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Alle radici del nostro presente

 

Questa Storia di Lotta continua è uno dei ragionamenti più importanti che è possibile leggere sugli anni Settanta, ancora oggi. E’ una storia quasi in presa diretta, scritta nel 1978, pubblicata nel 1979, e nonostante ciò in grado di esplorare in profondità gli anni Settanta come davvero poche altre opere sull’argomento. Il tentativo di sciogliere il nodo gordiano degli anni Settanta, come ripetuto varie volte, non produrrà risultati significativi fuori dalla lotta di classe. Detto altrimenti, sarà solamente un nuovo e duraturo ciclo di lotte politiche che saprà darsi da sé gli strumenti culturali e politici per razionalizzare l’esperienza del decennio ’68-’77, assumendo e, al contempo, liberandosi da quel vincolo. Eppure questo dato di fatto non ci assolve dall’onere della ricerca della comprensione di quel decennio. Non per mero interesse storiografico, quanto per necessità politica. In questa ricerca, favorita in tal senso dal quarantennale del Settantasette, non per caso ci siamo imbattuti in due storie di Lotta continua. Perché, nonostante le differenze che idealmente ci distanziano da quella storia, Lotta continua fu il soggetto che più consapevolmente produsse riflessioni su se stesso e sul contesto socio-politico di quegli anni, il movimento-partito in cui più apertamente trovarono sede confronti tra posizioni politiche diversificate; in altre parole, Lotta continua fu il soggetto di movimento degli anni Settanta più assimilabile a un partito, inteso nel senso migliore, e al tempo stesso maggiormente attraversato dalle istanze di movimento. E questa strutturazione si riverbera ancora oggi, lasciando dietro di sé una mole di materiali, di riflessioni, di documenti, talmente preziosi da farne una delle fonti privilegiate nella comprensione di quegli anni.

In aggiunta a queste valutazioni, c’è anche il dato particolare del suo autore, Luigi Bobbio. Che non è stato solo un militante e dirigente di Lc, ma un noto intellettuale, nonché figlio dell’ancora più noto Norberto. La profondità della lettura che Bobbio dà della storia di Lc, la sua capacità di legare questa storia, all’epoca ancora calda e coinvolgente, ai tempi lunghi della storia, sapendo contestualizzare in medias res gli avvenimenti di cui era appena stato testimone e protagonista, fanno di questa storia non solo un’opera decisiva sugli anni Settanta, ma un’opera importante di storia, senza ulteriori specificazioni. Bobbio riesce in un’operazione davvero inusuale: risultare più chiaro, nella metabolizzazione di eventi appena trascorsi, della straripante storiografia e memorialistica sugli anni Settanta prodotta successivamente, a mente fredda e più lucida. E invece la storiografia sugli anni Settanta risente, a nostro parere, di un vizio di forma che ne ha depotenziato la propria utilità: questa è stata uno degli strumenti con cui si è continuato a fare politica. Da parte degli storici o intellettuali avversi, la storia degli anni Settanta è una storia da condannare, e la conseguente storiografia una ricerca volta a dimostrare assunti ideologici pregiudiziali (la violenza insita nel ’68, il terrorismo congenito, lo scontri tra opposti estremismi, eccetera); negli storici o intellettuali vicini alle ragioni del movimento, al contrario, la storia degli anni Settanta è servita per legittimare successive scelte politiche, di qualsiasi natura queste fossero. Sugli anni Settanta è stata fatta il più delle volte una storia “a tesi”. Per un motivo o per un altro, una storia di quel decennio sufficientemente slegata da ragioni politiche immediate si è data rare volte. La storia di Luigi Bobbio è una di queste.

I temi che Bobbio solleva nella sua ricerca sono tutt’ora attuali. Questo il valore inestimabile, almeno per un movimento che vuole ripartire dagli errori pregressi, che può avere oggi rileggere un’opera simile. Gli spunti presenti talmente tanti da risultare impossibile una panoramica adeguata e sufficientemente chiara. Procederemo perciò evidenziando quei problemi che, secondo noi, sono ancora decisivi nel dibattito della sinistra antagonista.

Superata la fase “estremistica” del biennio ’69-’70, segnata dalla costante mobilitazione di classe nelle fabbriche e nelle università, Lotta continua è costretta a “scoprire la politica”. Nonostante la definizione di “lungo Sessantotto” per definire gli anni Settanta, già nel ’71 il ripiegamento dell’offensiva di classe è evidente ai gruppi organizzati, che non a caso, dopo una prima fase totalmente sovrapposta alle urgenze movimentiste, procedono a una stretta organizzativa capace di reggere al riflusso. Fa specie leggere oggi la parola riflusso o ritirata nel cuore degli anni Settanta, ma Bobbio utilizza termini inequivocabili. Ai gruppi non basta più “agire da partito”: la stretta organizzativa è un momento inaggirabile per salvaguardare la forza accumulata e, al contempo, procedere al radicamento sociale nella fase di flessione della mobilitazione. Ma c’è un fatto politico particolare e determinante a sconvolgere le strategie del movimento e dei suoi gruppi, e in specie Lotta continua: la linea di Lotta continua, e per estensione di tutta la sinistra rivoluzionaria, è «interamente ritagliata sulle situazioni di punta», come le definisce Bobbio. Detto altrimenti, i gruppi plasmano la propria analisi sociale, e le conseguenti strategie politiche, unicamente sui settori avanzati della lotta di classe interni al movimento operaio. Non c’è alcuna analisi, se non superficiale, del resto della classe operaia e del proletariato slegata dai momenti di lotta radicale dentro cui queste stesse analisi, empiricamente, prendono forma. Se questo problema è di fatto aggirato nel fuoco dell’offensiva operaia del ’69-’70, nel momento del riflusso diviene un fattore determinante. Sempre secondo Bobbio, «ben presto si arriva ad assolutizzare i “momenti alti” della lotta senza più interrogarsi sulla loro effettiva generalizzabilità […] La linea politica diviene così l’estrapolazione dei “grandi momenti di rottura”, spesso colti in modo episodico e senza una particolare attenzione per il loro risultato». Questo dato di fatto costringe non solo i gruppi a scoprire “la tattica”, attraverso cui sopravvivere nel periodo di momentanea pacificazione, ma li obbliga a rivedere – almeno per quelli più onesti – la mole di teorie prodotte nella fase calda ma incapaci di leggere la situazione complessiva nella fase “normale” delle relazioni produttive e politiche. Ed è in questo tornante che Lc elabora una serie di riflessioni sulla “maggioranza del proletariato”, mirabilmente riportate da Bobbio stesso:

«Nella società italiana di quegli anni emerge effettivamente una domanda rivoluzionaria. Essa è sufficientemente forte per porre (almeno soggettivamente) il problema di un ribaltamento generale dei rapporti sociali e per fondarlo su valori nuovi rispetto a quelli del movimento operaio, ma non lo è abbastanza (prima di tutto in termini strutturali) per esercitare un ruolo egemonico sul complesso delle classi subalterne. Tutta la sinistra rivoluzionaria nasce in Italia sotto il segno di questa ambiguità, nel senso che è portata continuamente ad oscillare tra la tentazione realistica verso una sintesi impossibile e la scelta di stare, unilateralmente, dalla parte di ciò che si muove, scontando limiti di parzialità, ma riuscendo a realizzare un radicamento effettivo nei momenti o nelle situazioni di maggiore rottura. Lotta continua, almeno nella sua fase “estremista”, non è in grado di affrontare la mediazione tra questi due poli della contraddizione; essa non raccoglie soltanto le spinte radicali del movimento, ma finisce per identificarsi con esse; ciò le permette di afferrare continuamente suggerimenti nuovi e ricchi di stimoli, ma senza un’adeguata consapevolezza del loro carattere parziale e unilaterale e con la tendenza a proiettarli, in forma assoluta e lineare, in un progetto politico che, a questo punto, diventa sì improbabile e utopistico. […] La discussione che avviene in Lotta continua sulle “situazioni arretrate” si risolve in generale nella colpevolizzazione dei compagni che non sono capaci di suscitare il movimento o di tener conto delle specificità locali oppure in una rassegnata attesa di futuri sviluppi. […] L’ottimismo rivoluzionario diventa un dovere» [corsivi nostri].

In questo ampio stralcio vengono riportate delle contraddizioni che ancora oggi avviluppano molte delle tendenze movimentiste. Anzitutto, l’analisi sociale è ricavata non dalla complessità delle relazioni produttive, ma dai momenti di maggiore conflittualità che parzialità operaie o studentesche riescono a mettere in campo nella lotta contro il padronato, aziendale o universitario o d’altro tipo. Queste parzialità furono importanti e, in qualche modo, decisive. Ma l’errore teorico che si produsse fu quello di generalizzare un’analisi che trovava fondamento in situazioni particolari e non nella complessità sociale. Di conseguenza, l’enorme maggioranza di quel proletariato che rimase, fino alla fine dei suoi giorni, legata al comunismo “ufficiale” (Pci e Cgil), venne di fatto oscurata in nome della disponibilità conflittuale di pezzi importanti ma decisamente minoritari del proletariato stesso. Per alcuni, quel proletariato avrebbe seguito le sue avanguardie più consapevoli; per altri, avrebbe smesso di essere considerato “interessante” ai fini della propria azione politica. Ma questo problema, che è il problema di ogni movimento rivoluzionario, rimase all’ordine del giorno, scavando nelle contraddizioni della sinistra di classe degli anni Settanta e fino ai nostri giorni. Già nel 1972 il vuoto analitico impone a Lc una svolta teorica traumatica: «esisteva un’enorme differenza tra la nuova classe operaia e l’intera classe operaia; […] se le tendenze di fondo erano state correttamente individuate, abbiamo poi sbagliato nel senso di forzarne i tempi e di schematizzarne troppo lo sviluppo. Si mette sotto accusa l’illusione di una classe operaia vergine e si insiste sulla necessità di fare i conti con la storia del movimento operaio» [corsivi nostri].

La “storia del movimento operaio” è esattamente lo scoglio con cui deve confrontarsi il movimento rivoluzionario nel cuore degli anni Settanta. Dopo una breve ed esaltante stagione in cui sembrava possibile aggirare il problema, questo si ripropone prepotentemente. Il movimento operaio non è vergine, ha invece una sua lunghissima storia attraverso cui si è venuto sedimentando un patrimonio di lotte, di conquiste, d’organizzazione, di valori e di comportamenti, e questo patrimonio è gestito unilateralmente dal Pci nelle sue varie articolazioni. La contesa di questo patrimonio avrebbe dovuto costituire il dilemma al quale piegare le esigenze tattiche del movimento. Lotta continua si trovò così di fronte al bivio determinato proprio da questa contraddizione:

«O imboccare questo nuovo percorso con un’evidente forzatura rispetto a tutto il proprio patrimonio passato, ma tentando così di porsi come elemento di raccordo tra i settori di punta della classe operaia e la maggioranza della classe operaia stessa; oppure proseguire nell’esaltazione estremistica dei comportamenti radicali (che pure continuano ad esistere) rischiando però di rimanere espressione di settori minoritari del proletariato e quindi confinarsi a un ruolo marginale e in fondo subalterno. Questa seconda strada viene imboccata da una serie di gruppi di cui proprio in questo periodo sorge “l’area dell’autonomia”. Lotta continua, invece, punta sulla prima, anche se non senza contraddizioni e ripensamenti».

Il problema però è di difficile soluzione, perché è un problema reale e non frutto esclusivo di lambiccamenti teorici di qualche improvvisato intellettuale. In Italia cioè, al contrario del resto del continente, è avvenuto un fatto peculiare, un fatto che spiega la straordinarietà della vicenda degli anni Settanta. Nel nostro paese «c’è stata un’effettiva saldatura tra la nuova classe operaia dell’emigrazione, con tutte le caratteristiche e i contenuti di liberazione di cui era portatrice e la classe operaia tradizionale. E’, insomma, saltato in Italia quel meccanismo di divisione del mercato del lavoro (un settore qualificato affidato alla forza lavoro “nazionale” e uno dequalificato coperto con l’immigrazione dagli enormi serbatoi di manodopera del sud Europa) che aveva costituito il fattore essenziale dello sviluppo capitalistico post-bellico dell’Europa industrializzata. Si tratta allora di raccogliere questa indicazione: Lotta continua non può più limitarsi ad avere come proprio punto di riferimento la nuova classe operaia dell’emigrazione che è stata la protagonista del ’69, ma deve prendere atto di questo processo di saldatura, attuando un nuovo rapporto anche con le espressioni organizzate della “vecchia” classe operaia» [corsivi nostri].

In altre parole, in Italia è avvenuto un fatto sociale imprevisto e che ha fatto saltare il patto produttivo tra forze del capitale e del lavoro, tradotto politicamente nell’accordo consociativo e pacificante tra Dc e Pci. Il riformismo comunista si trovò nella difficile situazione di reggere una classe operaia che aveva tra le sue fila importanti settori, sebbene minoritari, disponibili a far saltare quell’accordo. Mettendo così in crisi il patto implicito stesso, aprendo di conseguenza la stagione del patto vero e proprio: il compromesso storico. L’esplicito processo convergente tra Dc e Pci ebbe come scopo ultimo proprio la gestione delle forze materiali su cui si poggiava la produzione nazionale. Ma il Pci non era soltanto gestione riformistica delle relazioni industriali e politiche del paese. Era anche il contenitore dove le classi subalterne del paese trovavano la propria voce e affidavano le proprie possibilità di riscatto. Questa contraddizione viene colta da Lc, che infatti dal 1972 promuove una rapporto sempre più dialettico col comunismo ufficiale, arrivando nel 1975 a dare indicazione di voto proprio per il Pci. Alla base della conversione c’è il ragionamento di cui sopra. Come disse Adriano Sofri nel 1975, «noi non siamo né vogliamo essere il partito di alcuni strati del proletariato, di alcune forme di lotta, bensì il partito della classe operaia e del proletariato, il partito che fa i conti con le condizioni complessive del processo rivoluzionario, con la vittoria della rivoluzione». E’ un capovolgimento drastico ma, in qualche modo, meccanico delle basi ideologiche che avevano portato alla nascita di Lotta continua, ma è un capovolgimento necessario alla propria sopravvivenza nelle correnti vive e maggioritarie del proletariato nazionale.

Ma il “fronte unico dal basso” che caratterizzerà la tattica di Lotta continua, convergente con quella di Avanguardia operaia e del Pdup-Manifesto, sconta non solo lo schematismo evidente con il quale si cerca di aggirare il problema della relazione con la classe operaia nel suo complesso, ma anche i tempi politici del quadro nazionale. La sponda col Pci viene chiusa dal Pci stesso a partire dal 1973, data in cui prende avvio la traiettoria che si concluderà con i governi “d’unità nazionale” con la Dc del 1976. Il compromesso storico stronca tattica e strategia di una parte importante della sinistra rivoluzionaria italiana degli anni Settanta. Se fino al ’73 la conflittualità della nuova classe operaia segna avanzamenti materiali per tutta la classe operaia grazie al rapporto/scontro tra sinistra rivoluzionaria e comunismo ufficiale, con il compromesso storico in divenire quel rapporto contraddittorio si trancia di netto. I progressi materiali della conflittualità cessano di colpo. Già nel 1976 i rapporti di forza cambiano verso: «[in aprile] vengono chiusi i due più importanti contratti operai, quello dei chimici e quello dei metalmeccanici. Per la prima volta dopo il ’69 gli accordi contrattuali contengono pesanti concessioni al padronato. Lotta continua se ne rende pienamente conto […] ma, per il momento, non è in grado di valutare appieno quanto quella soluzione contrattuale sia ormai il segno di un’inversione dei rapporti tra le classi». Nel 1975, non nel 1980, il cambiamento è già materiale e come tale avvertito dai suoi protagonisti. Alcuni dei quali procedono confondendo la propria base militante col quadro generale dei rapporti di classe.

Il resto, è storia che abbiamo provato a raccontare altrove, anche di recente. La chiusura di ogni sbocco politico porterà a una divaricazione abissale delle esperienze dei gruppi sorti dalle ceneri del ’68: un pezzo di quel movimento rifluirà nel privato, nelle scelte individuali, nella droga, o riconvertendo la propria militanza sulle tematiche civiliste e umanitarie; un altro consistente pezzo sarà protagonista del movimento del Settantasette, che prende fuoco alimentato dalla chiusura di ogni spazio politico, e che fonda il proprio agire sulla contrapposizione frontale e senza compromessi col quadro politico nel suo complesso. Ma il filo rosso di una storia comune e interna a uno stesso movimento operaio è ormai spezzato. Le avanguardie politiche, anche nei momenti di più grande partecipazione militante, procedono divaricando il proprio rapporto con quella maggioranza del proletariato non più contesa ma abbandonata al proprio destino. Le difficoltà attuali riportano ancora a questo problema.

Le riflessioni precedenti sugli anni Settanta: quiqui e qui.

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7 comments to Alle radici del nostro presente

  • Hirondelle

    Una cosa che non ho mai capito è l’imbecillità di quei troppi che si sono fatti rifluire nell’eroina come sprovveduti. Proprio non riesco a capire come abbiano potuto bacarsi il cervello fino a quel punto. Blumir lo spiegava già allora il rischio dell’eroina, per dire, quindi si sapeva!

    Del voltafaccia definitivo del PCI nel 1976 in termini di politica economica e di relative parole d’ordine (austerità) si è parlato. Stavano arrivando ordini da oltreoceano e ben presto si sarebbe dato impulso allo SME, antenato dell’euro.

  • T.S.

    Per quel che vale, ci tengo a ringraziarvi per aver condiviso questo e tutti gli altri spunti analitici sugli anni ’70 (e non solo).
    Per un compagno come me, nato nel decennio successivo, cresciuto nel pieno della sterilizzazione liberal/liberista a cavallo tra la fine del vecchio e l’inizio del nuovo secolo, per di più in un ambiente completamente anestetizzato dal miraggio dei traguardi borghesi, le vostre riflessioni sono come l’acqua nel deserto, oltre che l’unica forma di confronto con idee e pratiche che non riesco a trovare nel mondo “reale” almeno quello che vivo io un po’ per costrizione, un po’ perché i mezzi non mi consentono di fare altro.

  • Alessandro Scat.

    Come sempre proponete contributi e spunti importanti di riflessione, tentando sempre di avere un’ottica critica.
    Tuttavia in questo caso parte dell’analisi va discussa.

    Si è effettivamente verificata quella saldatura tra classe operaia emigrata e conflittuale con quella sindacalizzata?
    Oppure le due componenti sono state attraversate da una contraddizione con da un lato un proletariato dequalificato e marginalizzato e dall’altro una sempre più rafforzata aristocrazia operaia?

    Anche perché viene da chiedersi la genealogia della dinamica politica del PCI che l’ha portato, nonostante lo straordinario ciclo di lotte operaie, al compromesso storico e alla contrapposizione con la parte più radicale della lotta di classe degli anni ’70.

    Se partiamo da questa interpretazione che vede una contraddizione interna alla classe operaia e non una reala saldatura, allora diventa impossibile quella strategia della convergenza insieme al PCI che si è difatti rivelata insostenibile. La crisi che attraversa la sinistra rivoluzionaria dopo il ’69 è drammatica perché attiene non tanto ad una componenente soggettiva di valutazione strategiche sbagliate, ma piuttosto è legata a delle condizioni oggettive che vedono il concretizzarsi di un riformismo reso possibile dal ciclo espansivo economico del secondo dopoguerra, oltre l’assenza di margini politici per costruire un’organizzazione di massa dato il radicamento di PCI/CGIL.

    Di fronte a tutto questo era inevitabile che la sinistra rivoluzionaria rivolgesse le proprie aspirazioni e le propre prospettive politiche sulla parte più conflittuale del proletariato, tutt’altro saldata e saldabile con la parte restante.

    Poi da questo ad arrivare a scambiare l’alba con il tramonto credendo idealisticamente che il cosiddetto “operaio massa” potesse innescare (e concludere) un processo rivoluzionario è un altro discorso.
    Sul fatto di produrre analisi e costruire prospettive politiche ridotte unicamente ad una parte minoritaria delle classi subalterne, seppure conflittuale, mi trovo pienamente d’accordo.

  • Militant

    @ Alessandro Scat.

    Beh, in realtà la classe operaia “tradizionale” era sì organica al Pci/Cgil, ma decisamente più radicalizzata di oggi, e questo legame, questa possibile saldatura, negli anni Settanta aveva trovato non pochi momenti di espressione. La strategia della fermezza del Pci sul caso Moro, la sua “ragion di Stato” speculare a quella democristiana, aveva alla radice la paura per il Pci di “perdere le fabbriche”. Una concessione alla linea politica delle Br avrebbe accresciuto notevolmente il rapporto tra queste e la classe operaia, e questo il Pci lo capì da subito. E questo è il motivo più importante per cui il ’68 da noi dura dieci anni e non dieci mesi come altrove. Proprio perchè la saldatura sociale si è verificata, nelle forme e nei modi da capire e da smitizzare, ma che pure hanno prodotto un problema reale per il capitalismo nazionale, un problema da cui ne uscì solo con una trasformazione generale delle relazioni produttive.

    Il problema è che l’innovazione inevitabile della sinistra rivoluzionaria non si conciliò in forma duratura con le tradizioni politiche del movimento operaio. Qualcuno non se ne diede pena, teorizzando la propria “diversità”; altri si posero il problema, come Lotta continua, non sciogliendolo se non in forma meccanica (il voto tattico al Pci) e immediatamente inconcludente anche perchè fuori tempo massimo (nel 1975 siamo già oltre il guado tracciato dal Pci, siamo già in piena fase convergente con la Dc).

  • Lorenzo

    Complimenti ancora per questo contributo importante sui ’70.
    Per attualizzare la riflessione sarebbe importante sottolineare analogie e differenze tra movimentismo di oggi e quello del passato:
    1. Se all’epoca si poneva un problema di raccordo tra avanguardie e maggioranza della classe operaia, le avanguardie di oggi (penso alle lotte della logistica, movimenti per la casa et similia) si trovano di fronte a una classe operaia sfarinata, in via di ri-definizione. Riprendendo Marx potremmo dire che la classe in sé esiste ancora ed é numericamente maggioritaria, la classe per sè latita.
    2. Questo fenomeno è il portato di decenni di disimpegno e della fine di forze politiche che seppure riformiste (PCI anni ’70) avevano un linguaggio e una storia di lotte in parte sovrapponibile a quelle delle avanguardie.
    3. Sembra che oggi, in parallelo alle lotte, si debba cercare un rialfabetizzazione del conflitto e dei soggetti di classe. Altrimenti si corre il rischio di continuare a inseguire esseri mitologici tipo cognitariato (non mi riferisco certo a voi ma a altre componenti dei movimenti). Non ci sono piú controparti identificabili o con cui si possa aprire un discorso politico.
    4. Per attualizzare una riflessione sul decennio dei ’70 occorrerebbe inoltre capire come le lotte possano farsi momento di aggregazione e soggettivazione delle forze in lotta. Credo che serva trovare, nel farsi della lotta, un modo per ribaltare il frame narrativo in cui il main stream ci ha rinchiuso: se spacchiamo una vetrina siamo gli spaccavetrine, se non succede niente la lotta non esiste.
    5. Penso che le risposte alle domande sopra delineate debbano essere elaborate nei quartieri dove viviamo, nei bar che frequentiamo, sui luoghi di lavoro (per chi ne ha uno) etc. Altrimenti il disagio che anni di crisi ha creato continuerà a parlare la lingua dei vari Salvini. Purtroppo non credo che sia realistico contare su alcuna protezione istituzionale, proiezione mediatica o su alcun appiglio parlamentare.
    Grazie per i contributi perchè, come dice T.S, date a tutti un po’ di speranza!!

  • Joseph

    Il mio gruppo di compagni ed io abbiamo sempre apprezzato Lotta Continua come esperimento politico, soprattutto per la sua ambiguità a cavallo tra movimento e partito che ci pareva e pare una contraddisione “ricca”, alla quale ispirarsi ed alla quale ci siamo ispirati nel costruire quel minimo di organizzazione che abbiamo. Solo un appunto: mi sembra che Bobbio sbagli nettamente quando parla di “riflusso” a partire dal 70. Molte cose che ho letto concordano nel dire che il picco delle lotte operaie fu, in realtà, raggiunto nel 1973 e l’organizzazione lottacontinuista continuò a crescere appunto per questo. Del resto, un decennio successivo di lotte non si sarebbe di certo retto esclusivamente sull’esperienza del biennio 68-70, la crisi sarebbe arrivata ben prima. Anche in questo sta la ricchezza di quel periodo, il fatto che la contaminazione della rivolta studentesca abbia creato non tanto “i gruppi” quanto una risposta simmetrica nella mobilitazione dei giovani operai in fabbrica che è riuscita ad essere egemone nei luoghi di lavoro. I fattori della sconfitta sono tanti, poi, non credo che siano solo di ordine politico o materiale, molti sono stati di ordine culturale. Le avanguardie del proletariato giovanile non solo non erano attrezzate ad essere “maggioranza” nella classe ma vivevano teorizzando processi rivoluzionari che si sarebbero consumati di lì a poco. Il lungo periodo li ha trovati col fiato corto e su quello la tradizione politicamente ed antropologicamente contadina prima ancora che operaia del pci ha dimostrato invece di reggere.

  • Militant

    @ Jospeh

    Il concetto di “lungo periodo” ci sembra sempre più decisivo per capire le difficoltà della sinistra radicale. Attrezzarsi per reggere la lotta nel lungo periodo significa strutturarsi in tal senso, significa modellare la propria analisi sociale non esclusivamente su quei pezzi di proletariato immediatamente disponibili alla lotta e/o alla radicalizzazione, ma stringere quelle alleanze necessarie al consenso e alla resistenza nei momenti inevitabili di minore mobilitazione; significa predisporsi alla “guerra di posizione” quando serve, senza perdere la capacità di movimento quando invece ce ne siano le circostanze. Nella sinistra, tanto quella rivoluzionaria quanto, per motivi opposti, quella comunista/riformista, questa alchimia mancò. Ma certo è un equilibrio complesso e che si è mostrato davvero poche volte nella storia. Laddove però si è mostrato, come in Russia dal 1905 o in Cina negli anni Trenta, questo si è poi concluso nella Rivoluzione.

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