puigdemont codardo, Colau arruolata, …
    C’e pure una “SINISTRA” dura e pura (?!).. che fa il tifo per gli €urofalangisti e si augura il fallimento dell’indipendenza della Catalogna..

  • Victor

    Molte cose corrette eh, ma un paio di dettagli importanti…

    1) perchè c’è la foto di Anna Gabriel che è quella che, assieme a tutta la militanza della EI continua a spingere per la dichiarazione d’indipendenza e il processo costituente e non quella di Carles Puigdemont?

    2) Puigdemont non si puó trasformare in un nuovo Tsipras per una semplice ragione. Sono di due aree differenti. Cioè, uno è un liberale di centro che spinto da delle pressioni popolari si è trovato a dover fare cose che probabilmente non avrebbe mai voluto fare, e l’altro era uno che si diceva di sinistra. Cioè, anche sta cosa va detta in maniera chiara, che mo sembra che Puigdemont è, come hanno detto alcuni espertoni, “il capo degli indipedentisti”.
    Ora, che i due investiti da una pressione popolare possano generare delusione la cosa è ovvia, ma c’è un ma molto importante. In nessun momento c’è stata fiducia da parte delle aree militanti della EI rispetto alle relazioni con la destra catalana. Ed è comunque un dettaglio importante e in parte è già tenuto in conto nel processo, per questo si mantengono attivi i CDR, per questo continuano a organizzarsi. Poi ne vedremo se ci saranno i risultati.

  • Militant

    @ Victor

    1) La foto ci sembra restituire il senso del processo d’indipendenza catalano, quella di un movimento popolare che ha avuto la forza di irrompere nelle istituzioni portando battaglia anche dentro il sistema politico, non solo da fuori.

    2) La similitudine con Tsipras sta (starebbe) nel tradimento. Utilizziamo poco questa parola che, secondo noi, in genera spiega poco dei fenomeni che prendono forma nella politica. Nel caso di Tsipras, però, il tradimento del mandato popolare fu evidente: pochissimi giorni dopo il NO, lui andò a trattare con la Ue in nome di un SI uscito sconfitto. Puigdemont, che è in buona sostanza un democristiano, è però favorevole all’indipendenza. Se dopo un referendum dal mandato chiaro e inequivocabile si decide di prendere tempo, rimandando la decisione, il rischio di tradire quel mandato popolare c’è, anche rispetto alla sua posizione indipendentista. Non bisogna sottovalutare le pressioni esterne e la “paura del vuoto”, come abbiamo scritto, ma al tempo stesso non si può sempre derogare alla volontà popolare in nome di questa paura. E’ un equilibrio difficile, vedremo come andrà a finire.

  • Hirondelle

    Mah, ne so e ne capisco davvero poco di quel che sta succedendo, pero’ qualche dubbio ce l’avrei.
    1) Puigdemont è un politico non proprio di sinistra e mi sembra lontanissimo da Tsipras. Tsipras almeno a parole apparteneva a una formazione di sinistra, che poi calo’ le braghe quando si tratto’ di fare la sola cosa di sinistra oggi possibile: opporsi alla UE.
    2) Tsipras disse sempre fin dalla campagna elettorale che non sarebbe uscito dall’euro: non ebbe paura del salto, rifiuto’ semplicemente di prendere in considerazione l’ipotesi. Fini’ come era fatale che finisse, date le premesse, ma fu coerente.
    3) la società catalana è suppongo divisa tra quei ricchi liberisti e coloro, catalani anch’essi, cui i primi hanno inferto i soliti tagli “celochiede la BCE”.

    Infine non è chiaro cosa sarebbero questi “centri del potere popolare catalano”.

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