APPUNTAMENTI

achtung-banditen-2017-1 bomber-renegade

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

30 March :
1953 A Bitonto, durante la protesta nazionale contro la ‘legge truffa’ la polizia, caricando i manifestanti, colpisce a morte Francesco Ricci di 57 anni, che morirà alcuni giorni dopo.

STATS

L’avvenire di Aleppo

Lo scorso 22 dicembre con l’evacuazione delle milizie dai quartieri orientali della città si è chiusa la Battaglia di Aleppo. Una battaglia durata ben 53 mesi. Un lettore mediamente attento, che avesse voluto comprendere le ragioni e gli attori di quella battaglia e più in generale le cause e le conseguenze del conflitto siriano, avrebbe però trovato non poche difficoltà a farsi un’idea leggendo o ascoltando i servizi dei media mainstream. E non per caso. La guerra, è quasi banale sottolinearlo, è sempre atroce, e lo è ancor di più quando è combattuta fra civili che spesso vengono utilizzati da una parte o dall’altra come strumento di pressione o come scudi umani. Ma in una guerra anche l’informazione, è qui forse è un po’ meno banale ricordarlo, si trasforma in un campo di battaglia. Un terreno strategico in cui si gioca una partita non meno importante di quella combattuta con le armi vere e proprie. Siamo convinti, come il Che, che essere capaci di sentire nel più profondo qualunque ingiustizia commessa contro chiunque in qualunque parte del mondo sia una delle qualità più belle dei rivoluzionari. Se però si rimane esclusivamente nel campo delle emozioni, suscitate ad arte da chi oggi ne detiene il monopolio, il rischio che si corre è quello di restare eterne vittime di quel “terrorismo multimediale dell’indignazione” con cui l’opinione pubblica mondiale negli ultimi decenni è stata manipolata e piegata ad ogni avventura neocoloniale. Se davvero, come da più parti si dice, si vuole combattere la guerra e i suoi orrori, allora occorre sforzarsi di comprendere le cause dei conflitti, determinarne le ragioni materiali ed economiche e lavorare politicamente per abbatterle. La battaglia di Aleppo ha trasformato quella che era iniziata come una guerra per procura contro l’Iran in una “mini guerra globale”, per usare un’efficace definizione del Washington Post. Una guerra che ha finito per coinvolgere direttamente anche la Russia e l’Iran e che modificherà gli equilibri mediorientali in una direzione diversa da quella che veniva auspicata da Washington e dalla UE solo 5 anni fa. Le primavere arabe del 2011 erano state viste dalle cancellerie occidentali come un’opportunità da cogliere al volo per ridisegnare il Medioriente a proprio uso e consumo. Su questo progetto si erano inserite le ambizioni delle diverse potenze regionali (Turchia, Arabia Saudita, Qatar…) determinate a volgere a loro favore i nuovi equilibri di potenza che si andavano delineando. Facendo leva sulle mobilitazioni popolari si è così lavorato da più parti ad un massiccio “regime change” i cui effetti a catena non solo non si sono esauriti, ma si protrarranno per anni. Dopo il precedente libico era dunque inimmaginabile che la Russia rimanesse nuovamente alla finestra assistendo inerme alla perdita del suo unico punto d’appoggio navale nel Mediterraneo, ed era altrettanto inimmaginabile un’inazione da parte dell’Iran di fronte alla possibile caduta della cosiddetta mezzaluna sciita e al suo relativo isolamento. E’ difficile, se non impossibile, prevedere quale piega prenderanno adesso gli eventi. Dopo la definitiva liberazione di Aleppo dalle milizie jihadiste, la cosiddetta “Siria utile” è tornata sotto il controllo di Bashar al-Asad, ma se si procederà verso una partizione di fatto dello stato siriano, oppure verso un recupero totale, molto dipenderà dalle intenzioni della Russia. Mosca in questi anni ha riaffermato un ruolo da attore protagonista sullo scacchiere mediorientale, lo ha fatto grazie alla spregiudicatezza diplomatica dimostrata a fronte dell’impaccio statunitense, ma soprattutto lo ha fatto grazie ad uno sforzo bellico considerevole e si trova ora nella condizione di dover uscire rapidamente dal conflitto per rischiare di rimanervi impantanata. Il pericolo è che un intervento prolungato faccia emergere quella debolezza economica che finora è stata mascherata dai successi militari. Non è un caso quindi che mentre il governo siriano e l’Iran spingono per puntare verso Idlib, Mosca abbia assunto un atteggiamento più cauto su cui pesa, probabilmente, anche il nuovo rapporto con la Turchia di Erdogan. Questo è l’altro elemento che peserà nei mesi a venire. Secondo alcuni analisti la relativa indifferenza mostrata da Ankara rispetto alle sorti di Aleppo è infatti il frutto della distensione, se non della vera e propria convergenza, tra i due paesi dopo la crisi del novembre 2015. Tanto che sarebbero stati proprio i russi ad avvisare Erdogan del tentativo di colpo di stato dello scorso luglio. Agli osservatori più attenti non sarà sfuggito come l’affluenza massiccia di militanti di Al Nusra ad Aleppo durante l’estate sia stata tacitamente avallata da Stati Uniti, Arabia Saudita e Qatar ma non dalla Turchia. La contropartita per questo nuovo posizionamento potrebbe dunque essere l’aver dato il via libera alla realizzazione di un “Sunnistan”, anche in chiave anti curda, esteso da Idlib a Mosul e sotto la diretta influenza turca. La realizzazione in sedicesimi di quel progetto “neottomano” che cinque anni fa aveva spinto Erdogan ad abbandonare l’alleanza con Bashar al-Asad. In tal caso la cantonizzazione della Siria, così come quella dell’Iraq, potrebbe essere più che un’ipotesi remota. Veniamo però anche rapidamente (e tristemente) a noi. La Battaglia di Aleppo ha nuovamente mostrato tutti i limiti di una sinistra occidentale ormai priva di una propria chiave di lettura del mondo che non sia quella “umanitaria”. Una sinistra che non pensa più autonomamente e che inevitabilmente finisce per “farsi pensare” dalle classi dominanti. Forse qualcuno un giorno si prenderà la briga di indicarci finalmente chi sarebbero i fantomatici ribelli “laici e progressisti” di Aleppo che avremmo dovuto sostenere. A naso ci viene da pensare che in caso di sconfitta dell’esercito siriano non avremmo visto sfilare per le strade del centro una street parade per i diritti Lgbt con le bandiere arcobaleno, quanto piuttosto una teoria di toyota con le bandiere nere. A meno che quelle barbe lunghe che per mesi si sono fatte scudo dei civili non fossero salafiti ma hipster. E se queste sono le alternative in campo anche il nènèismo di alcuni compagni rischia di suonare un po’ pilatesco. Un concetto che le migliaia di cittadini di Aleppo scesi in piazza per festeggiare la liberazione hanno compreso molto bene, visto che lo hanno vissuto sulla propria pelle. Un concetto che perfino un quotidiano cattolico come L’Avvenire, non certo un covo di rossobruni filoputiniani, è stato in grado di cogliere e che stride con le accuse di genocidio che ancora oggi campeggiano sulle pagine social di diversi compagni: “nel quartiere cristiano armeno di Aleppo, Aziziya, è stato innalzato un albero di Natale, il più alto della Siria, il primo dal 2012. Un segno di speranza, in una città diventato simbolo della crudeltà di tutte le guerre. Nel video tratto dal profilo Facebook di Sos Chretien d’Orient, rilanciato da Asia News, si vede una banda composta da giovani armeno vestiti da Babbo Natale; la loro esibizione è avvenuta martedì sera. Asia News commenta felicemente questa notizia, spiegando che Aleppo si è liberata in questi giorni da jihadisti e ribelli, che nonostante tutti gli sforzi, non sono riusciti a «uccidere lo spirito di tolleranza e convivenza tra religioni ed etnie». In piazza, a festeggiare insieme la liberazione della città dai jihadisti e il Natale che si avvicina, c’erano musulmani e cristiani, in barba al proselitismo esercitato dai gruppi salafiti e jihadisti i quali per 4 anni «hanno cercato di imporre un islam takfiri e wahhabita». Le persone originarie di Aleppo ritornate in città dopo la liberazione sono circa un milione”. 

Per una trattazione più esaustiva delle cause endogene ed esogene del disordine mediorientale rimandiamo ad un nostro documento scritto ormai un anno fa.

13972 letture totali 20 letture oggi

16 comments to L’avvenire di Aleppo

  • marco

    Ottimo ed esauriente. Nel mentre su siti pseudogiornalistici “per ragazzi” come vice news o sull’ ormai tradizionale huffington post è partito il pianto greco degli anti-assad. Vice tra l’altro pubblica un demenziale grafico frutto dellle inchieste di fonti ‘terze e indipendenti’ in base al quale desumiamo che l’esercito di Assad è responsabile del 96 % delle vittime civili. Purtroppo in questi lidi peraltro l’opinione dominante è simile a queste favole

  • carlo

    Si condivido con Marco e con l’autore. Questa rappresentazione dei fatti sembra molto reale e condivisibile, anche l’ambiguità di certa sinistra del partito della carta bollata e del diritto-civilismo.

  • stefano

    un buon articolo,qualcosa si muove sotto il cielo dell’ antagonismo, premetto che non supporto Bashar al Assad, ma il mio cuore va ai compagni siriani e a quelli della resistenza partigiana marxista leninista che combatte giorno dopo giorno una sporca guerra imperialista made in USA UE AS ISRAELE

  • Militant

    @ stefano

    Neanche noi “supportiamo” Assad. Noi prendiamo atto dell’aggressione internazionale subita dalla Siria, e in merito a questo non c’è altra scelta di campo concreta che difendere idealmente le ragioni dello Stato aggredito contro quelle della coalizione di Stati o agenti aggressori. A prescindere dalla qualità politica dello Stato vittima dell’aggressione.

  • Hirondelle

    “Forse qualcuno un giorno si prenderà la briga di indicarci finalmente chi sarebbero i fantomatici ribelli “laici e progressisti” di Aleppo che avremmo dovuto sostenere.” Piacerebbe anche a me. Ormai è un ritornello giramondo, questa dei ribelli “moderati”, “laici” ecc.

  • Vi segnalo che “LEFT” (ricordo male, o è finito nelle grinfie de “L’Unità”?? ) uscirà il 30 dicembre prossimo con un agiografia degli “elmetti bianchi”. Quasi a rispondere al vostro ragionato quanto veritiero approfondimento

  • Militant

    @ Fabrizio

    Teniamo a sottolineare che non condividiamo di una virgola l’approccio geopolitico che Fulvio Grimaldi utilizza costantemente nel leggere le contraddizioni internazionali. Non ci sarebbe neanche bisogno di ribadirlo, ma visto il costante schiacciamento interessato delle posizioni antimperialiste su quelle geopolitiche, repetita juvant.

    • Giovanni

      Quello di Grimaldi più che approccio geopolitico, lo definirei approccio campista (per non dire stalinista), contraltare e pastura ideale dell’approccio della sinistra umanitario-riformista-interclassista.

  • Gino

    Potete citare la Vs fonte sul fatto che la Turchia non avrebbe sostenuto il flusso jihadista Vs aleppo qs estate?

  • fedayn

    D’accordo su molto, non su tutto.

    In primis, mi domando l’utilità di questa continua campagna di denuncia degli “scivolamenti” propri della stragrande maggioranza del “movimento”, adagiato su posizioni filo-imperialiste. Facciamoci a capire, io medesimo ho dedicato buona parte dei miei ultimi anni di militanza internazionalista alla critica (se non alla polemica ahimè!) rivolta “ai/alle compagni/e che sbagliano”. Ancora ho la tentazione di entrare a gamba tesa nelle finte discussioni, nelle narrazioni tossiche, come quando ascolto su ROR l’intervento di Davide Grasso, o quando c’è Karim Franceschi sul red carpet, ma errare è umano….perseverare diabolico!

    In anni di “interventi” non abbiamo ottenuto alcun risultato! Il dato di fatto se proprio vogliamo descriverlo è di una polarizzazione ideologica senza possibilità alcuna di dialogo (in mancanza storica di autocritica).

    Questa perenne guerra d’opinione che divampa perlomeno dal 2011 (durante l’aggressione alla Libia) all’interno del movimento romano, a parte qualche sporadica eccezione, non ha prodotto alcuno scontro nella realtà. E questo è un male! Arriviamo quindi fatalmente all’ennesimo carrozzone elettoral-referendario avendo al nostro fianco quelle forze revisioniste ed opportuniste con le quali magari ci siamo più volte ripromessi di non condividere più nulla.

    La posizione rispetto alla guerra e l’imperialismo non è quindi ancora criminalmente considerata il parametro-guida per giudicare la fondatezza e la coerenza delle strutture (e dei singoli) che si dicono antagonisti (verrebbe da dire “a cosa?”).

    Poi c’è il “politicamente corretto” che impera sovrano impedendoci di alzare la bandiera della Repubblica Araba Siriana, che ci obbliga alle prese di distanza nei confronti di un governo legittimo (quello di Assad), che ci fa un pò vergognare della natura nazionalistica o religiosa di una massa sterminata di uomini e donne che stanno da anni resistendo all’imperialismo a conduzione USA…

    Allora, ripeto, perchè non concentrarci sul fornire solidarietà attiva alle popolazioni aggredite (magari iniziando a conoscere la loro “versione” dei fatti) anzichè tentare ciclicamente di far ragionare un “movimento” che ha già scelto da decenni di sventolare la bandiera a stelle e strisce? Dico questo perchè al di la di molte parole, la solidarietà attiva (attraverso la creazione di un rapporto con le organizzazioni arabe che pure esistono) in un sol colpo risolverebbe molte delle nostre contraddizioni, tra cui la sacrosanta espulsione dei neo-fascisti dal “dibattito” anti-imperialista, con annesso nostro immediato guadagno in termini di forza/coerenza e attrattività.

    Consapevoli che le sorti della guerra non dipendono fortunatamente (o sfortunatamente) dalla nostra volontà politica, intraprendere un percorso di solidarietà attiva (come del resto si fa, o si tenta di fare, con le popolazioni del Donbass, del Venezuela, della Palestina,…) è l’unica cura per quella sinistra di cui spesso parliamo e di cui facciamo ancora purtroppo parte anche noi fino a prova contraria.

    Evviva la liberazione di Aleppo!

  • Militant

    @ fedayn

    Il problema non è denunciare gli “scivolamenti del movimento”, ma combattere l’egemonia discorsiva del capitalismo, che ingloba anche il pensiero critico. Il capitalismo attuale comprende e organizza non solo le ragioni del governo, ma anche quelle della protesta. E’, specularmente, la stessa funzione della Chiesa: dentro di essa trovano forma e funzione sia le ragioni dell’Istituzione, sia quelle della “lotta all’istituzione”. Sia il cardinale corrotto (corrotto teologicamene, non giuridicamente) che la teologia popolare al presunto servizio delle masse. Eppure, nonostante le apparenze, questa onnicomprensività rafforza l’Istituzione ecclesiastica, perchè rende impossibile immaginare un fuori da essa.
    Ecco, oggi il conflitto si gioca anche sul piano dell’immaginario, come ripetiamo spesso. Cedere costantemente su quel piano, giustificando le politiche imperialiste contro presunti “nemici comuni”, non farà che rafforzare l’imperialismo stesso.
    Quindi la lotta per smascherare questa ideologia è necessaria e attualissima. Non riguarda (solo) pezzi di “movimento” che agiscono da retroguardia culturale (sarebbe davvero il minimo), ma soprattutto un proletariato incapace di informarsi e di pensare autonomamente, cioè non imbeccato da Repubblica o l’Huffington Post ma attraverso canali propri, che sono canali di lotta e non di retoriche contrapposte.

  • dziga vertov

    più che il proletariato incapace di informarsi autonomamente, credo che sia quel ceto cognitivo transnazionale piccolo-borghese “europeo” ad essere il principale target della disinformazione e dell’ideologia libertario-nichilista, tanto funzionale al sistema ordoliberista, e dei suoi corifei(dalle femen in sù ed in giù). quanto al mondo arabo-musulmano per sintesi riporto una frase che mi disse un grande regista tunisino qualche anno fa durante una interessante discussione su religione e modernità. seconbdo lui: “è più importante essere civilizzati che musulmani”. è questo il nocciolo del problema. il fallimento del grande processo di modernizzazione innescato dalle elite dei fronti nazionali e/o baathiste ha in parte legittimato islam politico, da un lato, salafiti dall’altro. ma sarebbe un errore pensare che tertium non datur, e su questo tertium bisognerebbe lavorare in chiave internazionalista.

  • Militant

    @ dziga vertov

    Ribadiamo: il problema non è quel “ceto cognitivo transnazionale piccolo-borghese europeo”, perchè tale ceto, che pure esiste, non ha oggi alcuna funzione nell’orientare i pensieri, gli atteggiamenti e le scelte politiche e culturali di nessun pezzo di società, men che meno quelle di un proletariato occidentale che oggi guarda al populismo o alla rassegnazione. Il suddetto ceto è confinato nei dipartimenti universitari, non nella società, e da quei dipartimenti immagina un mondo immateriale dove la fatica consiste nel sedersi 8 ore al giorno davanti ad un computer “possedendo gli strumenti della sua auto-valorizzazione”.

    Le scelte ideali, i convincimenti politici, di questa società polverizzata, non sono determinati da quel ceto, motivo per cui non ha molto senso prendersela come se fosse la causa delle scelte mistificate del proletariato. Lo facciamo, molte volte, perchè di questo mondo militante ne siamo parte e siamo costretti a confrontarci, in ragione del fatto che anche noi, non contando nulla, siamo confinati ad un mondo della politica residuale. L’importante è prenderne atto e capire come uscire da questa situazione. A molti va bene così, tutto sommato. Ci si culla nella propria diversità, perdendo di vista il senso generale della totalità capitalistica, che marcia a vele spiegate, pur nelle sue forti contraddizioni, verso l’annichilimento complessivo delle ragioni storiche del proletariato.
    Il problema è riconquistare pezzi di quel proletariato, piuttosto che pezzi di quel ceto piccolo borghese transnazionale, per dirla con una battuta.

  • dziga vertov

    d’accordissimo @militant e spero non abbiate frainteso il senso del mio commento per la parte relativa ad aleppo, l’analisi delle questioni mediorientali che proponete e’ del tutto condivisibile ed oggettivamente fondata.

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>