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Esselunga, o della cattedrale nel deserto urbano

 

 

Nel triangolo urbano compreso tra Collatina, Prenestina e Togliatti da qualche mese troneggia l’ennesimo baraccone commerciale. Tutto il (non)quartiere sentiva l’insopprimibile esigenza del mastodontico magazzino, questa volta targato Esselunga, che “finalmente” – a leggere gli sbrodolati titoloni dei giornali – sbarca a Roma alla conquista del sud. Nel piccolo non-quartiere infatti non bastavano il superstore Eurospin, il centro commerciale Auchan, la nuova sede Ikea, il mercato all’aperto Porta Portese 2 e lo spaccio carni per la grande distribuzione, tutti confinanti con il nuovo Esselunga. Tutte attività, soprattutto le prime tre, presentate come “soluzione” dei problemi del territorio degradato e, puntualmente, generatrici dirette di ulteriore degrado sociale.


Il “superstore” viene presentato come opportunità di lavoro per un territorio a forte disoccupazione. Peccato che a fronte dei 134 posti di lavoro promessi non si conteranno i posti di lavoro distrutti dall’apertura dell’ennesima cattedrale della grande distribuzione. Sono ormai centinaia gli studi che dimostrano il saldo negativo, in termini di occupazione, tra grande distribuzione e lavoro nel territorio d’insediamento (qui e qui ma anche qui, qui e qui alcuni esempi). Ma questo della disoccupazione indotta dal centro commerciale è solo uno dei problemi e neanche il più critico. Da anni il ritaglio urbano tra le direttrici prima ricordate si configura come vera e propria zona economica speciale in cui le scorribande capitaliste hanno privatizzato di fatto un pezzo di metropoli. Al fianco dei supermercati sono puntualmente sorti decine di palazzi, tutti a destinazione abitativa e tutti inequivocabilmente disabitati. Le opere di urbanizzazione primaria completamente assenti: manca l’illuminazione, la segnaletica, i collegamenti, i servizi pubblici. Solo l’asfalto non manca, la manutenzione del quale rimane tutta a carico del Comune.

Ma le opere di compensazione, che fine hanno fatto? Ce lo spiega il sito “Abitare a Roma”: «Il progetto prevede infatti altre tre strutture per uffici e servizi, con un edificio destinato ad attività sportive e servizi per 9.375 mq, un edificio direzionale per 5.525 mq e un edificio a servizi pubblici e privati per 15.000 mq. Il progetto prevede inoltre 24mila mq di parcheggi pubblici, la realizzazione di un teatro per 300 posti da consegnare al Municipio e 22mila mq di spazi verdi che comprendono al loro interno anche i resti di una villa romana sul lato della via Prenestina». Il paradiso insomma. Se non fosse che «ad oggi i costruttori Mezzaroma hanno realizzato solo la struttura commerciale perché già venduta ad Esselunga, mentre gli spazi per gli altri edifici vengono lasciati liberi o utilizzati per strutture di servizio». Il magazzino, con i conseguenti palazzi abbandonati ma altamente redditizi in termini speculativi, sono stati subito costruiti, insieme all’inevitabile asfalto di collegamento (visto che senza Tir addio rifornimenti); tutto il resto del progetto lasciato, bontà loro, «libero o utilizzato per strutture di servizio». In altre parole abbandonato, in attesa del cambio di destinazione d’uso, ovviamente dopo qualche polemica mediatica sul “degrado” attorno all’area costruita. Il quartiere, ovviamente, persiste nel suo degrado generato proprio dalla costruzione incosciente di edifici senza altro scopo che non sia quello commerciale. La viabilità in compenso è peggiorata, così come ad essere peggiorati sono gli affitti delle aree inerenti. Ma di chi è la colpa? L’accordo comunale è del 2003, sindaco Walter Veltroni – centrosinistra; la ratifica regionale è del 2010, governatrice Renata Polverini – centrodestra; l’apertura è del 2017, sindaco Virginia Raggi – Movimento 5 Stelle. Come al solito, a governare è il palazzinaro (Mezzaroma in questo caso: qui lo “splendido” arredo urbano immaginato, di cui si vede oggi solo il baraccone consumista).

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