APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Comitato per il Donbass Antinazista


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

3 June :
1944 Le truppe tedesche lasciano Roma definitivamente, dando il via libera alla sua liberazione che avverrà il giorno dopo ad opera con l'ingresso delle truppe alleate.

STATS

L’uomo nuovo del capitalismo ordoliberale

 

In cosa consiste la sostanza che sta alla base del capitalismo della crisi? Frotte di scienziati sociali – economisti, storici, sociologi, filosofi – provano da anni a rispondere a questa domanda, senza per questo riuscire a convincere nelle risposte. Certo, la caduta tendenziale del saggio di profitto è ancora, almeno ci sembra, la spiegazione che trova le maggiori verifiche empiriche, sul piano economico. Ma non basta. Non è mai stata pensata come spiegazione onnicomprensiva delle trasformazioni del capitale, e per tale ragione non può essere utilizzata come atto di fede nelle riflessioni sul capitalismo della crisi del XXI secolo. Pietro Ichino, sul Corriere del 17 novembre, ci sembra far luce (involontariamente) su di un dato centrale del modello produttivo liberista, in grado di aggiungere un pezzo alla risposta sul perché il capitalismo è in crisi irreversibile. Leggiamo: “nel ’69…fatta 100 la produttività standard di un operaio-tipo, quello che in concreto aveva una produttività inferiore si attestava intorno a quota 90, raramente si arrivava al limite minimo di 80, mentre quello più produttivo poteva arrivare a 130, 140, raramente a 150. In altre parole, il rapporto tra il più e il meno produttivo non arrivava neppure a 2[…]Oggi la situazione è totalmente cambiata. Un’azienda che intenda assumere un addetto a mansioni anche di livello basso…può trovarsi di fronte a risultati che indicano differenze di produttività da 100 a 10.000[…]Se poi dai livelli esecutivi più bassi si passa a quelli di concetto, o addirittura a quelli del lavoro creativo, la gamma delle produttività individuali, risultanti in parte dalle capacità individuali di avvalersi dei nuovi strumenti, si allarga a dismisura[…]In altre parole, per semplificare al massimo: tra chi sa soltanto confezionare o recapitare una pizza e chi sa individuare i suoi potenziali consumatori e gli ingredienti della stessa pizza a loro più graditi, come raccoglierne in modo più efficiente le ordinazioni e i pagamenti e come organizzare le consegne, si è determinata una distanza molto maggiore nel mercato del lavoro rispetto a quella che separava cinquant’anni fa, o anche solo venticinque, il pizzaiolo o il fattorino più produttivo da quello più imbranato”.

Non sembra, ma questa dinamica spiega (almeno in parte) la crisi del capitalismo attuale. Qualche decennio fa, per una serie di fattori oggettivi (il modo in cui era organizzata la produzione; lo sviluppo storico delle forze produttive) e soggettivi (la resistenza operaia ai processi di segmentazione e annichilimento; la forza delle organizzazioni e dei partiti operai), all’interno dello stesso processo produttivo – ad esempio: dentro una fabbrica, ma anche dentro un ufficio – la socializzazione delle informazioni e delle competenze era vertiginosamente più elevata, livellando le condizioni di produzione e i rapporti di lavoro. L’operaio, o l’impiegato, erano in grado di possedere (a grandi linee) tutti gli strumenti e le informazioni di cui si componeva l’organizzazione della produzione. Possedevano cioè una scienza, composta da un misto di esperienze pregresse, esperienze dirette nei luoghi di lavoro, cultura tecnica e politica, emancipazione data dai livelli di conflittualità, eccetera. Inoltre l’impresa, sia pubblica che privata, investiva (perché obbligata dai rapporti politici, non per bontà) nella formazione delle professionalità, riducendo drasticamente le differenze tra l’operaio o l’impiegato più produttivo e quello meno.

Oggi questo modello è stato definitivamente(?) disarticolato. Oggi l’operaio o l’impiegato inseriti nei loro particolari momenti della produzione (materiale o immateriale), conoscono solo il proprio specifico aspetto, ignorando non solo ciò che succede sotto e sopra di loro, ma soprattutto ignorando il modello produttivo complessivo nel quale sono inseriti. Se fino a trent’anni fa un operaio della Fiat avrebbe saputo, a grandi linee, partecipare a tutti i momenti della costruzione di un automobile, riuscendo potenzialmente a costruirsela da solo, oggi l’operaio è super-specializzato nella sua particolare mansione, ma difficilmente padroneggia il processo produttivo nel suo insieme. E non stiamo parlando dell’operaio professionale degli anni Trenta o Cinquanta, ma anche dall’operaio massa degli anni Sessanta, ignorante dei processi produttivi nei quali era immerso ma rapidamente ammaestrato del suo ruolo nella produzione (e nel mondo).

L’impresa, sia pubblica che privata, non investe più nella formazione delle competenze della sua forza lavoro anzi, al contrario, si appropria di competenze auto-prodotte privatamente e individualmente per poi fagocitarle nei processi produttivi. Il fenomeno degli youtubers, dei talent, dei freelancers, delle finte partite iva, non sono altro che pezzi di questo discorso per cui la professionalità non è più il risultato di un investimento economico sul lavoratore, ma la qualità che si deve possedere per farsi assumere e sussumere dal capitale, sia pubblico che privato. Dal capitalismo della crisi è scomparso il concetto del rischio.

Tutto questo crea un mercato del lavoro iper-segmentato, atomizzato, parcellizzato, che disattiva ogni possibile solidarietà tra lavoratori dentro uno stesso processo produttivo, sostituito dalla competizione tra lavoratori che si auto-percepiscono come “imprese individuali” in lotta per “segmenti di mercato” che poi altro non sarebbero che il riconoscimento di queste professionalità da parte dell’impresa che dovrebbe procedere all’assunzione. Oltretutto, questa dinamica contribuisce alla strutturazione di una società individualizzata iper-conflittuale orizzontalmente (tra lavoratori investiti del ruolo di competitors) ma pacificata verticalmente (nel rapporto tra lavoratori e datori di lavoro), dove non è possibile alcuna istanza comune date le caratteristiche della società-mercato che impone vincoli di ostilità e competizione tra lavoratori stessi.

Ma questo vasto processo di ri-organizzazione dei rapporti produttivi influisce anche sulla tendenza del profitto a diminuire. Infatti per Marx, sintetizziamo volgarmente, l’aumento del capitale costante (le macchine) accresce la produttività ma diminuisce il profitto, perché l’unico strumento di profitto nelle mani del capitale è costituito dal lavoro umano. Ma qual è la differenza sostanziale tra la macchina e l’uomo nel processo produttivo? Che la macchina sa fare solo ciò per cui è programmata: l’impresa può aumentarne il ritmo di produzione, ma non la varietà di mansioni differenti o alternative programmate. L’uomo, nella sua infinita adattabilità, può predisporsi a ritmi, mansioni e specializzazioni differenti, molteplici, alternative. Se riduco le infinite potenzialità della natura umana al ruolo di robot umanizzato che dis-conosce ogni parte del processo produttivo e la stessa produzione nel suo insieme, equiparo l’uomo alla macchina, aumentandone a dismisura la produttività (come è avvenuto in questi anni), ma riducendo costantemente le possibilità di profitto per le imprese pubbliche e private.

Su di un piano più filosofico e culturale di lungo periodo, oltretutto, questa tendenza aliena ulteriormente la specie umana da se stessa. L’”uomo di ieri” – per usare un eufemismo – sapeva fare un po’ di tutto. Possedeva cioè competenze variegate ma utili alla difesa della sua autonomia e alla sua libertà da vincoli esterni. L’”uomo di oggi” non sa fare tendenzialmente niente. E’ stato progressivamente espropriato della capacità di fare fronte alla vita se non delegando al mercato la soluzione delle sue mille problematicità. Questa delega è una spoliazione della propria natura, che non viene semplicemente dispersa ma rimane intrappolata nelle logiche del mercato, al quale necessariamente affidarsi se si vuole cucinare un piatto di pasta, sostituire il sifone del lavandino, riparare le libreria, cambiare l’olio alla macchina, e altri infiniti eccetera. L’iper-specializzazione post-moderna fondata sul mito della tecnica opposta alla coscienza critica del sapere umanistico altro non è che la particolare concretizzazione universitaria di questo processo.

Ecco perché Ichino, nella sua ingenuità ma al tempo stesso nella sua consapevolezza accumulata in anni di studio del mondo del lavoro, individua nell’estrema frammentazione delle capacità produttive della forza lavoro un problema da affrontare. Riducendo i diritti dei lavoratori, dal suo punto di vista. Ma certo non stiamo qui a chiedere a Ichino risposte ai problemi che gente come lui ha contribuito a creare.

12472 letture totali 4 letture oggi

19 comments to L’uomo nuovo del capitalismo ordoliberale

  • Compagni, mi sfugge perchè l’uso delle macchine diminuirebbe il saggio di profitto. Il mio ragionamento è questo: la macchina fa il lavoro dell’Uomo, ergo sostanzialmente fa risparmiare al padrone un salario (tengo per convenzione l’equivalenza una macchina=un operaio ma appunto è una convenzione) facendogli spendere solo i costi della macchina (almeno finchè non sono riassorbiti, poi giusto la manutenzione) quindi è una massimalizzazione di estrazione di plusvalore visto che il padrone si intasca un salario intero che senza la macchina dovrebbe pagare al lavoratore (sempre tenendo la convenzione esemplificativa).
    Il discorso per cui l’Uomo iperspecializzato perde le sue innumerevoli capacità di modificare e adattare il lavoro e inventare altro o migliorarlo lo condivido appieno e non posso che pensare alle riflessioni filosofico-antropologiche marxiane in merito, ma non comprendo in quale modo tutto ciò incida negativamente sul profitto, visto che esistono innumerevoli figure professionali (i cosiddetti ‘creativi’ oltre a ingegneri ecc) che studiano queste fasi, dall’estetica del prodotto al marketing, e dunque in questa ipersettorializzazione l’operaio deve fare la macchina umana e solo in quel settore in cui è messo a lavorare o, uscendo dalla produzione materiale ed entrando nel ‘creativo’, operare solo per le professionalità che si è auto costruito (visto che come dite bene ormai l’acquisizione di saperi lavorativi è demandato al singolo anzichè essere un investimento coi rischi che esso comporta).
    Altro è se mi dite che la robotizzazione produrrà un esercito di disoccupati, e dunque si contrarranno i consumi, ma questo riguarda il momento della vendita e non della produzione (e dunque non il salario come tale), e, in secundis, la costruzione imperialista del mondo e la globalizzazione avrebbero aree estere a più benessere o comunque a maggiore funzionalità di mercato in cui esportare quei prodotti, almeno per buona parte.
    Fuori dal mio limite di comprensione su questo punto, trovo questa riflessione generale molto giusta e istruttiva.

  • panettone

    perché il dalle macchine non ha alcun plusvalore

    • Il plusvalore secondo me è invece estratto quasi al 100% (a parte i costi della macchina e la manutenzione) proprio perchè, tenendo una convenzione di una macchina = un operaio per capirci facile) proprio per il fatto che avendo la macchina si tiene tutto il salario, fissato dal mercato del lavoro, che avrebbe dovuto corrispondere ad un operaio se la macchina non ci fosse stata, come dicevo sopra, è questo il punto per me critico da cui poi discende tutto il resto del discorso che ho fatto. La macchina in pratica sostituisce il salario, dunque anche il plusvalore estratto, detta in soldoni e sempre secondo me.

      • E, ovviamente, sostituendo il salario, quella parte di soldi rimane direttamente al padrone a parità di prodotto. Io, ripeto, più che nella mancata estrazione di plusvalore (dal momento che il salario rimane direttamente in tasca al padrone tramite la macchina) la criticità per il profitto la vedo nella fase della vendita davanti ad una popolazione ampiamente disoccupata o sottoccupata, ma poi c’era il discorso della globalizzazione nell’intervento sopra che non sto a ripetere essendomi già fin troppo dilungato.

  • Luca

    Ciao Bruno, capisco quello che dici ma qui si parla di caduta tendenziale, appunto, di profitto.Quello che al capitalista interessa nn è risparmiare “salario” ma strutturare la produzione in termini di incremento esponenziale di p

    • Ciao Luca, purtroppo anche qua rimango perplesso.
      Per incrementare esponenzialmente il profitto al padrone basta, con le stesse macchine, incrementare la produzione e ovviamente avere un mercato di sbocco proporzionato.
      Se aumento la produzione ma non ho la macchina devo assumere più operai, e quindi mi tengo sì la porzione di plusvalore ma comunque devo corrispondere come salario una porzione di Capitale.
      Se aumento la produzione attraverso la macchina mi tengo pressochè tutto il Capitale e anche se ne devo comperare un’altra rimane il discorso di cui sopra.

    • ‘Di cui sopra’ si riferisce ovviamente agli interventi dei precedenti commenti, non all’ultimo commento.

  • quetzal

    qualcosa mi sfugge .come si spiega il fatto che negli ultimi decenni all’aumento dell’automazione abbia fatto riscontro un aumento esponenziale dei profitti? perchè sono stati reinvestiti in finanza più o meno tossica (e quindi il capitalismo finanziario effettivamente è la risposta borghese alla caduta tendenziale del saggio di profitto? ? perchè l’automazione permette di suo profitti crescenti (grazie al risparmio di capitale variabile) ? perchè finchè vi è un mercato dove le merci prodotte vengono acquistate conviene al padrone sostituire macchina a lavoro umano? resto convinto che la crisi sia da sovrapproduzione e che in questo senso sia relativamente altra cosa dalla produttività degli investimenti di capitale, costante o variabile che sia.capiamo insieme.

  • professorino

    Il valore di una merce è determinato esclusivamente dalla quantità di lavoro vivo che in essa è contenuto. Le macchine non apportano nuovo valore ad una merce, semplicemente trasferiscono parte del valore che in esse è contenuto, valore che a sua volta è determinato da lavoro umano “cristallizzato”.
    Solo l’impiego di lavoro umano, lavoro vivo, apporta nuovo valore ad una merce.
    Quello che determina la crisi è il fatto che il singolo capitalista tende a meccanizzare la produzione per ridurre i costi di produzione e guadagnare un extra-profitto rispetto ai concorrenti (finchè anche loro non modernizzano il processo produttivo introducendo innovazioni analoghe), ma così facendo riduce il lavoro vivo impiegato e quindi anche il valore ed il plusvalore relativo prodotti. La meccanizzazione riduce il costi di produzione ma allo stesso tempo, riducendo il lavoro vivo impiegato, incide negativamente sul plusvalore e sul saggio di profitto.
    Attenzione quetzal, si parla di saggio di profitto non di massa dei profitti. I profitti, come aggregato, crescono, ma il saggio di profitto (rapporto fra massa dei profitti e massa del capitale anticipato) tende a ridursi, tendenza che può essere chiaramente non lineare e altalenante a causa dei famosi fattori di controtendenza, fra cui quelli (finanziarizzazione) che citi giustamente tu.
    La crisi è solo e sempre crisi da sovrapproduzione perchè entrano in contraddizione la necessità del capitale di produrre sempre di più a scala allargata da un lato e la spinta alla meccanizzazione, o più propriamente all’aumento della composizione organica del capitale (rapporto fra capitale costante e capitale variabile) dall’altro, contraddizione che rende via via più difficile e meno remunerativa la valorizzazione del capitale anticipato (più banalmente: la vendita delle merci prodotte).
    Come si esce da questo loop? Distruggendo capitale in eccesso! Quindi guerra (distruzione capitale costante e, terribilmente, variabile) e disoccupazione (distruzione di capitale variabile)…

    • @Professorino
      Questa è la classica spiegazione marxiana della caduta del saggio tendenziale di profitto come la conoscevo anche io, ma forse è una delle meno cogenti tanto che è stata criticata anche da molti studiosi marxisti.
      Il punto è: se aumenta la massa di profitto e se le spese per le macchine sono minori delle spese per il salario, al padrone dovrebbe andare benissimo e appunto io dico che tenendosi anche la porzione di Capitale in cui entrava il salario, il padrone sta già massimalizzando l’estrazione di plusvalore.
      E’ vero poi come tu dici che la crisi è da sovrapproduzione, ma se è da sovrapproduzione lo è proprio perchè la domanda eccede l’offerta, e in un lavoro totalmente o quasi meccanizzato l’offerta cade perchè ci sono moltissimi disoccupati o sottocupati, per cui nell’ultima frase sembreresti darmi ragione quando dico che semmai il profitto cade perchè non c’è un Mercato di sbocco. E infatti le guerre hanno sempre distrutto Capitali avversari ma anche costruito nuovi mercati di sbocco in diversi casi, durante ma soprattutto dopo che essa viene vinta.
      Non trovi?

  • professorino

    Si tratta, terra-terra, della teoria marxiana del valore, alla base di tutti gli altri ragionamenti e conclusioni marxiane. Se ci si allontana da questo meccanismo, vengono inevitabilmente a cadere tutti gli altri. Non vedo però allora come definirsi marxisti…
    La contraddizione – è questo il nocciolo della questione – è fra interesse, e conseguente comportamento, del singolo capitalista e interesse dei capitalisti come classe.
    Il singolo capitalista avrà interesse a sostituire lavoro vivo con macchinari se riduce il costo di produzione e ottiene quindi un sovra-profitto rispetto ai concorrenti che ancora non hanno introdotto quella specifica meccanizzazione. Per il singolo si tratta di comportamento assolutamente razionale.
    Il problema nasce per la classe dei capitalisti nel momento in cui tale interesse individuale entra in contraddizione con la necessità di valorizzazione della classe: vendere le merci prodotte, e venderle ad un prezzo tale da consentire la prosecuzione (su scala più ampia) del processo di accumulazione.
    La contraddizione diventa evidente al momento della valorizzazione, ma nasce ovviamente nella fase di produzione.

    • @Professorino
      Capiamoci: pure io ( e i critici marxisti meglio di me) penso che la teoria del valore-lavoro sia valida, ma penso che non pagando un salario ma pagando molto meno la macchina, come dicevo, l’estrazione di plusvalore c’è già, per così dire, incorporata.
      Dunque concordo che, per quanto il problema venga fuori dalla valorizzazione/vendita davanti a masse di disoccupati, dietro si cela sempre il discorso della macchina, ma proprio perchè la tendenza alla massimalizzazione dell’estrazione di plusvalore attraverso la macchina genera masse di disoccupati e, alla lunga, la guerra.
      Forse non è che siamo così distanti eh, nemmeno come approccio al marxismo.

  • operaiosanbasilio

    Il fatto che le macchine non producano plusvalore, e che il processo produttivo si limiti a traferire parte del loro valore nel prodotto finale, Marx lo spiega efficacemente nella decina di pagine che compongono il sesto capitolo del primo libro del Capitale. Quello in cui descrive la differenza tra capitale costante e capitale variabile, un concetto su cui ritornerà più volte nel resto della sua opera. Scrivo questo non per un inutile sfoggio di erudizione, ma perchè il marxismo è un metodo scientifico e non può essere ridotto a opinione. Il “secondo me” in scienza non esiste, esistono tesi che poi però vanno verificate empiricamente. E’ vero, come ha scritto qualcuno, che la teoria del valore è stata messa in discussione da diversi teorici postmarxisti, tra l’altro è su questa idea che poggiano gran parte delle teorizzazioni redditiste, ma è altrettanto vero che la crisi del 2008 ha fatto giustizia di tutte queste teorie relegandole nel casssetto delle curiosità del passato. Senza la teoria del valore, senza la legge sulla caduta tendenziale del tasso di profitto (che per inciso è per Marx una delle leggi fondamentali di funzionamento del modo di produzione capitalistico) diventa davvero difficile (per non dire impossibile) spiegare scientificamente la crisi di accumulazione in cui il sistema capitalistico si dibatte da oltre quarant’anni. E infatti spesso ci si riduce a porre la questione esclusivamente sul piano redistributivo e morale, per cui sarebbe tutto riconducibile all’avidità di pochi. Senza gli strumenti del marxismo diventa altrettanto difficile interpretare analiticamente le contromisure messe in campo dal capitale per contrastare la caduta tendenziale del saggio di profitto (aumento dello sfruttamento, concentrazione e centralizzazione dei capitali, finanziarizzazione,…). Se fosse possibile estrarre plusvalore dalle macchine come si spiegherebbe, ad esmpio, lo spostamento della produzione industriale nei paesi a bassi salari e la spasmodica ricerca di tassi di fruttamento maggiori? Perchè spostare le fabbriche dal centro alla periferia? Anche sul concetto di sovrapproduzione occorre fare molta attenzione, perchè altrimenti si rischia di cadere nel sottoconsumismo di matrice keynesiana secondo cui la crisi sarebbe figlia dei bassi stipendi quando, per certi versi, è vero il contrario. La sovrapproduzione è soprattutto e principalmente sovrapproduzione di capitali che non trovano più possibilità di valorizzazione.

    • @ Operaiosanbasilio
      Guarda, per lo spostamento delle fabbriche il discorso è che evidentemente lì l’operaio costa anche meno della macchina, e/o la combinazione macchina e operaio costano molto meno dove si delocalizza rispetto al luogo originario.
      Fuor di questo, sia chiaro che la mia posizione non è assolutamente post marxista e redditista, in quanto, come pensavo evidente, anche io sono fermamente convinto che l’estrazione di plusvalore ci sia dal salario e proprio potendo risparmiare attraverso la macchina l’intero salario (e dunque la porzione di Capitale) rimane ferma l’estrazione di plusvalore visto che non solo il plusvalore ma l’intero salario rimane in tasca al padrone: comunque la si veda il discorso non è assolutamente contrario alla teoria del plusvalore e portante a teorie redistributive, in quanto, come dicevo sopra, in ogni caso rimane ferma l’estrazione di plusvalore come motore dell’accumulazione capitalista, anzi, a parità di macchina, fa sempre la differenza a vantaggio del padrone il salario più basso, e dunque la maggiore estrazione di plusvalore, che può corrispondere all’operaio che ancora lavora oltre alla macchina.
      Sulla sovrapproduzione hai ragione, eppure il discorso non è contraddittorio giacchè il fatto che non ci siano più ampi margini di mercato è sempre mancata valorizzazione del Capitale, tantopiù se esso non può produrre merci e dunque trarre valore dal salario dell’operaio.
      Ed ecco che la caduta tendenziale del profitto c’è perchè l’esubero di Capitale (meglio che di merce, come mi fai notare) non ha un mercato di sbocco.
      E’ verissimo come dici che le leggi del Capitale sono scienza e non opinione, tuttavia la scienza stessa è fatta di approfondimenti su punti che non contraddicono la teoria generale, e la teoria del valore non è qui assolutamente contraddetta; magari si sviluppa in una società in cui la macchina ha un ruolo molto più sviluppato dell’epoca in cui Marx studiava le leggi generali del Capitale che, come torno a ripetere, tornano valide in tutte le fasi, questa compresa, a partire dalla teoria del valore lavoro.

  • Militant

    Sulla discussione non possiamo che fare nostri i ragionamenti di @professorino e di @operaiosanbasilio. Il saggio di profitto contenuto in una merce è dato esclusivamente dalla quantità di lavoro materiale incorporato dalla merce stessa. E questo è spiegato bene dalla dinamica riferita da @operaiosanbasilio: se per il capitale bastassero le macchine per aumentare il saggio di profitto, come si spiega la delocalizzazione dei processi produttivi? Un operaio asiatico, per quanto povero e non sindacalizzato, produce comunque ad un costo superiore di una macchina, che non ha bisogno neanche dello stipendio. Eppure la robotizzazione dell’economia, lungi dal risolvere i problemi dell’economia, è parte in causa strutturale della crisi economica, come ormai rilevano peraltro anche gli economisti liberali. Dunque, il lavoro è ancora l’unico strumento che ha il capitale di valorizzare se stesso. La meccanizzazione aumenta la produttività, aumenta la quantità di merci presenti nel mondo, genera capitali in eccesso, ma *non genera* valorizzazione del capitale, che rimane imprigionata nella merce stessa. Di qui, la crisi economica, tamponata dalle controtendenze (ad esempio, la finanziarizzazione dell’economia), ma tendenzialmente strutturale e inarrestabile se non attraverso eventi che producano una calo drastico della masse di capitali inutilizzati/non valorizzati.

    • @ Militant
      Vedi la risposta a Operaiosanbasilio: certamente la determinante, a parità di macchine, è il salario e quindi su questo così convergiamo.
      Sul resto,il dire che genera capitali in eccesso è egualmente discusso nella risposta sopra uscita simultaneamente alla vostra.

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>