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3 June :
1944 Le truppe tedesche lasciano Roma definitivamente, dando il via libera alla sua liberazione che avverrà il giorno dopo ad opera con l'ingresso delle truppe alleate.

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Elezioni USA: la mitologia della mitologia.

In questi primi giorni della presidenza Trump stiamo assistendo ad un fenomeno alquanto singolare: mentre i media mainstream, superato lo stordimento e la confusione per la vittoria “a sorpresa” del tycoon newyorkese e venuto meno il loro compito di influencer pro Clinton, si interrogano quasi quotidianamente sul significato sociale e politico della tornata elettorale statunitense, in molti, a sinistra, sembrerebbero provare a ricondurre tutto dentro uno schema interpretativo convenzionale: i conservatori a destra e i progressisti a sinistra, i ricchi da una parte e i poveri dall’altra, ecc. ecc. Una lettura consolatoria che sottovaluta gli elementi (anche drammatici) di novità delle presidenziali statunitensi con cui, gioco forza, saremo chiamati a confrontarci anche alle nostre latitudini. Uno degli argomenti cardine di questa sorta di esorcismo collettivo è rappresentato dal voto a sostegno di Trump della working class e più in generale dei ceti impoveriti dalla crisi. Si tratterebbe, è questa la tesi, di una vera e propria narrazione mitologica che si autoalimenta di luoghi comuni e, a dimostrazione di questa teoria, vengono presentati i dati sulle percentuali di voto in riferimento alla fasce di reddito. Ora, prima di procedere, ci occorre fare due precisazioni. La prima, anche banale, è che fasce di reddito e classi sociali sono due concetti diversi che solo in parte si sovrappongono. Un salariato che vive esclusivamente della vendita della propria forza lavoro può tranquillamente appartenere ad una fascia di reddito superiore rispetto ad un piccolo proprietario di casa che gode della rendita dei propri immobili. La seconda precisazione, anche questa abbastanza ovvia, è che tanto il Partito Democratico quanto quello Repubblicano sono forze politiche interclassiste, per cui non esistono blocchi socialmente omogenei politicamente orientati, ma come accade anche da noi tutti votano tutti. Ciò che è importante cogliere e interpretare è dunque la tendenza, e su questo, almeno stando ai dati sui flussi elettorali elaborati dall’Edison Research per il National Election Pool, sembra esserci davvero poco di mitologico. Se proprio vogliamo rifarci alle fasce di reddito nelle tabelle che riportiamo qui sotto, riprese dal NYT, il dato che ci sembra particolarmente significativo è quello sull’ultima colonna a destra e che rappresenta il confronto con le precedenti elezioni.


Per cui se è vero che gli elettori con un reddito inferiore ai 50mila dollari annui si sono espressi in maggioranza per la Clinton, è anche vero che solo quattro anni fa il divario Obama-Romney era stato ben più ampio (60-38); e se il voto repubblicano cresce di 6 punti per la fascia di reddito tra i 30mila e i 50mila dollari, l’aumento per la fascia inferiore ai 30mila è di ben 16 punti. Per contro il dato forse più significativo, e che invitiamo ad osservare attentamente, è rappresentato però dalle fasce di reddito oltre i 100mila dollari annui. Nel 2012 il candidato repubblicano aveva conquistato facilmente questa fascia di elettori con un distacco di 10 punti (54-44) mentre ora il divario si è ridotto ad un solo punto (48-47), segno che il sostegno ai democratici in questa fascia di reddito è cresciuto di nove punti. Ci sembra evidente come la lettura binaria “ricchi vs poveri” risulti dunque davvero poco utile a comprendere il fenomeno Trump.
L’altro dato significativo riguarda poi il voto degli operai sindacalizzati, si tratta di un elettorato tradizionalmente democratico (tutt’altro che monocromatico) espressione di organizzazioni che da sempre sostengono economicamente (e cospicuamente) i candidati alla presidenza del Partito Democratico. Anche in questo caso il grafico ripreso dal WP, (letto con le dovute cautele del caso vista la non coincidenza totale tra union households e unions member) è abbastanza esplicativo, con un vantaggio che a livello nazionale si è ridotto a soli 8 punti dai 18 di soli 4 anni fa. Un risultato talmente negativo da aver determinato un forte “dibattito” interno ai vertici delle maggiori organizzazioni sindacali.


Ancora più degno di nota è però quello che è accaduto negli stati della cosiddetta “cintura della ruggine”, quella Rustbelt tradizionalmente “proletaria” e democratica ma che nel corso degli anni è stata investita da una processo di deindustrializzazione che l’ha resa particolarmente sensibile alle promesse trumpiane  di rispristino della vecchia economia industriale basata sul protezionismo e la rinegoziazione dei trattati internazionali.

Appare chiaro dunque come il sostegno “operaio” a Trump rappresenti tutt’altro che una narrazione mitologica e che, anzi, alimentare questa “mitologia della mitologia” non faccia altro che rendere ancora più difficile comprendere le ragioni di fondo della vittoria del candidato “impresentabile” contro la candidata dell’establishment. Così come non lo consente schiacchiare tutto il ragionamento esclusivanente sul sessismo o il razzismo, elementi che rappresentano una componente strutturale della retorica trumpiana, ma che da soli non spiegano come sia stato possibile che un miliardario populista e mal pettinato sia riuscito a farsi espressione politica di un blocco sociale che oggettivamente ambisce a contrapporsi ai processi di globalizzazione. Il prossimo anno si voterà in Francia e probabilmente anche in Italia (sempre che il 4 dicembre le cose vadano come speriamo) e non serve un particolare acume politico per capire come questi ragionamenti diverranno di stringente attualità anche da noi. Poi hai voglia a dire che gli operai francesi sono stronzi, xenofobi e razzisti perchè votano la Le Pen…

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23 comments to Elezioni USA: la mitologia della mitologia.

  • Andrew Usa

    Solo nel 2006 la Clinton era la donna più odiata degli stati uniti, da tutti, democratici compresi, per la falsità e la sua maniera volgare di esprimersi e le bugie continue.Non è vero che quelli con reddito inferiore hanno votato per Obama (criminal) o per Clinton (criminal) essendo che da 8 anni gli usa sono praticamente sull’orlo del fallimento totale; se avessero eletto nuovamente un criminale della linea Obama sarebbe insorto il paese e questo nella vostra italietta non lo dicono, dove il 99% delle trasmissioni sono pro Obama e quindi pro Renzi.Di Trump hanno fatto solo vedere qualche sporadica espressione, ma nulla a che vedere con la realtà,infatti il 25% dei voti per Trump sono voti afro-americani e molti altri ispanici e la maggioranza OPERAI (purtroppo licenziati che da anni non lavorano grazie a Obama crimanal state).La censura sulle vostri canali è praticamente totale, come totale negli usa è l’idiozia Hollywood con remake-reboot e attori che non valgono più nulla a fare anti-Trump per comodo perché vivono in una bolla non sulle strade reali e se ne sono fregati di anni di fallimenti, attori e registi che sono come una setta e fanno solo affari loro.

  • kente

    copio e incollo il commento che ho lasciato nelle discussione su Giap:
    ho fatto una breve ricerca ed ho trovato:
    Hanno votato solo il 41,3% di chi ha un reddito minore di 10000$ e solo il 48,2% di chi ha un reddito compreso tra i 10000$ e i 50000$ (e già questo dovrebbe bastare).
    Insieme compongono solo il 36% del totale di chi ha votato, che corrispondono a (circa) 45,4 milioni di persone. Di queste (circa) il 42% ha votato Trump, che corrisponde a (circa) 19 milioni di persone.
    Dai dati del 2015 (gli unici dati che ho trovato, si può supporre che i numeri non siano troppo diversi per il 2016), negli USA il 41,5% ha un reddito inferiore ai 50000$ l’anno, che sono circa 101 milioni di persone.
    Per concludere, i 19 milioni di persone (al di sotto dei 50000$ l’anno) che ha votato Trump sono solo il 18,8% di tutte le persone con un reddito al di sotto dei 50000$ l’anno, sono il 31,8% dei voti dati a Trump e sono 7,8% della popolazione totale (maggiore di 18 anni, non ho considerato i minorenni che non possono comunque votare).
    da qua ho preso le percentuali dei votanti http://www.businessinsider.com/exit-polls-who-voted-for-trump-clinton-2016-11/#by-income-clinton-led-only-among-voters-with-a-2015-family-income-under-50000-a-group-that-included-36-of-the-voters-in-the-exit-polls-4
    da qua le percentuali per fascia di reddito http://www.statisticbrain.com/presidential-election-voter-statistics/
    da qua i dati sul reddito (è un programma che permette di visualizzare differenti statistiche) http://www.census.gov/cps/data/cpstablecreator.html

    questi i dati che ho trovato. Giustamente fate notare che reddito e classe non sono la stessa cosa, ma si può supporre che in (larga?) parte si sovrappongono. Da questi dati emerge che: 1) la maggior parte delle persone al di sotto dei 50000$ l’anno non ha votato, 2) di quelli che hanno votato, solo un terzo ha scelto Trump.
    Giustissimo domandare e cercare di capire perché quel terzo ha scelto Trump (o perché gli altri hanno votato la Clinton) ed io non ho di certo le risposte (anche perché non conosco abbastanza bene la situazione americana).
    Però non è che sia proprio una “mitologia della mitologia” dire che le classi basse in maggioranza non hanno votato Trump.

    Poi, ripeto, giusto analizzare il perché di quei voti, altrimenti ci ritroviamo come in Austria (situazione che invece conosco molto bene, avendoci vissuto 5 anni), dove si sono ritrovati alla lotta all’ultimo voto col candidato del FPO per l’elezione del presidente (e sarà da vedere alle prossime politiche). Mi ricordo che ad ogni elezione l’FPO prendeva sempre più voti (mentre gli altri partiti li perdevano) e nessuno si preoccupava. Mi ricordo che parlando con operai, muratori, elettricisti tutti erano sempre più arrabbiati perché il loro reddito si consumava anno dopo anno ed arrabbiati marci di un sistema che li rendeva sempre più poveri e a nessuno interessava. Contemporaneamente, a Graz i comunisti del KPO prendevano il 25% dei voti (mentre a livello nazionale ne prendono il 2%) perché sono riusciti ad inserirsi in modo positivo e propositivo nelle lotte delle classi più basse (a cominciare dalle lotte per la casa) e tutti a perculare gli abitanti di Graz.
    Insomma, dopo tutto sto monologo, quello che voglio dire è che negli USA c’è ancora spazio per un movimento di classe che possa sbaragliare Trump (e la Clinton, che per me sono due facce della stessa medaglia) e negli USA alcuni (ancora pochi purtroppo) questa cosa l’hanno capita e si stanno muovendo in quella direzione e questo perché la maggioranza delle classi basse non ha ceduto alle sirene della retorica trumpiana

  • Militant

    @ kente

    Certo, il dato da cui partire è che più della metà degli statunitensi non hanno votato. E’ chiaro che quello è il dato strutturale da tenere sempre presente quando commentiamo il sistema politico degli Stati uniti, un sistema politico anti-democratico, fondato sul censo, esclusivo ed escludente, razzista, non rappresentativo. Però questo è il dato di lungo periodo. Si fa opera meritoria nel sottolinearlo e criticarlo ogni qual volta si discute con chi giustifica e legittima quel sistema. Ma a parte il dato strutturale, c’è poi una tendenza contingente. I fenomeni contingenti sono importanti, perchè possono manifestare una tendenza sulla quale intervenire politicamente. Se la fotografia è quella che sappiamo (il dato strutturale), leggere la tendenza consente di fare politica. E siccome i fenomeni politico-sociali che hanno determinato la vittoria di Trump sono in qualche modo sovrapponibili anche per l’Europa, allora capire queste tendenze ci serve per fare politica qui da noi, in Italia.

    La tendenza qual è, allora? A noi sembra che la tendenza sia quella per cui sempre più vasti(?) strati di popolazione povera, impoverita, nonchè settori di classe, abbandonano le rappresentanze politiche delle sinistre – variamente intese – per trovare voce e rappresentanza nelle forze populiste. Queste possono essere di destra o di sinistra, ma entrambe rispondono – ovviamente solo a parole e a promesse elettorali, non nel concreto – alle domande di resistenza ai processi di impoverimento che la popolazione individua nel fenomeno della globalizzazione liberista.

    Bene, se questo è lo spunto che spinge milioni di elettori a votare per Trump piuttosto che per Grillo o la Le Pen, noi dovremmo intercettare questa esigenza, piuttosto che condannarla, perchè è un’esigenza giusta, sacrosanta, per cui anche noi lottiamo politicamente.
    Meglio un operaio razzista che vota Trump che un sincero democratico della middle class intellettuale cognitiva, sinceramente anti-razzista e progressista, che vota Clinton. Perchè col primo la sinistra dovrebbe intrattenerci relazioni politiche, col secondo, come si dice a Roma, ci facciamo la colla. Il secondo è un nemico di classe, al di là del suo progressismo piccolo-borghese, mentre il primo è un pezzo della classe completamente alienato nel suo incanto verso retoriche politiche dannose, ma ancora propenso a mandare messaggi di (potenziale) lotta contro il suo impoverimento.

    Ovviamente, il dato della tendenza è contraddittorio per sua natura. Potrebbe benissimo essere che questa tendenza non si confermi, che venga smentita in futuro, che confonda le acque invece di chiarirle. Ma è così che funziona la politica: scommettendo sulle tendenze, ragionando non su una data “fotografia”, ma provando ad interpretare gli scenari del futuro prossimo. “Sporcarsi le mani e la testa” significa proprio questo: rischiare, nei ragionamenti quanto negli interventi politici e sociali che si mettono in piedi. Fuori da questo rischio c’è l’autoconsolazione del “chi vota per Trump è razzista”, che ci assolve da qualsiasi passo in avanti perchè relega quella composizione sociale a “nemico di classe”, quando in realtà tutta la dinamica si inserisce nelle contraddizioni in seno al popolo e alle sue forme di esprimere avversità in assenza di rappresentanze politiche veramente progressiste.

    Anche a noi Trump fa schifo, detto per inciso. Ma ha senso esprimerlo? Non è già talmente ovvio da risultare superfluo, scontato, nauseabondo? Cosa abbiamo risolto una volta che abbiamo detto che Trump ci fa schifo? Che avremmo un plauso in più da quel mondo liberal che costruisce costantemente fronti comuni contro il nemico di turno. Noi a questo gioco politico e culturale ce ne sottraiamo subito. L’unico fronte comune è contro l’ordoliberismo “liberale” e “democratico”.

  • Amedeo

    L’unico fronte comune è contro l’ordoliberismo “liberale” e “democratico”?

    E lo slogan “Mai con Salvini”? Non può esserci fronte comune se metti dei paletti, giusto?

    Tutta la dinamica si inserisce nelle contraddizioni in seno al popolo?

    Le contraddizioni in seno al popolo non vanno cercate e valorizzate dove c’è più popolo? Se l’82% degli americani poveri non ha votato o (sbagliando) ha votato Clinton, come dimostra Kente, perché inseguire la minoranza che ha votato Trump? Perché puntare così tanto sul fenomeno del voto a Trump? Anche marxisticamente parlando, sarebbe meglio lavorare su chi non vota più.

    • Militant

      “Mai con Salvini” infatti non era una manifestazione antifascista, ma qualcosa di molto più articolato, che non solo ha raggiunto il risultato (Salvini ha fallito la sua discesa su Roma), ma ha potuto aggregare così tanto “popolo” perchè rifiutava il terreno *fascistiVSantifascisti”, ma declinava l’opposizione al populismo reazionario nei termini che stiamo spiegando anche qui nei commenti.
      Sul resto, rimandiamo al commento precedente sul perchè è importante politicamente lavorare sulle tendenze.

      • Amedeo

        Roma e basta? “Mai con Salvini” è stata la parola d’ordine di decine di iniziative e contestazioni a Salvini in tutta Italia, per tutto il 2015 e pure dopo.

        Ripeto la domanda perché la risposta non l’ho vista: perché il 18% degli americani meno abbienti sono “la tendenza” e l’82% no?

        A me questo “lavorare sulle tendenze” sembra una scommessa al buio, più gioco d’azzardo che strategia politica.

  • Solo per capire… Ma se dobbiamo “mandare in soffitta decenni di ‘fronte comune’ contro ‘il fascismo’ inesistente, prendendo di petto la questione che il problema del mondo, oggi nel XXI secolo, *non è* il fascismo, ma il capitalismo ordoliberista dei mercati finanziari, della globalizzazione, delle politiche imperialiste” (come si leggeva in un altro post qui sullo stesso argomento) e se “L’unico fronte comune è contro l’ordoliberismo ‘liberale’ e ‘democratico’” (come concude questa ultima replica), rimane ancora uno spazio per la battaglia antifascista o bisogna dismetterla in nome del frontismo anticapitalista? Ripeto: solo per capire bene il vostro discorso. Grazie.

  • Militant

    @ Wu Ming 4

    Certo che rimane spazio, mica lo neghiamo. Solo che il racconto per cui il neofascismo sarebbe alle porte non lo condividiamo. Perchè se il neofascismo fosse alle porte, fosse in altre parole un problema politico concreto e immediato, se il capitale avesse davvero bisogno del fascismo per contenere la conflittualità di classe, allora troverebbe senso fare “fronte comune” con le “sinistre” liberiste (cioè riproporre il modello politico anni Trenta, dove peraltro le sinistre “moderate” non erano liberiste ma socialdemocratiche). Siccome secondo noi questo problema non c’è, ma è agitato ad arte da quelle stesse sinistre per trovare coperture e legittimità politiche, il fronte comune con il liberismo in funzione di un nemico che non esiste si traduce in una resa politica che legittima il liberismo come “male minore” rispetto al fascismo (che, però, non esiste appunto).

    Altra cosa è il fenomeno, questo si concreto e deleterio, dei populismi reazionari di massa che in alcuni Stati stanno prendendo il sopravvento. Ma è proprio per evitare lo scenario di un Europa governata da governi reazionari e razzisti che, secondo noi, o capiamo perchè quei discorsi fanno presa, e in che senso fanno presa, oppure saremo destinati, come lo siamo adesso, ad assistere da spettatori inermi ad un’egemonia del populismo regressivo molto pericolosa. Come si interviene su quel piano? Come si sottraggono risorse politiche, sociali, ideali, al populismo regressivo, visto da pezzi di proletariato come strumento di resistenza all’egemonia del capitalismo liberista globalizzato? Per noi è questa la sfida del presente. Se la incanaliamo nel classico binomio populismo=fascismo (e, di conseguenza, elettori populisti=fascisti mascherati), la perdiamo, perchè staremmo riproducendo linguaggi e schemi politico-mentali completamente svuotati di significato per quegli stessi elettori posti di fronte ai problemi materiali che si trovano a vivere nel capitalismo della crisi.

  • Curra

    Quello che mi chiedo è se la fetta di working class e popolazione impoverita che ha votato Trump lo veda davvero come strumento di resistenza al dominio neo-liberale (come si evince dal vostro ultimo post) e non, semplicemente, come soluzione per l’ottenimento un impiego ben pagato, a tempo indeterminato, che consenta loro di raggiungere quella agiatezza da middle-class che è la pietra angolare dell’immaginario wasp. Perché, nel caso, questa tendenza ha davvero poco da dire a una sinistra anti-capitalista europea e italiana. (cosa ci ha insegnato la retorica del Berlusconi presidente operaio?)
    Altra cosa che mi lascia perplesso, il paragone fra crisi americana e crisi europea.La prima è stata determinata essenzialmente dalla crisi dei subprime e da quella immobiliare, nella seconda gioca un ruolo decisivo la promozione di una politica monetaria a trazione tedesca e quello dello stato debitore del Consiglio Europeo. Trump può essere visto come reazione al processo di indebitamento privato dei cittadini americani iniziato con Clinton. I populismi nostrani mi paiono più rispondere alla progressiva limitazione delle politiche degli stati membri imposta dai mercati finanziari. Due fenomeni piuttosto diversi, mi pare.

  • Militant

    @ Curra

    “Quello che mi chiedo è se la fetta di working class e popolazione impoverita che ha votato Trump lo veda davvero come strumento di resistenza al dominio neo-liberale e non, semplicemente, come soluzione per l’ottenimento un impiego ben pagato, a tempo indeterminato, che consenta loro di raggiungere quella agiatezza da middle-class che è la pietra angolare dell’immaginario wasp”.

    Ma, Curra, è evidente che chi vota per Trump vuole provare a resistere al suo impoverimento cercando strade (individuali) dell’arricchimento personale, o quantomeno del mantenimento di uno “stile di vita” che vede sempre più in pericolo. Se così non fosse, se cioè avesse risposte progressive e collettive alla crisi economica, non voterebbe per Trump ma per qualche soggetto (che però non c’è) anti-capitalista o, come minimo, si mobiliterebbe attraverso i canali della partecipazione politica. Ma queste sono ovvietà! E’ evidente a tutti (almeno, a tutti quelli di sinistra che non feticizzano il voto per Trump dandogli significati che non ha), che chi vota per Trump lo fa anche per propositi razzisti o comunque di “difesa del privilegio bianco”. Ripetiamo: ovvietà, dircele tra di noi è poco produttivo.

    Il problema è che in assenza di movimento reale che emancipa anche le rivendicazioni di classe, quella stessa classe utilizza strumenti politici, ideologici o retorici completamente alienanti. Crede di “fermare la globalizzazione” attraverso strumenti fallati all’origine. Ma ciò che vale in maniera evidente per Trump vale anche per il M5S qui in Italia, e più in generale per *tutto* il “populismo” (anche quello “di sinistra”, intendiamoci). Per noi non c’è differenza: la risposta fallata insita in Trump è speculare alla risposta fallata insista nel M5S, ambedue questi soggetti politici non possono oggettivamente rispondere a quel malcontento che ne ha determinato le vittorie elettorali. Solo che, in questa situazione, tertium non datur: o si lotta dentro le contraddizioni della realtà, provando a recuperarle dentro un ottica di classe, o si assisterà inermi alla vittoria di populismi che di fronte all’impoverimento indicano dei nemici precisi e senza mezzi termini.

  • Curra

    Il fatto che fosse un’ovvietà era sottinteso nel riferimento a Berlusconi.Volevo appunto sottolineare che non mi è chiara la tendenza. O forse sì, e volevo fosse solo esplicitata. Fuori dai denti: protezionismo e ritorno allo stato nazionale-westfaliano al centro delle strategie di lotta?

  • Militant

    @ Curra

    Negli ultimi tempi insistiamo sulla definizione del liberismo del XXI secolo come “ordoliberalismo” non perchè affascinati dalla definizione esotica, ma perchè individua abbastanza bene il senso del nuovo liberismo: quello in cui lo Stato, invece di ridursi, rafforza le sue prerogative, il suo ruolo e gli strumenti di controllo e coercizione sul territorio e sulla popolazione. Se tu parli di “ritorno” allo Stato nazionale-westfaliano, già si individua una contraddizione tra il tuo e il nostro discorso: quel tipo di Stato negli ultimi anni si è rafforzato, non è andato incontro ad alcuna scomparsa/diminuzione del suo ruolo e dei suoi poteri. E questo i lavori sull’ordoliberalismo (ad esempio quelli di Pierre Dardot e Cristian Laval, che pure hanno un “approccio foucaultiano” alla questione) lo descrivono bene.
    ù
    Altra cosa è dire che lo Stato come attore economico stia progressivamente riducendo il proprio ruolo. Questo è sotto gli occhi di tutti ed è una delle caratteristiche chiave dell’attuale modello produttivo. Ecco, la strategia, se proprio la vogliamo chiamare così, dovrebbe volgere al *recupero del ruolo economico dello Stato*, e questo non può avvenire se non demolendo quei processi politici in contraddizione con tale ruolo. Ad esempio l’Unione europea. Ma, più in generale, bloccando la globalizzazione liberista dei capitali per cui è nel mercato privato globalizzato che si decidono i destini delle popolazioni, e non più nella politica e dunque nella rappresentanza politica di interessi contrapposti.

  • Curra

    Intendevo la seconda accezione da voi proposta. Conosco bene il concetto di ordoliberalismo che impiegate, scusate se sono stato impreciso. Una soluzione alla Streeck, dunque (ovviamente correggetemi se il paragone è improprio)? Ok,grazie per la risposta, che può essere discutibile (perché non sporcarsi le mani con l’Unione Europea, invece?) ma è senz’altro chiara e sensata.

  • Provo a sintetizzare.

    1) “la tendenza sulla quale intervenire politicamente” è quella populista, in quanto manifestazione dell’avversione delle masse popolari nei confronti della globalizzazione liberista;
    2) d’altra parte “i populismi reazionari di massa” rappresentano un rischio concreto che sta prendendo piede in alcuni Stati;
    3) allora il punto è:
    “Come si sottraggono risorse politiche, sociali, ideali, al populismo regressivo, visto da pezzi di proletariato come strumento di resistenza all’egemonia del capitalismo liberista globalizzato?”

    Ecco, vorrei capire come si declina questa domanda nelle lotte materiali. Prendiamone una particolarmente interessante e strategica, quella dei facchini della logistica. Quasi tutti quei lavoratori in lotta sono stranieri, sottoposti non solo allo sfruttamento, ma anche al ricatto del permesso di soggiorno. Considerando che una delle componenti del populismo attuale – parlando in termini di “tendenza” – è la xenofobia, a sua volta basata sul razzismo, componente fondativa e fondamentale del capitalismo, come dobbiamo comportarci nei confronti di quella lotta? Come si concilia con la “tendenza”?

    Allargando lo sguardo: i proletari stranieri in Italia, come negli altri paesi europei e negli Stati Uniti, che si ritrovano il populismo contro – che è sempre un populismo bianco, maschio, anelante un Grande Giustiziere – dove li mettiamo? Affermiamo ancora l’antirazzismo, l’internazionalismo, l’eguaglianza, o dobbiamo tenere un basso profilo per farci mosche cocchiere della “tendenza”?

    Allargando ancora lo sguardo: che fine fa la questione di genere? La donna proletaria dell’uomo, come diceva Marx, la prima forma di sfruttamento dell’essere umano sull’essere umano… Passa in cavalleria per motivi tattico-strategici legati alla tendenza o dobbiamo ancora combatterla contro lo stupid white man trumpato?

    Perché se la risposta fosse che comunque si lotta sia contro il liberismo capitalista, sia contro il razzismo e il sessismo, be’, allora credo che con la “tendenza” entreremmo prestissimo in conflitto, come – secondo me – è giusto che sia. E forse forse sarà mica per questo che un bel po’ di gente finisce per astenersi dal voto nei paesi dell’Occidente capitalistico? Perché non vuole stare né con i clintoniani né con i trumpiani, e applica il vecchio motto “Né coglioni né con gli altri”? E infine: e se fosse piuttosto quest’ultima la “tendenza” interessante?

  • Militant

    @ Wu Ming 4

    Una parte della risposta forse è contenuta nel precedente commento. “Accettare la sfida del populismo” non significa accodarsi alle istanze reazionarie, razziste, piccolo-borghesi e autarchiche che questo propone, ma individuare le ragioni per cui quel messaggio ha presa. Secondo noi non ha presa perchè reazionario, razzista, piccolo-borghese e autarchico, ma perchè propone un discorso, sconclusionato e incoerente da quel punto di vista, di recupero del ruolo economico dello Stato visto come argine ai processi di impoverimento determinati dalla crisi economica. Questo pezzo è interessante perchè sovrapponibile ai discorsi della sinistra. Perchè allora questa “massa” impoverita non segue direttamente la “sinistra” (o un pezzo di questa, magari la più radicale), invece di lasciarsi incantare dalle sirene del populismo reazionario? Forse perchè intimamente razzista, xenofoba, reazionaria, eccetera, e quindi organica ad un discorso politico para-fascista? O forse perchè la “sinistra” in questi anni ha lavorato lei stessa in favore della dismissione dello Stato come attore economico, come luogo politico-istituzionale entro cui concretizzare la funzione del “pubblico”? In questi anni la sinistra ha avallato tutti i processi di devoluzione dei poteri tipicamente economici dello Stato nei confronti dell’Unione europea, ad esempio. Da anni la sinistra ha dismesso la lotta per la pubblicizzazione/nazionalizzazione delle attività economiche, soprattutto quelle strategiche, in nome di un’improbabile equiparazione del pubblico col privato (magari in nome del “comune”, entità metafisica dalla natura ancora oscura agli stessi proponenti). Da anni, più in generale, le sinistre hanno ricalibrato il loro intervento concentrandolo sul piano dei diritti civili o delle battaglie “single issues” (ambientalismo o ecologismo, diritti delle minoranze, certo femminismo, eccetera), abbandonando quello dei diritti economico-sociali.
    Chiaramente, la crisi della sinistra non è spiegabile solo attraverso scelte soggettive. C’è anche un piano di oggettiva ristrutturazione del modello produttivo e dei conseguenti rapporti di produzione che hanno tagliato le gambe a un’internità sociale nei posti di lavoro che ha contribuito al cataclisma politico della sinistra da un trentennio a questa parte. Ma c’è anche un piano di scelte soggettive con cui fare i conti.

    Detto questo, siamo d’accordo su un punto: “se la risposta fosse che comunque si lotta sia contro il liberismo capitalista, sia contro il razzismo e il sessismo, be’, allora credo che con la “tendenza” entreremmo prestissimo in conflitto”. La contraddizione è evidente pure a noi, ma chi l’ha detto che non possa esistere una forza populista progressista anti-razzista e anti-sessista? Forse il populismo bolivariano (che è una forma di populismo para-socialista da tratti fortemente contraddittori ma altrettanto fortemente progressivi) non è un orizzonte di valori e pratiche materiali che contiene molto populismo anti-classista rigidamente inteso, ma che al tempo stesso rifiuta il piano del discorso razziale in favore di un’inclusività sociale? Però, sul piano delle proposte, siamo ancora molto cauti, perchè è un discorso talmente aperto e in fieri che è difficile arrivare a una sintesi accettabile nel breve periodo. Però siamo sicuri che non si batte l’ondata populista reazionaria che sta prendendo piede in Europa se non capiamo che quel disagio sociale che determina le vittorie elettorali del populismo è vero, concreto, materiale, e con cui dobbiamo farci i conti e su cui dobbiamo farci politica.

  • quino

    “Una parte della risposta forse è contenuta nel precedente commento. “Accettare la sfida del populismo” non significa accodarsi alle istanze reazionarie, razziste, piccolo-borghesi e autarchiche che questo propone, ma individuare le ragioni per cui quel messaggio ha presa.” cit.

    Quel messaggio ha presa perchè dal 1945 (o poco più) in avanti, le varie sinistre che negli anni in Italia (e non solo) si son susseguite, sia a livello parlamentare, sia a livello extra-parlamentare, l’han solo messo culo alla gente e ad ogni istanza di sinistra, facendosi prima servi ai padroni e poi padroni loro stessi; riuscendo pure a ridurre ai minimi termini l’Antifascismo militante.

    Per capire, non c’è bisogno di doversi scomodare e andare fino in America, basta guardare a Monfalcone (Italia):
    http://www.repubblica.it/politica/2016/11/21/news/a_monfalcone_tra_la_rabbia_operaia_che_va_verso_la_lega_qui_la_sinistra_e_finta_-152438599/?ref=HREC1-1

    E che in America la percentuale di votanti sia bassina… beh “VOTA NESSUNO”!!! Slogan che qui è andato per la maggiore.
    Piaccia o non piaccia, lo si veda o si faccia la cerca al pelo nell’uovo, almeno qui da noi non c’è nè Trump nè Le Pen, visto che qui c’è stata un’altra forza (mediamente ben più popolare e dal basso di altre) che è riuscita a drenare la deriva populista a destra.

  • uitko

    trovarmi una discussione tra uno dei wu ming ed i Militant è come andare a sentire un concerto dei Creedence Clearwater Revival e scoprire che per l’occasione suoneranno coi Grateful Dead

  • Militant

    @ uitko

    Si tirano fuori nomi importanti notiamo…e in ogni caso verrebbe fuori un concertino niente male

  • Eduardo D'Errico

    Vedo che molti interventi partono dal presupposto che non è vero che i poveri e/o operai USA hanno votatoin maggioranza Trump. In effetti credo che i dati complessivi portati a supporto siano esatti . Tuttavia :1) E’ certo che molti operai della rust-belt hanno votato Trump.Numero complessivamente non rilevante ma decisivo per la vittoria nei 4 stati in questione.
    2) A decidere della vittoria di Trump sono stati i non-voti di operai e/o poveri per la clinton. Infatti Trump ha avuto meno voti complessivi di Mc Cain , ma la Clinton ne ha avuti molti meno di Obama. Si è autorevolmente detto che ha vinto chi ha PERSO meno voti. Quindi il fenomeno più rilevante per me è il crescere della sfiducia complessiva nel sistema, piuttosto che il successo del populismo trumpiano.

  • dziga vertov

    gli usa sono uno stato federale e delle elezioni si analizzano i flussi, non tanto i numeri in quanto tali. per quanto riguarda lo specifico statunitense mi pare che in italia si faccia fatica a coglierne la natura essenziale, anche se poi siamo i primi a scimmiottarne i tratti piu’ effimeri (da ultimo, la demenziale adozione del black friday, ma questo e’ un altro discorso). tornando alla questione essenziale: la natura federale degli usa rispecchia le enormi differenze, in primo luogo economiche e sociali, di questo paese-continente unificato solo dall’ideologia autoctona della “liberta’” (una liberta’ che deriva da dio e non dalla “nazione” come nel caso francese-continentale). il solco che divide la hearland dalle rimland (cioe’ west coast + new england con new york) si e’ fatto sempre piu’ profondo e l’elezione di trump e’ innanzitutto espressione di cio’. e’ un solco economico, sociale e culturale. economico perche’, come giustamente rileva l’articolo, la vittoria di trump si sostanzia nel passaggio degli stati dei grandi laghi (rust belt) dal campo democratico a quello neo-repubblicano. e quindi esplicita il conflitto tra l’economia rurale-industriale dell’heartland da un lato e quella finanziaria del new england (wall street) e la new economy della west coast dall’altro. conflitto esemplificato dalla famosa affermazione per cui “la kodak dava lavoro a 30.000 persone, instagram a 300″. e credo che difficilmente trump potra’ ricomporre questa contraddizione essenziale del capitalismo contemporaneo statunitense.

    in questo quadro, analisi meramente quantitative del recente voto hanno poco senso, non solo perche’ reddito e classe non sempre coincidono, ma perche’ l’elettore a basso reddito di new york ha pochissimo a che spartire con l’elettore a basso reddito del wisconsin. ed e’ quest’ultimo che ha fatto la differenza nell’arcaico sistema elettorale federale degli stati uniti. l’elettore a basso reddito dello stato di new york vive in uno stato tradizionalmente a larga maggioranza democratica e magari sopravvive con il welfare garantitogli dalle politiche “populiste” democratiche a livello statale e federale.

    l’elettore a basso reddito del wisconsin, anch’esso stato tradizionalmente democratico, appartiene al ceto (non classe) dei piccoli proprietari agricoli o della classe operaia dell’industria manufatturiera in via di smantellamento e si e’ sentito tradito da quello stesso partito democratico che, a partire dal new deal, si era fatto espressione di questo blocco sociale-economico. e’ proprio l’elettore del wisconsin, come sappiamo, ad aver determinato l’esito elettorale, non quello di new york.

    e se consideriamo che la popolazione del wisconsin e’ di circa 6 milioni di abitanti, mentre quella dello stato di new york e’ di oltre 20 milioni, le analisi meramente quantitative del voto assumono ancor minore rilievo. aggiungerei che, riguardo agli scenari che piu’ ci interessano da vicino, in europa ed in italia, questo conflitto centro-periferia e’ una costante di cui abbiamo avuto gia’ prova. ed e’ del tutto fuorviante continuare ad avallare la “mitologia della mitologia”, come si e’ fatto ad esempio per la brexit, paventando razzismo e fascismi vari quali facili spiegazioni delle dinamiche reali che hanno determinato anche quel voto. e’ l’alto tasso di disoccupazione delle regioni del nord – un tempo feudi del labour party – uno dei fattori principali che ha determinato il voto brexit, non il tasso di xenofobia.

  • dziga vertov

    p.s.purtroppo l’ultimo concerto dei grateful dead, orfani del grande jerry garcia, e’ stato nel 2015 e non ce ne saranno piu’.

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