APPUNTAMENTI

11_nov_fermiamo_la_repressione

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

19 November :
1969 - A Milano, in occasione dello sciopero nazionale, la polizia carica un corteo nel centro città, provocando numerosi feriti. Rimane ucciso, per lo scontro fra due automezzi, l’agente Antonio Annarumma. Il filmato televisivo francese, che accerta la dinamica dei fatti sarà fatto sparire.

1974: SPESE PROLETARIE A MILANO

STATS

La crisi idrica e l’individualizzazione dei problemi del capitalismo

 

Scriveva due anni fa Giulio Moini nel suo Neoliberismi e azione pubblica che «il secondo tipo di depoliticizzazione riguarda il trasferimento di questioni di interesse pubblico nella sfera privata, ossia nell’ambito delle scelte individuali. Le questioni ambientali, ad esempio, non implicano scelte di governo o mutamento nei comportamenti delle imprese che producono beni e determinano inquinamento, ma diventano questioni che riguardano gli stili di vita e di consumo dei singoli. Il benessere individuale non è più conseguenza del funzionamento di un efficace sistema di welfare, ma diventa l’esito possibile di un individuo che responsabilmente si occupa di se stesso». Tale processo liberista di depoliticizzazione delle questioni sociali si adatta bene alla vicenda dell’acqua a Roma. Da settimane media e politici ci invitano a “consumare di meno”, a “chiudere-il-rubinetto-quando-ci-laviamo-i-denti”, e contestualmente la giunta Raggi, d’accordo con Acea, sta razionando l’afflusso di acqua nelle abitazioni private. Non mancano i quotidiani avvertimenti su quanti litri d’acqua potremmo risparmiare se solo facessimo le lavatrici a pieno carico o se, putacaso, facessimo la doccia al posto del bagno (ma chi diamine si fa il bagno caldo d’estate?). Tutto molto bello e, al tempo stesso, tutto molto inutile. Conviene infatti ricordare che nel mondo il consumo di acqua dolce è così distribuito: il 70% serve all’agricoltura, il 20% all’industria e solo il 10% è l’acqua effettivamente consumata per usi domestici (qui un interessante rapporto di Hera – azienda multiutility bolognese, ma si possono confrontare dati anche qui o qui). L’Italia è uno dei paesi più ricchi d’acqua al mondo, nonché uno dei paesi d’Europa dove piove di più. Il rapporto tra acqua disponibile e acqua effettivamente prelevata, nonostante sia uno dei più alti in Europa, si ferma al 32%. Bene, nel nostro paese così ricco d’acqua il 70% delle risorse idriche prelevate servono a soddisfare le esigenze agricole; il 20% quelle industriali; e solo il 9% per usi civili/domestici (il restante 1% serve per fini energetici). Tutto il dibattito italiano – e romano in particolare – sull’acqua si sta concentrando su quel 9%. Ma non è finita qui. Circa il 40% (altre fonti parlano addirittura del 50%) di quel 9% viene disperso causa guasti, cattiva manutenzione o incapacità gestionale delle aziende (Acea a Roma) che gestiscono la distribuzione dell’acqua. L’acqua che effettivamente utilizziamo come “privati cittadini” è il 5% del totale dell’acqua prelevata, che a sua volta, lo ricordiamo, è il 32% dell’acqua disponibile nel paese. Tutto il dibattito italiano – e romano in particolare – sull’acqua si sta concentrando su questo 5%. Oltretutto, conviene anche ricordare che quella percentuale non va incontro a esaurimento: il ciclo dell’acqua si rigenera costantemente. E così, colpevolizzati e moralizzati dal “parere-degli-esperti”, crediamo che lo spreco dell’acqua potabile sia un nostro problema individuale, risolvibile in buona sostanza grazie alla buona volontà di ciascuno, auto-provvedendo al razionamento dell’acqua domestica. Non è così, ma nessuno lo dice.

Finiamo così per prendercela coi “nasoni”, che “sprecano” (in realtà l’acqua utilizzata non viene mai “sprecata” nel senso di persa, visto che il consumo fa parte del ciclo naturale dell’acqua) l’1% del 5% dell’acqua potabile. Secondo il rapporto citato di Hera,

«se i dati di Legambiente risultassero esatti, la rete idrica italiana perderebbe ogni minuto circa 6 milioni di litri equivalenti a due piscine olimpioniche […] E’ evidente che il risparmio della risorsa acqua deve avvenire proprio a partire dal risanamento e dal graduale ripristino delle reti esistenti che evidenziano delle perdite rilevanti. A causa dell’inadeguatezza del sistema idrico e della disomogeneità della disponibilità delle risorse, pur avendo una grossa disponibilità di acque immesse in rete, per molte zone della penisola l’acqua potabile rimane un bene raro, che spesso viene centellinato a giorni o addirittura ad ore».

Questo afferma la multiutility bolognese cugina di Acea. Lo spreco dell’acqua è affare dei padroni, non delle singole persone. Ripetiamo: ogni minuto, secondo Hera (che cita Legambiente) si perdono 6 milioni di litri d’acqua. Ma noi continuiamo pure a chiudere il rubinetto quando ci laviamo i denti. Sapete quanta acqua consuma un italiano medio? 230 litri al giorno, cioè 83.950 litri l’anno, che moltiplicato per la vita media di un uomo (ottant’anni) fanno 6.716.000 litri. In pratica, consumiamo in tutta la nostra vita la stessa acqua che gli acquedotti italiani perdono in un solo minuto.

Affare dei padroni dunque. Acea è società per azioni quotata in borsa, con un capitale controllato in maggioranza dal Comune di Roma ma che risponde a vincoli di gestione di natura intimamente privatistica. La mission di Acea è quella di generare profitti da redistribuire ai propri azionisti. Nonostante il parziale controllo pubblico di quote del suo capitale, è di fatto un’azienda privatizzata che gestisce l’erogazione di un servizio pubblico, privatizzando di conseguenza il servizio nonostante il referendum sull’acqua pubblica del 2012. Da nessuna parte viene rilevata l’anomalia evidente, anzi, da più parti si indica come soluzione la cessione delle quote di capitale detenute dal Comune. Purtroppo, una formale ri-pubblicizzazione di Acea è una condizione necessaria ma non sufficiente alla risoluzione strutturale del problema, perché per risolvere il problema dello spreco idrico bisognerebbe trasformare il modello produttivo, consumistico e alimentare occidentale. Ma è un discorso che ci porterebbe troppo lontano.

5102 letture totali 2 letture oggi

2 comments to La crisi idrica e l’individualizzazione dei problemi del capitalismo

  • Stefano

    Premetto che sono un convinto sostenitore dell’acqua pubblica. Sono anche convinto che sia quanto mai urgente una revisione della filiera alimentare (e delle conseguenti abitudini alimentari) per ridurre i consumi di acqua derivanti dall’agricoltura che sono effettivamente preponderanti.
    Vorrei però criticare la gestione approssimativa dei numeri fatta nell’articolo. Il valore del 70% di consumo di acqua attribuito all’agricoltura vale (come riportato nell’articolo) a livello mondiale ed è la media tra valori intorno al 90% nei paesi del sud del mondo e valori intorno al 40% nei paesi più sviluppati. Questo perché nei paesi poveri gli usi civili di acqua sono (ahimè) più limitati mentre il clima caldo provoca una maggiore evaporazione dell’acqua “agricola”. Andando più nel dettaglio, in Italia siamo a valori più alti (rispetto agli altri paesi “sviluppati”) per via di un alto peso dell’agricoltura irrigua (e qui si dovrebbe intervenire) e per via del clima mediterraneo. Andando ancora più nel dettaglio ed arrivando ai numeri che, secondo me, dovevano essere riportati nell’articolo: visto che si parla di Roma e dei consumi dei romani, un bilancio numerico dovrebbe prendere in considerazione il bacino idrico dell’Italia centrale, versante tirrenico. Non ho i numeri esatti, ma vista la densità di popolazione della zona e visto il tipo di agricoltura (che non è quella padana), le percentuali relative agli usi civili vanno almeno triplicate. Inoltre, è vero che l’acqua che esce dall’acquedotto (consumata o dispersa) non si “perde” perché dal mare tornerà in ciclo con l’evaporazione, ma per la sua potabilizzazione si utilizzano risorse e prodotti chimici la cui produzione ed uso hanno un impatto ambientale, e questo non si recupera.
    Il discorso politico non cambia, ma, visto che l’articolo basa la sua tesi (che sostanzialmente condivido) sui numeri, mi sarebbe piaciuta una analisi più accurata.
    Mi scuso per la pedanteria ma il blog si distingue nella rete per la serietà delle analisi politiche e quelle “tecniche” non dovrebbero essere da meno.

  • Militant

    @ Stefano

    Il 70% di acqua utilizzata per usi agricoli è il dato italiano, non (solo) mondiale. A questo va aggiunto il 20/25% utilizzato per scopi industriali. Questo è sia un dato di fatto che un dato critico. Il dato di fatto è che rientra nella normalità un utilizzo maggiore di acqua per usi produttivi. Il dato critico è che tali usi dovrebbero convertirsi alle effettive necessità ambientali/alimentari dell’uomo, soprattutto nella fase odierna: un conto è l’acqua per due miliardi di persone, come nel ’900, un altro è l’acqua per otto miliardi, come oggi. Per dire: il consumo di carne è un diritto, il consumo quotidiano e spasmodico che se ne fa nelle società occidentali è al contrario una perversione consumistica che consuma molta più acqua di qualsiasi uso civico/domestico poco accorto. Ma qui dovremmo ragionare sui “massimi sistemi”, cioè intervenire all’origine dello spreco delle risorse ambientali, legato al sistema produttivo capitalista.
    Senza arrivare a tanto, basterebbe l’impegno pubblico di risanare l’efficienza degli acquedotti che, come abbiamo visto, perdono più acqua in un minuto che un uomo nella sua intera vita.
    Poi c’è il piano ideologico, su cui si centra l’articolo. Insistere mediaticamente sulle responsabilità individuali serve ad occultare le responsabilità materiali, cioè padronali, dello sperpero di acqua pubblica. E’ questo il cuore della riflessione proposta.

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>