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Dei delitti, delle pene e del controllo sociale

“Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di introdurre strumenti volti a rafforzare la sicurezza delle città e la vivibilità dei territori e di promuovere interventi volti al mantenimento del decoro urbano”: così si apre uno dei due decreti Minniti, quello riguardante la sicurezza urbana, che ha sollevato voci di protesta per lo più incentrate su una critica “dirittocivilista” alle misure ivi contenute, piuttosto che una più prettamente politica che guarda a tutto il parterre di decreti che stanno producendo i Ministri dell’Interno e della Giustizia (col decreto Orlando). Il decreto Minniti sulla sicurezza urbana viene giustificato con “l’urgente e straordinaria necessità” di introdurre misure atte a contrastare l’illegalità e a garantire la sicurezza e il decoro nelle città, nonché la “vivibilità” dei territori, attraverso strumenti deterrenti della maggior parte degli abusi e dei reati che andrebbero a persistere nelle principali aree urbane. Non si può evitare di sottolineare quanto sia strategicamente utile per il Governo, nell’attuale fase politica, economica e sociale, identificare la totalità delle problematiche dei territori non già nella grave carenza di servizi, nella disoccupazione o nelle precarie condizioni in cui versano gli abitanti nel loro complesso e in particolar modo i residenti delle periferie metropolitane, bensì nell’accattonaggio, nell’attività dei writers, nell’occupazione abusiva di immobili, nella movida e nel consumo di alcolici, nello spaccio. Una serie di reati “economici” legati direttamente alle precarie condizioni di vita delle persone in questione, ma che vorrebbero essere “risolti” colpendo il sintomo e non la causa del problema, scaricando l’ansia di sicurezza fomentata mediaticamente sul povero invece che sulla povertà, aggredendo il disoccupato invece che la disoccupazione. La perorazione della causa “antidegrado”, esasperata verso il securitarismo fino a divenire strumento di sfogo xenofobo e classista, ha rappresentato l’altare sul quale sacrificare libertà e diritti fondamentali in nome di maggior sicurezza e controllo sociale nei quartieri; ed è proprio in questa direzione che continuano ad insistere i due decreti Minniti e il decreto Orlando, inasprendo le pene e le misure di prevenzione per alcuni tipi di reati, sacrificando le già esigue garanzie giudiziarie in nome di una maggiore sicurezza sociale o di uno snellimento di una giustizia che ad oggi è opinione diffusa che non garantisca una reale certezza della pena. Ad essere colpiti ovviamente sono i soggetti appartenenti alle classi più disagiate, i migranti illegali, gli abitanti dei quartieri maggiormente abbandonati al degrado e alla precarietà e i cittadini o militanti politici che manifesteranno il loro dissenso. Ciò che il Decreto Minniti sulla sicurezza si “limita” a fare è legificare prassi ormai consolidate dal punto di vista della prevenzione e della pena rispetto ad alcuni reati. Non ci risultano affatto nuove misure quali: l’arresto in flagranza differita a seguito di manifestazioni; il Daspo urbano; il divieto di accesso e il foglio di via; le multe per l’interruzione di un pubblico servizio; eccetera. La continua tensione repressiva attuata dalle forze di polizia trova col decreto Minniti una sua formalizzazione legale, restringendo ulteriormente gli spazi di garanzia e libertà previsti (un tempo) persino nella stessa legislazione ufficiale (non a caso in corso di profonda revisione securitaria). Il problema di agibilità politica che stiamo riscontrando ormai da alcuni anni sta divenendo prassi consolidata e legislativamente sostenuta, e questo impone un cambiamento di scenario per nulla secondario o legato esclusivamente alla mera sovrastruttura legislativa in cui trova disposizione formale.

 

Il testo di convocazione dell’iniziativa di domani a Fisica (La Sapienza):

 

DECRETO MINNITI:
DEI DELITTI, DELLE PENE E DEL CONTROLLO SOCIALE

Non si era certo fatto mistero del fatto che le recenti vicende politiche e migratorie, la frequenza degli attentati che stanno colpendo diverse zone del mondo, nonché la tendenza alla guerra che sta concretizzando le proprie malcelate intenzioni in quest’ultimo periodo, avrebbero portato ad un prolungamento del cosiddetto “stato d’emergenza” e all’inasprimento delle misure securitarie e repressive solo formalmente atte a garantire la sicurezza dei confini e dei cittadini europei.

Per questi motivi non si è rimasti eccessivamente basiti dell’atteggiamento e dell’operato che stanno portando agli onori delle cronache il neoministro dell’Interno Minniti, operato che si sta concretizzando in ultimo proprio nel decreto a cui ha dato il nome e che va a toccare una serie di “tasti dolenti” a causa dei quali parrebbe che l’intera società percepisca seri e concreti rischi per la propria sicurezza e il proprio quieto vivere. All’interno di una narrazione che tende sempre più a fornire una lettura quanto più conciliante e meno conflittuale possibile verso le politiche europee, l’escamotage è l’istigazione xenofoba alla guerra intestina tra soggetti che vivono la medesima condizione di disagio economico e occupazionale, il fomento della lotta al degrado urbano la cui rappresentazione è concentrata nelle scritte dei writer e negli adesivi che spadroneggiano sui muri delle città, il terrorismo mediatico messo in atto in occasione delle manifestazioni nazionali utile a rendere invisa qualsiasi istanza, sia pur condivisibile, in nome di un imminente pericolo di devastazione da parte dei violenti (la macchina repressiva messa in campo in vista della manifestazione del 25 marzo è ormai storia nota).

Ed è proprio in questi ambiti che agisce il Decreto Minniti, con cui fa il paio il Decreto Orlando per la riforma della giustizia penale, con le parole d’ordine della “prevenzione” delle illegalità e “promozione” della legalità: questo avviene attraverso espulsioni per gli immigrati clandestini, arresti differiti per manifestanti, inasprimento delle misure repressive per i reati contro il decoro (imbrattamento, accattonaggio, occupazione abusiva di spazi ed immobili etc) e per alcuni reati economici, nonché maggiori poteri e dispositivi di prevenzione o repressione per le autorità (dagli obblighi di allontanamento al divieto d’accesso). E’ sotto gli occhi di tutti il fatto che queste misure vengono qui legificate a seguito di una prassi sicuramente non di tendenza opposta, ma che vede da sempre un sistema giudiziario che si pone, spesso preventivamente (si tenga presente che nelle carceri italiane vi è un’altissima percentuale di detenuti che non hanno subito alcuna condanna ma sono invece sottoposti a misure cautelari), in funzione vessatoria nei confronti delle classi meno agiate, nonché beneficiario di discrezionalità nell’operato di diversi organi giudiziari ed evidentemente politici che è volta a colpire pedissequamente nella stessa direzione e con le stesse finalità.

La comprensione e il confronto sulle conseguenze, come dicevamo non solo giudiziarie ma più prettamente politiche, a cui questo Decreto spalancherà le porte, sono utili a sviluppare una riflessione non solo inerente ad una più ampia analisi di fase quanto anche ad una più immediata questione di agibilità politica.

 

Interverranno:
Marco Lucentini (Avvocato)
Simonetta Crisci (Avvocato)
Francesco Romeo (Avvocato)
Italo Di Sabato (Osservatorio Repressione)
Maurizia Russo Spena (Resistenze Meticce)

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3 comments to Dei delitti, delle pene e del controllo sociale

  • Joseph

    Approvo, ma appunto perchè approvo direi che è necessario scendere in piazza contro i decreti minniti e non limitarsi all’analisi della faccenda.

  • Militant

    @ Joseph

    E’ vero, ci sarebbe bisogno di una mobilitazione (nazionale?) di massa specificatamente contro il decreto Minniti.

  • Ingmar

    Chiaro e fondamentale il concetto, il securitarismo se la prende col sintomo e non con le sue cause, creando le lotte tra poveri. Magari sì, tra quelli che “osano” e rubano, ovviamente anche loro al povero perchè è più facile e quelli che, in parte condivido, hanno una dignità e non lo fanno. Attenzione anch’io sono dell’idea che il delitto è il non rubare quando si ha fame. Con le rapine c’entra chiaramente il degrado, il disagio le ambizioni, ma forse meno la fame.
    Poi coi migranti non ha funzionato un modello di integrazione forse sbagliato, non saprei. Di certo non hanno funzionato i ghetti, e purtroppo sia i liberisti sia la sinistra regressiva si sono trovati sembrerebbe d’accordo.
    Non so se è vero che la sinistra abbia voluto addirittura favorire quasi a mo’ di esoticismo, la “purezza” culturale, specie nel mondo islamico, invece di incontro e sindacalizzazione (intendo su larga scala, perchè ad un certo livello, anche questo fortunatamente esiste).
    Il sintomo diventa più urgente, e molte persone non capiscono che a questo punto il proprio benessere non può più prescindere da una redistribuzione da chi ha accumulato a scapito di altri al resto del mondo, ma a livello internazionale. A smettere di collaborare col traffico d’armi, con l’Arabia saudita, anche se hanno molti un’infarinatura di queste cose, si sono convinti che il problema sono i confini troppo aperti e c’è paura, voglia di vedere la nazione come una “casa” metaforica per ripararsi da altri che vengono da fuori, quando ognuno di questi gruppi di casa, il nemico, inquadrabile nel sistema di sfruttamento, tanto della finanza e della corruzione (su cui si concentrano “populisti” reazionari e m5s) come il plusvalore della grande impresa (su cui tacciono e anzi sono servili e pronti ad abbassare loro le tasse, i sovranisti), lo hanno in casa, ed è quello che li impoverisce.
    Compito della demagogia reazionaria è, penso, evitare la critica di sistema.
    Senza offesa per chi magari pensa che nell’immediato funzioni e che magari Brexit stia dando buoni risultati. Quando il buon risultato può essere solo redistribuzione, non importa che il mezzo sia comunista, mutualista, etc.

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