APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Comitato per il Donbass Antinazista


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

23 October :
1983: BOMBE A BEIRUT

1990 - Andreotti ammette l'esistenza di una rete parallela ai servizi segreti militari, Gladio, nata con lo scopo di opporsi ad una eventuale invasione dell’Unione Sovietica. In seguito verrà alla luce che la Gladio è stata coinvolta nella strategia della tensione e in alcune delle vicende più oscure della storia recente italiana

STATS

La nuova classe aspirazionale

 

Lo scorso 4 settembre Severino Salvemini (su L’Economia del Corsera) ci introduceva ai caratteri di una nuova classe sociale, definita dalla sociologa americana Elizabeth Currid-Halkett come classe “aspirazionale”. Una classe sociale al tempo stesso elitaria e popolare, distante tanto dagli eccessi materialistici dei nuovi ricchi quanto dall’esibizionismo consumistico della vecchia borghesia: «La nuova élite è unita dall’uso dello stesso linguaggio, da letture di giornali con medesimi osizionamenti (l’abbonamento al “New York Times” o al “New Yorker” è un passaggio quasi obbligato, così come lo è quello a Netflix), dal consumo di cibo organico e naturale, dal prodotto che esprime autenticità e trasparenza, dalle pratiche ambientalistiche, dalle medesime logiche di educazione parentale (viva l’allattamento al seno prolungato e le pappe della nonna), dal supporto alle organizzazioni non governative e di giustizia sociale, e così via». Bontà dell’articolista averla definita “élite”, perché altrimenti avrebbe descritto i tratti antropologici della sinistra, almeno quella che va per la maggiore in Occidente. Siamo in presenza di un doppio involontario paradosso. Mentre Salvemini riporta i caratteri di un ceto correttamente indicato come elitario, poco oltre chiamato addirittura aristocratico, totalmente sovrapposto ai valori (e ai redditi) dell’upper class statunitense, in Europa (ma anche negli Usa) una descrizione di questo tipo disegna antropologicamente il “tipo” della sinistra, almeno nella sua vulgata mediatizzata ma che, non può negarsi, esiste veramente e presenta se stesso come “sinistra” (o, negli Usa, presenta se stesso come liberal, democratico, eccetera). Una serie di comportamenti alter-consumistici scambiati per “valori”, e questi confusi per un posizionamento politico: questa la torsione che oggi vive l’idea di sinistra. Un’idea che la rende completamente inservibile: se questa è la sinistra, è il nemico. Come infatti è, o dovrebbe essere, sentito come nemico il putrido mondo della Ivy League, dove converge nelle sue forme più marcescenti questa confusione tra élite sociali e posizionamento politico “di sinistra” (qui un altro articolo che affronta il medesimo argomento). Poi, va da sé, non tutta la sinistra corrisponde alla descrizione data, ma poco importa in questo senso. Quello che rimane nel discorso pubblico è una sinistra incapace di prendere veramente le distanze da quei caratteri, in tutto e per tutto sussunti dal capitalismo, anzi: vero e proprio motore dello sviluppo consumistico liberista. Questo uno dei motivi, tra le altre cose, alla base delle alterne fortune del cosiddetto “populismo”, che nella sua multiforme ambiguità e “inafferrabilità” è capace di suscitare odio verso tutti questi atteggiamenti giustamente indicati come elitari. Altrove nell’articolo si riportano altri dati sensibili di questo modello antropologico: «E’ una classe non necessariamente ricca o al top della piramide sociale. Sono individui di reddito assai diverso, in un insieme che accomuna architetti precari e imprenditori di successo, ma tutti aventi la stessa visione del mondo». L’articolista non si accorge che “la stessa visione del mondo” è data proprio perché si appartiene a una medesima classe sociale, nonostante i diversi livelli di reddito. Il problema, per noi, sorge come detto quando s’insinua la confusione tra questa visione del mondo “democratica”, fluente, “culturale”, e la categoria politica della “sinistra”. Qualche decennio fa sarebbe stata inequivocabilmente definita “destra”, sia pure illuminata (illuminata dal reddito). Oggi il ribaltamento dei ruoli è tale per cui questa classe ha una “medesima visione del mondo” ma si distribuisce equamente nel continuum liberale di destra e sinistra, accomunati appunto da questa identica visione nelle cose. A rimanere fuori dal perimetro elitario è il “popolo”, inteso nel suo senso di subalternità, non deformato dalle narrazioni liberiste. Che questo popolo abbandoni la sinistra è la conseguenza diretta di questa confusione.

12142 letture totali 8 letture oggi

16 comments to La nuova classe aspirazionale

  • Brigante

    Io credo che certe analisi sballate come quella che commentate vengano fuori da premesse totalmente sbagliate a causa di una serie di fraintendimenti tipici della nostra epoca.
    Prima confusione, quella tra classe e ceto o, detto diversamente, tra rapporti di produzione e reddito. In secondo luogo quella tra sostenibilità e contraddizione capitale/ambiente. Terza confusione quella tra categorie storiche (o strutturali se vogliamo) e sovrastrutturali. Ovviamente tutti questi concetti sono legati ma non possono essere sovrapposti, altrimenti si perde la bussola. Quello descritto nell’articolo è un gruppo eterogeneo da un punto di vista di classe (ci sono dentro dipendenti e padroni, imprenditori illuminati, impiegati e in misura minore anche operai), da un punto di vista di reddito (con l’ovvio limite che chi non arriva a fine mese non PUO’ permettersi determinati alimenti o vestiti), da un punto di vista anagrafico (dentro ci sono almeno due generazioni) e cosi via. In sostanza quella descritta è una categoria totalmente antistorica e sovrastrutturale e, in quanto tale, non sposta di una virgola quelli che sono i rapporti di produzione (e di forza) all’interno della società. Si tratta delle vittime inconsapevoli della straordinaria operazione di marketing del green/good-capitalism che ha generato il mostro della a-sinistra che descrivete spesso.

  • Uno che passa

    “New age progressista”
    Concordo con la lettura.

  • uitko

    “Una serie di comportamenti alter-consumistici scambiati per “valori”, e questi confusi per un posizionamento politico: questa la torsione che oggi vive l’idea di sinistra. Un’idea che la rende completamente inservibile: se questa è la sinistra, è il nemico.”

    riuscite a scrivere bene qualcosa che sento e che mi è capitato di non riuscire a spiegare ad amici “fieri” dei loro comportamenti etici e progressisti.
    grazie

  • emanuele

    non ho capito, ma quindi chi consuma biologico, o peggio ancora è vegan (brrr), sostiene il volontariato, ricicla vestiti, si muove in bicicletta e altre amenità ecologiste è un nemico borghese?

  • Militant

    @ emanuele

    Dei comportamenti individuali ci frega il giusto: puoi essere scalzista o pastafariano, vegano o carnivoro, ciclista o automobilista, e rimangono comportamenti confinati alla propria sfera individuale, insindacabili. Se questi comportamenti divengono “discorso politico”, allora la questione si complica. Se si decide di dare un valore etico a un confronto tra consumismi diversi, si perde di vista esattamente questo: che sono scelte consumistiche falsamente alternative, in realtà veicolate da quello stesso liberismo che non ragiona secondo etica ma secondo interesse economico.

  • Red

    Per me invece è una questione politica e non soltanto individuale , men che meno individualista. La scelta alimentare ed uno stile di vita non consumistico significa dire no allo sfruttamento sulla natura, sugli animali e sulle persone ed è assolutamente legato ad un universo valoriale. Una critica al capitalismo molto più incisiva della piazza che pure frequento. Il problema è che il capitalismo (con esso le logiche statuali) assorbe e fa propri anche i comportamenti che lo contrastano e si insinua ovunque, compresa la vita delle persone più attive politicamente o radicali, questo vale per ogni forma di lotta. Ciò non toglie che considero un passo avanti la consapevolezza collettiva alla salute ad una vita non superficiale, all’ambiente e l’attenzione per le altre forme di vita. Nello stesso “Manifesto” marxiano si possono trovare riferimenti all’alterità che la produzione capitalista schiaccia, così come certi temi sono patrimonio, oltre che di universi filosofici e religiosi, di un universo politico che vede l’ecologismo, l’anarchia e lo zapatismo come protagonisti.

  • Mic

    @ Red
    Se il capitalismo può assorbire e fare propri i COMPORTAMENTI (come appunto le scelte e gli “stili di vita” a cui fai riferimento) è proprio perché sono solo COMPORTAMENTI, e non hanno in sé una valenza politica.

  • uitko

    Anche io preferisco consumare “consapevole”. Credo che ognuno di noi abbia dei comportamenti “etici”, che manteniamo a prescindere dalla loro effettiva efficacia/utilità. E’ normale, queste scelte estetiche e di consumo permettono di “fare gruppo”, gratificano la persona, mantengono in vita persone che lavorano in aziende con statuti che non si basano solo su logiche di mercato, in alcuni casi producono pressioni sulle aziende se associate a campagne informative ecc.

    Tanto per dirne una, anche le stesse magliette vendute da Militant sono prodotte secondo criteri di eticità ambientale e lavorativa ecc. ecc.

    la critica di Militant riguarda il confondere queste scelte di consumo per posizioni politiche, nell’illusione che “se tutti facessero come me/noi il mondo sarebbe diverso”.
    Per restare nell’esempio delle megliette, la persona di sinistra deve puntare come fine ultimo a mettere fuorilegge tutti quelli che non produono in un certo modo, e non a convincere tutti a comprare equo-e-solidale.
    Potrei aver capito male eh, questa è la mia chiave di lettura…

  • emanuele

    io credo che in sostanza l’articolo ponga le sue basi su una concezione obsoleta, da fisica newtoniana, cioè di quando ci si scervellava se la luce fosse onda o particella; allo stesso tempo oggi ci si chiede, da un lato e dall’altro, se la sinistra debba assumersi la responsabilità di un consumo critico (che nuoce eccome al capitalismo, colpendolo dove più fa male, cioè nella parte finale del ciclo capitalista, la vendita) o se debba rimanere su percorsi ”letteralmente” politici, ovvero intervenire nelle dinamiche della politica borghese. Così come la moderna concezione della fisica quantistica ha definitivamente colmato le lacune della fisica classica newtoniana, dimostrando la dualità della luce e della materia, cioè l’essere allo stesso tempo onda e particella, credo che un approccio moderno alla questione cosa sia la sinistra e i suoi compiti sia esattamente il dualismo vita alternativa/lotta politica, due fenomeni non in contraddizione ma perfettamente compatibili, anzi struttura portante del superamento del capitalismo e per la costruzione del comunismo.

  • Militant

    @ emanuele

    Il punto determinante è proprio questo. Quella che tu credi essere una contrapposizione parziale al capitalismo (“la sinistra debba assumersi la responsabilità di un consumo critico (che nuoce eccome al capitalismo, colpendolo dove più fa male, cioè nella parte finale del ciclo capitalista, la vendita”), è in realtà una linea di sviluppo del consumismo liberista. C’è il mercato per quelli che mangiano carne e il mercato per quelli che si alimentano di avocado e quinoa. A detenere le redini dei processi produttivi, a predisporre il mercato e il suo pubblico alla recezione di questo o quel prodotto, è sempre e comunque il capitalismo liberista.
    Questo non significa che al supermercato non possiamo scegliere di comprare carne o verdura. Significa comprendere che stiamo dentro a un supermercato, comprando un prodotto che sta lì perchè una multinazionale dell’alimentare ha deciso che fosse lì, perchè ha creato prima la domanda, e poi ha organizzato la sua offerta. Nessun problema optare per scelte qualitativamente differenti. L’importante è non far discendere da queste scelte una posizione politica. Anche perchè queste scelte sono economicamente insostenibili per la maggior parte della popolazione. Se una posizione politica può essere derivata, non è detto che sia qualcosa di “vicino” agli interessi delle classi subalterne.

  • Brigante

    @emanuele
    “(che nuoce eccome al capitalismo, colpendolo dove più fa male, cioè nella parte finale del ciclo capitalista, la vendita)”
    Ma proprio per niente, il problema è proprio questo! Se tutti comprassero le germe di grano biologico e i vestiti di canapa non cambierebbero di una virgola né il rapporto di produzione né il problema dell’estrazione di valore da quel prodotto. Al massimo ridurremmo un po’ l’impatto ambientale del grano coltivato (dipende, forse neanche quello). A questo si aggiunge un problema ancora maggiore. Negli ultimi anni è passato il concetto, soprattutto nella filiera alimentare, che sia GIUSTO pagare di più per avere dei prodotti di qualità maggiore, e qui mi riferisco alla qualità in termine di impatto sulla salute non di banale gusto. Per cui chi mangia junk food e carne imbottita di ormoni lo fa perché è poco “educato” al consumo critico. Si riduce un problema POLITICO (chi autorizza l’azienda X a vendere un cibo dannoso?) ad un problema INDIVIDUALE. Io invece dico:giusto un cazzo, i prodotti dannosi non devono proprio arrivarci sui banchi! E l’interesse delle classi subalterne non è quello di svenarsi per mangiare “critico” ma fare in modo che cibo di qualità sia a disposizione di TUTTI.

    • kente

      “A questo si aggiunge un problema ancora maggiore. Negli ultimi anni è passato il concetto, soprattutto nella filiera alimentare, che sia GIUSTO pagare di più per avere dei prodotti di qualità maggiore, e qui mi riferisco alla qualità in termine di impatto sulla salute non di banale gusto. Si riduce un problema POLITICO (chi autorizza l’azienda X a vendere un cibo dannoso?) ad un problema INDIVIDUALE. Io invece dico:giusto un cazzo, i prodotti dannosi non devono proprio arrivarci sui banchi! E l’interesse delle classi subalterne non è quello di svenarsi per mangiare “critico” ma fare in modo che cibo di qualità sia a disposizione di TUTTI.”

      non potrei concordare di più, in questi anni quante volte ho fatto lo stesso discorso a molti viennesi (dove ho vissuto), dove la moda del biologico è molto più diffusa che in Italia (daltronde Vienna è anche una città gentrificata al massimo). Certi discorsi purtroppo fanno fatica ad essere capiti.

  • Militant

    Peraltro, non dimentichiamo mai che la più grande multinazionale statunitense che ha prodotto le maggiori devastazioni politico-sociali in Centro America e America Latina è stata per anni la United Fruit, che produceva banane. Meglio le banane della carne, sicuramente. Eppure?

  • berja

    il discorso è doppio, non ambiguo ma proprio doppio.
    per decenni si è de-politicizzato tutto e tutto è sembrato dipendere dalle scelte individuali, “il personale è politico” si diceva.
    invece è il politico a essere personale.
    è una “ideologia” che ha almeno 40 anni, forse di più.
    da una parte la deriva dei comportamenti individuali portati a unico panorama politico ha atomizzato la politica stessa, che diventa un vestito su misura, anche a sinistra, anche nella sinistra di classe; dall’altra è pure vero che per decenni non c’è stata molta scelta per tantissimi che opporsi al capitale usando le scelte individuali, e non parlo solo del “ceto medio riflessivo” perché tali scelte “comportamentali”, lo vediamo tutti i giorni, sono difusissime anche tra i nostri compagni. ricordiamoci quando ci volevano convincere che parlando e mangiando diversamente avremmo cambiato il mondo e invece c’è sempre chi mangia due polli (o due piatti di pasta e fagioli rigorosamente bio-solidale-slowfood) e chi nessuno.
    insomma che ci sia un adeguata critica (finalmente) a questa deriva individualista-comportamentale è giustissimo, ma prepariamoci anche a dare delle risposte a chi non ha mai avuto altro panorama o comunque difenderà le sue scelte magari socialmente ultra-radicali ma innocue economicamente e politicamente: per essi il massimo dell’opposizione praticabile è tutta contenuta nei limiti delle loro scelte e del loro comportamento, sarà indispensabile non tanto svilire la loro politica individualista quanto cercare di portarla verso un orizzonte collettivo. un gran lavoro.

  • Ingmar

    Ciao. Allora, secondo me bisogna chiedersi dell’effetto, del perchè e del percome. Certo una sinistra dovrebbe avere un programma, se dice di rappresentare tali valori, atto a modificare questi rapporti di produzione e ridurre le discrepanze di potere e di gerarchia nel mondo della produzione.
    Ma non mi concentro per ora sul percome di questo. Ciò di cui parlo è nel discorso dell’equo e solidale, chiedersi se, quando qualcosa costa di più a chi vanno quei soldi, o, se costa di meno su cosa si risparmia, se quanto risparmiato sulla manodopera è più o meno di quanto poi si sconta. Il discorso sul low cost critico.
    Se una scelta individuale, si occupa di, in modo efficace e mirato di favorire la redistribuzione, è politica eccome, e così funziona secondo me un concetto di anarchismo organizzato (questo però è un altro discorso).
    Per non parlare poi del porsi come elemento critico nel valutare socialmente il lavoro di altri, ad esempio facendo sconti a chi si ritiene sfruttato, redistribuendo ricchezza, ma anche depotenziandola a livello sociale.
    E’ chiaro infatti che nell’accettazione acritica del denaro si racchiudono i moventi che portano ad averlo a tutti i costi. Perchè se non ce l’hai nessuno ti rispetta, non c’è una concezione alternativa dei rapporti sociali.

Rispondi a Mic Annulla risposta

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>