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Il burkini e il dress code neocoloniale

 

Da ormai oltre un quindicennio, la questione dei diversi veli  indossati da alcune donne islamiche si impone ciclicamente  nel dibattito pubblico e politico. Dopo il patetico tentativo di pinkwashing con cui si giustificò l’attacco all’Afghanistan governata dai talebani («Dobbiamo liberare le donne dal burqa»), abbiamo avuto la discussione in Francia sul divieto di indossare il burqa e il niqab. Dopo l’orribile Daniela Santanché – quella che si fa chiamare col cognome dell’ex marito dopo oltre vent’anni dal divorzio e blatera sulla libertà delle altre donne – che se ne andava in giro a strappare i veli alle donne islamiche, abbiamo visto le Femen invitare in modo neocoloniale le musulmane a spogliarsi girando in topless per i quartieri islamici di Parigi (leggi 1 e 2). Ecco che adesso – in periodo di vacanze – la questione è diventata quella del cosiddetto burkini, termine nato da una contrazione impropria tra la parola burqa (abito che copre integralmente tutto il corpo – viso incluso – usato da una minoranza di donne islamiche) e la parola bikini, indumento che evidentemente – soprattutto se succinto – è ritenuto dover caratterizzare le donne occidentali. Il dibattito è stato scatenato dalla decisione di alcune città francesi di vietare l’uso del burkini in spiaggia, convalidata giuridicamente dal tribunale amministrativo e politicamente dal ministro dell’Interno francese Manuel Valls (leggi), secondo il quale addirittura il burkini non sarebbe compatibile coi valori della repubblica francese in quanto espressione di un’ideologia basata sull’asservimento della donna.
Mentre in Gran Bretagna (leggi) e negli Stati Uniti la misura francese è stata ridicolizzata, in Italia ha trovato subito sostenitori.  Non solo quelli – scontati – come Matteo Salvini, ma anche – in modo altrettanto scontato – alcune note esponenti del femminismo borghese e neocolonialista: è il caso, ovviamente, di Lorella Zanardo (leggi) e di Monica Lanfranco (leggi), una poveretta secondo la quale un atto di razzismo sarebbe un atto di libertà. Due borghesi che, come ha scritto mazzetta, dimostrano che di questi tempi «la regressione ideale e intellettuale è evidente anche in campo femminista se da “il corpo è mio e me lo gestisco io” siamo arrivati alla pretesa della donna bianca di gestire i corpi di donne non più considerate sorelle, ma poverelle inferiori e sottomesse da educare a botte di divieti e leggi liberticide».
Le giustificazioni di tale divieto sono a tratti ridicole. Da un lato si dice che il burkini renderebbe difficoltoso il riconoscimento: ma ciò è falso, perché lascia il volto scoperto e non infrange, quindi, alcuna legge francese sul velo integrale nei luoghi pubblici. È un po’ difficile, quindi, ritenere legittimo il divieto in spiaggia di un indumento che fuori dalla spiaggia è consentito. Come è ridicolo affermare che sotto il burkini potrebbero nascondersi armi di ogni tipo: si tratta, infatti, di un indumento piuttosto attillato, sicuramente di più di buona parte degli abiti lunghi che anche le donne occidentali indossano quotidianamente. Insomma, si potrebbero nascondere più armi sotto i caftani di Marta Marzotto o sotto la veste di papa Francesco che sotto un burkini.
Poi si dice che potrebbe creare problemi di ordine pubblico, perché i musulmani integralisti suscitano diffidenza e, quindi, le donne che lo indossano potrebbero diventare oggetto di aggressioni: del resto, la città corsa di Sisco ha vietato il burkini proprio in seguito a una rissa tra una famiglia islamica e dei giovani locali (leggi). Si tratterebbe, quindi, di una misura in difesa delle donne (leggi). Insomma, la Francia – invece di schierarsi con le vittime delle aggressioni – le colpevolizza in quanto si sono fatte aggredire: un po’ come dire “care donne, se non volete essere stuprate smettete di mettervi la minigonna”; oppure “amici ebrei, se non volete essere aggrediti da nazisti antisemiti toglietevi quella kippah; oppure “caro scippato, se non vuoi che ti rubino il portafoglio non te lo portare”. Una follia, insomma: ma una follia gravissima, con cui le istituzioni pubbliche legittimano le aggressioni colpevolizzando l’essere degli aggrediti. Insomma: se ti aggrediscono solo perchè sei musulmano, anche se non hai nulla a che vedere con Daesh, te lo sei cercato comunque perchè non hai nascosto di esserlo.
Si dice poi che l’abbigliamento da spiaggia deve essere rispettoso dei valori e del secolarismo francesi, che si oppongono alla sottomissione delle donne. Ma anche il carattere religioso del burkini è, in realtà, dubbio: se è vero che in molti paesi integralisti islamici viene imposto alle donne di coprirsi, è altrettanto vero che in alcuni paesi europei come la Francia e la Gran Bretagna la decisione di velarsi è una libera scelta identitaria e antirazzista di molte donne, anche tra le compagne. Figlie di donne che hanno lottato per togliersi il velo ritornano così a metterselo – scatenando litigi in famiglia – non tanto per imposizione o per motivi strettamente religiosi (anche se, nel risveglio religioso degli ultimi decenni, esiste anche questo fattore), quanto per difendere la propria identità in una società islamofoba e assimilazionista, dove “integrazione” significa “far propri i valori del capitalismo occidentale e del consumismo”. Si tratta, insomma, di una scelta non diversa da quella dei militanti afroamericani statunitensi che scelsero di rifiutare il loro nome da schiavi per assumerne uno più aderente alla loro provenienza africana, da Assata Shakur a Cassius Clay/Muhammed Alì.
Inoltre, nel dibattito andrebbe tenuto presente che le donne cinesi, ad esempio, si coprono integralmente il volto, al mare, col cosiddetto facekini, perché in Cina si pensa che l’abbronzatura rovini la pelle e non è apprezzata. Insomma, molte donne cinesi – che non sono musulmane né costrette – si recano in spiaggia ben più coperte di quelle islamiche. Tra l’altro il burkini è piuttosto attillato e prevede un pantalone: come è noto a chiunque abbia un minimo di conoscenza in materia, i pantaloni e le vesti aderenti non sono consentiti dalla morale islamica più integralista (leggi). Come ha scritto mazzetta nel bell’articolo di critica a Zanardo, «il burkini è quindi uno strumento d’emancipazione dalla morale islamica più rigorosa».

Inoltre, anche se il carattere religioso fosse più netto, non si può non notare che nessuno chiede alle suore cattoliche di andare al mare in bikini e capelli al vento, come nessuno chiede agli ebrei di rinunciare alla loro kippah o ai cristiani di non portare crocifissi al collo. E non che gli ebrei siano meno integralisti, in alcuni casi: sia sufficiente pensare alle spiagge riservate alle donne ebree ortodosse in Israele. In questo senso, anche se si trattasse semplicemente delle misure di un paese laico contro i segni religiosi – e sappiamo che non è così – sarebbe comunque di una misura chiaramente razzista e islamofoba. Inoltre, se una donna atea – proveniente da un paese islamico o autoctona – volesse indossare il burkini perché le piace, le sarebbe consentito perché dietro di esso non si celano motivazioni religiose? O sarebbe vietato comunque perché la religione non c’entra nulla?
Infine appare assurda la pretesa di difendere le donne musulmane dalla presunta imposizione dei loro uomini, che invece se ne starebbero in spiaggia in abiti succinti. Ciò è falso, perchè anche molti uomini musulmani si coprono al mare: secondo i precetti islamici più restrittivi, infatti, essi devono essere coperti dall’ombelico alle ginocchia, ma non è raro vedere uomini anche più coperti con tuniche complete o con la galabeya. Nessuno – ci sembra – ha mai imposto a questi uomini un dress code da spiaggia.

Anche se di oppressione e di imposizione si trattasse, inoltre, il divieto di indossare il burkini non si tradurrebbe nella liberazione del vestiario balneare di queste donne presuntamente oppresse, ma nella loro impossibilità ad andare al mare: sarebbero lasciate a casa, dunque, e la loro oppressione raddoppierebbe, venendo nascosta e rinchiusa nella sfera privata. Magari, invece, confrontarsi con altre donne in spiaggia potrebbe più facilmente far emergere uno spirito di ribellione. In pratica, il divieto di burkini si traduce in un divieto di andare al mare per le donne islamiche, che limita l’autodeterminazione delle donne che scelgono liberamente di coprirsi il capo e rende ancora più opprimente e dura la situazione delle donne a cui gli uomini della loro famiglia impediscono di mettersi in costume da bagno: bisogna essere particolarmente stupidi o in cattiva fede per pensare che vietare il burkini sia una misura a favore delle donne.
Rimane, poi, il problema dell’influenza culturale: anche le donne che lo scelgono liberamente, secondo alcuni, lo farebbero perché cresciute in una società sessista che ne avrebbe influenzato i valori. Ciò può essere vero, ma allora perché non opporsi anche alle pubblicità che spingono le donne occidentali a perdere peso o a depilarsi per avere un corpo che, al mare, soddisfi le aspettative maschili? Per quale motivo nessuno biasima le donne occidentali che rendono il loro aspetto simile a quello che il capitalismo ha imposto come modello femminile, mentre le donne islamiche non possono scegliere uno stile di vita e un aspetto aderenti al loro modello culturale di riferimento?
Inoltre, anche se non si trattasse di imposizione vera e propria ma dell’influenza di una cultura oppressiva verso le donne, il discorso non cambierebbe. Il senso del pudore e il disagio frutto del contesto culturale in cui si è cresciuti non possono essere cancellati per legge. Non sono oggettivi e non si può imporre a una donna di spogliarsi: nessuno, del resto, ha mai imposto alle nostre nonne di indossare minigonne e bikini e, anzi, a tutt’oggi in molti paesi italiani alcune donne di una certa età continuano a indossare, soprattutto dopo la morte dei mariti, vestitoni neri e foulard sulla testa. Insomma, le donne della Rotonda del bagno Palmieri dipinte da Fattori, probabilmente, non avrebbero mai indossato il bikini neanche se avessero potuto. Inoltre, nessuno si sognerebbe di imporre e di svestirsi a persone – uomini e donne – che sono imbarazzate dal proprio corpo poco aderente ai canoni occidentali. Nessuno imporrebbe un man-monokini  a un uomo che pesa un quintale e mezzo che desideri indossare un calzoncino lungo, come nessuno imporrebbe allo stesso il calzoncino lungo se invece volesse indossare uno slip. Se imposizione ci fosse, anche la nudità, come dice Sara Salem, diventerebbe un’uniforme.
Che poi dell’oppressione di alcune donne islamiche non freghi niente a nessuno è dimostrato da coloro che si compiacciono del divieto di indossare il burkini affermando che «come non è possibile andare al paese loro in bikini, non è possibile stare nelle nostre spiagge in burkini». A parte che i paesi musulmani non sono un blocco uniforme e che l’abbigliamento da spiaggia varia tra uno e l’altro, non è certo rispondendo alla violenza e alle imposizioni che subiscono le donne in paesi come l’Arabia saudita (dove non possono indossare il bikini) con la violenza insita nel costringere le donne islamiche a spogliarsi nelle spiagge occidentali che si risolve il problema.
Il burkini, inoltre, è pensato proprio per una maggiore comodità per le donne musulmane: è una veste adatta a nuotare, sicuramente più comoda rispetto ai vestiti che verrebbero utilizzati altrimenti. Il burkini, infatti, è nato dall’idea di una donna australiana di origine libanese – e non, evidentemente, di un “barbuto” saudita – che aveva notato quanto fosse complicato per le sue nipoti praticare sport con il velo hijab (leggi). E infatti, come dicono le donne – velate per loro libera scelta – che lo indossano quando qualcuno si degna di intervistarle (leggi), è per loro una cosa molto positiva poter finalmente avere un abito adatto per nuotare.
La polemica contro il burkini svela, dunque, tutto il suo carattere neocoloniale, nel tentativo di imporre forzatamente i valori occidentali. Del resto, la scelta delle donne non è minimamente tenuta in considerazione, come dimostrato dal dibattito degli ultimi giorni sulle gare di beach volley alle olimpiadi. La foto dell’atleta egiziana di beach volley Doaa El-ghobashyche indossava il hijab ha fatto il giro del mondo: subito si è pensato che quella donna fosse oppressa, facendo finta di non notare la sua compagna di squadra a capo scoperto. Per non parlare dell’atleta egiziana Farida Osman, che nuota tranquillamente in costume e non in burkini. Quindi, probabilmente, Doaa El-ghobashyche un po’ di scelta ce l’aveva, ma magari semplicemente non le andava di stare col culo al  vento in mondovisione. Questa scelta, invece, le era stata negata fino al 2012, quando nelle competizioni di beach volley le atlete donne erano obbligate a indossare bikini con un fianco non più alto di 7 cm, evidentemente perché ciò fa aumentare gli introiti pubblicitari. Ovviamente nessuna imposizione simile era mai stata decisa per gli uomini, che infatti gareggiano con calzoncini al ginocchio o canotte. Come, altrettanto ovviamente, se non c’è l’islamofobia a fare da detonatore nessuno ha niente da ridire se le giocatrici di beach volley olandesi indossano i pantaloni. Insomma, alle donne può essere imposto di spogliarsi ma non di coprirsi e alle occidentali è garantito di potersi vestire come desiderano, alle musulmane no: perchè se lo fanno – visto che sono considerate dagli occidentali oggetti – vuol dire che non sono libere, che gli è stato imposto, ecc.
Del resto, una società in cui i giornali invitano a guardare una gallery fotografica sul “lato b disegnato col compasso” di un’atleta che ha appena vinto un argento olimpico (vedi) mostra che si può fare ben poco la morale alle altre culture che ridurrebbero le donne a oggetti sessuali: «l’ossessione per la fisicità e la sessualità» di cui parla quella miserabile di Monica Lanfranco, evidentemente, non è un problema solo islamico. Coperto o scoperto, il corpo femminile è comunque considerato un oggetto sessuale: gli islamici radicali lo coprono, il capitalismo mette la sua nudità a valore. Allo stesso modo, una società in cui l’insulto tipico – anche se ormai si è perso il suo significato letterale – è figlio di puttana, motherfucker, son of a bitch, hijo de puta, ecc., dimostra che, a tutte le latitudini gli uomini sembrano non gradire che le donne della loro famiglia siano considerate sessualmente libere.
In questo dibattito, infine, almeno i compagni non dovrebbero dimenticare che la religione è sì l’oppio dei popoli, ma è anche il sospiro della creatura oppressa: non c’è liberazione dall’oppressione nell’imposizione di un’altra oppressione per mano delle istituzioni municipali e di un governo capitalisti, ultraliberisti e repressivi come quello francese. Il divieto di burkini non è altro che un’ordinanza in cui i colonizzatori impongono i loro abiti e la loro cultura alle donne colonizzate, creando nuovi nemici pubblici e rinfocolando il razzismo: è un modo attraverso cui veicolare la visione dell’imminente scontro di civiltà, che giustifica interventi bellici imperialisti in tutto il mondo. Se alla fine del XIX secolo il “fardello dell’uomo bianco”, secondo i colonialisti, obbligava i paesi occidentali ad aggredire, occupare, conquistare e colonizzare i territori africani e asiatici per portare ai loro popoli la “civiltà”, oggi, nel XXI, lo stesso “fardello dell’uomo e della donna femminista borghese bianchi” implicherebbe di togliere il velo alle donne musulmane, di “liberarle”, di farle accedere alla civiltà occidentale che è ritenuta superiore. A queste donne viene negato ogni diritto di rifiutare i valori e la presunta “civiltà” occidentale e qualsiasi forma di autodeterminazione: si pensa che siano sottomesse ai loro uomini e, allo stesso modo, si pensa che sarebbero più libere se sottomesse ai nostri valori, senza chiedere loro se lo vogliono o meno. In ogni caso, non sono mai considerate persone in grado di scegliere, di opporsi, di ribellarsi, di rifiutarsi.
Opporsi al divieto di burkini sulle spiagge francesi, infatti, non significa non solidarizzare e sostenere, ad esempio, la lotta delle donne dell’Arabia saudita per vestirsi come vogliono, ma è una battaglia interna ai paesi capitalisti. Come nessuno pensa che sia giusto imporre alle donne di coprirsi la testa e il corpo in nome di presunti precetti religiosi, nessuno dovrebbe pensare che sia giusto imporre loro di spogliarsi o di adottare determinati dress code balneari in nome dei presunti valori occidentali.
Probabilmente, se il Fanon dei Dannati della terra e di Pelle nera, maschere bianche fosse stato letto di più, ci sarebbe meno incapacità a comprendere il linguaggio da utilizzare per poter aprire un confronto con gli immigrati e le immigrate, anche delle seconde generazioni: misure come il divieto di burkini, invece, aumentano il senso di esclusione, i pregiudizi razziali e le diffidenze. Insomma, il neocolonialismo – tanto verso l’esterno quanto verso la colonia interna – costituisce il brodo di cultura in cui fa proseliti lo Stato islamico, stimolando la sensazione di persecuzione e il risentimento contro le imposizioni occidentali che ostacolano la pratica religiosa islamica. E, quindi, preparano il terreno alla radicalizzazione. Come ha scritto la studiosa Sara Salem in relazione a una manifestazione a seno nudo delle Femen in Tunisia nel 2012, infatti,

Numerose femministe occidentali hanno partecipato al processo di colonizzazione, nella pretesa di “civilizzare” e “modernizzare” le donne dei paesi arabi e africani. Per esse, femminismo significava che le donne arabe e africane dovessero diventare come loro. […] Altrettanto problematica è l’idea secondo cui tutte le donne che indossano il velo o il burqa siano oppresse e debbano essere liberate. Queste convinzioni tradiscono una certa concezione eurocentrica del mondo che non può essere generalizzata a livello universale.
Il mio punto di vista […] è che le donne debbano avere la possibilità di scegliere. Questa scelta dipende essenzialmente dal contesto socioculturale, economico e politico in cui esse vivono, e non può essere in alcun caso essere deciso dall’esterno. Le recenti azioni di Femen in Tunisia mostrano fino a che punto esso sia scollegato dalla realtà dei contesti mediorientale e nordafricano. Invece di promuovere la presa di coscienza sui problemi di genere, esse suscitano l’ostilità di una società che le vede come straniere che cercano di imporre la loro concezione delle donne, in filo diretto col processo coloniale del passato.

Non si può, insomma, pensare di far fronte al pericolo del terrorismo imponendo misure neocoloniali che lo fomentano. Ma, siamo sicuri, che nessuno dei promotori e dei sostenitori della legge abbia questo intento.

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23 comments to Il burkini e il dress code neocoloniale

  • Baffo

    Va bene compagni il divieto è insensato. Ma se fossimo in uno stato socialista (e cioè dove non ci fosse il confronto tra capitalismo liberista e società islamica) come bisognerebbe agire? Io non credo poi che ci sia una differenza del genere. Qui c’è un capitalismo che va a braccetto col cattolicesimo, lì capitalismo a braccetto con l’islam. Ma sempre di sfruttamento si tratta e di modi per tenere la popolazione oppressa. Il capitale ha dimensione globale ormai e i paesi arabi sono altrettanto capitalisti dei nostri. Accettare le culture diverse va bene. Va bene anche l’infibulazione? Dov’è che si mette un freno e perché lì e non prima o dopo?
    Il contesto socio economico e politico va cambiato e spetta ai comunisti farlo. Se ci fosse una rivoluzione comunista in un paese arabo integralista x probabilmente vieterebbe tante imposizioni religiose, così come è stato per le rivoluzioni in occidente. Può essere vero che il popolo fosse felice di pagare la decima, ma era un’orribile forma di sfruttamento. Le rivoluzioni impongono diritti anche a chi non li vuole (per esempio la vandea) ed è giusto così. La francia di oggi non è il faro della rivoluzione, ma in astratto, al di là della francia odierna, qual è il compito dei compagni?
    Come si lotta contro l’oscurantismo cattolico e i gruppi integralisti fasciocattolici, come si contrasta il sionismo più oppressivo, così va fatto con l’islam che toglie libertà e mette costrizioni in nome di chissà quale dio.

  • Nella

    Complimenti per la sintesi, avete toccato ogni punto su questo finto femminismo di stampo borghese bianco occidentale politicamente corretto che manca completamente di una lettura di classe ma si tratta solo di emancipazionismo razzista.

  • Mic

    Ieri sera Lorella Zanardo a Radio Popolare di Milano ha enunciato questo singolare sillogismo: “Io il burkini l’ho provato ed è scomodissimo; quindi nessuna donna lo indosserebbe volontariamente; quindi tutte le donne che lo indossano lo fanno perché costrette dagli uomini”.
    A questa stregua, andrebbero vietati anche i tacchi a spillo, i piercing eccetera…

  • Alessandro

    Il discorso non può essere fatto “in astratto”, sulla falsa riga del “se ci fosse uno stato socialista”. Bisogna calarlo nella realtà attuale, cercare di fare cioè un’analisi concreta della situazione concreta, perchè qui non c’è nè socialismo nè movimento verso il socialismo, ma un capitalismo a-morale e senza alcuna etica pubblica, che però in funzione anti-araba (cioè anti resistenza araba alla pacificazione del medioriente) riscopre presunti “valori” etici da imporre a senso unico solamente verso un particolare soggetto sociale. Se ci fosse il socialismo, ci sarebbe un’etica pubblica, che su cose come questa imporrebbe una visione collettiva dei comportamenti individuali. E’ il capitalismo, e soprattutto il capitalismo neoliberista, che scardina ogni principio etico, ogni controllo pubblico, liberalizzando qualsiasi tipo di movimento umano trasformandolo in merce: dalla reificazione dei rapporti sociali mistificati in “rapporti tra cose”, alle mercificazione di ogni aspetto della vita sociale, al proprio corpo, eccetera. E’ il capitalismo, soprattutto nella sua versione neoliberista, o ordoliberista che dir si voglia, che impone una completa a-moralità dei comportamenti umani, una liberalizzazione totale che pone ciascuno su un stesso piano formale. Non c’è alcuna visione progressiva o edificante della società, l’unica regola è non avere regole ai margini di profitto possibili. Questa cosa nel socialismo non avviene perchè, almeno in teoria, tra fattori produttivi e rapporti di produzione interviene un agente collettivo che si frappone alla logica del profitto privatizzato.
    Tutto questo nel capitalismo neoliberista non avviene, il mercato è giuridicamente libero di organizzarsi a suo piacimento, senza alcun tipo di velo o morale o etica o decisione all’infuori delle forze produttive. Però, guarda caso, viene riscoperto il feticcio di una presuntissima etica pubblica in nome della lotta all’”Islam radicale”. Potrebbe addirittura andare bene, però allora deve valere per tutti: da domani ogni forma di organizzazione collettiva concorrente allo Stato viene dismessa, dalle religioni alle altre attività culturali e sociali in concorrenza col “bene pubblico”. Siccome questo non avviene e non avverrà mai, l’attacco unidirezionale alle forme culturali dell’Islam è un attacco politico, una particolare battaglia culturale all’interno di una più vasta guerra per la sottomissione di aree geografiche del mondo, dinamica questa che si ricrea anche all’interno delle metropoli occidentali nel tentativo di estromettere/controllare/reprimere intere fasce di popolazione.
    Ecco, è al termine di questo ragionamento che dev’essere inquadrata la “questione burkini”. Non in astratto e in nome di principi costantemente calpestati dal capitale globale ma magicamente riscoperti nell’attacco all’Islam.

    • Hirondelle

      No, scusate. Indipendentemente dalla “resistenza araba alla pacificazione del continente”, i maschi e il clero di diversi paesi imporrebbero comunque pesanti limitazioni alle donne e questa tendenza si è accentuata negli ultimi decenni. Bisogna scindere questo benedetto discorso: se gli atti di una Santanchè (che peraltro usa il cognome che gli accordi di divorzio le permettono, s’immagina) sono ridicoli ancor prima che provocatori, questo accanirsi nel vedere un’eroica forma di resistenza all’oppressione nell’adottare i simboli e la sostanza di un’altra oppressione capitalista e sempiterna non può che confondere i termini della questione, peggiorando di molto le cose e favorendo l’oppressione stessa.
      Quanto al presunto comfort di certi indumenti, pare che immersi nell’acqua pesino fino a sei chili e possano quindi provocare problemi di salute (infiammazioni, ma anche rendano più facile prendere freddo).
      https://it.sports.yahoo.com/notizie/nuoto-record-negato-si-vedevano-forme-femminili-081928140.html
      E se non potersi coprire equivarrebbe a essere chiuse in casa, be’ la frase si commenta da sola su quanta reale libertà ci sia in certe situazioni e soluzioni.

      • Militant

        1. Santanchè usa il cognome del marito in base agli accordi del divorzio, ovvio: fa strano che una presunta paladina dei diritti delle donne se lo sia voluto tenere. Insomma, le donne – per noi illuminati occidentali – non dovrebbero essere le appendici dei mariti, tanto meno degli ex mariti.

        2. Nessuno si accanisce (?) “nel vedere un’eroica forma di resistenza all’oppressione nell’adottare i simboli e la sostanza di un’altra oppressione capitalista”. Forse hai letto un altro articolo. A parte il fatto che, volendo, l’oppressione islamica delle donne è pre-capitalistica – proprio perchè, come quella cristiana, emersa prima del capitalismo stesso – nell’articolo si dice semplicemente che – accanto alle forme di coercizione – esistono in Francia e in GB moltissime donne, anche compagne, che quel velo se lo sono messe come simbolo identitario contro una società islamofoba e assimilazionista. Che ci piaccia o meno. I simboli esteriori, del resto, hanno non solo una storia ma anche un’evoluzione: qui non si sta discutendo del velo in alcuni paesi islamici, ma del significato che riveste per alcune donne francesi musulmane e della strumentalizzazione che ne fa un paese imperialista al fine della propaganda bellica.

        3. Ci sembra auto-evidente che quella dei sei kg sia una bufala, visto che è fatto dello stesso materiale dei costumi: a te il costume provoca irritazioni? Detto questo, il nocciolo della questione è ben altro: il burkini non è un’alternativa al costume da bagno, ma è un’alternativa all’andare al mare vestite (ti sei mai fatta il bagno coi vestiti, hijab incluso? Poi parliamo di comfort…) o al non andarci proprio. Sia per le donne costrette, sia per quelle che lo scelgono. Tipo, non so, Nigella Lawson, celebre personaggio televisivo inglese, ovviamente per nulla islamica, che se lo mette per non abbronzarsi (http://www.davidpuente.it/blog/2016/08/18/la-foto-usata-negli-articoli-sul-burkini-sapete-chi-e/)

        4. Tu scrivi: “be’ la frase si commenta da sola su quanta reale libertà ci sia in certe situazioni e soluzioni”. Ecco, forse non hai letto con attenzione l’articolo. Infatti noi scriviamo: “In pratica, il divieto di burkini si traduce in un divieto di andare al mare per le donne islamiche, che limita l’autodeterminazione delle donne che scelgono liberamente di coprirsi il capo e rende ancora più opprimente e dura la situazione delle donne a cui gli uomini della loro famiglia impediscono di mettersi in costume da bagno”. Dove secondo te interpretiamo il burkini solo come una scelta di libertà?

      • Hirondelle

        @Militant: scusa tu hai mai fatto il bagno, anche solo galleggiando, vestita/o da capo a piedi? è la stessa cosa con un rettangolo di pochi cm? e nudo ci avrai provato, no? nessuna differenza? non si dice forse che chi cade accidentalmente in acqua si deve spogliare il più possibile? E non sto parlando solo di irritazioni. Sto parlando di peso addosso e di libertà nei movimenti, con tutta la resistenza dell’acqua, oltre che di temperatura, che una nuotatrice che gareggia si tiene, oltretutto, per ore e ore di allenamenti quotidiani, perché se no in gara non sarebbe capace di sostenere i tempi, specie con donne che non si devono mettere lo scafandro per la follia di un pugno di sessuomani frustrati. Ma anche a chi si farebbe una nuotata salutare senza ambizioni probabilmente particolarmente bene non fa. Per non parlare del caldo che deve farci sotto al sole, specie poi se si tratta di fibre sintetiche. Non vorremo dire che “tanto ‘loro’ ci sono abituate”, no?

        Se alla Santanchè conviene per motivi suoi tenersi il cognome del marito in società lo saprà ben lei e avrà fatto un baratto a ragion veduta, cedendo magari qualcos’altro. Stiamo comunque parlando di alta borghesia, quindi ambiente che io conosco poco. Personalmente non lo farei, ma con tutta la scarsa stima per il personaggio Santanchè, come diceva Franca Rame perché noi donne dobbiamo sempre finire a pagare non si sa. Diciamo che il discorso non mi entusiasma, anche perché per motivi che spiego sotto, personaggi del genere sono soprattutto armi di distrazione di massa e meno tempo ci si perde dietro, meglio sarebbe. Così come le provocazioni di Mernissi e più in generale la riflessione sul corpo richiesto alle donne occidentali – un corpo nordico tra l’altro, anche per i nostri standard: la bambina/adolescente acerba dal rassicurante e provocante viso d’angelo delle popolazioni anglosassoni dominanti, quella che dopo i trent’anni è già sformata – mi paiono appunto provocazioni, più che reali termini di confronto con la situazione in questione, le condizioni reali di partenza essendo troppo diverse, anche se ricordano a noi occidentali l’importanza del condizionamento sociale.

        Sì, l’origine è precapitalista, trionfalmente adottata dal capitalismo stesso.
        Come le Santanchè usano il velo per farsi un po’ di pubblicità, così fanno probabilmente i sindaci in questione, impotenti su altri fronti: il fiscal compact c’è anche lì. Ma oggi la posta in gioco mi sembra un’altra e molto più grave dei costumi da bagno. Cioè: in un paese europeo con una concezione della laicità estremamente peculiare (ricordate il grazie ma niente preghiere scritto da un giornalista francese al momento del Pray for Paris sui social durante il Bataclan?), dove alcuni appartenenti alla nostra stessa religione sparano in mezzo alla folla, voi come risponderete? Ci lasciate espandere o meno gli spazi di presenza della nostra religione in ogni ambito (cosa che personalmente mai e poi mai considererò un bene)? Badate che non penso e non dico che ci sia un legame diretto tra chi mette il robo nero e chi ha preso un mitra o un volante sparacchiando a caso: sarebbe assurdo prima ancora che inaccettabile.

        Ma potrebbe anche verificarsi e molto probabilmente si sta già verificando, nelle scuole ad esempio, o sui media, una ridefinizione degli spazi di laicità in senso più confessionale e questo secondo me va nella pericolosa direzione di spostare il problema, cioè quello dello sfruttamento e dell’imperialismo, verso un discorso (sovrastrutturale) assolutamente distraente, cioè quello della accettazione di una serie di strumenti di dominio, come la religione in cui anche la tenuta da spiaggia viene fatta rientrare, in cambio della “pace” o meglio della “sicurezza” nelle città occidentali.

        Cioè il maggiore spazio dato al rigorismo religioso potrebbe portare a un espansionismo dello stesso, finanziato e controllato proprio dai paesi che il burkino & co. ce l’hanno per obbligo, che finirebbero per l’imporlo per amore o per denaro o per carità, o per bisogno di integrazione, anche a chi rigorista non sarebbe. E noi ci vedremmo solo la libertà! sacrosanta!! autodeterminata!!! di mettersi addosso questo o quello, senza calcolare minimamente il condizionamento che ciò può avere, per amore o per forza, verso gli altri del contesto in cui quei singoli che lo fanno si trovano a vivere.

        Ricordiamo che questo andrebbe bene a tutti. Tutti i dominanti ovviamente. Coloro che si giovano di un’accresciuta influenza confessionale nei paesi europei e coloro che, alla testa e nella mente delle politiche di distruzione di lavoro e welfare, per non parlare della politica estera a suon di bombe, si avvantaggerebbero doppiamente dal concentrare le energie e le “riflessioni” verso falsi bersagli che fanno presa immediata e nel restaurare la religione, stavolta islamica perché con la cattolica sarebbe meno facile e perché i più svantaggiati e inquieti provengono oggi dal mondo islamico, come mezzo di controllo alla fin fine del disagio sociale (non occorre ricordare che organizzazioni religiose islamiche sono attive e fanno proselitismo grazie all’attività caritativa) e persino come erogatore di quell’ assistenza sociale che non si vuole più garantire!!!
        E ai dominati cosa darebbe? Alle dominate in particolare, ai dominati maschi lo si dovrebbe sapere. I complimenti per il loro essere musulmane perbene? L’ostentazione visibile della squadra del cuore?

        E noi ci mettiamo a fare paragoni con le suore? Be’ sì, ma nel senso che come i monasteri femminili, ora in gran crisi di vocazioni, peraltro, garantivano a forza la non fecondità, legittima almeno, delle murate, senza che la famiglia fosse infamata, così i veli sul corpo femminile controllano gli aspetti di classe della società intera!

        Ma quello che vedo ancora di insidioso dietro questa apparente “battaglia per la libertà” che ci chiama a raccolta in difesa delle povere islamiche rigoriste oppresse dall’occidente satanico, come in altri casi in cui si sbandiera una libertà, non è un miglioramento delle condizioni dei più deboli, bensì più mano libera a chi opprime. Poco ma sicuro che un burkini non migliora la situazione delle vittime dell’imperialismo occidentale, né la loro lotta, ma di certo è uno strumento nelle mani dei maschi che opprimono le loro donne. Diceva un gesuita francese, gente che se ne intende, che tra forte e debole la maggiore libertà danneggia il debole.

        “rende ancora più opprimente e dura la situazione delle donne a cui gli uomini della loro famiglia impediscono di mettersi in costume da bagno”. Questo equivale a dire che il mettersi quel robo addosso è l’unico modo per andare in spiaggia: è un simbolo di oppressione, non di libertà. Mi sembra una situazione di un’oppressione estrema, non perché la cappa nera è vietata, ma perché il patriarcato familiare imperante e non ostacolato rende oppressa la vita di queste donne. Altro che autodeterminazione vietata dallo stato. Anni fa si discusse se l’asportazione parziale della clitoride fosse alternativa proponibile all’escissione (per favore precipitatevi a spiegare “chenonèunapraticaislamica”: lo so) e quindi addirittura praticabile nelle istituzioni pubbliche. Be’ secondo me assolutamente no. Diciamo che si tratta di una questione essenzialmente politica: che spazio deve avere nella dimensione pubblica l’elemento religioso – in questo caso poi parareligioso dato che Maometto difficilmente si preoccupa così nel dettaglio dell’industria dei costumi da bagno? La risposta non può che essere politica, evidentemente, non giuridica. Tuttavia, all’interno del nostro mondo capitalista, esistono diverse risposte, ad esempio la risposta che dice vivete tutti gli uni accanto agli altri e non mettete bocca (massima libertà? o massima libertà ai rapporti di forza?), e la risposta che tenta di costruire una dimensione pubblica senza ostentazione religiosa, o almeno cerca di ricondurla entro confini più definiti a livello collettivo, cioè cerca di elaborare una convivenza più complessa del semplice affiancamento. Mi sembra che questa seconda ponga la sfida più interessante.

        Ma forse dipende tutto dal fatto che sono naturista: la tipologia più oppressa di tutte! (-;

      • Hirondelle

        P.S: e comunque nessuno s’è mai liberato a suon di sospiri. Al contrario è stato quando s’è smesso di assoggettarsi ai sospiri, mandandoli a quel paese, che le cose hanno potuto cominciare a cambiare.

  • Baffo

    Sì, su questo sono d’accordo con voi.
    Il punto è che credo che un movimento verso il socialismo ci sia e siamo noi, i vari comunisti e compagni del mondo. Certo in una fase storica molto negativa, ma esistiamo ancora. E, per quanto pochi e semiscomparsi, penso che sia nostro compito portare avanti quei pensieri e quegli ideali di un possibile mondo di domani, anche se non siamo al potere nell’immediato. Per esempio il “bene pubblico” che hai immaginato in nome del quale abolire clero (nel senso di apparato religioso in generale, non solo cristiano) e restrizioni religiose potrebbe non essere una cattiva idea. Dovremmo avere presente un nostro modello di società ideale da propagandare in contrasto con quella attuale.
    Ovviamente il discorso così diviene, complessissimo e quasi utopistico e tra l’altro esula dal tema dell’articolo.
    Grazie per l’interessante discussione e per la qualità del dibattito.
    Hasta la victoria siempre!

  • Militant

    @Baffo
    Concordiamo con Alessandro. Il fulcro del dibattito non è velo sì/velo no in astratto, ma divieto di burkini sì/divieto di burkini no nel contesto francese del 2016. Non ha quindi senso appellarsi al passato delle donne afghane che si liberavano dal velo o all’ipotetico futuro di un paese socialista: il burkini è oggetto di una battaglia politica in un paese capitalista ora. Battaglia che ha come obiettivo quello di far percepire come barbari invasati tutti gli islamici, per poter meglio gestire mediaticamente i propri attacchi imperialisti: la questione del burkini fa parte della propaganda di guerra ed è in questo contesto che deve essere inquadrata.
    Tra l’altro si tratta di una battaglia strumentale: siamo sicuri che Valls non ha nulla da obiettare ai diplomatici e agli imprenditori sauditi per come trattano le donne nel loro paese o le loro mogli. Dubitiamo che non le ricevano all’Eliseo, se indossano il velo.
    Quindi è chiaro che a noi – come comunisti, materialisti, atei – la religione non piace, ma siamo anche consapevoli – perchè procediamo con l’analisi concreta della situazione concreta – che non è di secolarismo e religione che qui si sta dibattendo: la Francia non sta procedendo sulla strada dell’abolizione delle religioni, chiaramente. Qui si parla di guerre e imperialismo e della propaganda che vi viene costruita intorno.
    Tra l’altro, visto che appunto la religione è anche il sospiro della creatura oppressa, è la fine dell’oppressione che toglie spazio alla religione, non l’imposizione: quindi sì, “se ci fosse il socialismo” la religione probabilmente si esaurirebbe. Ovunque le religioni (tutte o alcune) siano state abolite per legge, i risultati sono stati nulli. Più intelligente, come comunisti, è anche qui fare un’analisi concreta della situazione concreta: quella che ha portato, ad esempio, Chavez a essere tutto meno che un sostenitore dell’abolizione della religiosa. L’ateismo è un processo, è la conquista di una consapevolezza: non ha senso imporlo, soprattutto se questa imposizione crea una spaccatura all’interno della classe.

    • Hirondelle

      Sono d’accordo che l’abolizione della religione non si impone per legge, magari la libertà di propaganda religiosa e antireligiosa è un’altra cosa. Cioè mettere la religione sullo stesso piano di altre credenze, senza reverenze o soggezioni particolari.
      Però qui si sta parlando anche di costumi, non di religione tout court, e in questo senso, ad esempio, in Turchia Ataturk abolì il velo e altre pratiche. Confesso di saperne molto poco sulla evoluzione della questione, ma quando visitai quel paese tanti anni fa, di veli non ce n’erano, sulle spiagge donne locali di tutte le età erano in bikini, il burkini non esisteva proprio. Se mai, le anziane dei paesi più piccoli si sdraiavano nell’acqua con i loro leggeri vestiti di cotone dai colori spenti, nulla a che vedere con i burkini. E nessuno si sognava di controllarle. Al limite portavano un leggero fazzoletto bianco in testa, corto e tirato indietro sui capelli, annodato sulla nuca, nulla a che vedere con il fazzoletto iraniano coprente che si usa con l’impermeabile lungo alternativo al chador.
      Anche in Algeria in spiaggia si andava in bikini.
      Se mai era il topless a essere poco benvisto, ed effettivamente praticato dalle occidentali, non dalle locali. Insomma il limite accettato e condiviso, anche giuridicamente, era quello, non la cappa nera.
      Il che qualche domanda la pone.

  • Alessandro

    Il rapporto tra socialismo e determinati aspetti sovraculturali come la religione o i nazionalismi ha generato nel corso della storia un dibattito enorme di cui si sono oggi perse le tracce, soprattutto perchè è uscita dall’ordine del giorno della politica l’idea stessa di socialismo. Non è una questione che si possa liquidare in qualche commento su di un blog, e soprattutto non sono questioni da valutare meccanicamente attraverso la rigida applicazione di determinati schemi mentali (del tipo: la religione è l’oppio dei popoli dunque nel socialismo vietiamo tutte le religioni e il problema si risolve. Certo, come no). Questo soprattutto perchè in genere quegli stessi schemi mentali derivano da ultra semplificazioni di pezzi di pensiero marxista che in realtà erano molto più complessi, sfaccettati, a cui va aggiunto inoltre l’apporto della dialettica leninista per cui l’analisi concreta della situazione concreta in genere porta il movimento reale delle lotte di classe a procedere sempre per vie traverse, a volte apparentemente contraddicendosi, sperimentando continuamente, piegando ogni tattica al raggiungimento del risultato, e così via. Insomma, per farla breve, non importa di che colore è il gatto, l’importante è che prenda il topo, come direbbe Mao. E in questo specifico caso, qui e ora, non importa tanto il grado di alienazione insito nella mistificazione religiosa islamica, quanto che riesca a inceppare il processo di colonizzazione di intere parti di mondo. In altre parole: che i parigini delle banlieue si organizzino contro la repressione statale nelle forme alienate dettate dalla religione potrà anche non piacerci (e non ci piace), ma il dato da preservare è quella stessa volontà d’organizzazione, la ribellione insita non nel messaggio religioso, ma dalle loro condizioni di vita. Ma rischiamo di divagare troppo.
    Per tornare al punto. In uno Stato socialista probabilmente ci sarebbe un movimento complessivo di disincentivazione dell’appartenenza religiosa. Ma quello stesso Stato, probabilmente, eviterà di bombardare ogni altro paese debole per accaparrarsi risorse primarie materiali o lavorative; eviterà di finanziare movimenti religiosi radicali in chiave anti-proletaria; appoggerà, invece di neutralizzare, i movimenti popolari contrapposti al potere costituito, se questo non fosse espressione degli interessi della popolazione stessa. E così via. Insomma, procederà all’abolizione della religione non “per decreto”, ma attraverso una politica reale. La Francia, e con lei il resto dell’Occidente nonchè Israele, al contrario, in questi anni ha fatto tutto l’opposto: ha bombardato in lungo e in largo per tutta l’Africa, i Balcani e il Medioriente; ha scientemente finanziato le fazioni religiose radicali in funzione anti-popolare e contraria alle lotte di classe progressive presenti nei territori arabi; ha scardinato l’idea progressiva pan-arabista fomentando rivolte localistiche su base etnica. Per farla breve: ha reintrodotto la frattura religiosa laddove questa era andando perdendo di significato nel corso del Novecento. E ora vorrebbe ergersi su di un piano etico dopo che per decenni ha negato qualsiasi forma di etica nei confronti degli affari interni delle più svariate comunità nazionali assoggettate. Stiamo davvero parlando del burkini?

  • La questione non è di dress code, il bikini, il topless o quello che sia non è un’imposizone, è una moda i cui condizionamenti sono subliminali e l’asimmetria è relativa al livello di dipendenza da certi canoni non da un insieme di norme appartenenti a una società patriarcale. Ad ogni modo il dato più interessante a mio avviso è che il sistema liberale con queste polemiche si si ficca in un imbuto e si trova in un’aporia dalla quale svicola in modo maldestro. Dal momento in cui si privilegiano le garanzie individuali e non quelle collettive, come fai a dire a uno come deve vestirsi senza violare la sua libertà individuale?
    Seconda contraddizione che mi preme sottolineare è che gente che ti bombarda casa crede di avere l’autorità morale per farti la predica sul burkini. Assurdo si, ma a mio avviso così come è assurdo accettare l’imposizione di una norma che ti costringe a celare il tuo corpo in nome di un’interpretazione di un dettato religioso. Ultima: è indubbio che molti uomini “esigono” simili abbigliamenti per far sì che le loro donne non siano confuse con le “puttane occidentali”. Difficile prendere posizione ignorando del tutto l’aspetto segregazionista e ancora più difficle pensare che tutto si riduca a una proibizione, e mentre noi ci dilettiamo con questi interrogativi epocali i Valls e leMerkel ringraziano che si parli d’altro

    • Alessandro

      La contraddizione plateale di un sistema che erge la “libertà individuale” a primo e unico bene intangibile, e poi in funzione politica-repressiva riafferma al contrario un divieto sociale basato su supposte motivazioni ideali (la “libertà delle donne”), è talmente palese che dovrebbero capirla anche quei sinistrati che si incaponiscono sulla natura coatta e alienante del velo religioso. L’ostentazione di pratiche, comportamenti, abbigliamenti, ecc religiosi è chiaramente una forma di controllo/disciplina/sottomissione, ma non è questo il problema qui. Se fosse questo, se cioè la Francia decidesse di imprimere una svolta nella lotta all’oscurantismo religioso, dovrebbe in primo luogo smettere di rifornire il radicalismo islamico attraverso la vendita di strumentazioni militari all’avanguardia, tanto per dirne una.

      In ogni caso, come sempre, l’aspetto ridicolo e preoccupante di tutta la vicenda non sono tanto le disposizioni di venti sindaci francesi, questione di per sè inutile e che è stata sbeffeggiata persino da Alfano e dagli Stati uniti, tanto per dire, ma la sottomissione ideologica di certa sinistra che è corsa immediatamente a legittimare culturalmente la crociata anti-islamica. Ricorda molto da vicino la poesia del Fardello dell’Uomo bianco:

      “Per vegliare pesantemente bardati
      Su gente inquieta e selvaggia –
      Popoli da poco sottomessi, riottosi,
      Metà demoni e metà bambini.”

      Poesia e concetto che sono stati alla base della giustificazione ideologica del colonialismo europeo: sebbene effettuate con violenza e nell’illegalità riconosciute, le colonizzazioni hanno portato “civiltà” laddove era presente la barbarie. Giustificazione questa che ha portato tanta (quasi tutta) la “sinistra” europea dell’epoca ad approvare, magari a malincuore, quelle colonizzazioni come inevitabili progressi nella civiltà delle terre conquistate. E certo in quelle terre non mancavano barbarie di ogni tipo, leggi della natura e della prevaricazione, stadi primitivi della società umana incomparabili con le “democrazie europee”. Anche oggi ci si ricasca. Alcune femministe cianciano della sottomissione della donna da liberare attraverso imposizioni di laicità liberale; altri paladini social del materialismo a-dialettico sproloquiano sul ritardo culturale islamico e idiozie simili. Ogni volta che viene da riflettere su questa polemica non può non venire spontaneo: ma di cosa stiamo parlando?

    • Ned

      Il fatto è che anche il burkini non è sempre una imposizione maschile, a volte sono le donne musulmane per prime che non vogliono essere confuse con le “puttane occidentali”.
      per me la differenza tra topless e burkini è semplice: entrambi sono una libera scelta una donna occidentale che non vuole stare in topless si mette un reggiseno e non rischia nulla, una donna musulmana che vuole andare in spiaggia in bikini rischia grosso nella sua comunità.
      fermo restando che il divieto è sbagliato sopratutto perchè rischia di fomentare ciò che vorrebbe scoraggiare

    • Hirondelle

      Non si può non essere d’accordo con Franco e Ned. Se la nostra strategia dev’essere:
      “E in questo specifico caso, qui e ora, non importa tanto il grado di alienazione insito nella mistificazione religiosa islamica, quanto che riesca a inceppare il processo di colonizzazione di intere parti di mondo. In altre parole: che i parigini delle banlieue si organizzino contro la repressione statale nelle forme alienate dettate dalla religione potrà anche non piacerci (e non ci piace), ma il dato da preservare è quella stessa volontà d’organizzazione, la ribellione insita non nel messaggio religioso, ma dalle loro condizioni di vita.”
      sostituendo un’oppressione con un’altra stiamo andando in una direzione pericolosissima in maniera ridicola, appaltando la rivolta e la sua organizzazione a istituzioni e spesso a paesi altrettanto oppressivi, di classe e letali per i dominati.

  • Roberto

    In riferimento a un commento: mi fa socialistamente schifo se si confonde una scelta/obbligo di costume con la mutilazione di una bimba ben prima che si chieda prenda consapevolezza di questo mondo. Non riesco nemmeno a considerarla una provocazione.
    Anche qui, possiamo e dobbiamo essere d’accordo col bando alle mutilazioni su soggetti non emancipati (tipo bambine e bambini), ma sfuggirci che certe campagne internazionali siano strumentali alla legittimazione delle guerre imperialiste è un errore gravissimo.

  • Sandra

    Dietro le varie associazioni contro l’islamofobia in Francia c’è George Soros (proprio come dietro le femen) ed altre organizzazioni saudite
    In questi giorni si spendono molto per difendere la libertà di indossare il burkini
    Occhio

    spulciatevi i soros lieaks o il sito dell’associazione CCIf e poi chissà quante altre ce ne saranno

  • Ile

    Quindi Soros prima finanzia le islamofobe Femen e poi le associazioni contro l’islamofobia (e quali sarebbero)? E se anche fossero finanziate da Soros, l’islamofobia diventerebbe quindi giusta?
    Dopo questa, penso di averle sentite tutte.

  • Sandra

    perché ti pare strano Ile? A me per niente. L’ho detto sopra: una di queste associazioni si chiama CCif, poi ci sarebbe da leggersi i vari documenti del sorosleaks, che contropiano ha pubblicato. Inoltre ci sono associazioni/o.n.g finanziate dal Qatar, pro ribelli siriani che trovano sostegno nella sinistra. E poi non ho detto che l’islamofobia è giusta, si trattava solo di un informazione.
    Sono anni che la Francia adotta leggi ridicole e reazionarie contro la comunità musulmana e il proletariato d’origine straniera e l’ordinanza antiburkini è solo una piccola parte di tutto quel pacchetto sicurezza che hanno messo in atto negli ultimi mesi.

    • Ile

      Penso sia forzato dire che dietro LE associazioni antislamofobe francesi ci sia Soros: stará – forse – dietro alcune, al limite, non a tutte. Il ccif è una roba borghese che fa opinione, mica un compagno di strada, ma oltre al ccif in francia la lotta antislamofoba la fanno i compagni…

  • Sandra

    Alcune certo, non tutte. Come non tutti i gruppi lgbtq sono manovrati da Hilary Clinton, né tutte le femministe sono borghesi. C’è un arcipelago variegato di gruppi che lottano per il riconoscimento delle proprie identità in cui le battaglie particolari sono prioritarie rispetto a una lotta più generale contro le discriminazioni, che magari abbia una visione di classe e anche antimperialista. E le ong, l’associazionismo, le agenzie di stampa indipendenti, ecc.. cercano di recuperare tutte queste istanze particolari. Nuit débout m’è sembrata una cosa del genere: c’era chi tentava di far sparire la questione reale sul lavoro nell’organizzazione di tavoli tematici, quali appunto lgbt, l’islamofobia, la discriminazione verso i disabili..ecc. Tutto giusto, però non centra il fulcro della contraddizione. Poi, fra la sinistra francese una posizione antimperialista, contro le guerre è sempre stata assente. Il problema è che anche qui in Italia stiamo diventando cosi: completamente incapaci di analizzare e prendere posizioni nette contro le guerre del capitale e ci facciamo trasportare dall’agenda dei media

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