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A chi dà fastidio Geraldina Colotti?

 

Da qualche giorno la compagna e giornalista del manifesto Geraldina Colotti è vittima di un vero e proprio linciaggio (per fortuna solo virtuale) scatenato dal dissociato Enrico Galmozzi. Poca roba e pure triste, se non fosse che la vicenda ha progressivamente assunto i sordidi caratteri della resa dei conti. A difendere l’attacco gratuito e meschino del dissociato sono infatti intervenuti addirittura diversi colleghi della stessa Geraldina. Mascherato da ambigue disquisizioni sulla deontologia giornalistica s’intravede un linciaggio politico per interposta polemica. Perché tutto questo? Noi siamo inevitabilmente di parte: Geraldina è una “nostra” compagna, mentre Galmozzi è solo un dissociato. Il discorso potrebbe chiudersi qua, eppure sentiamo comunque il bisogno di parlarne perché, nonostante la distanza siderale che divide le nostre posizioni politiche con quelle del manifesto, ne abbiamo un rispetto che travalica questa stessa distanza.

Il manifesto è, o per meglio dire potrebbe essere, ancora uno strumento utile e importante nel dibattito della sinistra. E’ un organo di informazione ma anche un luogo dove pezzi di questo dibattito emergono dal sottosuolo militante nel quale oggi sono forzatamente confinati. Svolge un ruolo politico e pubblico, notevolmente depotenziato dalle scelte politiche di quel collettivo di giornalisti, ma che va salvaguardato e, laddove possibile, orientato verso una pluralità di posizoni in grado di rispecchiare ciò che si muove a sinistra. Ecco perchè i caratteri di questo scontro ci interessano e in una qualche misura ci riguardano. Il linciaggio di Geraldina è un fatto pubblico perché i caratteri dello scontro sono tutti di natura politica, anche laddove presentati sotto altra forma.

Geraldina Colotti porta avanti da anni una chiara posizione politica sul Venezuela e il socialismo bolivariano. E’ l’unica “voce contro” che è possibile leggere o ascoltare nel panorama mediatico italiano di un qualche rilievo. Tutto il resto dell’universo mediatico, di destra, di sinistra, di centro, populista o anti-populista, combatte il processo politico bolivariano, in Venezuela come altrove in America latina. Il manifesto, grazie agli articoli di Geraldina, è l’unico luogo massmediatico dove è possibile leggere una difesa del socialismo del XXI secolo. Nel fare questa opera di meritoria contro-informazione Geraldina è sola. Da una parte c’è quella sinistra che non vede l’ora di sbarazzarsi di Maduro e del chavismo; dall’altra un piccolo giornale che non ha la forza economica di garantirsi un inviato stabile sul posto in grado di fare “vero giornalismo”, come si usa dire oggi anche tra compagni. Tanto basta però per metterla sul banco degli imputati e condannarla nel nome del sacro professionismo giornalistico, quello che non deve prendere posizione ma solo “riportare i fatti”, come se questi non fossero già orientati ideologicamente, manipolati alla radice e incapaci di far luce su alcunché se non attraverso operazioni di demistificazione costante. L’escamotage attraverso cui si vorrebbe colpire il punto di vista di Geraldina è allora non solo disonesto, ma anche frutto di quella torsione borghese che costringe il “giornalismo” a riflesso dell’esistente.

E’ il merito della critica ad affiorare dal velo metodologico attraverso cui viene presentata allora. Il problema è proprio la difesa di Maduro. Se infatti Geraldina si fosse limitata a non prendere posizione, ad operare quel “sano” distacco che presenta aggrediti e aggressori su di un piano di falsa parità, nessuno si sarebbe sognato di dire alcunché sulla caratura giornalistica degli articoli. Anzi, si sarebbe plaudito all’imparzialità, altro mito borghese ormai tracimato nella sinistra, con tanta pace dei fatti e della relativa stuoia di fonti che ne dovrebbero sorreggere la verifica.

[Esempio di solidarietà redazionale]

Il problema è politico, si sarebbe gridato una volta, e riguarda l’Italia, non il Venezuela. Ad essere condannata è la visione del mondo che emerge dagli articoli di Geraldina, che “sfrutta” l’esempio bolivariano per dire che, se esiste un futuro per la sinistra, questo si trova nella capacità di tenere insieme il conflitto, il consenso e il potere, in una traiettoria capace di spostare materialmente in avanti le condizioni di vita di milioni di subalterni. Il socialismo del XXI secolo è tutto fuorché un processo lineare e chiaro. Al contrario, è vittima di enormi contraddizioni interne e di giganteschi problemi oggettivi. Un fatto questo che ripetiamo da sempre. Ma nel momento in cui questo processo è sotto attacco da parte della borghesia nazionale e dall’imperialismo internazionale, le pur doverose critiche devono farsi da parte, sostenendo senza se e senza ma un esperimento comunque progressivo, comunque socialista. A dare fastidio non è (tanto) il socialismo, ma il socialismo che prende il potere, che si confronta con la complessità delle relazioni sociali. Il socialismo senza macchia degli sconfitti è destinato ad eccitare una certa intellettualità immateriale, ne siamo consci, ma la gestione del potere politico cambia il destino dei proletari. E’ questo fatto a costituire un terreno di scontro, scontro purtroppo – nel caso in questione – degradato rapidamente in squallida gogna pubblica.

In ultimo, però, è necessario sottolineare un’ulteriore questione di metodo. Non viviamo né abbiamo vissuto gli anni Settanta, siamo purtroppo irrimediabilmente lontani da quella stagione di lotte di classe. Non siamo allora reduci di alcunché, motivo per cui non ci accaloriamo neanche sui temi della dissociazione e del pentimento. Ma in politica, soprattutto nella politica rivoluzionaria, esistono dei paletti. Non abbiamo alcun accanimento verso questo o quel dissociato, a patto che questo abbia smesso con l’attività politica. Chi ha deciso di uscire dalla militanza politica attraverso la dissociazione non può rientrarci legittimato unicamente dall’oblio che circonda quella storia. La dissociazione è stato lo strumento utilizzato dallo Stato per spezzare una generazione di militanti politici, non solo quelli appartenenti alla lotta armata. Ha impedito negli anni Ottanta di riattivare percorsi di militanza rivoluzionaria, ha soffocato la sinistra di classe, ha stroncato la vita di molti compagni mentre altri uscivano puliti grazie alla svolta individuale di resa al nemico. Storie passate ma, come detto, che segnano un confine tra chi può e chi non può tornare a parlare di politica. Il dissociato Enrico Galmozzi non può. Può continuare a fare della sua vita ciò che vuole, ma non può trovare legittimato il suo pensiero politico, perché la dissociazione è un fatto collettivo i cui frutti ancora avvelenano le lotte di classe. Nel caso in questione, parliamo peraltro di un personaggio nel frattempo divenuto macchietta di se stesso. Ma anche ci fosse quel dissociato in grado di produrre un discorso serio, condivisibile, opportuno (e, nel tempo, li abbiamo incontrati, letti, ascoltati), rimane in piedi il paletto di cui sopra: un dissociato ha chiuso la sua esperienza politica. L’ha chiusa male, ma l’ha chiusa. Non può riaprirla non pagando lo scotto di ciò che è stato e che ha contribuito direttamente a generare, cioè la dissociazione come strumento di pacificazione sulla pelle di altri compagni. Non giudichiamo davvero: non sappiamo, se non per sentito dire, il peso della catastrofe che si abbatteva sui compagni sul finire degli anni Settanta. Non giudichiamo il cedimento di chi, magari addirittura sotto tortura o con lo spettro di marcire in galera, abbia scelto la fuga individuale. Capiamo chi, protagonista di quella storia, ancora giudica senza pietà. Non siamo fra questi, perché non siamo stati protagonisti di nulla. Il presente, al contrario, ci riguarda. Leggere di un dissociato che si permette di giudicare il lavoro di una compagna mai pentita, mai dissociata, mai arresasi allo Stato e ai suoi cani da guardia, ci racconta solo dell’imbarbarimento epocale che viviamo e che i social network hanno contribuito ad alimentare. Se c’è un’unica nota di inflessibilità in tutto il discorso, è questa. Ci dispiace che i compagni del manifesto stiano contribuendo ad alimentare questo equivoco, che si riversa direttamente su chi, come noi, continua ad essere un militante politico. Noi stiamo con Geraldina e, se ha ancora senso la parola solidarietà al tempo delle relazioni sociali virtualizzate, dovrebbero stare con Geraldina tutti i compagni, a prescindere dalle posizioni politiche di ciascuno.

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19 comments to A chi dà fastidio Geraldina Colotti?

  • francesco giordano

    “Tra pochi giorni compio 60 anni. Il bilancio si fa in fretta: non ho combinato niente. A parte i danni”. Comincia così una lettera-confessione che l’ex terrorista Enrico Galmozzi,

    • gianni moretti

      Questo Galmozzi se in 60 anni dice di non avere combinato niente, prenda una corda e si impicchi. Non capisce nulla di geopolitica e vuole disquisire di America Latina, parlando di Venezuela, tralasciando quello che succede in Argentina e Brasile…. cretino

  • francesco giordano

    “Ho vissuto come nel primo tempo di un cattivo film d’azione: spari, bombe, inseguimenti senza uno stralcio di sceneggiatura. Speravo che il secondo tempo e magari un bel finale riscattassero il tutto e invece è seguito un film minimalista di quelli in cui non succede nulla. E il tutto non è neppure originale: incarno perfettamente il tipo medio di quella parte della mia generazione che ha assommato la rovina pubblica a quella privata. Studi interrotti, carriere professionali troncate o mai iniziate, progetti mai portati a termine, edificazione di profili incerti di soggetti senza arte né parte ai quali i più sagaci di noi hanno pure trovato un nome accattivante: cognitariato. Praticamente chiunque non sappia fare un bel niente rientra nella categoria del cognitaro. In questo siamo sempre stati imbattibili: trovare nomi irresistibili per le minchiate che spariamo”.
    “Abbiamo fatto figli solitamente col partner sbagliato. E i più di noi si aggrappano a loro per dare un senso a questo deserto, caricandoli di aspettative. Ma poi i figli crescono, si trasferiscono e manco ci telefonano più. Come è giusto. E del resto mette conto di dire che razza di figli siamo stati noi, io ricordo che mio padre mi guardava e non capiva… O forse aveva capito tutto… Siamo passati attraverso immani disastri convinti di avere sempre ragione, avendo avuto invece sempre torto. Ma, tanto, da quegli inarrivabili affabulatori che siamo sempre stati riusciremo a trovare qualcosa di eroico anche in questo. Abbiamo passato la vita a parlare di cose di cui non sapevamo nulla. Da domani non chiedetemi più pareri su cose per le quali nutro ormai solo indifferenza. Sarà il mio piccolo contributo recato nella direzione di ciò che tutti noi dovremmo veramente fare: dileguarci”.

  • Solidarità totale con Geraldina! Questi personaggi dissociati che usano la loro disfatta personale comme biglietto d’accesso nelle media sono vomitevoli.

  • Gian Mario Silvestri

    Posto che l’articolo è condivisibile (nelle riflessioni proposte e nella difesa della posizione della Colotti rispetto a questo attacco) e che il Galmozzi, rispetto a ciò che meriterebbe, è stato strapazzato anche troppo poco, è bene ricordare che, se pure è esatto che non si è pentita e che la sua rottura con la lotta armata non è stata una scelta individuale, si è dissociata e ha dichiarato la resa, insieme ad altri militanti della seconda posizione, durante il processo per l’eliminazione del generale Giorgeri. I militanti Paolo Cassetta, Geraldina Collotti, Claudia Gioia, Maurizio Locusta, Francesco Maietta e Fabrizio Melorio diramarono un documento nel quale affermavano: “Basta con l’opposizione armata, abbiamo avviato un passaggio sul terreno della lotta politica”. Lotta politica non ebbe alcun seguito. Se ci fossero dubbi su questa circostanza, gli atti processuali sono pubblici. A tanti anni di distanza questa posizione può essere vista come differente dalla misera dissociazione individuale, ma proprio per rispetto della memoria, e dei prigionieri delle Brigate Rosse che per non aver scelto queste scorciatoie opportunistiche, hanno scontato per intero la pena oppure sono ancora rinchiusi nelle carceri imperialiste, bisogna tener conto che allora, nel 1989, questa sfumatura non venne considerata affatto da chi continuava a combattere in carcere e fuori.
    Per cui il giudizio (condivisibile) per cui a chi si è dissociato non dovrebbe essere permesso di fare politica fra i compagni, dovrebbe essere applicato simmetricamente, e non per simpatia per le posizioni attuali. Oppure, se prevale la comprensione per il singolo militante, andrebbe riformulato.
    Si tenga presente che l’intervento non vuole assolutamente mettere del sale nella ferita aperta da questo vergognoso tentativo di linciaggio mediatico subito dalla Colotti, ma le cose vanno tenute presenti per come sono,

  • Militant

    @ Quadruppani

    Grazie per le belle parole di solidarietà, un abbraccio.

    @ Gian Mario Silvestri

    Non entriamo nel merito della vicenda, non ne abbiamo le dovute competenze. L’unico appunto che possiamo fare è che il contrario della dissociazione non è il proseguimento cieco della lotta armata *a prescindere* dal contesto in cui questa si è sviluppata nel decennio precedente. Negli anni Ottanta quel contesto era profondamente cambiato e, secondo una nostra valutazione storico-politica di quella vicenda, erano ampiamente maturati i tempi per una conversione di quell’esperienza in qualcos’altro. Per dirla sinteticamente: la fine di quell’esperienza è arrivata troppo tardi, non troppo presto. Ma è un discorso a parte, molto interessante, ma che ci porterebbe altrove (molto altrove) rispetto all’argomento qui trattato. Magari in un altro momento, magari tornando a parlare degli anni Settanta, si può riprendere.

    @ Enrico Galmozzi

    Hai provato a scrivere ma noi non vogliamo nessun confronto con te. Non è una forma d’odio, attenzione. E’ che noi coi dissociati non parliamo. Soprattutto se questi utilizzano facebook come gogna pubblica *contro* altri compagni.

  • gilles

    La cosa più disgustosa di tutta la faccenda sono i commenti che alcuni sicofanti hanno rilasciato sulla bacheca di e.g. proprio sotto al post in cui quest’ultimo ha attaccato la Colotti. Attacchi personali gratuiti che li classificano al di fuori della specie umana, ma che dico che li accomunano semmai alle bestie più ributtanti e puzzolenti…

  • Pablo

    La cosa interessante di tutta la diatriba sono i due campi che si sono inevitabilmente formati, quello dei “pro” e dei “contro” Geraldina: i “contro” sono tutti dissociati o “tifosi della dissociazione” (eh si, siamo passati dai tifosi della lotta armata ai tifosi della dissociazione, ma d’altronde era già chiara la natura farsesca di tutta l’operazione nonchè dei suoi protagonisti); i “pro” tutti coloro che hanno mantenuto una dignità politica, al di là dei loro errori negli anni Ottanta e Novanta, al di là delle loro posizioni, della loro sconfitta.
    Basterebbe la dichiarazione dei redditi a dividere i due gruppi: contro Geraldina una pletora di “giornalisti”, opinionisti, viveur, scrittori, ovvinionisti, facebookologi, biovegani; solidali con Geraldina gente che sta ancora pagando la scelta della coerenza. Uno scotto che li costringe a lavorare, a non arrivare a fine mese, a guadagnarsi da vivere coi più miseri lavori o, in alcuni casi, con la pensione sociale. Ecco, tutta la vicenda potrebbe racchiudersi in questo: da una parte c’è Pasquale Abatangelo, dall’altra Enrico Galmozzi.
    Non c’è gloria per chi non si è dissociato. Ma questo era già chiaro da tempo.
    Poi però c’è la realtà, quella di una solidarietà trasversale e incondizionata alla giornalista del manifesto che ha subissato e sepolto la pena degli attacchi meschini, dei finti distinguo, dei falsi amici del “tutti siamo criticabili”. Grazie per questo articolo compagni, l’unico che ha avuto il coraggio di dire quello che tanti pensano ma che pochi hanno la forza di esprimere.

  • berja

    le avventure di questo galmozzi ricordano il percorso di roberto sandalo, sarebbe ora di uscire idealmente e prospetticamente da questi anni ’70; personalmente di reduci, reducismo, controreducismo, autorevisionismo e autoreferenzialità della politica di allora non ne posso più, sono peggio di chronos.

  • Lupa

    Scusate, posto il mio appoggio è incondizionato al lavoro politico di Geraldina Colotti sulla situazione in Venezuela, in appoggio alla rivoluzione bolivariana, posto questo, non riesco a comprendere perché incentrare il senso del discorso su questo terreno scivolosissimo della dissociazione. E vi chiedo, ma perché Galmozzi è dissociato, visto che ha dichiarata conclusa l’esperienza della lotta armata con tutta PL nel 1984, più di chi l’ha dichiarata collettivamente finita nel 1989? Qual’è la differenza sostanziale? Secondo me era meglio difendere Geraldina dall’attacco politico ricevuto affermando il suo impegno e la sua coerenza di compagna mai venuta meno, piuttosto che aprire o dare seguito a questa querelle, che secondo me così fatta risulta davvero poco sensata.

  • È sempre la solita storia: Permettiamo ad un galmozzi qualsiasi di sbrodolare sul giornale progressista, esattamente come i politicanti che si vantano di governare l’ex “giardino”d’Europa, concedono la libertà di espressione a quei macellai “moderati”,stendendogli il classico tappeto rosso-sangue (colore più che appropriato in questi casi), come alcuni ex ministri israeliani, ex bancarottieri, finanzieri d’assalto dall’interminabile latitanza fiscale, giù giù fino al padrone salviniano che rimpiazza la manodopera con gli immigrati.
    Sarebbe ora di farla finita !

  • Militant

    @ Lupa

    Pensavamo che la risposta molto pacata fornita a Gian Mario Silvestri fosse sufficiente a chiarire le cose se non altro sulla dissociazione. Invece sembra necessaria un ulteriore supplemento di riflessione.

    Qual è la differenza sostanziale fra chi si è dissociato collettivamente nel 1984 (Galmozzi e tutta PL) e chi ha dichiarato collettivamente finita l’esperienza delle BR nel 1989? C’è differenza vera oppure, come dici, è un terreno scivolosissimo su cui sarebbe meglio sorvolare “per carità di patria”?
    Secondo noi non è affatto un terreno scivoloso per i seguenti motivi, che esponiamo in forma necessariamente sintetica.

    Chi ha aderito alla dissociazione ha firmato e rispettato un protocollo normativo previsto dallo stato che prevedeva le seguenti prestazioni:

    1) ripudio della lotta armata come forma di lotta politica;
    2) ammissione e dettaglio delle proprie responsabilità penali in sede processuale.

    In cambio di questi atti gli aderenti alla legge sulla dissociazione hanno ottenuto:

    a) benefici carcerari immediati;
    b) congrui sconti di pena.

    Chi non ha aderito alla dissociazione:

    1) non ha mai ripudiato la lotta armata come forma di lotta politica;
    2) non ha ottenuto alcuno sconto di pena.

    E’ vero invece che molti militanti prigionieri delle BR, non dissociati, hanno in vari modi dichiarato conclusa l’esperienza armata di militanza e lotta delle BR, sottolineando la necessità:

    a) di una lotta per l’amnistia generalizzata per tutti i prigionieri politici;
    b) di una continuazione della militanza rivoluzionaria sul terreno della lotta politica, aperta, di massa;
    c) di una difesa dell’operato storico delle BR, nel quadro di una ricerca più generale di nuove forme di lotta politica adeguate alle condizioni oggettive e soggettive, e di una conferma dei prinicipi rivoluzionari che hanno sempre contrassegnato la strategia e la tattica dei comunisti.

    In particolare, Geraldina Colotti, insieme ai compagni citati da Gian Mario Silvestri, ha assunto nel 1989 la stessa posizione politica che, nell’ottobre del 1988, avevano già assunto Pasquale Abatangelo, Paolo Cassetta, Prospero Gallinari, Francesco Lo Bianco, Maurizio Locusta, Remo Pancelli, Francesco Piccioni, Bruno Seghetti. Questa stessa posizione politica, via via che i processi riunivano i militanti nelle aule dei tribunali, è stata assunta anche da altri prigionieri delle BR, fra i quali ricordiamo almeno Renato Arreni.

    Ora, secondo Gian Mario Silvestri tutti questi compagni e queste compagne si sarebbero “dissociati” e “arresi”, mentre (sempre secondo Gian Mario Silvestri) la lotta armata “continuava”. Secondo noi questa opinione si basa su una interpretazione della storia particolarmente fragile, facilmente contestabile, e intenzionalmente fuorviante. E, sempre a nostro parere, non c’è alcuna “scivolosità” nel distinguere nettamente tra chi ha fatto mercato delle proprie opinioni politiche e dei propri legami collettivi (i dissociati) e chi (come Geraldina Colotti e come gli altri compagni che abbiamo citato) ha cercato di ragionare in modo marxista e rivoluzionario sui dati di fatto che l’evoluzione della lotta e del percorso delle BR aveva messo sotto gli occhi di tutti. Per convincersene, basta leggere i documenti in questione. Basta conoscere per davvero la storia delle BR, con i suoi dibattiti certamente drammatici, sicuramente valutabili in modi diversi, ma sempre limpidi e logici sia per lo storico, sia per il militante che abbia voglia di occuparsene seriamente.

    Infine, per essere definitivamente chiari, aggiungiamo anche un’altra precisazione. Se si desidera mettere sullo stesso piano l’adesione alla legge sulla dissociazione con l’uso delle norme previste dalla legge Gozzini (liberazione anticipata, permessi, ammissione al lavoro esterno e semilibertà), allora, oltre a commettere un errore che denota la più totale (e sintomatica) mancanza di conoscenza del carcere e dei suoi meccanismi, si deve essere coscienti che il risultato è il seguente: il 99,9% dei militanti della lotta armata degli anni ’70 e ’80, formato da gente che ha giudicato positivamente o negativamente la “soluzione politica” prospettata da Curcio, Moretti e la Balzarani, che ha giudicato positivamente o negativamente la lotta per l’amnistia prospettata da Gallinari e da gli altri compagni citati, sarebbe “arreso” o “dissociato”.
    E’ evidente che ci vuole più misura nel considerare questo genere di cose. Non si tratta di noiose discussioni da reduci. Si tratta della storia di questo paese.

    Con questo, però, chiudiamo definitivamente la parentesi aperta sulla dissociazione. Il problema è un altro, e cioè l’attacco politico nei confronti di Geraldina. Magari in un altro momento potremmo riprenderlo e sviscerare alcuni nodi politici che porta con sè ancora oggi, ma il fatto determinante è la solidarietà a Geraldina e al Venezuela chavista. Il resto rischia di spostare l’attenzione su altro, un altro molte volte utilizzato subdolamente da chi ha tutto l’interesse a rimestare nel torbido.

  • antonio

    aggiungo una mia, semplice, riflessione e commento: il “dissociato” è peggio del “pentito” Peggio perchè mentre il “pentito” passa dall’altra parte; consegna armi e bagagli al nemico per poi (credo) finirla lì; rimane “spettrale e evanescente” (nel dimenticatorio?); di tutt’altra specie invece è il “dissociato”. Esso per farsi valere e farsi prendere seriamente deve “attivare” sempre la sua dissociazione fino al punto di denuciare e condannare i “suoi” vecchi “appartenenti” al settore dal quale poi s’è dissociato! Quindi il “pentito” arreca danno quella volta che si “consegna al nemico con armi e bagagli” (e non è poco comunque); mentre invece il “dissociato” deve sempre attivare la sua dissociazione per meglio servire ed essere utile a quel potere che l’ha “premiato” allegerendogli le “pena” alla quale comunque era destinato. Perciò il “tizio” in oggetto si merita tutta una miserrima e meschina conclusione e fine della sua ignobile carriera di “dissociato”! prosit

    • Hirondelle

      Mi sembra che sia il contrario. Il “pentito” è un termine che giuridicamente non esiste. Si tratta di un espediente propagandistico utilizzato dai media per indicare il “collaboratore di giustizia” che ottiene sconti di pena e a volte anche la remissione completa se denuncia i suoi antichi compagni e indica in modo puntuale cosa hanno fatto, fornendo informazioni che la polizia e la magistratura ancora non hanno, supportate da adeguati riscontri. In questo caso, Marino, ad esempio, sarebbe un collaboratore di giustizia. Dissociato invece è un termine che esiste e indica appunto chi dichiara di ritenere superata la fase politica della lotta armata. Riconosce quello che ha compiuto durante tale fase senza coinvolgere nessun altro, a meno che non si tratti di fatti già accertati in sede processuale. Se poi continua a parlare della questione lo fa per scelta, non per obbligo.

      • antonio

        …mmmmm se proprio sicuro?? L’obbligo gli deriva dal fatto che, avendo ricevuto sconti e privilegi per la sua “dissociazione” (bada bene un conto è chi ritenedosi sconfitto abbandona la questione, altro è chi – avendo sul groppone alcuni fatti di sangue (i quali non scadono e sono ogetti prescrittivi)- deve semrpre “riattivare” il suo dissociamento/pentimento (chiamalo anche così). Nel caso del “tizio” in oggetto esso fa leva proprio suklla sua trwcsorsa militanza in quei gruppi proprio per farsi notare e valere affermando così: “vedete , come sono ligio e fedele alle vostre premialità che devono continuare a tutelarmi!” E’ chiaro che non c’è un’obbligo scritto” bensì “morale” è questo che viene perseguito da alcuni “dissociati”, non tutti chiramente solo coloro che scioccamente e caparbiamente insistono nel far vedere la loro “mutazione genetica” al punto di ccusare e scagliarsi meschinamente contro chi nel tempo ha mantenuto , pagandone i prezzi, una coerenza morale e etica. Spero di essere stato chiaro, nessuna persecuzione, il “tizio” e gli altri come lui si meriterebbero ben altro. Adieu

      • Hirondelle

        Sulla persona in questione non mi esprimo, parlavo delle definizioni giuridiche e relative condizioni che sono molto diverse e non accomunabili tra collaboratori e dissociati.

        I neoconvertiti devono mostrarsi zelanti, si sa, ma appunto non tutti i dissociati (compresa la protagonista del post a leggere il commento di Silvestri) sono altrettato loquaci in tal senso.

  • paolo persichetti

    Questo Silvestri è un troll venuto ad inquinare la vostra bacheca e ammesso che non lo sia è un provocatore che diffonde versioni controfattuali della storia: spacciare la battaglia per l’amnistia politica in favore dei reati di lotta armata per tutti e per ciascuno con il corollario dell’abolizione delle carceri speciali, di ogni forma di differenziazione e premialità che al contrario erano l’essenza del dispositivo dissociativo è una calunnia infamante. Mi stupisce che l’abbiate preso in considerazione come un interlocutore degno di replica. La calunnia non dovrebbe avere spazio. Punto!

  • Militant

    @ paolo persichetti

    Dobbiamo ammettere che hai ragione. Se argomentate, le opinioni di ciascuno sono tendenzialmente tollerate e pubblicate, anche quando sono all’opposto del nostro punto di vista. Stavolta forse abbiamo ecceduto in generosità.

  • Angela

    Povero Chicco: è solo.
    Nemmeno i figli con la donna sbagliata lo chiamano più, e quale gioco migliore per far parlare di sè che andare a buttar merda contro i compagni di un tempo che ancora stanno nel campo anticapitalista.
    Lui, ex generale PL,fallito nel tentativo di scalare la montagna con le pinne ora si ritrova senza comunità d’appartenenza nè ideale, nè materiale;
    ancora lì a giustificare “la scelta premiale” della desolarizzazione attivando la delegittimazione degli altri.

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