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Rosso è il sangue che scorre nelle arterie della metropoli antifascista


Giunto alla sua quinta edizione, il Festival antifascista cittadino Achtung Banditen prosegue nella sua geometrica capacità di moltiplicare i propri orizzonti politici, culturali, narrativi, sociali. Ad un possibile e in qualche modo fisiologico logoramento, il Festival ha saputo rispondere cambiando faccia, dilatandosi nel tempo e nei contenuti, rilanciando la sfida di un appuntamento antifascista metropolitano in grado di reggere l’urto della post-modernità, dell’a-fascismo istituzionale, del populismo reazionario. Non era facile, bisognava escogitare soluzioni adatte alla desolazione culturale e alla repressione politica di questa Italia democratica. La strada scelta è stata quella di espanderne i contenuti: l’antifascismo è ormai un concetto talmente abusato quanto abbandonato. L’abuso retorico ne ha stravolto il significato sovrapponendolo a quello di “democrazia liberale”, rischiando di trasformarlo in una sorta di inutile false flag neoliberale; il suo abbandono concreto ha al contrario ri-plasmato una Repubblica fondata sull’assenza antifascista, relegata alla memorialistica e all’antiquariato intellettuale. Per noi, al contrario, l’antifascismo è ancora una categoria necessaria, se declinata nelle contraddizioni vive dell’Italia del XXI secolo. Ecco perché questi due mesi ininterrotti di iniziative antifasciste hanno avuto come obiettivo quello di ridefinire un campo di appartenenza.

Abbiamo parlato della lotta di liberazione dell’Irlanda del Nord con Michael Dickson, l’ultimo prigioniero politico dell’Ira e ancora oggi militante antifascista della curva del Celtic, perché antifascismo significa anche antimperialismo, con buona pace di chi vorrebbe circoscrivere la storia dei popoli colonizzati dall’imperialismo occidentale a curiosità storica inattuale.

Ma l’antifascismo, soprattutto nelle metropoli occidentali, si traduce anche in una rinnovata capacità nel tessere relazioni con la sterminata periferia dis-urbanizzata, abbandonata a se stessa e dove sopravvive, recluso e precarizzato, quel proletariato metropolitano conteso dalla reazione neofascista. E’ per questo che abbiamo parlato di Sport e proletariato, perché lo sport popolare in questi anni è stato uno degli strumenti con cui ritessere relazioni sociali, ripartendo dalla base, dalla gente, nella periferia.

L’antifascismo è anche costruzione di immaginario. In un mondo sempre più povero e proletarizzato, i fili del dominio capitalista passano sempre di meno dalla redistribuzione riformista e sempre di più dal controllo ideologico delle classi subalterne. Ed è in questo senso che abbiamo dato vita a una campagna di riappropriazione della città e dei suoi muri attraverso una vera e propria operazione di decoro urbano antifascista.

 

 

 

In perfetta sovrapposizione politica, viviamo ai tempi della nuova Legge Reale: il Decreto Minniti, la formulazione repressiva conseguente ai disegni di esclusione pensati dalle classi dominanti nei confronti dei proletari. La legge contro i poveri, il lascito duraturo e coerente dell’ideologia democratica, ha già prodotto il primo morto, le prime retate anti-povertà, le prime espulsioni e i primi Daspo urbani, volti a ridefinire il volto della città duale del futuro. Per questo abbiamo discusso di Decreto Minniti e repressione sociale con gli avvocati che in questi anni ci hanno difeso e liberato dai processi e dalle condanne già emesse e fatte scontare sotto forma di “misure cautelari” preventive e illegali.

La quinta edizione del Festival cadeva però nel quarantennale del Settantasette. Impossibile non legare direttamente questi due momenti, tornando a riflettere sugli anni Settanta. Lo abbiamo fatto costruendo un momento di dibattito che si è rilevato, alla fine, una delle migliori iniziative culturali e politiche a cui abbiamo potuto assistere in questi anni. Per la prima volta dopo tanto tempo è stato possibile ragionare di anni Settanta distanti tanto dal liquidazionismo regressivo quanto dall’estasi acritica, ambedue fenomeni tipici di questi tempi: ne è uscita fuori una discussione finalmente originale, stimolante, divertente, profonda, ed è già questa una piccola vittoria del Festival e per i suoi organizzatori. Ringraziamo di cuore i relatori intervenuti: Oreste Scalzone, Paolo Cassetta, Giorgio Ferrari e Tano D’Amico.

Il culmine di questi due mesi di mobilitazione antifascista sono state le due giornate del 24 aprile al Loa Acrobax e del 5 maggio alla Sapienza. Due giorni di sport popolare, di dibattiti, di concerti, di proiezioni, di socialità e di cultura proletaria. Anche stavolta, per il quinto anno consecutivo, il pubblico ha decretato il successo del Festival antifascista cittadino. Più di 3.000 persone hanno partecipato al Festival nei due giorni, ed è un risultato insperato proprio per il fisiologico logoramento a cui rischiava di andare incontro il Festival stesso. Eppure una volontà antifascista persiste nelle arterie martoriate di questa metropoli incattivita ma ancora, nonostante tutto, viva e conflittuale. Ringraziamo in primo luogo Acrobax e gli All Reds, con cui abbiamo costruito ogni singolo passaggio di questa maratona politica estenuante e bellissima; ringraziamo anche, come sempre, le Madri per Roma città aperta, solo per il fatto di insistere nella loro battaglia di civiltà antifascista; un ringraziamento particolare va all’Atletico San Lorenzo, alla Palestra popolare di San Lorenzo, alle palestre popolari Valerio Verbano e Revolution Boxe; a Emanuele Blandamura perché essere campioni sul ring significa prima di tutto essere uomini veri fuori dal ring, come lui si è dimostrato ancora una volta mettendosi a disposizione del popolo;

 

ringraziamo l’Officina di Fisica Roberto Perciballi per il prezioso aiuto militante che anche quest’anno ci hanno dato; ringraziamo l’Associazione contro gli abusi in divisa ACAD; ringraziamo Tony Saccucci e Mauro Valeri per il libro e il film Il pugile del duce, proiettato il 5 maggio alla Sapienza;

infine ma, come suol dirsi, non per ultimi, ringraziamo gli artisti che, per l’ennesima volta, hanno supportato il Festival venendo a suonare per noi, liberandosi da impegni pregressi, riducendosi i cachet e impegnandosi in maniera militante alla riuscita degli eventi. Ovviamente, ringraziamo tutti quei compagni che in questi due mesi hanno partecipato alle iniziative, ci hanno dato una mano, o anche solo hanno attraversato il Festival. La partecipazione ad un evento del genere non è mai neutrale o passiva. E’ anzi una scelta di campo e di appartenenza, che rafforza tutto il movimento antifascista. Per questo l’obiettivo che ci consegna l’Achtung Banditen 2017 è quello di coniugare la formula (pure importante) del festival, con una prassi antifascista declinata nei diversi significati che questa assume nella lotta quotidiana. Ci vediamo nelle strade.

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3 comments to Rosso è il sangue che scorre nelle arterie della metropoli antifascista

  • Pablo

    Grazie compagni per tutto quello che fate. Non viviamo tempi facili, oggi si tratta di resistere e di riorganizzarsi, e momenti come questo festival sono fondamentali proprio per questo. Grazie ancora.

  • Alessandro

    Credo sia doveroso un ringraziamento anche a Giuliano Castellino: senza di lui L’Appesodoro non sarebbe riuscito così bene. Peccato la sua assenza alla Sapienza, tutta quella fatica a minacciare sui social e poi sul più bello si nega un brindisi con gli antifascisti che lo attendevano con ansia. Sarà per la prossima volta…

  • Ingmar

    Credo che nelle categorie emarginate si sia creato un rifiuto del liberismo, talvolta addirittura una richiesta di socialismo che ha però molte venature appunto neoreazionarie e antiliberali, se ne è spesso parlato qui. Si noti che per reazionario io, senza condannare, intendo quel processo di rifiuto per associazione. E’ un fenomeno che accomuna tanto l’Europa quanto i paesi a maggioranza islamica, un rafforzamento dell’identità esclusiva di gruppo, più violenta e rigida nel tentativo di cacciare elementi estranei, che nel processo rifiuta i valori illuministi, sentiti come occidentali e quindi dell’oppressore, non più come valore comune. Similmente in occidente tali valori, tra cui l’internazionalismo, vengono collegati alle elite liberiste e allo status quo, con teorie complottiste che li vedono come valori che sono serviti ad indebolire la società, in forza ad un progetto di infiltrazione, vuoi oggi un Orwell, un Huxley o una Islamizzazione, come dice Houellebec, paradossalmente avvicinandosi però a ciò che condannano proprio dell’islam più radicale, mancando di vedere cos’è che lo ha radicalizzato così, rendendolo più tribale e medievale. Questo sentimento ha rischiato di unire anche atei, vedi nel sito Atei Italiani, ci sono intere pagine che sono bollettini di pagine di libero sui crimini degli immigrati islamici.
    Gli atei apparentemente si contrappongono come illuministi e razionalisti, ma nella violenza e nettezza di questa contrapposizione non si può che assaporare un amaro e poco illuminato tribalismo etnocentrico. Certo certe usanze fanno orrore, specie contro le donne, ma tali atei vedono con antipatia anche il femminismo, quasi alla stregua del creazionismo, come fosse una setta fanatica nel suo insieme.
    Ovvio che non mi riferisco agli atei in generale, anche io lo sono :) .
    Le recenti elezioni ne sono un emblema simbolico con il ballottaggio, con il blocco vittima del liberismo cooptato da Le Pen, con effettivamente alcune venature socialiste se la fonte è affidabile http://formiche.net/2017/04/25/idee-socialista-marine-le-pen/ tra cui tasse progressive per le imprese da 15% in su (contro il 15% per tutti di Salvini). Strano però a leggere sotto che possa piacere alla Santanchè, visto che lei ha sempre lamentato, al governo con Berlusconi, una presunta sinistra che demonizzava i ricchi. Parla anche di Ecologia, ma d’altronde anche Macron, nel suo discorso ha parlato addirittura di eguaglianza, assegni di disoccupazione, lavoro, ecologia, cultura sanità scuole e illuminismo. Seppure a prescindere da come si comporterà è indubbiamente il presidente più vicino all’establishment, da seguire quindi con occhio vigile e scettico.
    I “leaks” su cui i vari Giornale, si sono buttati ma che, a dire dello staff, è vero mischiato con falso, parlerebbero di un presunto progetto di islamizzazione e di programma comune nelle scuole di Francia, Algeria e Tunisia, e dell’insegnamento dell’Arabo nelle scuole, per “contrastare il radicalismo nelle moschee, imparando a capire cosa dicono, ma questo mi sa di falso :) , mentre più ragionevole sembra l’idea della campagna di dialogo culturale per contrastare da una parte il senso di superiorità culturale occidentale e dall’altra quello di vittimismo distruttivo e reazionario (nell’Islam, ne deduco). I siti tuttavia, che ripropongono l’interpretazione senza una chiave critica, sembrano fare una evidente propaganda neoreazionaria come Controinformazione.it e i commenti sono tutti chiaramente incentrati sulla paura dell’islamizzazione. Altri sono pettegolezzi sulla sua omosessualità e sulla sua moglie più matura come copertura, ma sono insinuazioni palesemente becere e sessiste della peggior specie.
    Sputnik sembra invece più equilibrato. Come ci si districa tra lo status quo e le bufale?

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