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Su di un’intuizione riguardo al Futurismo

 

Il problema del Futurismo, e delle avanguardie storiche in generale, è il loro procedere per suggestioni. Cosa significa nel caso futurista? Leggiamo le biografie dei maggiori esponenti del primo Futurismo: Marinetti, nato ad Alessandria D’Egitto; Boccioni, nato a Reggio Calabria; Carrà, nato a Quargnento; Severini, nato a Cortona; Russolo, nato a Portogruaro; Sant’Elia, nato a Como; Depero (che però è il massimo esponente del secondo Futurismo), nato a Fondo; Balla, nato a Torino. Ad eccezione di Giacomo Balla, il resto della congrega proviene dalla provincia. Non solo come luogo di nascita: tutti i “futuri futuristi” si formano nella provincia, giungendo in città molti tardi, nell’adolescenza. Un caso? Può essere. Ma per il discorso futurista forse non casuale. Quella folgorazione per la modernità, che marchierà ogni poetica futurista, riletta oggi assume le forme di un’ingenuità manifesta. Questa ingenuità è la chiave per comprendere il linguaggio futurista. Una pletora di artisti sconvolta dal passaggio dalla placida campagna alla tumultuante realtà metropolitana. Impressionata dal ferro, dal vetro, dalle rotaie; ossessionata dai rumori, dagli sferragliamenti, dalla folla; incupita ed esaltata al contempo dalla scoperta dello smog, della sporcizia, della promiscuità sociale. Una serie di sensazioni altrove metabolizzate, per questi giovani italiani appaiono rivoluzionarie. La modernità ottocentesca, quella ritratta dal realismo prima e dall’Impressionismo subito dopo, in Italia dirompe in estremo ritardo provocando una poetica in affanno sui tempi. Negli stessi anni in cui col Cubismo la presa di coscienza della realtà porta alla scomposizione della stessa, nel Futurismo c’è esaltazione, adorazione, gioia di chi, fino a poco prima in “simbiosi bucolica”, scopre il motore a scoppio e il palazzo a nove piani. E se ne mette a cantare le lodi.

Non è un caso che del Futurismo a rimanere interessante è la sua traccia figurativa. In letteratura, così come in poesia, nell’architettura e in urbanistica, non lascia segno. Perché argomentato con le parole, e non con le immagini, quel sostrato di ingenuità rivela tutti i suoi limiti. Perché il Futurismo è un’avanguardia ingenua. E’ una rivoluzione della forma, associata ad un contenuto poverissimo, addirittura risibile se confrontato al panorama delle avanguardie storiche. E’ una forma senza contenuto, che servirà ben presto a legittimare politicamente un contenuto reazionario attraverso una dignità artistica (per quanto la novità artistica dura poco: sette anni, dal 1909 al 1916, poi è solo riproduzione di stilemi originari).

Rivisti oggi, i magnifici disegni di Antonio Sant’Elia cosa ci dicono?

Ci lasciano l’idea di un’esaltazione della città futurista che però assume immediatamente le forme distopiche dell’alienazione sociale. Ma di questa alienazione i futuristi erano affascinati, non critici. La città di Sant’Elia è un incubo, eppure ciò non macchia la grandezza dell’artista, capace di innovare un linguaggio senza afferrarne il contenuto. E i quadri di Carrà e Boccioni, cosa ci raccontano se non l’adorazione di una sfuggevole modernità di chi, venuto dalla campagna, si trova vorticosamente al centro di un paesaggio sociale di cui non ne capisce la struttura e i rapporti che lo informano, ma ne coglie una dinamica.

Velocità, rumore, caos. Non sono generati, ma generano: emozioni, sensazioni, intuizioni, suggestioni. Il futurista non si chiede cosa sia questa modernità, si limita a percepirne la diversità radicale con il piccolo mondo dal quale proviene. Quanta distanza incolmabile col Baudelaire affascinato e inquietato dalla Parigi del Secondo impero. Anche quando vengono ritratti momenti di disagio sociale, sommosse, manifestazioni, irruzioni della plebe nella vetrina urbana, è la forma che prevale sul senso del messaggio. E’ la dinamicità dei corpi, l’esaltazione – anche qui – della folla in quanto folla. Il pittore non approva, ma neanche critica: ne celebra la bellezza superflua, il movimento. Potrebbero essere operai come soldati, poveri come ricchi: l’importante è che stiano insieme, perché questo stare insieme sembra essere radicalmente diverso dall’isolamento contadino.

E allora non è un caso che nessun artista futurista, tranne quel Balla che in questo caso sembra confermare, piuttosto che smentire, questa intuizione, provenga dalla città. Perché il cittadino ha metabolizzato l’evento. E’ dalla provincia che ancora nel 1909 si arriva in città come un secolo prima: si alzano gli occhi al cielo, con la bocca aperta, e si rimane straniati. Il Futurismo lascia questa sensazione: Totò e Peppino che, preparandosi al viaggio per Milano, si chiedono quale lingua parleranno laggiù. Solo che nel celeberrimo film di Mastrocinque la chiave è ironica e parodistica. Nel futurismo marinettiano lo stupore è sincero: è commozione dettata dall’ignoranza.

Sempre non a caso, nella Russia immediatamente prima della Rivoluzione la forma futurista raccoglie consensi, ma nessuno dei futuristi russi vuole avere niente a che spartire col Futurismo italiano. Perché se la forma è innovativa, in Russia anche il contenuto opera una rottura radicale col discorso artistico. La poesia futurista di Majakovskij rimane ancora oggi serbatoio di interesse culturale e politico. Regge allo scorrere del tempo, perché è poesia viva, nelle forma quanto nel messaggio. La poesia futurista è cultura reazionaria incartata nella sua forma dirompente. Dichiarerà il poeta russo: “Idealmente non abbiamo niente da spartire col futurismo italiano”, per subito dopo aggiungere: “Tra futurismo italiano e il futurismo russo esistono elementi comuni…Nel campo dei procedimenti formali l’affinità tra il futurismo russo e quello italiano esiste…Comune è il modo dell’elaborazione della materia prima”.

E’ importante riconoscere il valore di questa innovazione delle forme. Il Futurismo è arte, al suo stato più alto. Il Futurismo inserisce l’Italia nel vorticoso paesaggio delle avanguardie artistiche europee, svecchia di colpo un’arte immiserita che non aveva più niente da dire: dal neoclassicismo smodato dei Savoia al simbolismo che ancora primeggiava nella pittura, l’Italia era (come quasi sempre) in ritardo di un ventennio dal resto del continente. Il Futurismo s’impone come novità deflagrante. Eppure, è al servizio della reazione, anche in quel primo Futurismo che non avrà niente a che spartire col fascismo e che anzi vedrà, tra i suoi massimi esponenti, non pochi anarchici e socialisti (a cominciare dal primo Boccioni). Ma i prodromi ci sono già tutti, la forma futurista si adeguerà velocemente alla retorica fascista, perché l’uno e l’altro condividevano un importante aspetto filosofico: l’irrazionalità. Secondo il celeberrimo saggio di George L. Mosse, La nazionalizzazione delle masse, infatti, “il pensiero politico fascista e nazionalsocialista non può essere giudicato in termini di tradizionale teoria politica; esso ha poco in comune con quei sistemi razionalmente e logicamente costruiti, ipotizzati da Hegel o da Marx[…]Gli stessi fascisti parlarono del loro pensiero politico più come un “atteggiamento” che come di un sistema, ed esso infatti era una teologia che offriva una cornice al culto nazionale. In quanto tale, i suoi riti e le sue liturgie erano la parte centrale, essenziale, di una dottrina politica, che non si appellava alla forza persuasiva della parola scritta[…]La parola detta si integrava con i riti cultuali e, in realtà, quello che veniva detto finiva per diventare meno importante dello scenario e dei riti che facevano da contorno al discorso”.

Il Futurismo è allora esclusivamente un’estetica. E’ un problema questo per un movimento d’avanguardia artistica? No, in generale, ma se questo si propone come strumento d’interpretazione del mondo – come il Futurismo voleva ambiziosamente porsi – allora la sua caratura filosofica va rilevata come centrale nella sua comprensione. E’ possibile scindere la forma futurista dal suo contenuto? Si, come fece il Futurismo russo. Sebbene, e proprio l’esperienza russa insegna, il Futurismo divenne il trampolino di lancio verso un’arte più in sintonia con la volontà di rottura. Nella Russia rivoluzionaria il Futurismo verrà superato in favore del Costruttivismo o del Suprematismo; in Italia s’impone il Ritorno all’ordine, che adegua il discorso reazionario a una forma reazionaria: ecco la quadratura del cerchio, tanto in Russia quanto in Italia. E allora? Buttare a mare il Futurismo? Neanche per sogno. Ma discernere, prenderne le distanze culturali, pur ammettendo la sua grandezza espressiva. Questo si può fare.

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5 comments to Su di un’intuizione riguardo al Futurismo

  • Gennaro lombardi

    Ottimo.

  • berja

    bella lettura, grazie per la prospettiva dell’ingenuo o del provinciale che, per me, è nuova e illuminante.
    in altri termini si potrebbe dire che i futuristi italiani erano “agiti” dalla modernità mentre il futurismo in Russia fu “agente”

  • Sorvolando sul fatto che Leonardo era nato a Vinci, Michelangelo a Caprese e Raffaello ad Urbino, questa analisi è interessante ma per certi versi forzata.
    Russolo nasce a Portogruaro ma a 16 anni si trasferisce a Milano; Boccioni, romagnolo, è un nomade fino all’età di 20 anni: Sicilia, Romagna, Liguria, Veneto; Sant’Elia si forma professionalmente in gioventù tra Como e Milano; Marinetti nasce ad Alessandria d’Egitto, si diploma a 15 anni a Parigi, poi continua gli studi a Pavia e Genova, infine si stabilisce a Milano; Carrà si trasferisce a Milano all’età di 13 anni e tra i 18-20 anni frequenta ambienti francesi e inglesi; per non parlare dei c.d. “secondo futurismo” che è una distinzione del tutto arbitraria.
    In sostanza, oltre alla nascita anagrafica nella provincia, quello che accomuna questi personaggi è l’esperienza cosmopolita negli anni della formazione, il che apre tutt’altra – ed opposta per certi versi – prospettiva.

  • Militant

    @ Castelvetro

    Cosa c’entra il luogo di nascita degli artisti che hai menzionato? Questi non erano certo ossessionati dal tessere le lodi della “modernità” (ma quale poi? Nel ’500!?) sbarazzandosi del passato giudicato come “vecchio” solo perchè…passato, non trovi? Il problema qui mica è il pregiudizio sulla provincia.
    Il luogo di nascita è importante nel Futurismo (ma ovviamente è solo un’intuizione, non una sentenza), perchè può (potrebbe) illuminare su di un atteggiamento tipico del Futurismo stesso, cioè l’estasi di fronte alla modernità.

    Oltretutto, quello che specifichi (cioè che giungono nella metropoli nell’adolescenza), lo specifichiamo pure noi nell’articolo: “tutti i “futuri futuristi” si formano nella provincia, giungendo in città molti tardi, nell’adolescenza”.
    Ecco, l’adolescenza è tardi. Non sono nati “per caso” in provincia per poi spostarsi ancora infanti in città. Si sono proprio formati, almeno nelle loro esperienze giovanili, in provincia. Qualcosa di questo può aver influito, soprattutto in un periodo e in un’Italia in cui la differenza tra città e provincia era molto marcata? Non dimentichiamo, peraltro, che il momento di maggiore ispirazione questi futuristi lo raggiungono molto giovani, tra i 18 e i 30 anni, quindi ancora influenzati, in maniera decisiva secondo noi, dal contrasto tra provincia e modernità.

    Ti lasciamo con le parole di Norberto Bobbio (certo non un nostro “amico”, ma proprio per questo più interessante da leggere) sul Futurismo:

    “il Futurismo fu una manifestazione, forse la più grottesca, della distruzione della ragione caratteristica del decadentismo europeo[...]i futuristi erano perlopiù giovanotti spiritualmente provincialissimi, cui il macchinismo, il progresso tecnico, la dea velocità avevano fatto perdere la bussola. Poichè non avevano sufficiente cervello per capire il significato e la direzione di quello che accadeva sotto i loro occhi, si lasciarono montar la testa da ciò che mutava in superficie e scambiarono l’effimero per lo storicamente decisivo”.

  • Sissi

    Ottima intuizione, grazie!

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