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Eterogenesi della politica e paradossi grillini

 

Dopo un mese, la giunta Raggi trova il suo nuovo assessore all’urbanistica, Luca Montuori. E’ una nomina che svela un modo di procedere, che sbarra la strada a ogni ipotesi di cambiamento. E’ d’altronde ormai un’ovvietà, viste le continue prove date dall’attuale amministrazione comunale. Eppure l’iter politico che ha portato alla nomina di Montuori è particolarmente rilevatore. Da diverso tempo la giunta era alla ricerca del sostituto. Mesi passati a scandagliare, si suppone, i vari curricula degli esperti del settore. Già questo fatto è piuttosto indicativo: a nessuno del M5S è venuto in mente di nominare un politico, un attivista del Movimento, un grillino della prima ora, uno qualsiasi che condividesse la linea strategica del partito. Si dirà che è il tipico modo di procedere Cinque stelle, che basa la propria forza elettorale sullo svilimento della politica. Si dirà, con qualche ragione, che il ruolo di assessore di un’amministrazione comunale dovrebbe essere incarnato da un “tecnico” più che da un politico. Tutto vero. Eppure, di fronte alla crisi di soluzioni alternative, nessuno ha rischiato la carta interna. Nonostante l’ovvietà, è un dato comunque significativo, per quanto marginale nella vicenda. Veniamo invece al dato politicamente rilevante.

Mesi di sondaggi non hanno prodotto candidature credibili. I vari urbanisti scrutati, ad esempio Tomaso Montanari, avevano tutti declinato la richiesta. I motivi di questo declino sono in qualche modo illuminanti: tutti i candidati assessori proponevano un’idea di città alternativa al sistema politico-economico dominante. Volevano cioè avere mano libera nel ridefinire l’urbanistica cittadina. Ancor più prosaicamente: non volevano avere nulla a che vedere con la speculazione di Tor di Valle. Alla fine, per non rimanere col cerino in mano e senza assessore di riferimento, vista la contestuale e pesante assenza dell’assessore alle politiche abitative, il M5S ha deciso di consegnare i poteri dell’urbanistica ad un personaggio organico alle giunte democratiche del decennio veltroniano. Organico cioè ad un’idea di città contro la quale i Cinque stelle avevano vinto le elezioni neanche nove mesi fa. Quella prodottasi è una resa politica: il M5S romano ha dichiarato, con la nomina di Montuori, che l’unico modo possibile di governare la città è affidarsi a quella pletora di tecnici o politici legati a doppio filo alle precedenti gestioni. In teoria (molto in teoria) la faccenda, posta in questi termini, non sarebbe neanche peregrina. Sta nelle cose che un movimento giovane e completamente digiuno di amministrazione istituzionale si affidi a delle competenze già compromesse con altri governi o partiti. Sarebbe la stessa contraddizione che vivrebbe qualsiasi movimento antagonista se riuscisse ad accedere a cariche istituzionali. Il problema risiede nella direzione politica che si vuole dare a questo utilizzo degli apparati tecnici. Quello del M5S sfrutta determinate competenze per capire come continuare le politiche democratiche che hanno retto la città per due decenni. La parabola grillina romana cerca di stabilizzarsi inseguendo l’esempio torinese della Appendino: governare in totale continuità con la best practices promosse dal Pd negli anni precedenti. E’ una scelta mediaticamente vincente: senza timore della discontinuità, verrà meno anche la guerra quotidiana contro la giunta da incubo romana. Politicamente è invece suicida. E’ vero, come abbiamo rilevato diverse volte, che al momento il M5S non è votato per le sue qualità politiche ma come strumento per esprimere un rifiuto, ma sembra altrettanto scontato che questa discrasia non potrà durare in eterno. Ad un certo punto l’indistinguibile sovrapposizione delle politiche del M5S col resto dell’establishment partitico produrrà il suo riflesso elettorale. Dovremmo addirittura auspicarcelo, se non fosse che l’alternativa reale al M5S è oggi la ri-legittimazione del Pd o di Forza Italia o, peggio ancora, il transito della “protesta elettorale” dai grillini alla Lega nord. Un quadro decisamente bloccato, ma contraddittorio. Il ritorno all’ordine, cioè al consenso diffuso dell’europeismo liberale, rimuoverebbe anche questa flebile contraddizione che, nonostante tutto, lavora (lavorerebbe) in favore di potenziali punti di fuga poco gestibili per la borghesia transnazionale.  

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