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«Tra i gravi impedimenti che il marxismo volgare frappone alla diffusione e all’influsso del marxismo si annovera proprio questo illecito e fallace irrigidimento dei rapporti reali. Non basta, in risposta, appellarsi a Lenin, che dimostra a più riprese e in varie occasioni come ogni verità si trasformi in errore non appena la si esageri oltre misura»

György Lukacs, Il marxismo e la critica letteraria – premessa all’edizione italiana, Einaudi, 1964

 

La questione catalana ha fatto chiarezza almeno su di un punto: ha indicato la distanza incolmabile tra chi fa politica e chi parla di politica. In assenza di lotte di classe, la confusione ha portato spesso alla sovrapposizione dei due aspetti. I social network, dal canto loro, hanno acuito drammaticamente tale disordine. Eppure è bastata l’irruzione di un movimento reale per rimettere le cose al loro posto. I commentatori della politica, sovente marxisti dei più duri, ancora si attardano, breviario alla mano, alla ricerca della giusta citazione, della frase granitica, che dovrebbe sgomberare il campo delle facili infatuazioni regionalistiche. La Storia ha parlato, inutile discorrere altrimenti: lo Stato va salvaguardato, anzi, più grande esso diventa migliori le potenzialità delle classi subalterne. Con ciò, fine di ogni illusione piccolo borghese di ritorno al tempo che fu. Le piccole patrie trovano il loro posto nella raccolta differenziata dello spirito dei tempi. Amen. Chi, al contrario, rimane nonostante l’orrore post-moderno un militante politico, nella questione catalana vede un’occasione. Vaglielo a spiegare, ai profeti della logica, l’alchimia della circostanza nella storia. Tempo perso.

In punta di marxismo non c’è alcuna teoria definitiva della questione nazionale. Marx nel corso della sua esperienza politica ha cambiato, a volte letteralmente stravolto, le sue opinioni in merito. Non è il caso di appesantire il discorso con la sfilza di citazioni contraddittorie che possono ricavarsi sulle diverse questioni nazionali contemporanee a Marx ed Engels. Dalla questione irlandese alla questione polacca, dai popoli slavi alla Germania, come ci ricorda Renato Monteleone [1982], «ne viene fuori una sorta di valutazione caso per caso». Impossibile inchiodare Marx a una posizione di principio sulla questione nazionale, sia essa la lotta all’«autodeterminazione dei popoli», sia il suo contrario. Questo per l’evidente motivo secondo cui Marx intendeva la nazione come condizione storica e non naturale, per ciò stesso non solo transitoria, ma soprattutto valutabile, per l’appunto, «caso per caso». La dialettica tra nazionalità e internazionalismo è in Marx esattamente questo: una dialettica. Procedere a colpi di breviario non porterebbe il discorso da nessuna parte, ognuno rimarrebbe fedele al suo frammento attorno al quale ergere il moloch della “giusta teoria” sulla questione catalana.

A noi, per dire, dell’«autodeterminazione dei popoli» ci frega il giusto. Nel corso della storia questa frase è stata utilizzata per indicare tutto e il suo contrario, motivo per cui sarebbe bene valutare caso per caso di cosa si sta parlando, quando si parla della fatidica autodeterminazione. Il concetto di “popolo”, inteso nelle sue caratteristiche organiche e armoniche, è infatti uno dei più complicati da maneggiare, culturalmente e politicamente. Anche dello Stato trattato come entità naturale e sovrastorica ci interessa il giusto. Può essere questo un elemento progressivo o regressivo, non c’è modo di stabilirlo in principio. Nello stesso senso vanno intesi gli indipendentismi e i nazionalismi. Allora, cosa c’è di interessante nella questione catalana?

Il nazionalismo catalano è un fatto evidentemente trasversale tanto politicamente quanto soprattutto socialmente. E’ una contraddizione ambivalente, che poggia da una parte su retaggi storici effettivi, dall’altra su interessi di classe materiali. In tal senso è una contraddizione, altrimenti assumerebbe i toni della coerenza. La capacità della sinistra catalana è stata quella di interloquire con la contraddizione senza relegarla al campo della nemicità, né rimanere stritolata nelle esclusive logiche del separatismo fine a se stesso. L’indipendentismo è un vettore che veicola idee e lotte di classe in grado di raggiungere una platea sociale decisamente più vasta del settarismo ideologico. E’ dentro la lotta per l’indipendentismo che è in corso lo scontro politico decisivo tra i caratteri alternativi che dovrebbe assumere la Repubblica catalana. Che, sia detto per inciso, non sta lottando per tornare al Principato di Catalogna, ma spostando direttamente in avanti le condizioni politiche di partenza, a cominciare dall’abolizione della Monarchia e l’instaurazione della Repubblica. Dentro questo scontro la sinistra di classe ha saputo ritagliarsi uno spazio non marginale, svolgendo un ruolo che altrimenti non sarebbe mai stato possibile. Questo discorso vale per la Catalogna, ma ancor di più negli scorsi decenni è valso in Euskal Herria, in Galizia, e dovunque le lotte di classe hanno saputo intercedere con la questione nazionale. Proprio perché la questione nazionale, nel suo complesso, è un intrico di contraddizioni irrisolvibili una volta per tutte. Se valessero le immutabili leggi della Storia, dovremmo accodarci alla Merkel e a Macron rafforzando il ruolo dell’Unione europea contro i residui statuali particolari. Al contrario, in barba ai sacramentari, la statualità europeista, organizzata nell’odierna chiave ordoliberale, assume una forma reazionaria rispetto alle entità particolari di cui si compone. Non per questo una futura unione europea organizzata su altre basi materiali sarebbe da combattere. Come detto, dipende caso per caso.

Al termine di ogni ragionamento la domanda che rimane sospesa è: a chi conviene? Nella lotta di liberazione della Catalogna la sinistra di classe gioca una sua partita e lo fa non partendo sconfitta in principio. Fuori da questo ambito la sconfitta della sinistra è un’evidenza in tutto l’Occidente. Stupisce come di fronte a questa ovvietà diversi dei marxisti di cui sopra, definiti da Lukacs per l’appunto marxisti volgari, si schierino oggi con la polizia, l’esercito, la monarchia, l’Unione europea, il neofascismo e tutto l’arco liberale della politica spagnola. In nome di un hegelismo macchiettizzato che dovrebbe dimostrare qualcosa e che riesce solo a intenerire. Non riuscendo peraltro a cogliere la lampante cesura dei campi contrapposti: da una parte l’ordine costituito, dall’altra le lotte di classe. Che queste lotte non avvengano direttamente in uno scontro tout court per il socialismo è un ben misero motivo di polemica. Oggi, nel 2017, in Occidente come altrove, dov’è lo scontro schiettamente politico “per il socialismo”? In nessun luogo, che poi è il luogo d’elezione di ogni marxismo volgare. Dunque, spogliata di ogni variante contraddittoria, nella Catalogna si gioca per la sinistra una partita più grande dei suoi confini (per ora) regionali. La posta in gioco è quella del metodo, della capacità della sinistra comunista di vivere dentro le contraddizioni sociali generate dal capitalismo, e non fuori da esse. Il metodo di una sinistra che sa trovare il proprio spazio dentro la perenne dialettica tra le contraddizioni immediate e le contraddizioni principali, trovandone una via di sintesi originale ed efficace. Dovremmo imparare silenti questa capacità, non certo per replicare localismi artificiali, ma per apprendere un metodo di lotta, quello di stare nel popolo sapendone parlare la stessa lingua.

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7 comments to Hegel in Catalogna

  • gillo

    come al solito siete imprescindibili nel dibattito, posizione che mi sento di condividere. no comment invece su certi commenti di alcuni “compagni” che sulla rete giocano a fare i cinici tifando per la repressione del governo, dimostrando più infamità che realismo politico su una questione tanto complicata e che va analizzata con raziocinio.

  • Militant

    Ci sono due “sinistre” che in questi giorni esultano alla repressione franchista contro il popolo e i comunisti catalani.

    La prima applica lo “schema padania” a qualsiasi altra forma di rivendicazione statuale. Siccome in Italia esiste una forma macchiettistica di indipendentismo reazionario, etnico e padronale, allora tutti gli indipendentismi del mondo, o almeno d’Europa, devono per forza avere gli stessi caratteri. Inutile insistere nelle spiegazioni per cui in Irlanda, in Euskal Herria, in Catalunya, in Galizia o altrove le fondamenta del discorso indipendentista sono ontologicamente opposte all’indipendentismo leghista (che, peraltro, non è neanche più centrale nel discorso politico leghista). Dev’essere per forza una lotta per “pagare meno tasse”, perchè così ci hanno insegnato qui da noi. E’ questo il tic mentale della sinistra “moderata” o dei commentatori d’area Pd (e in Spagna del “Pais”, del Psoe, ma anche in forma contraddittoria di Podemos).

    C’è poi quella “sinistra” che applaude ai manganelli liberisti in nome di una bislacca interpretazione del fatidico “corso della storia”, quello per cui le aggregazioni statuali “più grandi” sono meglio di quelle “più piccole”, che il capitalismo attuale preferirebbe entità statuali più piccole e controllabili, anzi che ne farebbe addirittura a meno, e via dicendo. Una posizione costantemente smentita dai fatti, per il motivo che spiegava Lukacs in esergo all’articolo: ogni verità si trasforma in errore non appena la si esageri oltre misura.
    Se così stessero le cose, dovremmo sostenere il processo europeista, che punta esattamente a dileguare i singoli stati nazionali per costituire una nuova statualità continentale, per ciò stessa più “progressiva”, a sentire questi nuovi Hegel da cabaret. Ma avremmo dovuto anche stare dalla parte dell’Ucraina contro il Donbass, dell’Inghilterra contro l’Irlanda, della Turchia contro i curdi, di Israele contro la Palestina, dell’Algeria contro la Francia e, va da sé, potremmo continuare per ore.
    Per dire a che punto è arrivato il complottismo anti-catalano, sul web gira la storia di Soros che avrebbe finanziato con 27mila euro un centro diplomatico legato alla Generalitat catalana. Siamo evidentemente in presenza di delirium tremens. Soros due anni fa ha finanziato Madrid per 2 miliardi di euro: http://www.ilsole24ore.com/art/finanza-e-mercati/2015-02-01/soros-gates-buffett-e-quella-passione-la-spagna-081443.shtml?uuid=AB4ArXnC
    Se 27mila euro determinano l’indipendenza della Catalogna, due miliardi di euro cosa dovrebbero determinare? Il ritorno di Carlo V?
    Ma questo rimane un discorso fuori fuoco, che magari fa luce sull’intelligenza di chi lo fa proprio, ma non risolve il nocciolo della questione catalana. Che è il vettore attraverso cui prendono forma le lotte di classe in Catalogna. In questo senso, chi *non sta* nelle lotte di classe non ne capisce la funzione, che è quella di moltiplicare geometricamente il radicamento delle lotte di classe nella società catalana. E’ lo stesso ruolo avuto per cinquant’anni in Euskal Herria, dove la mobilitazione politica è notevolmente spostata in avanti rispetto all’Italia, e dove i caratteri di questa mobilitazione sono notevolmente spostati a sinistra rispetto all’Italia, perchè i compagni baschi invece di sentenziare sulla natura retriva dell’indipendentismo ne hanno saputo modellare la forma, piegarlo alle esigenze di rafforzamento della società.
    Ma a spiegare queste cose si perde solo tempo. Chi fa politica lo comprende da sé, senza bisogno di spiegazioni.

  • stefano

    se da una parte posso condividerne le analisi dall’ altra mi stupisco come non si voglia parlare del referendum borghese, sostenuto in pompa magna anche da falangi europee e sioniste, se la speranza del popolo rimane simile a quello lombardo veneto, cioè avere più risorse individuali e in risicata parte sociali, dall’ altra cè il mondo dell’ imprenditoria delle lobby multinazionali che giocano la carta catalana per strappare le ragioni strategiche al controllo del capitalismo madrileno , nei vari interventi passati vi ricordo che la catalogna ha accettato lo statuto costituzionale madrileno, non vuole uscire dal sistema euro, e non vuole abbandonare la Nato, la superficialità delle reazioni sul contesto catalano non pongono una reale visione futura di come sarà la catalogna se non borghese e uno stato di libero scambio economico, “una piccola svizzera ai confini con i paesi del nord europa.
    credo fosse meglio per loro e anche per il sistema europeo la richiesta di realizzare la spagna federale e repubblicana,dentro a quel loro contesto capitalistico, ma evidentemente se la corona inglese e i media internazionali hanno decisamente sponsorizzato l’evento liberando scagnozzi in favore dell’ indipendentismo, cosa mai fatta per due repubbliche socialiste della “MALARUSSYA” qualche interesse massonico e di parte esiste.

  • Sergio

    Vi seguo da un po’ e deve dire che sono quasi sempre d’accordo con quello che sostenete. Nel merito della questione catalana, però, ho delle forti perplessità.
    Voi sostenete che non tutte le “secessioni” sono di marca para leghista; sono d’accordo, mi pare un discorso persino ovvio; ma secondo me invece, proprio quella catalana ha dei forti punti di somiglianza: è una delle regioni più ricche della Spagna, una delle richieste (soddisfatta) della Generalitat era proprio relativa alla trattenuta delle imposte sul territorio…
    Non mi si venga a dire che oggi la Catalunya subisce una oppressione nazionale: la lingua catalana, mi risulta essere la lingua ufficiale (nonostante, per quanto io ne sappia) almeno metà dei catalani sia di madrelingua spagnola/castigliana; l’insegnamento avviene, sempre per quanto ne so io, in catalano; i madrelingua castigliani sono “pregati” di adeguarsi. Comunque, si possono seguire corsi in castigliano per 2 (due) ore alla settimana, come del resto per l’inglese. Questo da circa vent’anni, da quando la Generalitat ha ottenuto l’autonomia per l’educazione. Non è esattamente bilinguismo, no?
    A volte ho l’impressione che più che liberarsi, i catalani indipendentisti intendano “vendicarsi” dei torti subiti. Tutti sappiamo come il franchismo trattò la questione nazionale in Spagna: negandola, con tutte le conseguenze del caso. Oggi però, in Spagna, c’è un governo borghese reazionario/conservatore e non è proprio la stessa cosa. C’è, in Spagna, come anche in altri paesi, una crisi sistemica del capitalismo che sta rapidamente erodendo redditi e la capacità di resistenza dei ceti popolari è bassa.
    Bene compagni, il vedere tutte queste energie usate per cambiare una bandiera con un’altra, mi intristisce (sarà anche l’età…); d’altra parte, spero di sbagliarmi, non mi sembra che gli indipendentisti vogliano rompere i legami con la UE e/o con la NATO; al contrario, nel complesso, cercano di accreditarsi; è paradossale chiedere l’indipendenza alla Spagna e poi continuare a farsi governare da una banca…Non è che l’eventuale indipendenza della Catalunya avvenga in una specie di vuoto pneumatico internazionale.
    Un’altra osservazione: mi ha colpito la vostra frase circa chi fa politica e chi parla di politica. Be’, io un poco di politica, a suo tempo l’ho fatta; onestamente l’idea che per fare politica occorra essere nel movimento è giusta, ma caspita, non in qualsiasi movimento e in qualsiasi contesto e questo, secondo il mio modesto avviso, è proprio una situazione da prendere con le pinze: perché privilegiare la contraddizione nazionale su quella di classe? Siamo proprio certi che la CUP (ammesso che abbia queste intenzioni) sia in grado di dare il segno a questo movimento? Non è che buttandosi in un fiume si possa pensare seriamente di cambiare o invertire la corrente nuotando…
    Ho avuto modo in questi giorni, di parlare con persone di origine spagnola e con italiani che hanno parenti in Spagna: Nessuno di questi è sospettabile minimamente di cripto/franchismo: la prima cosa che emerge è la preoccupazione perché temono che la situazione possa degenerare; nessuno ha difeso Rajoy (vi risparmio le definizioni per educazione);ma… nessuno ha neanche mai pensato che l’indipendenza catalana possa essere il via libera per un cambiamento a sinistra, anzi.
    Scusate se sono stato un poco prolisso.
    ciao

  • Militant

    @ Sergio

    Inutile ripeterci, le motivazioni per cui noi appoggiamo il processo di indipendenza catalano le abbiamo già espresse, ci torneremo, e in rete si trovano molte riflessioni puntuali e, soprattutto, informate sulle caratteristiche peculiari e di classe che ha assunto nel corso degli anni la questione catalana. Questa storia di “privilegiare la contraddizione nazionale su quella di classe”, però: basta, davvero. La questione catalana è una lotta di classe che procede attraverso la mimesi indipendentista. Come tutte le lotte di classe. Oppure quando lottiamo contro la Tav in val di Susa, per fare un esempio, dovremmo chiederci se così non staremmo privilegiando la contraddizione ambientalista su quella di classe? E, sempre per rimanere in tema No-Tav, siamo sicuri che non sia anch’essa socialmente trasversale?
    Ogni lotta è parziale e sfocata, raramente nella storia la lotta di classe ha assunto i contorni della lotta per il potere politico (quando è successo in genere si era dentro una situazione rivoluzionaria o proto-rivoluzionaria). Oltretutto, in questi anni di globalizzazione ed europeismo ordoliberale il tema dello Stato nazionale, simbolo di prerogative, diritti e cittadinanza in fase di smantellamento, sarà sempre più il tavolo attorno a cui si giocherà il consenso delle classi subalterne. Non per caso lotte che un tempo avrebbero preso altre strade oggi si concentrano sulla nazione vista, giustamente o meno – non è un discorso di merito in questo caso, come alternativa al caos europeista e all’impoverimento dettato dalla globalizzazione.

    Sul resto: non abbiamo mai detto che chi fa politica debba farla “nel movimento”. Premesso che noi, con questo termine, intendiamo il campo largo (largo per modo di dire) della sinistra di classe, non “il” movimento “dei centri sociali”, dei “collettivi” o di chissà cos’altro, rimane il nodo che chi parla (troppo) di politica dovrebbe quantomeno provare a farla. Altrimenti si generano le distorsioni di questi giorni, con un pezzo di sinistra schierato coi manganelli del Re.

  • Cari compagni, sono completamente d’accordo sul fatto che tutto debba sempre essere contestualizzato e non si debba avere una visione rigida o aprioristica sulle cose.
    Tuttavia proprio per questo non condivido l’approccio entusiastico se non addirittura celebrativo di molti compagni rispetto alla vicenda catalana. La stessa enfasi e lo stesso approccio celebrativo che ho registrato nei confronti della questione curda o delle questioni curde. E mi pare che anche in questo secondo caso stiano emergendo con una certa chiarezza una serie di contraddizioni e di ambiguità, anche assai gravi, che riguardano sia i curdi iracheni che quelli siriani. Eppure, nonostante queste contraddizioni (appoggio esplicito, sia militare che politico, da parte degli USA e di Israele, in direzione dello spappolamento, per fortuna non riuscito, della Siria), la gran parte della sinistra, specie quella antagonista, ha perseverato nel suo atteggiamento enfatico e celebrativo nei confronti del Rojava. Ci vorrebbe, a mio parere, un approccio meno ideologico e un po’ più equilibrato e razionale…
    Ora mi pare che lo stesso atteggiamento enfatico e celebrativo sia stia riproducendo nei confronti della Catalogna, dove anche in questo caso le contraddizioni sono evidenti, prime fra tutte il fatto che il movimento indipendentista sia egemonizzato dalla borghesia catalana e non mi pare, con tutta la buona volontà, di intravedere la possibilità di una svolta politica né tanto meno che questa aspirazione all’indipendenza possa portare alla ripresa di un punto di vista di classe in quel contesto. Ovviamente posso sempre sbagliarmi, anche perché non vivo in Catalogna e non sono un tuttologo. Però è anche vero che questo vale per tutti o quasi, e se dovessero esprimere delle opinioni solo gli “esperti”, più o meno quasi tutta l’umanità dovrebbe restare in silenzio…
    Questo non significa, naturalmente, gettare tutto alle ortiche (vale per la Catalogna così come per la questione curda e per qualsiasi altra). Significa però che se è sacrosanto calarsi nei vari contesti e cercare di entrare in una relazione dialettica con questi, quindi stare nelle cose, nelle lotte, nella realtà, cercando di capire le contraddizioni e di indirizzare ciò che si muove, è altrettanto vero che lo si deve fare con un atteggiamento equilibrato, cosa che non mi pare sia avvenuto e stia avvenendo sia nel caso della vicenda curda che di quella catalana. A conferma di ciò, questa sorta di gara a chi cerca di dimostrare di essere più marxista degli altri, e in fondo anche questo articolo lo conferma. L’accusa di “hegelismo” rivolta ad alcuni “marxisti volgari” oppure “da tastiera”, citando addirittura Lukacs, mi sembra contenga un certo malcelato disprezzo e un atteggiamento da scomunica a parti invertite, che mi sembra il contraltare del vetero stalinismo di una volta che dal punto di vista metodologico, non si è mai esaurito (la “sinistra” politicamente corretta è in realtà scorrettissima, ultra dogmatica e intollerante come e senz’altro peggio dei veterostalinisti residui…).
    Per il resto, sempre perché condivido l’approccio dell’articolo alla questione nazionale e alle varie questioni nazionali e al fatto che non esista una forma più o meno “adatta” o più funzionale aprioristicamente allo sviluppo del conflitto di classe, ribadisco che ogni questione nazionale va valutata e intrepretata caso per caso (quindi contestualizzata). Allora però facciamolo veramente. E facciamolo tutti.
    P.S. ho scritto questo commento anche perchè sollecitato dal commento di Eros Barone su Sinistra in rete (dove ho postato questo mio commento) al vostro articolo. Senza nessuna polemica, ovviamente, anche perchè seguo Militant sempre con grande interesse. Un caro saluto.

  • Militant

    @ Fabrizio Marchi

    Premesso che sulla vicenda curda abbiamo in passato espresso le nostre “avvertenze”, esprimendo dubbi non tanto sulla questione curda “in sé”, ma sulla mitologia ad essa connessa agitata in Occidente: http://www.militant-blog.org/?p=13583

    Il problema non è “tifare” per questo o quel soggetto esotico in grado di suscitare euforia laddove dalle nostre parti domina la depressione. Il problema è capire come determinati processi possano funzionare o meno da modelli politici per noi. In questo senso nella lotta catalana, nel processo indipendentista, noi rileviamo un esempio fecondo esportabile anche da noi. Il metodo politico sta in questo: non rifiutare un piano scivoloso d’intervento, come la questione nazionale, ma interagire con esso escogitando soluzioni originali, progressive e dirompenti in grado di decostruire il frame reazionario entro cui vengono banalmente ricondotte talune contraddizioni politico-sociali. La questione nazionale è una di queste, anzi: nella crisi dell’europeismo, è una delle questioni centrali su cui la sinistra di classe dovrebbe organizzare un suo punto di vista. In questo trentennio la questione è stata abbandonata, producendo uno schiacciamento a destra per niente scontato. Per un secolo e mezzo è stato il marxismo, non la destra, a costruire un discorso intorno alle lotte nazionali, ai concetti di Stato e di nazione, all’incoercibile diversità tra nazione e nazionalismo. Soprattutto perchè il concetto stesso di nazione nasce a sinistra, prorompe dal popolo in lotta al culmine della Rivoluzione francese, e la sostanza di cui si compone è quella del diritto di cittadinanza opposto al diritto di censo fino ad allora vigente nell’antico regime. La nazione è l’ambito storico-giuridico entro cui vige l’eguaglianza tra gli uomini.

    La nostra tesi è che l’abbandono di questo terreno politico abbia contribuito al rafforzamento delle opzioni “populiste” proprio perchè le uniche in grado di esprimere un punto di vista sulla questione non platealmente reazionario.
    Ma a prescindere dalla questione particolare, il metodo vale soprattutto in generale. Nelle contraddizioni ambivalenti, sghembe, oblique generate dal capitalismo liberista, o la sinistra è capace di esprimere un punto di vista non ideologico, o viene estromessa dal dibattito pubblico. In Catalogna una tematica apparentemente di destra, come l’indipendentismo della borghesia catalana, è stata (parzialmente) piegata e tradotta in questione sociale: in Catalogna l’indipendentismo fa rima con antifascismo, con antirazzismo, con diritti sociali, con l’apertura – e non la chiusura nazionalista – della società, al tempo stesso però gelosa della propria identità sociale (non razziale, etnica o economica). Il processo nazionale catalano reintroduce diritti sociali di cittadinanza in via di liquidazione nel resto dell’Europa liberista. Vale per tutti l’esempio del recente attentato di agosto lungo le Ramblas. La risposta cittadina è stata l’invito all’apertura e all’accoglienza migrante. Un messaggio di apertura non determinato dall’alto delle dichiarazioni di Ada Colau, ma difeso dal basso con la partecipazione e la mobilitazione immediata antirazzista e antifascista. In un mondo che si chiude nella lotta al diverso, al migrante, al musulmano, la risposta di Barcellona è stata addirittura epica. Ma questo non si costruisce dall’oggi al domani e in processi eterodiretti dalla borghesia. Significa anni di lavoro sociale, di interazione sinergica tra questione sociale e questione nazionale. Significa insomma articolare una strategia politica.

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