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#Ciaone

 

Non coglieremmo il senso di questo referendum se restringessimo la visuale su Renzi o la Costituzione. A dispetto dell’ideologia tecnocratica che vorrebbe disattivare il significato politico dei processi rappresentativi – elettorali o meno – ogni elezione è un’elezione politica, nel suo senso più profondo e generale. Ogni scontro particolare racchiude una frattura fra una sinistra e una destra, fra una visione del mondo e un’altra. La sconfitta del management renziano piddista non è (solo) una battuta d’arresto nel processo di revisione istituzionale del paese, ma l’ennesimo atto di rifiuto popolare verso il potere liberista, qualsiasi forma questo prenda e sotto qualsiasi veste questo si presenti. La vittoria del No è allora in scia del No al referendum greco del 2015; della vittoria della Brexit la scorsa estate; della vittoria di Trump il mese scorso. E, più in generale, dell’affermazione dei populismi di destra, come il Front national in Francia; di “centro”, come il M5S in Italia; o di “sinistra”, come Podemos in Spagna o il temporaneo successo di Bernie Sanders negli Usa. E’ un mondo della rappresentanza e delle istanze della politica che si sta trasformando davanti ai nostri occhi, lasciando la sinistra sempre più spaesata, succube di riferimenti politici ormai completamente disattivati. E’ la forza delle masse che hanno reciso ogni forma “ordinaria” della partecipazione politica, che si esprimono a volte non votando, altre mandando un segnale dirompente di rifiuto dell’establishment politico-economico, qualsiasi forma questo prenda, di destra o di “centrosinistra”.

Chiaramente, il fronte del No compattava un’accozzaglia (è proprio il caso di dirlo) politica che definire eterogenea è poco. Ma il dato centrale su cui andrebbe aperta una riflessione (e che alcuni iniziano a fare, come Carlo Formenti ma non solo), è che l’accozzaglia politica del fronte del No non ha determinato l’orientamento elettorale della popolazione, ma si è accodata ad un sentimento di rifiuto popolare verso le istituzioni, i loro rappresentanti, i loro referenti economici e burocratici tanto nazionali quanto europeisti. Partiti e movimenti politici non hanno niente da proporre a questo sentimento popolare, se non tentare di volta in volta d’intestarsi una vittoria che però non ha rappresentanze politiche adeguate. E’ il tempo, oggi più che mai, di lavorare dentro questo sentimento popolare, che è un sentimento di classe e non solo, che somma ragioni progressive e regressive, ma che andrebbe sfruttato per quello che può produrre: una rottura, forse ambivalente, con lo status quo liberista. Fuori da questa ambivalenza c’è il consolidamento ordoliberale, non altro. Eppure siamo ben lontani ancora dall’apprendere questo semplice principio di realtà che disfa materialmente le convinzioni ideologiche di tanta sinistra. Mentre la storia, quella materiale, fatta di rapporti di forza e contraddizioni di classe, sfila sotto gli occhi di pensosi analisti della politica persi per le campagne inglesi a chiedere l’età dei votanti della middle class reazionaria, contenti di aver scoperto che dietro Farage o Trump non c’è il socialismo, il “populismo”, nelle sue varie forme, correnti e dimensioni, s’intesta le ragioni dell’opposizione al liberismo europeista e campa di rendita per manifesta inferiorità dei potenziali contendenti politici. L’importante però è fare luce su Trump che in realtà non è un comunista sotto mentite spoglie, o scoprire che un No al referendum non conduce automaticamente alla rivoluzione.

Non è stato un voto in difesa della Costituzione. Laddove questo mito resiste, come in Toscana o in Emilia Romagna, ha vinto il Si, non a caso. E’ stata una mobilitazione di massa contro il Pd. Sarebbe stato uguale se al governo ci fosse stata Forza Italia però, perché il nodo non è questo o quel soggetto politico, ma il campo che questi soggetti, tutti insieme, rappresentano: il campo del liberismo europeista, dunque il campo della nemicità popolare. Oggi, giorno in cui il dato è davvero lampante, c’è un baratro davanti a noi: o stiamo dalla parte del “popolo” – nelle sue contraddittorie, multiformi e ambivalenti forme – o stiamo dalla parte delle élite sociali, politiche, culturali e finanziarie. Tertium non datur. Non è roba per palati fini: è la politica.

17380 letture totali 4 letture oggi

12 comments to #Ciaone

  • moravagine

    Analisi ampiamente condivisibile: fuori da questo marasma nel quale occorre immergersi, c’è solo la restaurazione turboliberista, ben lungi dall’essere sconfitta.
    L’articolo pare quasi ventilare la necessità di una sorta di “Fronte di liberazione nazionale” dagli invasori, dai loro quisling e dai loro vassalli e clientes; non si tratta di fare sommatorie di partiti, ma di fornire uno strumento politico a questo sentimento ormai egemonico nella popolazione, nonostante la grancassa della propaganda, in una prospettiva analoga (con tutti i distinguo del caso) a quella del MAS boliviano, del PSUV venezuelano e di Alianza Pais in Ecuador.
    A proposito dei risultati, mi permetto di sottolineare il NO plebiscitario del Sud (con il 60% a Salerno, la città di De Luca, e il 67% ad Agropoli, la mia città natale, elogiata come esempio di controllo “scientifico” del voto clientelare).
    Parimenti, il Sì ottiene un risultato dignitoso in alcune province del Nord profondo e “anticomunista”: Bergamo, Trento, Lecco, la stessa Milano: è l’anticamera del Partito della Nazione, la DC 3.0 che dovrebbe farci da curatrice fallimentare per conto terzi.
    Per una volta, comunque, W il popolo italiano!

  • spalmen

    Condivido. Quindi ci lavoro localmente sopra.

  • Angela

    La fragranza degli apericena e il popolo degli abissi.

    Troppo tanto tempo abbiamo dato al nemico perdendosi nell’opinionismo imbelle del ceto medio senza scenderae negli abissi della miseria e dal lezione che saliva a lambire gli happyours.
    Parole inutile che non squarciavano,non allarga vano orizzonti che non ci avvicinavano e non ci permettevano di organizzare il popolo lasciato alla destra del momento dimenticando la letteratura della crisi del 29 in Europa e l’avvento del nazi-fascismo
    Se non si è popolo organizzato si ha un bel dire del ceto politico.
    Certo la fatica è tanta,il rischio pure e senza una cultura/concezione del mondo/ideologia del mondo nuovo di sostegno,ancora più impossibile.

  • angela

    ricevo ed inoltro

    Per il dibattito:
    Appunti urgenti di un programma minimo

    PER UNA NUOVA ALBA MEDITERRANEA

    1- Ritiro delle missioni militari all’estero.
    Immigrazione di guerra a carico dei paesi promotori delle scorrerie internazionali
    Abolizione delle sanzioni alla Russia

    2- Reddito garantito da finanziare anche con tassa sui grandi patrimoni…dimezzamento stipendi e numero dei parlamentari

    3- Piano organico di grandi investimenti per il riassetto idrogeologico di tutto il paese

    4- Abolizione della legge Fornero e del Jobs-act

    5- Ritiro delle agevolazioni fiscali alle grandi imprese e grande tassazione alle transazioni finanziarie e alle imprese che delocalizzano e che poi importano

    • Hirondelle

      Sono MATTI. Lo vogliamo capire o no che il reddito garantito, sotto tutte le sue forme e contorsionismi nominalistici, non è altro che lo smantellamento di sanità, previdenza e pensioni pubbliche? Credete davvero che basterebbe, il giorno in cui dovessimo pagarci, o potercela pagare solo grazie al datore di lavoro, come dicono i nuovi contratti del welfare aziendale, un’operazione d’urgenza chessò, di appendicite?? Avete idea dell’ammontare necessario da percepire a persona per coprire costi del genere?

      Come fate a illudervi ancora che un mutamento del welfare agitato da questa classe politica che ha voluto la precarizzazione selvaggia UE possa essere a nostro vantaggio?
      In Germania sono stati i socialdemocratici a introdurlo insieme alla precarizzazione selvaggia. In questi decenni le parole libertarie degli anni’70 sono state tutte riconvertite dalla destra liberista a proprio vantaggio. Continuare a crederci in questo contesto è da suicidi irresponsabili.
      Roba da pazzi.

  • Lupa

    “Oggi, giorno in cui il dato è davvero lampante, c’è un baratro davanti a noi: o stiamo dalla parte del “popolo” – nelle sue contraddittorie, multiformi e ambivalenti forme – o stiamo dalla parte delle élite sociali, politiche, culturali e finanziarie. Tertium non datur. Non è roba per palati fini: è la politica.”

    Tutto vero, solo che stare dalla “parte di”, non può voler dire accodarsi, altrimenti le contraddizioni del popolo ci divoreranno, sommergeranno qualsiasi ipotesi rivoluzionaria. Lasciando il campo ad una reazione ancora più feroce. E allora? La risposta sta sì nello stare dalla parte del popolo, dentro le sue contraddizioni, ma dando una spinta con una direzione a queste contraddizioni. Chi può farlo? Solo un soggetto politico con un pensiero strategico in grado di cogliere la totalità. E’ ora, non più rimandabile, di cominciare seriamente ad affrontare questo nodo.

  • Militant

    Certo, il discorso sul populismo non significa “farsi populisti”, ma cogliere i nodi politici che oggi rafforzano quel tipo di opposizione, ritrovare un linguaggio e una politica per declinarli, e rappresentare le ragioni dell’opposizione di classe. Non accodandosi, ma riconvertendoli in politiche di sinistra. Temi quali la sovranità, l’Unione europea, la lotta alla globalizzazione liberista, lo Stato, il partito, la “casta”, eccetera: tutti temi abbandonati dalla sinistra – che infatti è definitivamente scomparsa in questo referendum – riciclati dai populismi, disattivati dei loro significati sociali e riconvertiti per proposte più o meno regressive. Ma il punto non è negare quei temi relegandoli a “pensiero di destra”, ma discuterli, articolarli, salvare il bambino buttando l’acqua sporca, eccetera. Questo, semmai, significa accettare la sfida del populismo.

  • peppe

    Sono molto d’accordo con quanto dice Lupa. Serve un partito politico che agisca subito nella voragine politica, prima che questa si trasformi in baratro dal quale non uscire più. Le speranze sono riposte nei tanti comunisti, come Militant, che animano i conflitti ma che sanno che lotte senza un referente politico si trasformano in vittorie di Pirro (quando va bene).
    Quindi, la parola al movimento comunista italiano, ma per Dio, sbrighiamoci.

  • quino

    non si passa dall’analfabetismo a leggere e capire i grandi scrittori.
    va fatto un pezzo di cammino alla volta, sapendo approfittare tatticamente delle occasioni (anche quando non prettamente rivoluzionarie).
    Dare acqua e ossigeno al mare in cui poter sguazzare!
    Senza, ovviamente, perdere di vista l’obiettivo strategico.
    Ma oggi più che mai, bisogna giocare su un piano tattico.
    E tutto quello che va contro il gioco/scopo neoliberista padronale incarnato dal PD: è necessario ed obbligatorio da coltivare, formare, favorire, incentivare e sostenere.
    il neoliberalismo discriminatorio economico e guerrafondaio padronale è e resta il nemico. un nemico che oggi sembra nudo, ma che comunque resta forte e a cui non va concesso un attimo di tregua cadendo nel (loro) gioco delle differenziazioni delle opposizioni.

  • quetzal

    quoto lupa e peppe: la declinazione “populista ” di temi storicamente “nostri” è per un verso una terribile necessità dell’oggi, per altro verso è una cosa che è sempre avvenuta; il riferimento al “popolo” è presente da un secolo nel movimento comunista. il problema che abbiamo adesso è come recuperiamo , in positivo, la dialettica tra “popolo” e classe” per fare questo abbiamo bisogno di una soggettività politica all’altezza dello scontro.anatemi, scomuniche e primogeniture (tipo “la sinistra è morta”) credo non servano , serve invece comprendere che il NO è tante cose (anche troppe) e che tra quei 20 milioni , piu di qualcuno aspetta un ns segno…..

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