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Paradossi… in tempi di guerra globalizzata

In questi giorni convulsi di guerra globalizzata e di jihadisti veri, finti o presunti il vocabolario politico europeo si va arricchendo di parole e concetti che forse riflettono meglio di mille ragionamenti la matrice intimamente neocoloniale dei conflitti in corso. Dopo aver ridotto a sinonimi i concetti di islamico ed islamista, dopo aver trasformato il radicalismo islamico in una psicopatologia per menti fragili pur di depoliticizzarne la natura e dopo aver addirittura teorizzato la “radicalizzazione istantanea” dei banlieusard arrabbiati nella moschea di Google, eccoci dunque arrivati alla proposta di “israelizzare” la società come panacea di tutti i mali. Come ha avuto modo di specificare il politologo francese Dominique Moïsi, esperto di geopolitica e di Medio Oriente per conto dell’Ifri (Institut français des rélations internationales), e convinto sostenitore della tesi: mi riferisco all’israelizzazione delle teste, degli stati d’animo, dei pensieri. Dobbiamo entrare nell’ordine di idee che siamo in presenza di una minaccia permanente, imprevedibile, vicina e comportarci di conseguenza. Questo non vuol certo dire – continua Moïsi mettendo le mani avanti – che bisogna erigere muri, costruire barriere, consentire alla gente di armarsi o militarizzare le nostre città. Come se i muri, le barriere e la militarizzazione delle citta non fossero il prodotto del razzismo e del colonialismo di cui è intrisa la sociètà israeliana. Ed allora, in questi giorni convulsi di guerra globalizzata e di jihadisti veri, finti o presunti, il paradosso è che per leggere un commento intelligente bisogna andare a cercarsi l’articolo di un giornalista che tutto è fuorchè comunista e che, per di più, scrive sul giornale dei padroni…

Perché è una guerra «dentro» una religione
È guerra, ma non di religione dice il Papa. E ha ragione: questa è una guerra “dentro” una religione. È cominciata all’interno l’Islam e la maggior parte delle sue vittime sono musulmani: per questo appare così frammentaria e contradditoria, anche quando il bersaglio sono le società occidentali. In realtà i contorni sono più nitidi di quanto non si voglia far credere: la religione è usata strumentalmente per un conflitto di potenza.
Si comincia nel 1979 quando l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan: fu allora che i mujaheddin vennero appoggiati per abbattere l’Impero Rosso. Erano “i nostri eroi”, dopo l’11 settembre, con i talebani e Al Qaeda, diventarono i” barbari”. La regia era americana, i soldi sauditi e il Pakistan a fare da ospitale piattaforma per tutti i gruppi islamisti anti-sovietici: è il ruolo che ha avuto la Turchia in Siria aprendo l’”autostrada dei jihadisti” per far fuori nel 2011 Bashar Assad. La Siria è l’Afghanistan dei nostri tempi. Ma alle porte di casa.
Il conflitto dentro l’Islam è diventato apertamente una guerra tra sciiti e sunniti nel 1980 quando il 22 settembre Saddam Hussein attacca l’Iran di Khomeini: tutto questo dieci giorni dopo il colpo di stato del generale Kenan Evren in Turchia. Corsi e ricorsi della storia: il fallito colpo di stato in Turchia oggi non solo ha aperto la strada alle epurazioni di Erdogan ma anche a un rivolgimento in un Paese cardine della Nato.
Il conflitto nel Golfo durò otto anni con un milione di morti senza cambiare i confini di un centimetro: Saddam venne finanziato con 50 miliardi di dollari dalle petromonarchie del Golfo per far fuori la repubblica islamica vissuta come una minaccia perenne all’egemonia dei sunniti. Ma non sempre le cose vanno come si vorrebbe: il Raìs, dopo l’occupazione del Kuwait nel ’90, diventò bersaglio di una prima guerra nel ’91 e di una seconda nel 2003. Questi “intervalli”, in cui l’Occidente “guardava a Est” furono costellati da centinaia di migliaia di morti tra i curdi e gli sciiti.
Facciamo un passo indietro per capire la politica occidentale e dei suoi alleati musulmani. Nel novembre ’78 Carter nominò il diplomatico George Ball capo di una task force incaricata di elaborare un rapporto sull’Iran. Ball assegnava ben poche chance alla dinastia Palhevi di restare sul trono del Pavone e raccomandava di sostenere l’opposizione di Khomeini. In realtà aveva ricalcato lo studio di uno dei massimi esperti mondiali, Bernard Lewis, professore emerito a Princeton, ex agente britannico al Cairo durante la seconda guerra mondiale.
Lewis raccomandava di appoggiare i movimenti radicali islamici, i Fratelli Musulmani e Khomeini con l’intento di promuovere la balcanizzazione dell’intero Medio Oriente lungo linee tribali e religiose. Più o meno quanto sostenevano i neo-con di Bush jr. che infatti nel 2003 acclamarono Lewis come il loro ispiratore.
Il disordine sarebbe sfociato in quello che il professore definì un “arco della crisi”, per poi diffondersi anche nelle repubbliche musulmane dell’Unione Sovietica. L’espressione “arco di crisi” ebbe un enorme successo, fu ripresa da Brzezinski, consigliere della sicurezza nazionale, insieme alla teoria di utilizzare l’Islam in funzione antisovietica. L’Iran, sfortunatamente per Carter, si rivelò più un problema per gli Usa che per Mosca ma l’invasione dell’Afghanistan da parte dell’Armata Rossa nel dicembre ’79 diede un impulso straordinario alla teoria di Lewis: furono armati migliaia di mujaheddin che inchiodarono i russi in un conflitto disastroso fino al ritiro nell’89. Con la fine dell’Urss, Washington decise che l’area non era più interessante e l’abbandonò all’Islam radicale.
Lewis fu il più strenuo sostenitore della necessità di rovesciare Saddam Hussein: lo definì «un passo decisivo per dare una spinta modernizzatrice a tutto il Medio Oriente». Le cose sono andate diversamente. Ma quello che colpisce non sono le previsioni sbagliate, quanto i discorsi che hanno accompagnato le azioni occidentali in Medio Oriente. Più che confortare le fantasiose teorie del complotto, questi studi rispondevano alla necessità di giustificare a posteriori le proprie azioni.
Esattamente come avviene oggi con la Siria, il Califfato e la Turchia: si voleva abbattere un dittatore a Damasco e adesso abbiamo un autocrate anche ad Ankara. Non solo ma come in una nemesi della storia, la Russia è tornata protagonista in Medio Oriente e l’Iran ha rafforzato le use mire egemoniche davanti a potenze sunnite in crisi. Ma come giustamente sottolinea il Papa prima ancora che guerre di religione sono conflitti di potenza che tendono a salvare dinastie clienti dell’Occidente come quella dei Saud. Nessuna distorsione dell’Islam o interpretazione del Corano sfugge a questa prosaica realtà

di Alberto Negri, da Il Sole 24 ore del 29/7/2016

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2 comments to Paradossi… in tempi di guerra globalizzata

  • Antome

    Mi fa piacere che abbia scritto un articolo a proposito, sia pure non di militant.
    Israelizzare la società sarebbe una follia, una sconfitta, specie nei confronti del concetto di responsabilità individuale, una delle conquiste dell’illuminismo (più che dell’occidente in sè) e una mancata discussione si cause, concause e responsabilità politiche.
    L’occidente, specie gli Stati uniti hanno continuamente sfruttato e alimentato questi conflitti per religione e soprattutto terra e risorse, sotto sotto, per essere i “terzi” che godono tra i tanti litiganti, piuttosto che fare affari civilmente come ha tentato di fare Mattei, col suo accordo del 50% in Libia, lasciandoci però la vita. Non parliamo poi del capitalismo che deve fare sempre girare i soldi e mantenere posti di lavoro e interessi (è una religione idolatra e sacrificale), vale per tutto dall’obsolescenza programmata alle miniere, al petrolio le cui compagnie vogliono rallentare e se possibile bloccare il passaggio ad altre fonti di energia, e le pericolose armi non fanno eccezione.
    Per quanto possa anticipare l’obiezione di destra (più quella libertarian, però) e dire che sì, la colpa non può essere tutta degli altri e gli individui hanno il dovere di emanciparsi intellettualmente, in presenza di continui interventi a favore di questa o quella fazione allo scopo di mantenere vivi i conflitti, questo è difficile e le popolazioni sono provate.
    Questo ha favorito un Islam più dottrinale e suscettibile al richiamo della guerra, come nel passato “glorioso” delle guerre sante medievali. Anche tra i migranti si è favorita l’autosegregazione, ad un certo punto infatti, l’intenzione di creare sacche di disagio maggiori e disoccupati sarebbe dovuta essere evidente e segnalata con forza da parte della sinistra. Non sì è lavorato pienamente su un piano di sindacalizzazione, un lavorare insieme che avrebbe forse aperto ad una maggiore sintesi tra culture ed una visione umanista, invece della chiusura identitaria, un emancipazione intellettuale.
    Venendo al terrorismo, l’Is, ultima creazione, agita facilmente un odio antioccidentale, mostrato come invasore e causa dei mali, un islam (qui minuscolo) caricatura dell’inquisizione di cui l’obiettivo è convincere che sia il riscatto, la vendetta per la morte della propria gente, torto dell’occidente, da lavare col sangue, anche degli innocenti che non hanno partecipato alle decisioni politiche, ma che, voglio precisare, non è meglio di quello che l’occidente ha fatto e, fosse anche rivolta ai politici, non è la risposta (ma va? Ovvio), anzi è becera propaganda di una elite ristretta che a sua volta agita l’odio contro un nemico comodo, semplificando e banalizzando tutto, usando l’entusiasmo e le vite di chi è cascato nei loro proseliti come motore e manodopera per crearsi il loro stato in cui vivono come pascià.
    Non so se c’è da preoccuparsi, il folle stato Is è al capolinea, sembrerebbe e la sua speranza disperata è creare il caos prima di essere fatti fuori, un po’ per dispetto un po’ come speranza che è l’ultima a morire, sperando che la loro strategia trovi quanti più esecutori possibile.
    E’ realistica come lettura, sono aperto a discussione. L’ultima parte sembra troppo “mainstream” ammetto :) .

  • Antome

    Tuttavia, pur avendo considerato l’Idea che al al bagdadi possa essere parto degli spinoff americani e propaganta studiata per colpire nel segno, mi sembra troppo complottista.

    Osservazione ricorrente tipica “antibuonista”: I giapponesi si sono presi due atomiche, gli ebrei sono stati vittime di sterminio, eppure non sono lì ad uccidere gli americani a colpi di Katana e gli ebrei in germania non stanno facendo attentati, nemmeno tra i possibili neonazistelli, apparentemente.
    Ammetto che c’entra l’Islam in parte e il contesto politico, ecco i sopravvissuti ebrei e giapponesi non sono cresciuti in dittature teocratiche, allevati nel fanatismo, gran parte dell’ebraismo è sempre stato tendenzialmente secolare, vivendo semiintegrato in stati che, secondo gli antisemiti, sentivano non loro, eppure ne assorbivano culture e altro, contribuendo culturalmente e scientificamente, nonostante crescenti persecuzioni.
    I paesi islamici? Hanno fatto guerre di conquista nel medioevo tramite la religione, più o meno come facevano buona parte delle civiltà di allora, ma il primato era islamico e cristiano, in questo senso.
    Ma è in questi settant’anni di “pace” in Occidente, che questi sono stati il centro di continui sconvolgimenti geopolitici, vivendo in terre martoriate. Senza sminuire quello che è successo a giapponesi ed ebrei (ma anche kurdi, con la fortuna di aver avuto l’influsso progressista e in parte libertario del Pkk, quindi un buon humus culturale in cui riscattarsi gli armeni, su cui ci sarebbe da approfondire) sopravvivere, anche a massacri meno sistematici o di natura più “accidentale” (danni collaterali) in terre martoriate, non è la stessa cosa. Il tradizionalismo e l’identità si cementano in reazione irrazionale, chiudendo all’influsso culturale di chi si vede come il nemico.
    Preciso che quest’odio è presente, perlomeno in questa quantità, per lo più latente, in pochissimi musulmani. In altri casi è un risentimento politico più informato, sebbene vittima di visioni fazione e tesi complottiste ad hoc antioccidentali.

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