APPUNTAMENTI

2016-12-10-photo-00004113

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

19 February :
1977 A Roma 50000 studenti sfilano per la città gridando: ci avete cacciato dalle Università, ci riprenderemo tutta la città.

STATS

I curdi e la sinistra italiana

 

Dovrebbe esserci una qualche differenza tra solidarietà internazionale e analisi degli eventi. Eppure, quando si parla di guerra civile internazionalizzata creatasi dal tentativo di destabilizzazione interna in Siria, così come di Turchia e di imperialismi statunitensi nel Mashreq, tutto viene ridotto alla questione curda, importante ma che, slegata dal contesto e dall’analisi degli interessi in campo, non esaurisce la complessità della situazione. Le vicende del popolo curdo, nonostante la mitizzazione e il misticismo e talvolta la mistificazione ideologica, rappresentano uno dei tanti aspetti della vicenda siriana, che però è decisamente più articolato. E’ questa articolazione che viene persa per strada nella lettura degli eventi presente in certa sinistra. Inoltre, non vale solo per la Siria. Quando si parlava del golpe contro Erdogan, molti sottolineavano le “conseguenze per i curdi”; quando sono state applicate le leggi speciali farlocche anti-Daesh in Turchia, idem; e così via, sviluppando una narrazione limitante ma che è decisamente “interessata”, vedremo in seguito perchè. In Turchia non esiste solo la questione curda: al contrario, è presente una frattura di classe ben più profonda, che divide la società e la sua politica, una frattura di cui fa parte anche la questione curda ma che, per le sue peculiarità, difficilmente può fagocitare tutto lo scontro sociale e politico turco nonché mediorientale. Lo scontro tra l’estrema sinistra e il potere turco non trova alcuno spazio nelle notizie condivise dal mondo della sinistra italiana, che riduce la lotta di classe turca a una vicenda esclusiva tra lo Stato e il Kurdistan, inframezzata dalle proteste della società civile veicolate dai media mainstream.  Scadere nell’etnicismo di un’analisi incapace di abbracciare un’ottica di classe rischia di comportare una totale cecità per quanto riguarda la comprensione del processo che sta vivendo la Turchia nel suo tentativo di crescita iper-liberistica e di conflitto capitale-lavoro; nelle dinamiche politiche dovute al semi-presidenzialismo prima, al controgolpe di Erdogan dal sapore di golpe poi; nel suo tentativo di guadagnarsi una posizione regionale andando contro gli Usa e aprendo dialoghi con la Russia, se necessario. Crediamo che per parlare di curdi, ma ancora meglio di prospettive rivoluzionare in Turchia, in Siria e nel Medio Oriente, si debba necessariamente affrontare tali questioni. In Turchia non esiste solo il Pkk (e varrebbe la pena analizzare gli effetti del processo di pace tra questi e lo stato turco ha avuto sul resto delle organizzazioni anticapitaliste); la questione siriana non è possibile ridurla allo scontro tra Daesh e curdi.

In questo momento stiamo assistendo all’ennesima aggressione da parte dell’esercito turco al popolo curdo del Rojava, che però non può essere ridotta solamente ad un episodio, fra i tanti, della secolare pulizia etnica nei confronti dei curdi, che tanto bene ha raccolto il governo Akp, spalleggiato peraltro da una società turca sempre più islamizzata. Deve essere inserito in un’ottica più ampia. Probabilmente l’aggressione turca al Rojava rappresenta il frutto di una merce di scambio all’interno del dialogo con la Russia, aperto a seguito delle tensioni tra Erdogan e gli Usa: lo Stato turco, che detiene il più grande esercito Nato dell’area e uno dei più numerosi al mondo, ha avviato la prima operazione a nome Nato senza la presenza né il beneplacito Usa. Questo significa che le contraddizioni in termini di strategia stanno prevalendo sulle ragioni di tattica, in un primo tempo unitarie per quanto riguardava la destabilizzazione di Assad. I curdi dopo aver ricevuto una serie di offerte di alleanze da paesi come Israele, hanno scelto definitivamente di mettersi sotto l’egida americana, convinti che questi li avrebbe protetti meglio di tutti. E in effetti, da qualche mese è sotto gli occhi dei più il cambio di strategia nord-americana: Daesh, creatura costruita in laboratorio dalle potenze occidentali e in primis dagli Usa per destabilizzare la Siria e spodestare Assad, è nel frattempo platealmente sfuggito di mano, divenendo da possibile risorsa (abbattere Assad senza sporcarsi le mani) a concreto problema geopolitico internazionale, da risolvere più che da “amministrare”. Erdogan, il più importante sponsor locale di Daesh insieme all’Arabia Saudita, da risorsa pacificante si è trasformato anch’egli in problema. Erdogan non è più credibile come argine a Daesh. Di qui, la serie di contraddizioni in seno all’imperialismo Nato tra Usa e Turchia. Il nemico assoluto Assad è stato spodestato nella speciale graduatoria occidentale da Daesh, non certo per ragioni morali o etiche, ma perché non conviene più. E’ anche attorno a questo conflitto interno all’imperialismo che può essere compresa la vicenda siriana. L’imperialismo, così come lo stesso capitalismo, non è tutto uguale, e trattare in maniera omogenea ciò che invece procede contraddittoriamente significa privarsi della possibilità di riconoscere i punti deboli del sistema.

Il popolo curdo ha ciclicamente cercato l’appoggio delle potenze imperialiste contro gli Stati costituiti dell’area per cercare di strappare territorio e concessioni politiche, senza mai peraltro riuscire nel suo intento. Il problema non è però questo, che anzi rientra in una certa capacità realpolitica di sfruttare debolezze e contraddizioni altrui per raggiungere i propri obiettivi. Le strategie e le tattiche dei curdi non rappresentano un problema, in questo senso. Sono scelte legittime, ancorché criticabili, di un popolo che lotta per la sua indipendenza e, in questo momento, l’unico popolo che lotta davvero contro Daesh e Erdogan. La questione non è “prendere le distanze dai curdi”, e anzi la loro guerra va non solo appoggiata passivamente, ma anche attivamente, perché rappresenta il bastione più democratico e più conseguente nella lotta contro Daesh. Sgombriamo allora il campo da possibili equivoci in cui nuotano da una parte i fascisti e dall’altra certa “sinistra” post-moderna: la lotta curda contro Daesh è la parte più avanzata della resistenza popolare all’aggressione islamista-imperialista, una resistenza popolare prima di tutto interna alla società araba, nonostante i farfugliamenti ideologici che descriverebbero l’Occidente “in prima linea” contro l’estremismo islamico. Il problema allora risiede nel “filo-curdismo” occidentale, che ha fatto dell’esperienza del Rojava l’esempio politico da seguire, il paradigma per la ricostruzione di una nuova sinistra anche in Europa. Qui sorgono tutta una serie di problematiche politiche che non possono essere taciute.

Il modello politico sperimentato in Rojava ricalca la linea politica del Pkk, un partito che nel corso del tempo è andato incontro ad un processo di profonda revisione politica dei suoi obiettivi, dei suoi metodi di lotta, delle sue proposte, dei suoi orizzonti. Un processo revisionistico che non ha semplicemente ammodernato l’apparato politico-ideologico di un partito marxista-leninista, cosa assolutamente necessaria dopo il 1989 – intendiamoci – ma che ha rotto con l’esperienza comunista per proseguire per altre strade, su altri percorsi, opposti e non intersecanti la sinistra anticapitalista. Tutte “svolte” legittime inserite nel contesto curdo, ma allo stesso tempo criticabili se prese a modello per “la sinistra” antagonista (non utilizziamo il termine rivoluzionaria perché non esiste, al momento, alcuna “sinistra rivoluzionaria” in Occidente) nel suo complesso. E’ un processo d’altronde che va avanti da più di vent’anni, non da ieri, e che quindi è stato ormai assimilato dal Partito dei lavoratori curdo, dalla società curda che si ritrova nelle esperienze democratiche legate a quel movimento, e da quella sinistra che ritrova ancora nel Pkk un modello politico. Non entreremo nel merito della critica al confederalismo democratico, così come non vaglieremo le proposte di ecologismo sociale e di municipalismo libertario che contraddistinguono il programma del Pkk e del Rojava. Sono questioni aperte e dibattute da anni, e che fanno parte di quell’insieme di teorie neo-anarchiche molto in voga (e molto seducenti) dopo il 1989. Analizzarle nel concreto richiederebbe troppo tempo e spazio e porterebbe la discussione molto lontano e fuori dal cuore del problema che qui ci interessa discutere. La critica a quel tipo di sinistra è d’altronde al centro del nostro discorso politico di fondo. Il problema, come detto, è tale modello applicato alla sinistra europea e al resto dei movimenti di resistenza e/o di liberazione anche nel Medioriente.

Il nocciolo della questione è che questo tipo di sinistra, questo modello politico post-moderno, che non ha alcuna ambizione di presa del potere, che non mira alla sovranità statale, che rifiuta pensieri forti e sistemi di pensiero strutturati, che eleva tematiche importanti ma parziali a orizzonte di valore (dall’ecologismo al femminismo), che si accontenta di nicchie autogestite senza connessione con la generalità dei rapporti sociali e di potere, esiste già da vent’anni. E’ la sinistra italiana, nelle sue variegate forme. Perché andare a cercarla in Kurdistan? Il processo revisionistico a cui è andato incontro il Pkk altro non è che una parte del processo revisionistico che ha investito la sinistra europea nel suo complesso. Per non fraintenderci: quando parliamo di processo revisionistico non alludiamo alla necessaria e improcrastinabile operazione di ri-organizzazione politica e ideologica che partiti e movimenti comunisti avrebbero dovuto compiere di fronte alla sconfitta storica dell’89 (una sconfitta che in realtà iniziava ben prima del 1989 ovviamente). Chi ci legge sa quanto siamo i primi critici di chi ancora oggi propone soluzioni politiche fondate su paradigmi ormai ultra-superati, come “costituenti rosse”, micro-partiti ml, certe rigidità ideologiche fuori tempo massimo, massimalismi parolai, eccetera: operazioni macchiettistiche testimoniali che suscitano, nel migliore dei casi, bonaria simpatia, ma che di certo non cambiano di una virgola lo stato di cose presenti nella sinistra di classe. Con “processo revisionistico” intendiamo il rapido adeguamento di certa sinistra al corso degli eventi e allo spirito dei tempi, che imponeva e impone tutt’oggi la svalutazione generale del processo di liberazione delle classi subalterne dal 1789 al 1989, con i suoi variegati annessi e connessi: la fine di ogni orizzonte alternativo al capitalismo, che può essere migliorato ma mai superato; la fine del conflitto e della forza come strumenti legittimi della lotta politica; la fine delle ideologie e delle differenze politiche in nome del tecnicismo a-politico fondato sui pensieri deboli e ultra-relativistici; il “libero mercato” come entità data e immutabile, da assecondare e non da governare; il primato dell’economia sulla politica; la fine delle “grandi narrazioni”; la dittatura del particolare sul generale, e della forma sulla sostanza; e molti altri eccetera. Il Pkk, certo non svaccando come il resto dei partiti occidentali e anzi immaginando percorsi realistici nel particolare contesto in cui si trova ad operare, si è accodato ad un idem sentire molto in voga negli anni Novanta, caratterizzati infatti da un altro dei miti fondativi della sinistra post-moderna, lo zapatismo. Anche qui, occorre precisare: non è in discussione la sacrosanta lotta di resistenza delle comunità Maya del Chiapas contro lo Stato messicano, i loro modelli di autogoverno e di democrazia diretta, il loro tentativo di creare zone di contropotere territoriale in guerra col capitalismo messicano. Sono esperienze di lotta che rivelano la dignità di comunità storicamente spogliate di tutte le loro ricchezze materiali e umane. Sono anche affascinanti, esotiche, mitopoietiche e via dicendo.  Il problema non è (era) il Chiapas e l’Ezln, ma lo zapatismo occidentale, che utilizzava gli zapatisti veri nella sua resa dei conti con un’altra sinistra, quella ancora legata a certi schemi politici del Novecento che non riuscivano più a rispondere alla necessità di ri-organizzazione del campo del lavoro dipendente salariato. Passata la moda zapatista, è oggi il turno dei curdi, che rispondono, nel piccolo gioco della sinistra europea e soprattutto italiana, allo stesso leitmotiv: vengono usati come modello seducente per risolvere i conti nelle contraddizioni interne alla sinistra. Che sia una scelta ideologica appare evidente anche da un piccolo fatto però rivelante: pochi giorni fa si firmava lo storico accordo tra le Farc e il governo colombiano. Stiamo parlando della più estesa, influente e importante guerriglia comunista presente al mondo in questo momento, attiva da cinquant’anni, modello di riferimento per una parte importante della sinistra latinoamericana, appoggio fondamentale per la nascita dell’esperienza del bolivarismo venezuelano. Nessuno, a sinistra, sembra essersene accorto (ovviamente esclusi i soliti noti, trattati come simpatici mattacchioni col chiodo fisso). Nessuno, più in generale, sembrerebbe essersi accorto delle Farc, della feroce repressione dei governi fascio-liberisti colombiani, del dibattito che ha generato quel movimento politico, sulle soluzioni collettive escogitate per terminare un’esperienza (la lotta armata), senza cedere un millimetro al potere colombiano. Come evidente, sono scelte politiche. Si sceglie chi appoggiare, a chi dare risalto, per fini, ci teniamo a ribadirlo, di polemica interna. E’ giusto che sia così, se rivendicato: ognuno sceglie i propri modelli. Quando avviene furbescamente e ambiguamente, assume un altro valore, decisamente più squallido.

Il problema è che se nel 1994 era possibile cascare nel tranello ideologico del camminare domandando, vent’anni e passa dopo aver sperimentato in lungo e in largo gli orizzonti di gloria della neo-sinistra post-moderna, ricadere nell’errore sarebbe quantomeno diabolico. Detto altrimenti, o si riparte da una seria capacità autocritica che metta in discussione quel tipo di approccio, che, tra parentesi, portò a Genova e alla catastrofe successiva, che vide la fine, almeno in Italia, di ogni concreto e credibile movimento sociale di massa, oppure saremo costretti a rivedere sempre lo stesso film, quello di una sinistra “moltitudinaria”, “ecologista”, “arcobaleno”, “leggera”, eccetera, che si propone come nuovo quando è sempre lo stesso ormai datato paradigma che ripropone se stesso. Di sconfitta in sconfitta, senza neanche il sogno di una vittoria finale neanche più ormai immaginata. La lotta curda contro Daesh è importante, va appoggiata e sostenuta come merita e rivendicata nel modo migliore. Ma evitiamo di utilizzarli nelle nostre rese di conti interne a una sinistra che proprio per questi motivi è definitivamente tramontata dal novero delle opzioni politiche credibili e praticabili. Almeno qui in Italia.

19160 letture totali 22 letture oggi

42 comments to I curdi e la sinistra italiana

  • toscano

    il pkk non è anticapitalista e gli zapatisti sono una sorta di barzelletta folcloristica. bene.

  • toscano

    poi non ho mai capito sta grande ironia sul “camminare domandando”, che è la traduzione in altre parole di uno dei capisaldi di ogni comunista ovvero inchiestare continuamente la realtà, trarne le conseguenze e agire in base a ciò…boh
    (poi sarà pure vero che il loro messaggio, come quello dei curdi, può venir snaturato qui da noi da qualche buffoncello, ma non vedo in cosa ciò sminuisca il valore politico in sé)

    • Ile

      Io penso che sia legittimo scontrarsi nella dialettica politica tra chi sostiene la giustezza del “camminare domandando” e chi rifiuta questo principio. Però non si può dire che significhi “inchiestare continuamente la realtà” e che sia la traduzione di un caposaldo della teoria comunista: l’inchiesta si fa avendo ben saldo l’orizzonte strategico, cosa che invece manca – e anzi viene rifiutato – nel “camminare domandando” zapatista; il camminare domandando è il trionfo del relativismo, è la negazione del ruolo delle avanguardie.
      Si tratta di principi su cui si può essere d’accordo o meno (soprattutto sulla loro efficacia in Europa) ma, insomma, farli passare come capisaldi comunisti e come equivalenti all’inchiesta mi sembra un po’ forzato.

      • toscano

        intanto loro (gli zapatisti) so più di 20 anni che portano avanti il loro esperimento politico, mentre noi ci rotoliamo come maiali nel fango delle nostre solide certezze

    • Ile

      Questo cosa c’entra? Stiamo tra compagni, ci conosciamo, non c’è bisogno di spostare il punto della questione. Tu dici che il “camminare domandando” è la traduzione del principio comunista dell’inchiesta. Io ti ho detto perchè, secondo me, non è cosí. Non ho dato un giudizio su quell’esperienza, non ho detto che siamo meglio noi.
      Puoi rispondermi, se vuoi, perchè invece secondo te inchiesta e camminare domandando sono la stessa cosa. Dibattiamone, potrebbe essere anche stimolante. Ma io non ho dato giudizi.

  • Militant

    @ toscano

    Se leggi attentamente diciamo che il problema risiede nel modo in cui quelle esperienze vengono utilizzate nei nostri contesti, ad uso e consumo di polemiche e di posizionamenti politici che con quei contesti hanno poco a che fare. L’esempio curdo in questo senso è lampante: del Pkk non si “prende” il tipo di organizzazione, l’essere una struttura partitica, la lotta armata (figuriamoci), e altre cose che qui non interessano perchè confliggerebbero con gli obiettivi politici di chi le usa. Interessa la retorica sul *non* prendere il potere, sull’autogestione, eccetera. E’ un discorso talmente smascherato che ricorda troppo da vicino la vicenda zapatista, che fu utilizzata proprio per regolare i conti dentro la sinistra. Replicare modalità organizzative e ideali delle lotte indigene (quasi mai, peraltro, progressive, come ci ricorda Formenti) nelle metropoli occidentali portò a rinchiudere la sinistra di movimento in una serie di proposte utopiche/irrealizzabili/non credibili che infatti ne segnarono la propria capacità di egemonia nella società.

  • gianni

    ho l’impressione che l’analisi pecchi di superficialità e si faccia prendere dalla smania di criticare 4 italiani che provano ad usare la sinistra kurda, senza nemmeno riuscirci peraltro. avete anche scritto che la resistenza popolare kurda è la più avanzata nell’ambito della resistenza araba.
    i kurdi non sono arabi però, e questo è uno degli elementi critici nell’area.

  • Militant

    @ gianni
    Abbiamo scritto che la resistenza curda è la più efficace in questo momento ma che questa (la resistenza) avviene soprattutto all’interno della società araba, non che i curdi sono arabi, ci mancherebbe.
    L’elemento critico che rileviamo non è tanto che “i curdi non sono arabi” (neanche gli iraniani lo sono, eppure questo non pregiudica i legami profondi con pezzi di società araba), ma che i curdi hanno assunto posizioni difficili da assimilare con altre forme di resistenza, a cominciare ovviamente da quella palestinese. Come spiegare a un palestinese che la soluzione non è più lottare per la propria indipendenza nazionale e dunque statale? L’incomunicabilità nasce anche da cose come questa.

  • Militant

    Riportiamo una lettura interessante presa da Rete Kurdistan, segnalataci su Fb:

    http://www.retekurdistan.it/2016/09/chi-a-chi/

    L’analisi traccia bene il quadro della situazione, ma parte da una premessa a nostro giudizio critica: “La guerra condotta da tutte le parti con estrema brutalità che funesta la Siria ormai da cinque anni”. In questo modo si perdono per strada i motivi della guerra e le strategie internazionali del capitale in corso in Siria: non è che da un momento all’altro tutti gli attori internazionali si sono messi a fare la guerra, ma c’è stata un’aggressione internazionale *contro* la Siria, a cui il governo siriano ha risposto. I motivi e i protagonisti vengono d’altronde descritti nel corso dell’analisi, dove si descrivono bene gli interessi in campo secondo un’attenta interpretazione anti-imperialista che infatti arriva alle nostre stesse conclusioni: è un aggressione imperialista occidentale alla Siria mascherata da proxy war, e in cui numerose forze combattenti presenti nel paese hanno il ruolo di agenti interni degli interessi occidentali.
    E’ un ottima analisi, di cui condividiamo anche la specificità curda come soggetto autonomo e progressivo. Ma leggendo tutto dal punto di vista curdo si finisce per perdere il ruolo strategico che sta avendo il tentativo di sottomissione della Siria, che non avviene per ridurre l’agibilità politica dei curdi, ma per altri e strategicamente più rilevanti motivi.

  • gianni

    grazie della risposta. di resistenza antimperialista araba ne vedo poca però. se poi si intende l’asse iran/assad/hezbollah (con putin di complemento) non sono affatto d’accordo.
    credo che la sinistra palestinese ed il fplp in particolare dovrebbero proporre passaggi diversi da quello di uno stato nazionale palestinese. è l’ora di aggiornare le strategie altrimenti la scomparsa, già in atto purtroppo, sarà per molto tempo. dovrebbero fare un salto di prospettiva andando oltre un impossibile stato palestinese (accanto ad israele, con il terriotrio israeliano…????) è un dibattito in corso tra questi compagni. ed aggiungo che per quanto mi riguarda la difesa degli stati coloniali disegnati a tavolino, come siria o iraq, non ci deve competere, in quanto internazionalisti.
    ciao

  • Militant

    @gianni

    Gli Stati arabi mediorientali saranno anche stati disegnati a tavolino dalle potenze occidentali (sarà l’argomento di un prossimo articolo), ma il superamento di questi non può avvenire nella direzione regressiva di una pacificazione liberistica promossa sempre e solo dai soliti attori internazionali. La fase di destabilizzazione che va avanti da diversi anni non mira alla costituzione di un grande Stato arabo, ma sostituire gli attuali ceti governanti con altri, più disponibili agli interessi economici dell’Occidente. Libia docet: da più parti si rivendica la proposta di spezzettare quel territorio in tre micro Stati, di cui solo uno da pacificare veramente, quello che comprenderà i pozzi di petrolio.
    La società araba è una nazione che travalica i confini imposti negli anni Venti, ma non ci sembra che questo sia l’obiettivo che stanno perseguendo Usa, Ue e i loro agenti di prossimità.

    Sullo Stato palestinese, che dire, se si abdica all’idea di un’indipendenza nazionale e di una lotta contro lo Stato sionista, la normalizzazione è di fatto già avvenuta. Portare a casa qualsiasi risultato poi sarà concretamente impossibile, se non nell’ambito di un adeguamento alla potenza israeliana che poi potrà anche concedere forme di autogoverno compatibile, ma mai vera indipendenza contraria ai propri interessi. Sarà, detto altrimenti, sempre e solo una “concessione”, come tale revocabile in ogni momento.

    Sulla resistenza araba: lo scontro con l’integralismo islamico è un fatto prima di tutto interno alle società arabe. E’ là dentro che si stanno giocando i rapporti di forza, è un conflitto interno tra modelli contrapposti e alternativi. E infatti gli arabi sono i primi a morire in questo scontro. Questo va ripetuto costantemente perchè altrimenti passa la versione per cui saranno solo agenti esterni che potranno liberare quella società dall’islamismo, mentre in realtà l’islamismo, al netto del sostegno interessato che ha avuto in questi anni da parte delle potenze occidentali e locali, è una delle forme di reazione alla conquista dei territori arabi seguita al ventennio ininterrotto di guerre occidentali in Iraq, Libia, Yemen e Siria.

  • Nella

    Ottima analisi, è necessario in questo momento dire le cose come stanno, il problema è il filo-curdismo come lo fu il filo-zapatismo. Complimenti

  • Giovanni

    Il problema è di chi porta avanti le lotte e la coerenza con le esigenze di giustizia sociale, in assenza di stato o con uno stato da cambiare. Detto questo, siete così sicuri che non si finisca per giocare a risiko se forziamo la realtà per cui tutto si declina con il “Kurdismo”?
    Il Rojava non si può inserire come una pedina all’interno dello scenario mondiale e pensare che forse sia meglio lasciarlo alle proprie sorti in funzione di un’asse Siro-Russo-Cinese, che ha sicuramente il merito di indebolire il polo statunitense ma che detiene una macedonia di economie e correnti politiche difficilmente riconducibili sotto un ombrello ideologico come fu quello sovietico. Non spetta anche a chi fa analisi politica prendere per buono ciò che di reale viene fatto in quei posti declinandolo come semplice lotta verso l’uguaglianza e senza voler per forza volerlo migrare sotto la propria lente? Viceversa quanto il partito Ba’th e la sua visione sono realmente socialiste visto che rifiutano ogni forma di lotta di classe? Stiamo attenti a giocare con soggetti politici ambigui spendendoli nella dialettica politica mondiale cogliamone anche il possibile contenuto reazionario al loro interno. Le avanguardie o sedicenti tali non si devono limitare ad etichettare a tavolino sforzi e cambiamenti senza mai nemmeno provare a declinarli verso una matrice che possa rendere comune la lotta in un senso che non sia solo tattico. Si rischierebbe di commettere un errore di presunzione di non poco conto.

  • gianni

    scusa se insisto, ma essere contro i progetti imperialisti non vuol dire difendere gli equilibri precedenti, mai detto, anzi.
    gli equilibri vanno rovesciati. sulla palestina poi, ti ripeto: quale stato? unico con gli ebrei? nei confini del 67 come succube di israele? parlare genericamente di stato palestinese indipendente è privo di significato per il contesto. sarà loro compito trovare sviluppi, come i kurdi del resto senza inutili accuse di etnicismo.

  • красный

    Parole Sante

  • (a)

    Ad eccezione dei curdi dentro il conflitto siriano, mi pare, come si dice a Roma, che il più pulito ha la rogna.

  • berja

    articolo eccellente, che va al punto e spazza via tanto pattume ideologico che si è ammassato negli ultimi 25 anni; finalmente degli argomenti lontani dal solito “né-né” che affligge la sinistra massimalista italiana almeno fin dal 1914

  • ermanno

    Sostanzialmente d’accordo con la critica alla sinistra postmodernista e al suo uso truffaldino e strumentale delle esperienze curde, zapatiste… Ma non sarà che l’errore (che mi sembra compiate anche voi) sia esattamente quello di concedere troppo, al piede di partenza, proprio all’impostazione e alla scelta di fondo della sinistra postmodernista quando si butta all’aria non solo la visione di classe e l’idea della presa del potere, ma anche il modello strategico, analitico, metodologico e organizzativo sovietico-leninista? Non è forse da questo errore che derivano, giocoforza, tutti gli altri (e tutti i processi revisionistici)?

  • Albrecht Ali Höhler

    Articolo di grande interesse.
    Soprattutto trovo molto azzeccato il parallelo zapatismo/”curdismo”.(non in termini di organizzazioni politiche ma piuttosto a livello di immaginario).
    Mi permetto però di sottolineare un altro aspetto che chiamo provocatoriamente “orientalista”, nel senso di distorsione della realtà.
    E che riguarda proprio il rapporto sinistra occidentale/solidarietà internazionalista e le proiezioni intellettuali che appunto una certa sinistra post-moderna produce: questo mi piace e lo dico, questo non mi piace e lo nascondo.
    Rilevo per esempio alcune stranezze, che accenno senza perdermi in lunghe considerazioni:
    – il grande innamoramento di una certa area libertaria verso un partito, il pkk, che trovo corretto definire “leninista”. Non capisco come sia possibile per una parte del movimento anarchico, non trovare imbarazzo a sostenere una visione che è decisamente gerarchica e che rispecchia fedelmente l’idea novecentesca di partito, che loro hanno sempre criticato.
    – Se da un lato è sicuramente vera la svolta ideologica interna al Pkk (che definisco per semplicità municipalista, alla Bookinch) mi preme sottolineare che le posizioni interne a questo partito sono molto più varie di come riportato in genere sui media.
    Cito per esempio questa celebre intervista pubblicata tempo fa su Vice, in cui un esponenente dell’ala giovanile del Pkk, parla espressamente di Kurdistan, inteso come stato. https://www.youtube.com/watch?v=Bwe4msjHCXs (circa minuto sette).
    – Altra stranezza non ho mai sentito esprime una critica sulla questione Ocalan, ovvero “culto della personalità”. Per decenni si è parlato della degenerazione del socialismo reale, imputandola propria al culto cieco del leader. In questo caso non c’è una critica della sinistra occidentale verso questo attegiamento, e basta leggere alcune interviste per sentire espressioni come “studesse di Apo”, “figli di Serok” (uno dei nomi cui ci si riferisce a Ocalan) o l’immagine del leader in ogni dove.
    – Una delle altre questioni spinose, è l’ultilizzo di kamikaze. Scelta tattica che non mi permetto di criticare (perché dalla comodità “europea” è troppo facile giudicare), ma che per altre organizzazioni è valsa la “scomunica” – per esempio in Palestina – e che il Pkk ha utilizato almeno fino al 2012.
    – Altra questione è quella dei fondi e delle alleanze: perché per esempio la resistenza novorussa è stata criticata (ma sarebbe più corretto dire screditata) per aver ricevuto soldi e fondi dalla Russia putiana, mentre nessuno ha espresso una critica al fatto che gli statunitensi (e le loro forze speciali) appoggiano in prima linea le Ypg. Non sono ingenuo e comprendo perfettamente che per sostenere una guerra occorrono molte più armi (e quindi soldi) di quanto uno immagini. E sono sicuro che in questi casi neanche bisogna guardare troppo al sottile, e quindi “giustifico” questa scelta, ma mi indigno per i due pesi e le due misure. Ovvero smerdo i novorussi, sorvolo sui curdi.
    – Altra cosa da ricordare è che la forza dei curdi in Rojava è dovuta anche al fatto che fino al 1999 sono intrecorsi ottimi rapporti fra il Baath e il Pkk. Che lo stesso Ocalan ha dimorato per anni a Damasco e che proprio la possibilità di svilippare accademie di partito e campi di addestramento ha permesso a quest’organizzazione di strutturarsi in modo così diffuso.
    Infine ricordo che il tanto celebrato Hdp (partito filocurdo in Turchia), che erroneamente viene giudicato braccio politico del Pkk, ma che indubbiamente ha affinità e rapporti diretti con quest’ultimo, fa parte dell’internazionale socialista (eh sì, ancora esiste purtroppo e annovera al suo interno le scorie del movimento operaio, dai socialisti francesi, alla Spd, al Pd.
    Insomma per parafrase un intervento precedente mi viene da fare una battuta, forse di pessimo gusto: in Siria tutti c’hanno la rogna, ma quella dei curdi non la vogliamo vedere.

  • Militant

    Sembra che ne stia uscendo una discussione davvero interessante e per nulla stereotipata, ed è una sorpresa visto il livello della dialettica presente in rete.

    @Albrecht Ali Höhler
    La serie di contraddizioni che rilevi sono decisive e smascherano l’obiettivo politico sottaciuto alla solidarietà pelosa nei confronti dei curdi. Del Pkk (e del Pyd siriano) vengono semplicemente omesse, come se non esistessero, tutta quella serie di caratteristiche che non servono al discorso politico di pezzi di movimento. Partito, leninismo, centralismo democratico, culto della personalità, gerarchia interna, verticismo, non vengono neanche discusse, ma completamente ignorate. Eppure, e questo sia detto a favore del Pkk, tutti gli esperimenti sociali di cui si vantano per osmosi i compagni italiani, derivano *proprio da* una strutturazione e una impostazione di questo tipo.
    E comunque, ribadirlo non guasta, la discussione non è sulla qualità politica del processo curdo nel Rojava, ma come viene usato qui in Italia. Non ci sogneremo mai di indicare o dare consigli ai curdi che lo stanno sperimentando e che stanno combattendo contro Daesh. Il discorso qui è proprio un altro.

    • toscano

      quello che dite in quest’ultimo paragrafo non è vero…in questo articolo e anche in altri sostenete che la rinuncia del pkk all’idea della rivoluzione come presa del potere politico tramite l’individuazione di un nuovo palazzo d’inverno da assaltare lo rende non un partito rivoluzionario ma un movimento riformista, cittadinista, ecologista, il tutto detto con una bella punta di sprezzante ironia, come se da compagni italiani-europei ce la potessimo permettere

      • Militant

        La trasformazione radicale dell’orizzonte politico del Pkk è rivendicata in ogni documento o intervista, non ce la inventiamo noi. Che si sia trasformato in un movimento municipalista, cittadinista, femminista ed ecologista lo dicono sempre i documenti del Pkk, le interviste ai suoi esponenti a cominciare da Ocalan, non lo diciamo noi. Detto questo, *proprio perchè* noi “compagni italiani-europei” non ci possiamo permettere svalutazioni dei processi di lotta nelle altre parti del mondo, ribadiamo costantemente che il problema, per noi, non è quello di dare giudizi su quei processi. Ma se l’immaginario, diciamo così, di quei processi, viene traslato da quei contesti ai nostri, allora un giudizio si impone, perchè non esiste solo il Pkk nel mondo, e se è solo questo che viene ripreso significa che l’obiettivo non è sostenere la resistenza curda contro Daesh, ma replicare politicamente le basi di quel processo. Non c’è dubbio che questo sia l’obiettivo di una parte almeno della sinistra che solidarizza col Rojava, ma, permettici, a quel punto diventa criticabile, perchè diventa, rimasticato, un problema italiano, interno alla sinistra italiana, non più un problema dei curdi. In questa discussione, detto altrimenti, i curdi non c’entrano, c’entra un pezzo di sinistra italiana ed europea che sceglie i suoi miti, con la valenza politica che questi miti si portano dietro.
        Più su dicevi che “gli zapatisti sono più di 20 anni che portano avanti il loro esperimento politico”, ma questo cosa significa? Nel mondo ci sono decine di esperienze che “portano avanti il proprio esperimento politico” da 20 e passa, esperienze fondamentali, che nel tempo sono andate al potere (come in Nepal o nel Kerala) anche attraverso vere e proprie rivoluzioni socialiste, eppure nessuno ne parla; il bolivarismo è l’esperimento socialista su vasta scala più importante degli ultimi vent’anni, nato sull’onda delle proteste no-global che infiammarono i movimenti latinoamericani dalla fine degli anni Novanta, un periodo in cui in tutto il continente latinoamericano (tranne Cuba) regnava il neoliberismo statunitense; a Cuba c’è un movimento politico socialista che dura da quasi sessant’anni, eppure prima degli accordi con gli Usa qualche compagno avrebbe saputo trovare Cuba sulla carta geografica? In Colombia è presente una lotta di popolo socialista da circa cinquant’anni, che controlla un terzo del paese, quel terzo della popolazione contadina massacrata dalle politiche liberiste promosse degli Stati uniti, una guerriglia che ha prodotto decine di migliaia di combattenti armati contro il capitalismo, eppure, anche qui, qualcuno ne ha parlato, ne sta parlando,ne parlerà? No. Come vedi, sono scelte politiche. Lasciamo perdere l’illusionismo misticheggiante, sono scelte politiche dettate dal contesto italiano, che servono a legittimare processi (lo vedi, lo fanno pure i curdi, quindi siamo nel giusto!) tutti italiani, servono a un discorso neo-disobbediente che *non è il nostro* e non lo sarà mai in questi termini. E smascherarlo crediamo possa portare a un ulteriore chiarificazione delle scelte di tutti i soggetti. Poi si rimane tutti della stessa idea di prima, ma almeno si è fatta chiarezza sulle intenzioni, a prescindere dai curdi.

    • ermanno

      Scusate se insisto, ma mi sembra che voi trattiate un po’ troppo sbrigativamente (e in maniera pericolosamente simile a quanto fa la sinistra postmoderna nelle sue varie incarnazioni post-’89) la questione dell’abbandono del metodo e della strategia comunista novecentesca (per come essa si è data, nei suoi tratti fondamentali, nella prima rivoluzione proletaria vittoriosa, quella del ’17 russo bolscevico). Anche voi, purtroppo, vi limitate a definire tutto ciò come “paradigmi ormai ultra-superati… rigidità ideologiche fuori tempo massimo, massimalismi parolai”, come se quel metodo e quell’insegnamento debbano meccanicamente e inesorabilmente sfociare nella caricatura di se stessi. E *tutti* quelli che parlano di paradigmi superati, alla fine, non si scomodano mai e in nessun modo a spiegare come, perché, in che misura e in che modo li ritengano superati. Troppo facile.

      • Militant

        Sono discorsi che portiamo avanti quotidianamente da dieci anni, su questo sito e altrove, non si può risolvere tutto in un’unica discussione. Se ci leggi da tempo, saprai che ogni articolo, ogni riflessione, ogni commento, così come ogni nostra iniziativa o proposta politica, è volta alla ricerca di come continuare ad essere comunisti nel XXI secolo senza per questo rimanere recintati in paradigmi politici e organizzativi legati ad altri modelli di società e di organizzazione del lavoro e della produzione. Ma parlare di questo qui e ora significherebbe generare un off topic clamoroso, e si finirebbe per parlare di tutto e del niente.

  • Analisi importante e lucida sul mito curdo e la sua acritica assimilazione all’interno dell’universo della sinistra autonoma e radicale italiana. In fondo e per semplificare, così come gli autonomi e antagonisti si accontentano di ritagliarsi spazi di autogestione all’interno del sistema capitalista, il PKK/YPG punta a uno spazio autogestito all’interno di un mondo arabo in mano all’imperialismo. Per quanto riguarda la Siria, nei media e nel mondo della cultura l’imperialismo mette in moto l’apparato ideologico volto a delegittimare lo Stato-nazione, condannando ipocritamente il “vecchio” colonialismo di aver creato entità statali artificiali; recuperando una vecchia idea anarchica – il federalismo comunale di Proudhom – e strumentalizzadola ai fini imperiali del neocolonialismo “protettore dei governi autonomi delle minoranze oppresse dagli Stati arabi”.

    Il fatto che tali nazioni quali Iraq e Libia siano crollate non sotto il peso delle proprie contraddizioni, ma sotto la pioggia di bombe dell’imperialismo pare essere un dettaglio, sia per i capitalisti che hanno tutto interesse a mascherare la realtà e inventarne un’altra, sia per i sostenitori delle autonomie locali troppo rinchiusi dentro rivendicazioni particolaristiche per vedere il quadro generale, mentre attori locali approfittano del caos creato al fine di imporre un’agenda localista e strappare concessioni al sovrano di turno.

  • Carletto

    Perché si ha paura di possibili derive?
    Il Chiapas non ebbe colpe se piacque ad una sinistra che aveva lasciato per strada temi importanti come i diritti sociali ed il lavoro su tutti. Si sarebbe potuto sottolineare semplicemente l’importanza di chi chiedeva autodeterminazione ed autogestione delle terre nel 94 (come poi accadde per le fabbriche in Argentina nel 2001) semplicemente come “portatori sani” di un ritorno a quei valori che semmai sono in comune e non alternativi al comunismo.
    La domanda successiva è: il comunismo passa attraverso lo stato o può prescinderne?
    Dipende dal momento, dalle forze in campo e non ultimo dalla capacità di penetrazione del pensiero.
    La storia ci insegna che le rotture rivoluzionarie possono e devono verificarsi al momento giusto. Ma gli strappi ed i salti in avanti devono avvenire a fronte di reali ricuciture che si chiamano motivazioni, sono queste che spostano gli equilibri e le persone. Se la chimica leninista ha avuto buon gioco nel 17 lo deve proprio alle motivazioni reali e profonde che affondavano le radici nella critica delle disuguaglianze drammatiche del regime zarista. Come certamente lo deve anche alla tattica delle alleanze. Identità e dialettica insieme. Perché invece l’alchimia stalinista fondata solo sulla esasperata ed inumana industrializzazione centralizzata ed eccessivamente burocratizzata forgiò lo stakanovismo gettando una triste ipoteca sulle sorti del 89?
    (Questo si che dovrebbe essere l’interrogativo, non se sia il caso oppure no di seguire i Kurdi.)

    Perché forse parte di quella rivoluzione non è del tutto ri-producibile con lo stesso formato.
    L’esercizio via via sempre più stanco delle “due fasi” di staliniana memoria ha fatto danni ed è bene che si sappia.
    Fu invece il concetto di “rivoluzione permanente” a servire come mezzo dirompente affinché si potesse giungere con salde spinte a cementare le prime vittorie bolsceviche.
    Con l’attendismo delle “due fasi”, si ritornò addirittura a quella impostazione tipica dei menscevichi e condannata da Lenin. Lo stesso attendismo che in Italia, dopo gli inevitabili patti di Salerno, ci rese tranquilli cogestori dello sviluppo capitalista. La dialettica materialista stalinista finì per generare il suo alter ego.
    Se chiedete ai vecchi militanti del Pci chi fossero stati i traditori negli anni 70, ancora oggi vi indicherebbero senza ombra di dubbio quelli della Autonomia quando invece rivendicavano un ritorno alle origini.

    Tornando alle eresie passate e presenti.
    Fermo restando che ci andrebbe di lusso se trovassimo forze politicamente motivate come furono quelle cinesi o spagnole lasciate da sole in virtù della riuscita dello stalinismo. Se ancora oggi ci sembra di scorgere attori che interpretano un ruolo di rottura, perché si dovrebbe andar loro contro seguendo giochi di tattica quando tra l’altro non esiste nemmeno la più lontana situazione di “comunismo in un solo stato”? Perché voler ripercorrere per forza per filo e per segno un gioco che abbiamo perso? Le sovrastrutture dopo un avvio meccanico-economico di eguaglianza e partecipazione devono essere continuamente poste a verifica dell’unico valore per cui si lotta che è la dignità dell’essere umano. Per cui ci dovremmo porre intanto la domanda se nel Rojava questo avviene e se avviene metterci un punto per il solo motivo che è un dato di fatto che pone un esempio per tutti, nessuno escluso. Inoltre non si vuole la caduta di Assad (anche se si dovrebbe spiegare come ha fatto in tutti questi anni lui e la sua famiglia a mantenere il potere pur essendo forza minoritaria) ma spazi di manovra per una forma umana ed egualitaria di convivenza.
    Chi vede il Rojava come di intralcio, ad una coacervo di politiche ed equilibri che nemmeno lontanamente ricordano un processo rivoluzionario (Brics) ma che tanto bastano a rimettere in moto tatticismi che ben conosciamo, non ha ancora fatto i conti non con la “caduta del muro” ma con lo stalinismo. Come si può rivalutare la figura interna di Putin solo in virtù della tattica esterna? Può certo tornare comodo nel Donbas ma da qui a farne il faro della rivoluzione ce ne passa. Come ce ne passa tra capitalismo di stato cinese e comunismo. Per non parlare del Sud Africa. Tengo fuori il Brasile perché è l’unico a rincuorarmi (non ultimamente) la in mezzo.
    L’Alba pur giocando il suo ruolo, necessario, di alleanze in tutto questo scenario è veramente un’altra cosa.

    Occorre aggregare quando in geopolitica si parla di multipolarismo.
    Occorre saper distinguere quando in politica si parla di fare comunismo.

  • un compagni

    1. La vera novità degli ultimi anni per quanto riguarda il movimento Curdo in Turchia (dal PKK all’HDP) è stato il proporsi come punto di aggregazione proprio di quella enorme “frattura di classe” della società turca a cui facevate riferimento e di cui altre formazioni rivoluzionarie come DHKCP sono espressione, insieme alle istanze di altre minoranze oppresse. L’abbandono del nazionalismo curdo tout-court si inserisce in questo contesto. L’apparente successo dell’operazione, che ha contribuito a far perdere per un momento a Erdogan la maggioranza assoluta alle elezioni, è sicuramente uno dei motivi che ha portato lo stesso Erdogan a interrompere il processo di pace col PKK.
    2. Non condivido l’uso di espressioni come “Il popolo curdo ha ciclicamente cercato l’appoggio… “. Esiste il PKK, il PYD, il kurdistan iracheno, l’HDP per citare solo le organizzazioni di peso. Esistono differenze anche molto grandi e non solo strategiche. Sono loro che cercano o non cercano appoggi. L’articolo che citate ad esempio si riferisce al kurdistan iracheno.
    3. Credo che l’appoggio alla guerra del PYD e del PKK da parte del movimento (se ce ne fosse uno) italiano debba essere incondizionata in quanto come voi dite rappresentano le posizioni più avanzate del “nostro campo” in quell’area e non solo, a prescindere dalle infinite contraddizioni che sono insite nel fare politica, figuriamoci nel fare la guerra… Credo anche che eventuali ipotesi di riproporre quei modelli organizzativi (tra l’altro frutto di decenni di lavoro politico) dalle nostre parti sia una proposta talmente infantile da non meritare discussione, ma devo dire che non l’ho sentita più di tanto in giro. L’abitudine della compagneria italiana di seguire “la moda del momento” rientra nelle nostre miserie. Ciò non toglie che quando “va di moda” una causa giusta e sacrosanta, questa vada comunque sostenuta.

  • fedayn

    Grazie per l’occasione di discutere della guerra imperialista, anche se partendo (ahinoi!) dall’ennesima analisi che tenta di descrivere gli attori in campo. Un dato di fatto è che siamo lontani anni luce dall’esprimere una concreta solidarietà alle popolazioni colpite dall’imperialismo. E dire che, purtroppo per loro, non mancherebbero (volendo) neanche le occasioni di incontro qui a Roma con compagni e compagne che vengono dai campi profughi palestinesi di mezza Siria, ragazzi che hanno abitato fino a qualche mese fa a Beirut o in Iraq, ad Amman, a Gaza, a Gezi (Istanbul), etc…

    Tornando all’intervento di Militant e i commenti che ho letto fino a questo punto.

    Mi sembra non sia stato sufficientemente denunciato (tanto da riproporlo ciclicamente nelle nostre analisi) l’uso di quel lessico imperiale che vede oramai l’organizzazione ex-marxista PKK (che come tutti i partiti può commettere errori di valutazione) identificarsi totalmente con “il popolo curdo”. Questa manovra va ad irrobustire ulteriormente il politicamente corretto a difesa della propaganda del PKK: la curdizzazione forzata di aree storicamente arabe, armene, siriache, turcomanne.. della Siria non merita nessun post indignato su facebook; la sostanziale collaborazione con l’Eliseo e la Casa Bianca vengono ridotte ad un tatticismo imposto dalle condizioni sul campo di battaglia; le “minoranze politiche” curde organizzate o meno (anche libertarie) non hanno possibilità di contestare le scelte del vertice (tanto che tra le notizie censurate ci sarebbero vari dietro-front degli “internazionali”, principalmente comunisti turchi e alaviti di tendenza maoista, che non si rispecchiano più nella “causa”); etc…
    Altro elemento è la “fabbrica del male assoluto” dentro la quale il PKK lavora a ritmi serrati per dipingere quel “campismo molle” di cui parlano i rappresentanti del Kurdistan dentro gli spazi sociali di mezza Italia: un campismo (il linguaggio geopolitico non è esclusiva prerogativa dei ridicoli fan di Putin) dove il discrimine non è dato dalle scelte di politica o economia (quei cambiamenti strutturali che i comunisti auspicano al fine di vedere cancellato lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo) ma dalla condivisione di valori e battaglie di opinione (in puro stile liberl-democratico). Ecco così che la lotta dei governi europei (ma anche del Dipartimento di Stato statunitense) contro il terrorismo islamico diventa un episodio della stessa battaglia per Kobane (non sono parole mie, ma dichiarazioni ufficiali del PYD/YPG/YPJ). Dentro questo contesto, la dinamica “dei due pesi e due misure”, ça va sans dire, ci sguazza. La lotta contro il male assoluto (ISIS) giustifica qualsiasi scelta, compresa l’alleanza con quello stesso Pentagono abituato a manovrare da decenni il fondamentalismo/wahabismo/salafismo, cambiandogli etichetta alla bisogna.
    Il Rojava viene presentato (la prima “rivoluzione” ad essere comunicata al mondo tramite conferenza stampa) come “l’unico esperimento democratico della regione” e qui il parallelo con la nauseabonda propaganda sionista viene alla mente. Tra gli indicatori preoccupanti o che perlomeno dovrebbero far sorgere dubbi ricordo: il caso del foreign fighter di ritorno da Kobane che viene presentato da Fazio/Saviano come “combattente per l’umanità”, mentre ai solidali sul fronte arabo o ucraino spettano ben altre tipologie di trattamento; la totale assenza di riferimenti all’entità sionista ed alla sua politica assassina all’interno della propaganda PKK (e alleati); il totale silenzio, anche dei solidali, sugli attentati commessi da organizzazioni come i TAK (anche loro sono curdi, anche loro con Ocalan in qualità di leader supremo); lo sprezzante disinteresse nei confronti dell’urlo lanciato dai palestinesi dei campi profughi della diaspora (già cacciati dalla Palestina, dalla Libia, dall’Iraq ed ora dalla Siria) con, alla testa, le loro avanguardea politiche… E a proposito de ‘sti benedetti comunisti palestinesi, libanesi, siriani, turchi (eh si perchè in Turchia soprattutto il dibattito esiste, e da tempo, se vi ricordate delle polemiche sul comportamento dell’HDP a Gezi Park per fare un esempio)….sono anche loro “troppo piccoli” per poter esprimere una posizione che valga la pena di essere valutata dalla sinistra occidentale?

    Personalmente non vedo speranza nel modificare l’andazzo (con una magica presa di consapevolezza da parte del movimento cittadino) anche perché in questo errore politico pesa come un macigno tutta la propaganda di un partito-organizzazione curdo che del leninismo (ma sarebbe più corretto parlare di stalinismo) conserva solo gli elementi residuali più aspri (come il verticismo) e persiste per quanto ci riguarda (post/neo alla fine su questi temi caschiamo tutti) la nostra incapacità a chiudere definitivamente con il marxismo eurocentrico, unilineare e razzista.

  • Militant

    @ fedayn

    Sarebbe utilissima qualche fonte soprattutto rispetto alle dialettica interna del Pkk e riguardo al rapporto tra Pkk e “internazionali” mediorientali che citavi nel tuo commento, potrebbero in questo senso contribuire a illuminare una discussione importante.

    Sul resto, concordiamo. Il conflitto arabo/israeliano è definitivamente scomparso dal radar degli eventi “interessanti” del Medioriente, e non è un caso. Anzi, è un’altra tara ideologica che avvolge tutta la questione mediorientale per come viene affrontata oggi dal compagni europei. La sensazione è quella del sollievo per l’aver estromesso la causa primaria dei conflitti della regione, una causa troppo “pesante” per poter essere ancora “utile” ai discorsi politici locali. E di questa scomparsa ci sembra, ma è solo una sensazione, che alcune responsabilità le abbiano anche i movimenti progressisti/democratici curdi turchi e siriani. Non è tanto o solo il fatto di aver abbandonato la rivendicazione statuale a rappresentare la contraddizione tra le richieste curde e quelle palestinesi, quanto quella di non considerare più centrale la lotta a Israele, marginalizzarla, come se fosse uno dei tanti, tra i meno rilevanti peraltro, problemi della regione.

    Ci sembra evidente anche l’innamoramento mediatico mainstream che avvolge tutta la vicenda. Si è posizionato Daesh quale “nemico dell’umanità”, quindi chi ci lotta contro viene iscritto d’ufficio tra i “difensori dell’umanità”. Ora, può anche essere vero che Daesh sia effettivamente un problema per l’umanità, messa anche così, in forma retorica. Ma Daesh non significa altro che “politiche occidentali in Medioriente”, dunque la definizione assume valore e concretezza se intendiamo come nemiche dell’umanità quelle stesse politiche, e di conseguenza quegli attori che le hanno promosse in questi decenni. Come fanno gli Usa (o l’Inghilterra, o la Francia), per dire, a combattere Daesh, se questi è un prodotto diretto del loro interventismo in Medioriente?
    E’ sicuramente vero che le strategie, anche del capitale, possono cambiare, ma appunto per comprendere questi cambiamenti bisogna interpretare quelle strategie, che poi altro non sono che il riflesso dei rapporti di forza economici presenti nella regione, lo scontro tra differenti modelli produttivi, di interessi in competizione, eccetera.

    Scompare definitivamente, nelle interpretazioni interessate, la questione economica del capitale neoliberale occidentale, in fase di espansione nei territori ancora non pacificati, in funzione di recupero di quote di profitto internazionale da spendere nella competizione globale con altri attori e soprattutto con la Cina. E’ per questo motivo che “i curdi” devono vincere: per inceppare questo tentativo, per resistere ai processi di normalizzazione mediorientali. Non perchè propongono soluzioni non replicabili in altri contesti geografici e produttivi.

  • Cosimo

    Un dibattito davvero interessante e per questo ringrazio i compagni e le compagne di Militant che provano sempre ad alimentare momenti di scambio e confronto. Una cosa però non mi è piaciuta, l’articolo a cui rimandate riguardo il processo di pace e cioè l’intervista ad un ex esponente del partito dei lavoratori turco (oggi Vatan Partisi,partito della patria, un partito che davvero non c’entra nulla con la sinistra rivoluzionaria e non). Si nota un certo livore dell’intervistato nei confronti del movimento politico curdo che lo spinge verso definizioni troppo frettolose, di parte e anche un po’ generiche rispetto ad esso. Per esempio definire l’HDP partito liberale è una critica che potrebbe anche essere discussa però insomma mi sembra un po’ riduttiva visto che è un partito che ha fatto eleggere, ad esempio, esponenti dell’ESP (il partito socialista degli oppressi) che non mi sembra affatto liberale (ha anche un braccio armato il MLKP ancora attivo). Non solo ESP poi.. Perchè l’HDK, questa assemblea tra varie realtà che appoggiano l’HDP, è formata da partiti comunisti delle più varie correnti (tra cui anche stalinisti, maoisti ecc.) che tatticamente appoggiano questo esperimento in un’ottica di allargamento degli spazi di agibilità politica nel paese e avanzamento delle istanze delle lotte.
    Sul Rojava, credo basterebbe anche solo dire che lì sono impegnate tutte le formazioni armate comuniste tuche,tranne il DHKP-C e un’altra forse, per capire che, come giustamente avete detto voi, è un esperimento da appoggiare. Ultima cosa sul tipo di cui spora… Dice addirittura che Ataturk è rispettato e visto con favore dai comunisti in Turchia…mi sembra un’affermazione quantomeno azzardata. Forse solo lo storico partito comunista turco, una formazione anche abbastanza nazionalista, lo potrebbe considerare tale. Nella storia della sinistra turca poi indubbiamente un certo kemalismo di sinistra ha avuto un ruolo e questo, ma questo ha anche portato a fratture considerevoli soprattutto con le compagne e i compagni facenti parte delle importanti minoranze presenti nel paese.
    Ultima cosa sulla Siria…sicuramente è una situazione complessa in cui ci sono tante contraddizioni e fate bene voi a provare a metterle in campo per un’analisi più articolata. Tra le tante analisi però una cosa sulla sinistra araba si potrebbe dire, e cioè, che una certa alleanza tattica con i partiti nazionalisti arabi, comprensibile nel periodo della lotta anticoloniale, l’ha trascinata poi, però, in un pantano da cui sta diventando sempre più difficile uscire. Sarebbe interessante sviluppare anche un ragionamento su questo e confido che lo facciate vista anche la vostra conoscenza dell’argomento.

  • La didderenza tra noi e loro è che la rivoluzione, combattendo nello stesso momento contro nemici grandissimi, la stanno facendo…noi invece facciamo delle analisi……

  • Fabio

    Al link, che incollo in basso, potrete leggere (in un italiano incerto) sulle relazioni tra il Pkk ed il regime siriano fino al 98 in chiave anti turca. Il successivo riposizionamento in Siria con lo Ypd ed il conseguente deterioramento delle relazioni con la persecuzione del partito dal 2003 al 2011. Ocalan tramite gli incontri con il suo avvocato (se ne citano un paio del 2011) propone un riavvicinamento con il riconoscimento delle zone autonome in chiave anti sunnita (fratelli musulmani) che nel caso di vittoria si scaglierebbero contro le minoranze alawite e curde. Insomma sembra che l’essere minoranza, delle due forze politicamente più rilevanti in Siria, sia il reale, ma troppo sottovalutato e poco indagato, peccato originale che le accomuna.

    Inoltre e concludo. Invece che temere l’anarchismo di rimando che il Rojava pratica, si dovrebbe porre molta attenzione su l’incoerenza di un modello politico imposto dall’alto e mantenuto con le armi. Se da una parte, nello scacchiere internazionale può tornare comodo, su quello interno stride e non poco se paragonato ai governi realmente popolari che abbiamo conosciuto in America Latina in questo ultimo quarto di secolo.

    https://collettivotanas.wordpress.com/articoli/

  • quetzal

    c’ un criterio che dovrebbe guidare i comunisti quando riflettono sulle lotte di liberazione nazionale:il diritto all’autodecisione dei popoli.fu il criterio utilizzato da Lenin. poi c’è, per i patiti del Risiko, la “collocazione”delle esperienze di liberazione , decolonizzazione ed autodecisione nel “contesto” globale :qui proliferano cultori della “oggettiva”natura antimperialista di questo e quello, i complottisti, i geostrateghi etc: folklore nel migliore dei casi, echi rossibruni nel peggiore.da qui ho letto ed ascoltato osservazioni raccapriccianti tipo “pkk servo degli usa” oppure “dobbiamo sostenere anche erdogan, perchè indebolisce gli USA”… ora , a parte il fatto che l’antiamericanismo “di principio” è una roba di destra che poco c’ entra con l’antimperialismo, anche a voler stare per un microsecondo al ragionamento, la domanda è : quali esperienze stridono di piu con l’ordine mondiale dominante ? Rojava , Chiapas , Dombass, Palestina sono tra queste ? la risposta mi pare evident. W IL PKK

  • kente

    dal commento di fedayn, mi sono tornato in mente una serie di articoli presi da infoaut.org, i primi due riguardano i rapporti curdi-palestinesi, il terzo è un articolo sul TAK

    Cosa pensano i curdi della Palestina? http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/17200-cosa-pensano-i-curdi-della-palestina?

    Cosa pensano i palestinesi del kurdistan? http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/16568-cosa-pensano-i-palestinesi-del-kurdistan

    TAK: una forza popolare in cerca di vendetta http://www.infoaut.org/index.php/blog/conflitti-globali/item/17247-tak-una-forza-popolare-in-cerca-di-vendetta

    per quello che riguarda l’articolo di militant, anche io da tempo avevo fatto il parallelismo rojava-chiapas, anche per quello che riguarda il rapporto su come la sinistra o pseudo-sinistra italiana abbia recepito e si sia appropriata di certi temi acriticamente.
    Comunque c’è una grande differenza è che nel Rojava e in Siria c’è la guerra dove si ammazza e si muore giornalmente (sia ben chiaro, non è che in chiapas non si muoia, continuo a seguire la situazione là, anche se non è più di moda, ma perlopiù sono azioni di paramilitari o militari camuffati da paramilitari). Il fatto che i curdi stiano combattendo una guerra, soprattutto per la pseudo-sinistra, è visto come fumo negli occhi, tanto che quando sono uscite le immagini del combattente italiano in Rojava col kalashnikov, molti commentatori si sono scandalizzati.
    Rispetto al ’94, quando lo zapatismo fu preso in toto come modello perchè era più facile sorvolare sulla parte “guerreggiata” dell’esperienza, sul Rojava non si può. In una situazione di guerra ci saranno sempre dei compromessi che non piaceranno, bisognerebbe capire se quei compromessi siano tattici o strategici e in che modo influiscano sullo sviluppo del modello Rojava.

    In ogni caso, quest’articolo e la seguente discussione sono veramente interessanti e, personalmente, mi hanno dato molti spunti su cui riflettere. Grazie

  • Militant

    @ quetzal

    Dov’è che avresti letto “da qui” “osservazioni raccapriccianti tipo “pkk servo degli usa” oppure “dobbiamo sostenere anche erdogan, perchè indebolisce gli usa”, e altre cazzate del genere?

  • quetzal

    equivoco vostro,scusate ….
    “da qui” non significava certo “da questo sito” , cioè su Militant, bensì si riferiva a quanto da me scritto poco sopra
    Lo riporto “i cultori della “oggettiva”natura antimperialista di questo e quello, i complottisti, i geostrateghi etc: folklore nel migliore dei casi, echi rossibruni nel peggiore”….
    “da qui” (cioè da questi ambienti e posizioni) ” ho letto ed ascoltato” etc etc .
    spero di aver chiarito
    saluti comunisti

  • Professorino

    Quetzal, prova un po’ a usare “da cui” invece che “da qui” e vedrai che capiremo meglio tutti.
    Grazie Militant, analisi utile come sempre

  • Nick

    “Il popolo curdo ha ciclicamente cercato l’appoggio delle potenze imperialiste contro gli Stati costituiti dell’area per cercare di strappare territorio e concessioni politiche, senza mai peraltro riuscire nel suo intento. Il problema non è però questo, che anzi rientra in una certa capacità realpolitica di sfruttare debolezze e contraddizioni altrui per raggiungere i propri obiettivi. Le strategie e le tattiche dei curdi non rappresentano un problema, in questo senso. Sono scelte legittime, ancorché criticabili, di un popolo che lotta per la sua indipendenza e, in questo momento, l’unico popolo che lotta davvero contro Daesh e Erdogan.”.
    Veramente i Siriani sono in lotta contro tutta questa merda dal 2011, ma pare che non interessi a nessuno. Bha. Che poi il problema non è che i curdi si vantino di stare lottando contro tutti, tranne che con l’imperialismo USA che anzi adesso gli fornisce copertura aerea e consiglieri “militari” (leggi intelligence…) a terra… lascia quanto meno perplessi, e con un doppio bha.

  • Michele

    Si fa un gran parlare di Curdi invece delle conquiste del Venezuela bolivariano i media non dicono una parola. E quando la dicono è per infamare, facendo carte false. “Purtroppo” il movimento bolivariano non gode dell’appoggio militare starsandstripes sul campo, e nemmeno dell’aviazione USA. Non ha un Karim Franceschi da invitare nei salotti della RAI e grandi case editrici a disposizione. Non spara contro l’Esercito Arabo di Siria e il governo del Fronte Progressista Nazionale della Repubblica Araba di Siria, che invece di Cuba, Venezuela, Ecuador, Bolivia e ALBA-TCP tutta, è alleato. Anche questa volta siamo seduti sul lato sbagliato della storia. Ah, e per concludere a Roma in piazza ci saranno non pochi trotckisti che considerano Maduro e la Rivoluzione bolivariana una jattura per il Venezuela, come i signori con la puzza sotto al naso, di Sinistra Anticapitalista e co., motivo per il quale, in solidarietà con il Venezuela bolivariano non scenderanno MAI in piazza. Anche di questo, ce ne faremo una ragione.

  • Giuseppe

    Francamente mi pare che partite da una denuncia degli orientamenti sbagliati prevalenti in una certa “sinistra” e concudete affermando la stessa concezione presente nelle tesi che criticate.
    Criticate i tifosi dei kurdi, tuonate e riversate dati e info a dimostrazione dell’abbaglio e dopo tanto tuonare contro certa sinistra ferma a collezionare le figurine delle rivoluzioni altrui, dopo che chi vi legge si aspetterebbe l’affermazione di un principio conseguente con il vostro dirvi Collettivo Comunista … vi mettete anche voi a collezionare le figurine delle rivoluzioni altrui. Senz’altro, dite, non bisogna rimboccarsi le maniche per far rinascere il movimento comunista, per fare la rivoluzione socialista, prospettiva che denigrate come macchiettismo, roba affine a gruppi e gruppetti inutili e inconsistenti. Badate bene che così vi mettete allo stadio dell’anticomunismo della “certa sinistra” che avete in odio. Coraggio compagni, osate di più!

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>