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3 July :
1969 Rivolta di Corso Traiano a Torino. Forti cariche di polizia accompagnano una manifestazione operaia, è l'inizio anticipato dell'Autunno caldo

STATS

Alea iacta est. La capitolazione della sinistra di fronte alla storia.

 

Quello che è successo ieri in Inghilterra è un fatto politico enorme, che porta con sé una carica oggettiva, difficile da interpretare a caldo, ma che ci dice senz’altro una cosa incontrovertibile: si è aperta una grande falla sul Titanic della Ue. Una falla difficile da arginare anche per il suo carattere immediatamente simbolico. La Brexit assume un valore emblematico decisivo: è possibile rompere le maglie di questa gabbia del governo oligarchico-tecnocratico, espressione diretta degli interessi del capitale transnazionale, causa della tragedia collettiva che le masse popolari europee stanno vivendo da almeno quindici anni.

Per ricordare un evento così significativo bisogna tornare indietro a quel 5 luglio di un anno fa, quando il popolo greco bocciò il memorandum imposto dalla Troika, un referendum voluto dal governo Tsipras appena insediatosi, e che nemmeno una settimana dopo fu tradito dalla vergognosa capitolazione da parte dello stesso governo “riformista”. Quella sconfitta si era fatta sentire e aveva chiuso una finestra di possibilità difficilmente riproducibile nel breve periodo. La storia, come evidente, va però avanti lo stesso.

Indubbiamente allora, nel giro di una settimana, si passò da una formidabile prova politica di maturità e di forza della popolazione greca a una débâcle tutta istituzionale e governista di una sinistra “radicale” e socialdemocratica, convinta sostenitrice della riformabilità del progetto europeista, che si è rivelata la migliore alleata e fedele attuatrice dei programmi di svendita e di austerity del governo oligarchico sovranazionale. Oggi il corso degli eventi si impone nuovamente sui tentativi di stabilizzazione delle “sinistre” di governo, un evento in cui gli assetti e l’architettura del potere costruito a Bruxelles e a Francoforte sono messi in discussione nel loro carattere vincolante e quindi nella loro legittimità dalle popolazioni povere dei singoli paesi dove finora è stato possibile votare sulla Ue.

Sono anni che ogni volta che le popolazioni europee possono esprimersi su questa costruzione ordoliberista politico-economica la bocciano sonoramente, nonostante i consigli e la copertura politica che questa continua a ricevere dalla sinistra funzionale alla tecnocrazia finanziaria. Era già capitato in Francia e Olanda nel 2005, oltre che in Grecia l’anno scorso. Assolutamente comprensibile allora l’odio che lo status quo politico ed economico prova per queste consultazioni popolari, forieri di pericoli e di derive ingestibili.

La potenza di questo evento va letta a partire da due fatti importanti: nonostante la grande campagna nazionale e internazionale a favore del cosiddetto “remain”, che ha mobilitato il sistema politico-culturale ed economico nel suo complesso, adottando ogni mezzo necessario, dalla campagna terroristica del mainstream mediatico  ai ricatti economici e finanziari sulla catastrofe economica possibile, sfruttando addirittura l’“occasione” dell’assassinio della deputata laburista da parte di un neonazista locale, nonostante tutto questo la maggioranza della popolazione povera inglese – quella, per capirci, che non risiede nella City –  è andata in direzione contraria ai diktat di Bruxelles e del governo Cameron. A nulla è valso ogni forma di condizionamento, diretto e indiretto, dalla mobilitazione del mondo dello spettacolo e dello sport (perfino la Premier League, è scesa in campo a favore del partito del remain). Questo ci dice che il vento sta cambiando, che l’insofferenza popolare contro le classi dominanti europee, dopo dieci anni di profonda crisi economica e sociale, travalica la narrazione e il terrorismo politico-psicologico di massa. La dichiarazione poche ore prima del voto di Juncker: “Chi esce, rimane fuori”, non ha sortito alcun effetto, anzi: ogni qual volta banche e sinistra funzionale aprono bocca convincono sempre più persone a rompere con lo status quo, qualsiasi forma assuma questa rottura. Ormai il “salto nel vuoto” non è più elemento capace di spaventare le classi popolari dei singoli contesti nazionali. Quella retorica, in assenza di redistribuzioni di reddito, non funziona più, è completamente disattivata.

L’altra considerazione che emerge nettamente, e non è la prima volta che lo diciamo, è che la sinistra radicale, riformista, socialdemocratica, ha ormai strutturalmente il ruolo di stampella del potere costituito, vera e propria copertura politica e culturale di ogni forma di stabilità istituzionale, economica, sociale e politica. Evocando lo spettro del nazionalismo e del populismo, e difendendo accoratamente gli interessi del capitalismo sovranazionale, continua nella difesa della Ue attraverso le retoriche sulla sua presunta riformabilità. Una sinistra conciliatoria, terrorizzata dal vuoto di stabilità molto più che i vari Junker, Merkel & soci. La sinistra di complemento.

Questa sinistra in tutte le sue variazioni, da quella più moderata a quella radical, ex noglobal, è la migliore alleata dell’Europa mercantile e ordoliberista perché, non sapendo vedere oltre l’Ue, non può che abdicare alla real politik della stessa, per finire come in Grecia, dove ci è voluto un governo di sinistra socialdemocratica per far ingoiare allo stremato popolo greco il Terzo Memorandum altrimenti impossibilitato a passare in un territorio completamente stremato dalle politiche liberiste europeiste. E’ completamente inutile (e infatti completamente ignorato dalle classi popolari), agitare lo spauracchio di un presunto ritorno sovranista: il problema è la Ue, non fantasiose riscosse naziste per il continente amplificate ad arte da chi teme di perdere un ruolo ormai definitivamente compromesso. E’ la scelta di campo anti-popolare di certa sinistra che spinge le classi lavoratrici (attenzione: non “il popolo” genericamente inteso, ma i lavoratori dipendenti salariati e/o precari) a sfruttare ogni possibile strumento pur di rompere con la gabbia della Ue e, più in generale, delegittimare le classi di governo nei vari Stati della Ue. Le forze nazionaliste e xenofobe, che in questi anni stanno raccogliendo il testimone della protesta popolare, hanno campo libero. E’ stata delegato a certa destra il ruolo che dovrebbe avere la sinistra di classe, quello cioè di intercettare i bisogni di rottura politica con lo status quo. La storiella della Brexit come “soluzione di destra” è però anch’essa orchestrata ad arte dal mainstream politico culturale europeista. La sinistra, soprattutto quella inglese, era per l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. La piattaforma Lexit, ad esempio:

Il sindacato dei trasporti inglese Rmt, ad esempio:

L’unica “sinistra” pro-Europa era infatti quella del partito laburista di Jeremy Corbyn, il partito “di sinistra” probabilmente più squalificato d’occidente (a parte il Pd, ovviamente), il partito della “terza via” liberista, della guerra in Iraq, delle controriforme sociali. Dare risalto alle posizioni della non sinistra inglese, silenziando quella di classe, è una precisa scelta politica di campo che ha coinvolto infatti tanti commentatori e situazioni politiche nostrane. Quegli stessi commentatori che da anni cercano di convincerci della riformabilità della Ue, abbandonati da tutti tranne che da Renzi, Hollande, Merkel e Draghi: dimmi con chi vai e ti dirò chi sei.

Non tutto il mondo della sinistra è però funzionale al sistema di potere ordoliberista europeista, per fortuna:

 

In Inghilterra, il Socialist Labour Party appoggiava chiaramente il rifiuto della Ue. In Irlanda il Partito dei lavoratori appoggia il Brexit. Fuori dall’arcipelago britannico, la Candidatura d’Unitat Popular, la sinistra di classe catalana, si schiera per il Brexit. Eppure, il Brexit “è una cosa di destra”, ci spiegano i solerti difensori dello status quo. Tutti in combutta col populismo nazionalista britannico chiaramente. La sinistra in combutta con Draghi e Junker evidentemente non fa notizia.

La governance ordoliberista sta attraversando il suo momento di crisi, e la vicenda inglese non è un fatto isolato, quello che è successo domenica scorsa in Italia con la bruciante sconfitta dello storytelling renziano nelle principali aree metropolitane ci dice che la partita è aperta, che la storia, in assenza di “sinistra”, va avanti comunque, che le popolazioni povere ritrovano forme di protagonismo seppure in forma alienata e mistificata. La nostra occasione, in questo senso, sarà in autunno, sul referendum costituzionale sul governo Renzi. E’ l’occasione per ricomporre politicamente e socialmente il nostro campo, per svolgere un ruolo, per incunearci nella contraddizione principale: mandare a casa il Governo Renzi, gestore della governance Ue nel nostro paese. Bastonare il cane che affoga deve essere la nostra unica parola d’ordine, tutto il resto, in questo preciso momento, è secondario.

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39 comments to Alea iacta est. La capitolazione della sinistra di fronte alla storia.

  • Tronco

    Il problema é sicuramente quello dell’assenza di un prospettiva extra UE delle sinistre. Che in un xerto senso era il problema dei finanziamenti di guerra degli anni 14-18, però il problema oggettivo si pone: in assenza di una proposta da sinistra per uscire dalla gabbia europea ha senso appoggiare il programma delle destre? Perché occorre essere onesti intellettualmente: quella di mercoledì non é stata una lexit, i vincitori di questo confr5sono Farage e Boris Johnson l; e questo non perché io sono intriso di propaganda mainstream, ma perché 1) loro ai sono fatti promotori di questa battaglia (e ci hanno messo il cappello sopra) 2) loro hanno una proposta che esiste nella società mentre “noi” no. 3) e non da ultimo quella macchina di propaganda ha indicato loro come l’alternativa.
    Im questo contesto e nonnel contesto astratto di un dialogo socratico sull’Unione Europea bisognava scegliere. E io resto convinto che dal momento che non abbiamo la forza politica per mettere in crisi noi la UEnon ci convenga tanto buttarci a capofitto nell’avventura di un altro.
    Ovviamente è possibile che la storia mi dia torto, ma a naso non credo che il risultato di questa operazione porterà alcun miglioramento sul breve periodo alle classi lavoratrici. Al contrario dato l’avanzamento dell’area più liberista della destra britannica credo che ci sarà ben poco da essere contenti. Forse la UE data l’alternativa era “il male minore”, cioè quello spazio dentro cui potevi costruire una critica ed una proposta di uscita popolare e “da sinistra”.
    Senza dubbio comunque sia il problema vero é essere arrivati a questo referendum senza una proposta di classe. capisco anche che un altro referendum difficilmente ci sarebbe stato… o ci sarà. Adesso tocca costruire l’alternativa nella società in prospettiva (non del referendum costituzionale ma di una fine della UE), ma se falliamo poi bisognerà pensarci se ci convenga una uscita con Salvini, perché questa rischia di essere la prospettiva.

    • Hirondelle

      Abbattere chi mette su un sistema che come quello UE non può vivere se non tagliando salari, servizi, pensioni, diritti del e al lavoro, speranza di vita, NON è, né può essere mai, in nessun caso, l’avventura di un altro. La UE minaccia la nostra sopravvivenza (finché non toglierà all’ISTAT la possibilità di dircelo, come ha fatto in Grecia), la possibilità di lottare, l’evitare di ritrovarsi come i minatori di Germinale. E’ in prima istanza la possibilità di sopravvivenza dei più poveri a essere in gioco, di tutti quelli che la UE ha scientemente voluto rendere e reso i più poveri.

      La UE è necessariamente negativa perché, come dichiara Delors nei documenti programmatici che la fondano all’inizio degli anni’90, si basa su una riforma delle politiche occupazionali e sull’abbassamento dei salari medio bassi. La UEM è negativa perché crea le condizioni per squilibri e crisi fra paesi membri, a favore dei più forti e della distruzione dei salari. Non c’è veramente più nulla da chiedersi o da cincischiare su una pretesa “neutralità” della UE: è un’istituzione che nasce per peggiorare le condizioni dei lavoratori. E lo dichiara. Nient’altro.

      Tenersi la Ue perché non si potrebbe guidare in prima persona l’uscita significa condannarsi a una prigione perenne in cui i viveri e le cure vengono tagliati a poco a poco e all’infinito, senza speranza né prospettive. Significa rinunciare a esprimere e diffondere financo le idee che ESIGONO anche e soprattutto da sinistra di sostenere in ogni modo l’uscita dalla trappola UE. Rispetto a pochi anni fa a sinistra si comincia a intravvedere almeno un barlume di dubbio, e questo proprio grazie a quei pochi che con coraggio non hanno voluto considerare “avventura di un altro” il luogo cruciale e essenziale della lotta di classe oggi e qui.

      Solo la DEMOLIZIONE di questa trappola per topi, in cui ci gettiamo appunto come topi, potrà permettere di sostenere qualsiasi lotta. Ma santo cielo, la Grecia non insegna nulla? o vogliam bendarci gli occhi in nome di che? di 20 stelle su un finto cielo che certo non sta sopra di noi?
      Come ben dice la chiusa del post, davanti allo strapotere UE sulle nostre vite, tutto il resto è secondario.

  • tonino

    ancora ad agitare lo spauracchio leghista? Ma mi faccia il piacere!

  • Troncos

    Il punto non è agitare spauracchi ma avere un po’ di freddezza in politica: l’UE e l’uscita dall’UE non sono ontologicamente buoni o cattivi. E si può uscire male dall’UE o uscire bene. A seconda di chi guida e costruisce il processo. Ergo io non agito nessuno spauracchio la Lega c’è e sta là, ha un suo progetto chiaro ed egemonico nel suo campo politico e capace di attrarre da fuori della sua area. Si può dire lo stesso del nostro campo? Non direi, quindi sarei molto cauto. Tutto qui.

  • (a)

    D’accordo con Tronco. Chi dice che la Brexit rappresenta una vittoria politica o è in malafede o è un’imbecille, quando è assolutamente chiaro che l’uscita della Gran Bretagna si è data da destra e porterà nel medio-lungo periodo un peggioramento delle condizioni di vita dei lavoratori e dei migranti.

    • Federico

      Nulla di nuovo sotto il sole della solita sètta… Quest’articolo poi è favoloso, è tutto un: “Farage ha vinto, Farage ha promosso, Farage ha detto, Farage ha minacciato, Farage ha ammonito etc.” senza neppure ricordare che l’UKIP alle ultime elezioni aveva raccolto circa 3,5 milioni di voti e che il Leave, complessivamente, al referendum ne ha presi 17 milioni di voti. Fantastico poi che questa pseudo-analisi del referendum non nomini mai – neppure per sbaglio – la campagna Lexit e più in generale la mobilitazione che i sindacati e i partiti di classe britannici hanno fatto per il Leave. Un po’ come quando il PCL parla di Grecia senza mai citare il KKE e presentando anzi quel partitino costola di una delle tante Quarte internazionali sparse per il globo come l’unico partito comunista DI MASSA presente nel paese ellenico. Oh, sia chiaro…il tutto sempre nell’ottica dei meravigliosi Stati Uniti Socialisti d’Europa che sono sicuro nasceranno spontaneamente perché la classe operaia si solleverà all’unisono in Germania e in Grecia, in Francia e in Italia! Nel frattempo un bel né né di trotsko-bordighiana memoria non ce lo leva nessuno!

  • Militant

    Segnaliamo questa interessante riflessione pubblicata sull’Huffington Post: http://m.huffpost.com/it/entry/10664694?

  • Riccardo K.

    Perfettamente d’accordo con Tronco. Se non hai un’alternativa valida perché unirsi ai latrati delle destre e portarli alla vittoria? Almeno astenersi avrebbe portato un livello più alto nella discussione. La vittoria non è del fronte di Sinistra (su quanti voti può contare?), la vittoria è dello UKIP (primo partito inglese) e dei nuovi Tories che verranno, con il nuovo segretario.

    Ultima riflessione sull’articolo dell’Huffington Post: di una pochezza disarmante. Il principio è sacrosanto e corretto, ma trattato in un modo elementare ed estremamente di parte. Come analizzare allora il voto della Scozia e dell’Irlanda del Nord, storicamente sfruttate dall’Inghilterra? Non ci sono operai o poveri in quelle zone? Sono tutti radical chic gli scozzesi e i nord-irlandesi?

    • Rosso

      Infatti. Mi sembra si stia facendo l’errore di rivalutare in senso anti-sistema quella che in realtà è una vittoria di una parte della destra liberista.
      Ciò Vuol dire ragionare per massimi sistemi senza guardare alla realtà sociale e politica britannica. Vuol dire sottovalutare la profonda natura nazionalista che connota tutta la destra inglese, anche quella più moderata che ha il suo bacino elettorale nella piccola-media borghesia del paese, e quella delle fasce popolari purtroppo tradizionalmente affascinate dalla retorica nazionalista.
      L’Inghilterra non è la Grecia, non ha subito allo stesso modo i ricatti dell’austerity e le dinamiche che hanno portato alla Brexit sono completamente diverse e non assimilabili.
      Solleticando le pulsioni nazionaliste e le paure della crisi economica, la campagna per uscire dall’Unione Europea è stata fomentata da Farage e Johnson, ossia Ukip e parte dei Conservatori, e i temi fondamentali erano nazionalismo, chiusura delle frontiere, no all’immigrazione. In soldoni, gente che ha le stesse parole d’ordine di Salvini e della Le Pen e ultra-liberista per dottrina economica (da questo punto di vista la Thatcher era quasi una moderata al confronto).
      La questione nel caso specifico, non è essere contro la UE, che è ovviamente una posizione legittima, la questione è che siamo davanti a una vittoria politica evidente di una delle peggiori destre europee.
      Le parti della sinistra che hanno ha votato per il leave sono in realtà molto più marginali di quello che possono apparire in questo momento. Le sinistre (anche non laburiste) hanno votato quasi tutte contro la Brexit (lo dimostrano ad esempio le vittorie del Remain nelle città industriali del nord come Manchester e Liverpool, in Scozia e in gran parte dell’Irlanda del Nord, la mappa del voto non mente), così come le giovani generazioni. E ciò anche perchè la questione nazionalista è un male che affligge da sempre la Gran Bretagna.
      Sicuramente parte dei ceti popolari ha votato per la Brexit, ma si tratta in larga misura di quella parte che in Inghilterra è sempre stata a destra (ricordiamoci che solo Blair, dal 1979 a oggi, è riuscito a spezzare l’egemonia dei Conservatori, e purtroppo lo fece portando il Labour su posizioni fondamentalmente centriste). Infatti il Leave ha vinto di pochissimo.
      L’Inghilterra sarà ora semplicemente governata da una nuova élite liberista in sostituzione di quella precedente, con l’aggravante che questa élite avrà la legittimazione ad agire in senso ancor più nazionalista, razzista e di chiusura delle frontiere.
      Il paradosso è che i nazionalisti inglesi potrebbero aver accelerato la disgregazione della Gran Bretagna(ed è anche l’unica cosa buona di tutta questa situazione).
      A margine, un velo pietoso su Cameron, che si è dimostrato il classico arrogante della upper class inglese: dopo aver provato a smantellare pezzo per pezzo il welfare britannico, ha scommesso per puro tornaconto politico su un referendum che era sicuro di vincere, un vero statista.

  • Gaetano S.

    Non c’è niente da fare, ha ragione chi dice che certi sinistri hanno in spregio il popolo perché ritengono la finanza una forza progressiva che toglie le frontiere e fa sposare i gay.

  • giovanni

    “non perché io sono intriso di propaganda mainstream,”
    NOOOOO! E ripetere come scimmiette che chi vota brexit è solo di destra, e che Farage ha fatto leva solo sul razzismo, cos’è? Essere autonomi dalla propaganda?
    “We have fought against the multinationals, we have fought against the big merchant banks, we have fought against big politics, we have fought against lies, corruption and deceit.”
    Non “abbiamo sconfitto gli immigrati, ma le multinazionali e le banche”.
    http://www.realclearpolitics.com/video/2016/06/23/ukip_leader_nigel_farage_the_dawn_is_breaking_on_an_independent_united_kingdom.html
    Qualcuno ha mai sentito un leghista, dopo una vittoria, parlare di altro che di immigrati?
    QUalcuno si è preso una cartina dell’Inghilterra per rendersi conto che dove il leave ha trionfato…sono tutti collegi laburisti? E secondo voi ìNEI COLLEGI LABURISTI improvvisamente sono diventati tutti razzisti, mentre altrove, dove UKIP e TOries erano GIA’ maggioranza prima del voto, sono diventati europeisti? O forse bisogna avere l’umiltà di leggere, leggere, e ancora leggere prima di accodarsi alla propaganda di regime contro i leavers brutti, sporchi, ignoranti e fascisti?
    Quanto ai voti pro-remain degli “stati” minori, anche quelli sono contro Londra, perchè rimanere nella UE non viene visto per quello che è la UE, ma esclusivamente in contrasto con Londra. E infatti il leader dell’SNP dopo 5 minuti ha chiesto un nuovo referendum per andarsene. In Scozia e Ulster il referendum non era sulla UE, ma sul Regno Unito!

  • Alessandro

    Questa discussione rispecchia il livello attuale della sinistra cosiddetta funzionale: invece di guardare al dato oggettivo centrale (l’incrinatura del progetto imperialista europeista), ci si rinchiude nelle analisi ultra-soggettiviste tutte rivolte sul chi ha da guadagnarci o meno – tra le forze politiche attuali – dall’evento appena prodotto. Il problema è che questa analisi “soggettiva” è in realtà completamente falsata: invece di guardare agli effetti sui soggetti sociali, si concentra l’attenzione all’analisi degli effetti sui soggetti politici. Dunque il referendum è stato prodotto da Farage e può fare gioco unicamente alla destra liberista inglese. Eppure un referendum è avvenuto anche l’anno scorso in Grecia, così come dieci anni fa in Francia e in Olanda. Tutte cospirazioni dell’internazionale nera contro l’Europa progressiva? Uhm…
    Il fatto è che il referendum *non è* stato prodotto da Farage, Ukip o chi per loro, ma dal rifiuto delle classi lavoratrici europee al modello di sviluppo europeista. E’ un processo di lungo periodo, che trova questa o quella ricaduta particolare, ma che non si capisce se si analizza solo il dato specifico perdendo di vista il quadro generale. Che poi questo favorisca attualmente certe forze politiche di destra è determinato solo dall’abdicazione politica della sinistra: non è la destra che monopolizza la questione referendaria, ma la classe operaia europea che si è spostata a destra perchè nel frattempo è scomparsa la sinistra. Ma questa porta avanti la sua lotta di emancipazione *a prescindere* da chi la rappresenta politicamente, utilizza strumentalmente quelle forze politiche che favoriscono tali processi. Ovviamente questo è un processo impersonale, non c’è nessuna adesione del proletariato ai valori e alla visione del mondo della destra in quanto tale, e neanche un tatticismo così elevato. E’ il corso della storia che agisce *nonostante* le scelte politiche di chi dice di rappresentare gli interessi di questa o quella classe, di questo o quel popolo. Detto altrimenti, l’Unione europea è il nemico numero uno dei lavoratori europei, perchè espressione politica immediata di una crisi economica decennale. Tutto ciò che gli si oppone viene momentaneamente utilizzato da un pezzo rilevante di classe operaia per rompere la costruzione imperialista. Invece di cogliere questo dato, stiamo qui a parlare della cultura degli ubriaconi inglesi, di Farage, di Grillo o di altre cazzate pensabili solo nella mente di persone alienate dalla realtà.

  • Alessandro

    Che poi, la follia di questa impostazione politica è che nessuno in Italia ha il coraggio di richiedere un referendum sui trattati europei da sinistra, lasciando alla destra il compito di rappresentare chi vorrebbe la consultazione, e se questa poi si materializzasse comunque certa sinistra inviterebbe a boicottarlo dicendo che così “si favorisce la destra”. Ecco a cosa porta l’ignavia socialdemocratica radicale: come diceva l’articolo, in questo modo la sinistra “non può che abdicare alla real politik” europeista, cioè non pensare altri orizzonti se non quelli già determinati dall’ordoliberismo europeista. Siamo davvero all’assurdo.

  • Pablo

    A parte il discorso generale dell’articolo, che condivido pienamente, vorrei far notare due cose. La prima: il voto di Scozia e Ulster ha ragioni tutte particolari e locali: da anni infatti questi due paesi “usano” l’Unione europea come strumento per limitare l’egemonia inglese nella Gran Bretagna, sfruttando la pressione europeista per smarcarsi da Londra. Non è possibile darne una lettura generale (Ue= posizione progressista), ma particolare (più Ue= meno Londra).
    Altra questione: mi auguro che tutti coloro che oggi parlano di “nazionalismi”, di “sovranismi”, di “ritorno delle piccole patrie”, non appoggino nessuna delle lotte di liberazione nazionali molto in voga in questi anni. Quella dei curdi, ad esempio, così come la lotta palestinese, basca, irlandese, eccetera. Perchè altrimenti il livello di coerenza di certi soggetti, già ampiamente squalificato, assumerebbe le forme del cabaret.

  • giovanni

    alle scimmiette che ripetono il mantra della stampa nazilib italiana per cui tutti i brexiters sono brutti, sporchi, cattivi e razzisti, che fanno il gioco di Farage, qui si spiegano le ragioni molto più materiali del voto: http://www.theguardian.com/politics/commentisfree/2016/jun/24/divided-britain-brexit-money-class-inequality-westminster

  • kzm

    Il dado è tratto. Come la si pensava fino all’altro ieri non ha più alcuna importanza. Adesso bisogna pensare in maniera strategica al presente e al futuro. Ci sono due dati di fatto: 1) il progetto dell’Europa neo-liberale è ancora in piedi, e 2) le peggiori destre xenofobe sono in vantaggio nel convogliare la giusta rabbia popolare.

  • Marco C

    Secondo la ferrea logica degli “anti Brexit” perchè “evento che farebbe il gioco delle destre”, dovremmo anche astenerci e boicottare il referendum su Renzi di ottobre. Il fronte del No è infatti egemonizzato da Grillo e Salvini, Casapound si è anche espressa per il No, dunque il No è chiaramente una soluzione di destra, pertanto da rifiutare. Anzi, tattica efficace vorrebbe un pronunciamento per il Si, così Renzi si rafforzerebbe a scapito dei populismi sovranisti nazionalisti razzisti xenofobi, e dunque per le “masse popolari” un chiaro salto in avanti contro il loro vero nemico, la Lega nord. In questo senso assume anche un valore progressivo il voto elettorale per il Pd, chiaro argine ai sovranismi populisti. Convincente.

  • Hirondelle

    Come spiega Alexander Gordon ex segretario di RMT e leader di Lexit: “L’austerità, la libera circolazione della manodopera (esercito di riserva), i tentativi ripetuti di distruggere le industrie nazionali e privatizzare quelle nazionalizzate, … sono problemi comuni a tutti i lavoratori degli stati membri della Ue. Sono pesattamente i problemi che portano i lavoratori britannici a votare “leave”. E’ importante affrontare queste questioni in un quadro più largo di quello che sarebbe limitato a ciò che succede in UK. Non si tratta di un problema britannico, ma di un probleam di tutta l’Europa… nel settore delle ferrovie abbiamo potuto sperimentare le conseguenze delle regolamentazioni e direttive della Ue riguardo alla liberalizzazione del trasporto su ferro… l’UK è stato utilizzato come laboratorio per le privatizzazioni dalla UE. Qui sono cominciate le privatizzazioni e adesso è questo modello che viene generalizzato senza mandato, contro la democrazia, in tutti i paesi UE, l’uno dopo l’altro. Di conseguenza il costo dei viaggi in UK è il più caro d’ Europa. Ora accade in Francia, Belgio, Germania… e ciò deriva dalla liberalizzazione UE del trasporto su ferro. Di conseguenza, se vogliamo combattere per un servizio pubblico nazionalizzato dei trasporti ferroviari ciò non è possibile che fuori della UE. Ecco perché bisogna rompere con la UE, in UK e in tutti i paesi della UE.”
    Non male per un isolazionista. Gordon parla di trasporti perché è il suo settore, ma ovviamente niente di più facile che fare lo stesso ragionamento con qualsiasi altro servizio.
    Ma, certo, è solo l’avventura di un altro.

  • dziga vertov

    l’ukip alle ultime elezioni aveva raccolto circa 4 milioni di voti, il fronte del leave ne ha presi 17, basta questa banale osservazione a corroborare la tesi di questo articolo e dispiace che le tesi più’ in voga del terrorismo massmediatico venga introiettato anche dai compagni che pensano che questa sia stata la vittoria di un voto xenofobo. si tratta piuttosto di un fronte variegato e pieno di contraddizioni, ma il dato essenziale, oltre le letture strumentali dello scontro generazionale e/o nazionale (vedesi ulster e scozia), e’ che la base del labour ha votato massicciamente contro le indicazioni del proprio partito, a partire dalle roccaforti tradunioniste del nord-est ed in modo comunque uniforme nel resto dei due paesi (inghilterra e galles). per i conservatori si e’ trattato invece di uno scontro tutto interno al loro partito e le dimissioni di cameron ne sono la logica conseguenza. ma la working class (che nel regno unito si chiama ancora cosi’) si espressa in modo categorico, questo appunto e’ il dato essenziale. una working class oggi priva di rappresentatività, anche perché il povero corbyn e’ stato soffocato dall’abbraccio mortale dell’ala blairiana che lo ha costretto a rivedere il suo moderato euroscetticismo di appena un anno fa. sara’ interessante vedere cosa avverrà nel labour nei prossimi mesi, ma credo che la leadership attuale abbia i mesi, se non le settimane, contati. quanto al nostro paese, il grado di mobilitazione della stampa di regime e’ proporzionale alla loro paura, ma anche questo e’ un dato che non andrebbe trascurato.

  • Una delle cose più divertenti che passa per il web in questi giorni è lo starnazzare antieuropeista di vari buoni a nulla divorziati e in sovrappeso ed incapaci di laurearsi in dodici anni come Matteo Salvini.
    Il che fa -senz’altro sbrigativamente- concludere che l’antieuropeismo così come viene presentato dal mainstream sia roba che si adatta perfettamente ai buoni a nulla divorziati e in sovrappeso ed incapaci di laurearsi in dodici anni.
    Senza nulla togliere alla loro eccellente rappresentatività, è piacevole ricordare i giorni del 1992, quando l’uscita della lira dallo SME ridusse dalla sera alla mattina i sudditi del “paese” dove mangiano spaghetti a cincischiare pagamenti in una valuta che non voleva più nessuno: furono un paio di settimane piuttosto divertenti, con i vari sciùr Brambilla che si videro rifiutare i pagamenti degli skipass a Chamonix. Come se gli fosse stato detto “Restate dalla vostra parte, monsieur Rital: capace portiate anche scarogna…”

    La (ex?) working class del Regno Unito viene brutalmente angariata da politici e gazzette da almeno trent’anni. Votare contro qualcosa, anche senza tenere ben presenti le conseguenze di un gesto del genere, è l’unica vendetta possibile contro uno establishment composto praticamente per intero da marziani. Va anche ricordato che il paese si contraddistingue nel continente per le incredibili e attivamente promosse disuguaglianze sociali: un argomento su cui sono state scritte intere biblioteche da Engels in poi.

    • Hirondelle

      Uh poveri villan rifatti senza skipass, vero? l’industria sciistica svizzera dev’essere colata a picco nel giro di due ore: nonj si vedeva più un italiano a sciare fino al 2002 quando, magicamente, tutti in montagna ogni we!!! e subito dopo il 1992, con la valuta che nessuno voleva, come se la passo’ l’Italia? Deflazione come oggi? Caduta della speranza di vita alla nascita per la prima volta dal dopoguerra, come oggi? Disoccupazione come oggi? Jobs Act? crisi del sistema bancario? pensionati suicidi dopo aver ricevuto buoni consigli? susu che ci arriviamo. Un europeista convinto ha certamente solide basi per mostrare come il disastro economico e sociale odierno sia nulla in confronto al massacro causato dalla “povera liretta” negli anni bui attorno al 1992…

  • Lupa

    Un aspetto importante, forse centrale, della Brexit è la conferma di una riflessione che stiamo provando a fare da qualche anno: l’attuale sistema ordoliberista, prodotto dei rapporti di produzioni dell’attuale fase del capitalismo globale, produce una contraddizione dirompente per le elite dominanti: esse escludono politicamente le masse, le tagliano fuori da qualsiasi piano della rappresentanza politica ma in tal modo le masse, fuori controllo, sviluppano una carica rivoluzionaria dirompente rispetto al sistema, rispetto alla quale le classi dominanti non hanno più strumenti poltici di contenimento e l’unico mezzo di controllo rimane l’esercizio della forza militare. E’ questa contraddizione che le avanguardie comuniste devono mettere a tema e riuscire a sviluppare. Perché appare questa la contraddizione in grado di scardinare lo status quo. I fatti confermano queste riflessioni.

  • dziga vertov

    c’e’ grande confusione sotto il cielo europeo, la situazione per molti versi e’ ottima. sul piano economico e’ verosimile attendersi un accordo soft tra regno unito e unione europea che garantira’ la continuita’ sostanziale delle due principali “liberta’” su cui si e’ fondata la ristrutturazione capitalista europea negli ultimi 40 anni: “libera” circolazione della forza lavoro e libera circolazione dei capitali. la city di londra non puo’ certo abdicare al suo ruolo di centro di riciclaggio dei capitali sporchi non solo d’europa, ma di di tutto il mondo e alla penetrazione dei suoi capitali nel sistemi bancari dei paesi europei. e sul piano dell’economia “reale” l’economia britannica non puo’ fare a meno della manodopera europea, quindi molto probabilmente si garantira’ al regno unito uno status simile a quello dei paesi dell’area economica europea (norvegia, svizzera, islanda) e/o dei paesi associati all’ue. ma di certo tutto cio’ non potra’ essere rinegoziato in tempi brevi e la portata, non solo simbolica, del brexit e le sue conseguenze continueranno ad avere un effetto destabilizzante su tutto il continente e, piu’ in generale, nel campo occidentale a partire dai negoziati del trattato transatlantico, obiettivo strategico principale dell’imperialismo usa nel nostro emisfero, che subiranno un sensibile ritardo. la russia esce oggettivamente rafforzata da queste circostanze, ieri putin e xi jiping hanno firmato 30 accordi di cooperazione commerciale e stretta integrazione nel settore degli investimenti per ricerca ed infrastrutture. xi jiping ha detto enfaticamente che russia e cina saranno “amici per sempre”. quindi il blocco occidentale rallenta la sua integrazione, mentre quello eurasiatico accelera. non stupiamoci se lungo le linee di frattura e conflitto commerciale dei due blocchi dovesse, nei prossimi giorni, verificarsi qualche recrudescenza di isis ed affini, il campo occidentale ha assoluta necessita’ di ricompattare le sue fila.

  • Nichel

    Avanti così Militant.
    Solo un appunto… Non c’è modo di evitare le critiche (disinformate ad arte) di quelli che professionalmente ce l’hanno più a sinistra. Si può solo lavorare sempre di più in ogni modo a favore degli sfruttati.

  • Gustav

    Nonostante il voto nord-irlandese e quello scozzese si spieghino, in parte, con le dinamiche specifiche di quei contesti, già esposte da commenti precedenti, in entrambi i casi non sono mancate formazioni politiche anti-imperialiste che hanno fatto propaganda per l’uscita.
    Nel caso dell’Irlanda del Nord, il Workers Party citato dal post di Militant non mi sembra indicativo. Più interessante che abbiano spinto per il Lexit i gruppi del repubblicanesimo socialista dissidente, da éirìgì all’Irish Republican Socialist Party.

  • Cecco

    Mi pare che nel vostro entusiasmo stiate dimenticando il proverbio cinese: facile è cavalcare la tigre, difficile è scendere.

  • Gaetano

    Ma io non capisco, sinceramente, tutta quest’ansia che abbiamo ogni volta di schierarci. Mica ce lo ordina il medico. Possiamo avere un ruolo e lottare anche senza schierarci (col nemico). Anzi, magari a volte *non* abbiamo un ruolo, e una riconoscibilità!, proprio perché ci schieriamo. Non sarà forse questo il problema???

  • Militant

    @Cecco e @Gaetano

    Il problema non è entusiasmarsi o meno. La situazione è deprimente, un’enorme potenzialità sociale viene scientificamente lasciata cavalcare dalle destre per ignavia, paura o più semplicemente complicità con le politiche liberiste della Ue. Tale disgusto deve portare al rifiuto di questa sinistra, ad una rottura con quei soggetti politici che stanno consapevolmente ingannando pezzi di società che ancora vedono nella sinistra una speranza di cambiamento. Il fatto che pezzi sempre più maggioritari di classe operaia lo stiano facendo autonomamente non può che facilitare il compito di ricomposizione politica che ci spetta. Ma questo non inizierà neppure se continueremo a dire “si vabbè l’Europa può correggersi ma il vero nemico è Farage”. Bisogna rompere con la sinistra…da sinistra.

    • Hirondelle

      Non ritengo la frantumazione un valore, ma in questo caso sarebbe difficile dire cose più sagge e terribilmente vere. La cosa peggiore è il clima di inganno, menzogna, autocensura, reticenza e arretratezza culturale che si respira a sinistra.
      Si è totalmente rinunciato a affrontare un problema scomodo pensando di poter contare su un sistema di protezione sociale che consentiva bene o male di scavarsi il proprio cantuccio soddisfacendo i bisogni fondamentali in maniera da non tirare le cuoia a 25 anni senza prendere partito su una serie di questioni. Non ci si è accorti che quel sistema veniva scientemente distrutto, proprio in conseguenza della nostra rinuncia a capire e a sapere. Per interpretare la situazione odierna si continuano as usare categorie che non hanno più senso da dieci anni almeno, se non prima, perché risalgono agli anni Settanta, cioè a una situazione economica e sociale totalmente diversa prima ancora che politica. Il silenzio, l’impaccio, la paura che dominano la “sinistra” sui temi UE sono non solo una benda sugli occhi, ma delle pastoie letali. Soffocanti e deprimenti.

  • el rojo

    Sono d’accordo con Cecco e Gaetano. Non capisco di quale potenzialità sociale stiamo parlando.
    Fermo restando che il nemico è il capitalismo e le sue istituzioni, nazionali e internazionali; fermo restando che la UE è capitalista, reazionaria e irriformabile; fermo restando che è dovere di ogni comunista e/o sinistra degna di questo nome (cioè sinistra non funzionale) deve essere contro l’UE e denunciare la sua natura, e se non lo fa è diserzione; fermo restando che dobbiamo indirizzare la classe operaia, nella sua lotta contro la UE, su posizioni di rottura, antagoniste al capitale, e tentare di strapparla all’egemonia reazionaria.
    Fermo restando tutto questo, la domanda è: perché fare tutto questo deve implicare lo schierarsi dalla parte della Brexit, ideata, egemonizzata e guidata dalla destra e dalle peggiori forze reazionarie? Che collegamento c’è?
    Perché questo favorisce “”"oggettivamente”"” il processo di dissoluzione della UE? Embè? E che il fascismo non favoriva oggettivamente la distruzione dello stato liberale? I comunisti, siccome perseguivano lo stesso obiettivo (ma da un versante esattamente opposto!) si sarebbero dovuti intruppare coi fascisti?
    Non capisco il collegamento fra la giusta strategia e tattica derivanti dalla lotta contro l’UE e una scelta – peraltro delegata allo strumento referendario – tutta giocata dentro il perimetro della politica e degli interessi padronali. Perché la Brexit, che lo vogliamo o no, è una disputa infraborghese nella quale noi come parte politica, noi come classe, non c’entriamo nulla (anche e proprio assenti come fattore soggettivo organizzato – che non è una questioncina da poco – e quindi impossibilitati a condurre una lotta con i nostri strumenti, le nostre parole d’ordine, i nostri obiettivi).

    • Federico

      Forse ti è sfuggito che in Gran Bretagna “la classe”, come la chiami tu, sicuramente non sarà rappresentata a dovere ma intanto ha votato e lo ha fatto in larga maggioranza per il Leave (vatti a leggere qualche analisi sulla composizione di classe del voto per il Leave nelle periferie delle grandi città o nelle ex roccaforti industriali del nord). E quella stessa “classe” – nonostante qua alcuni continuino imperterriti a fare gli gnorri su campagne come la Lexit – se è stata portata al voto anche da forze reazionarie come Tories o UKIP è anche perché gente come Corbyn si è ben presto omologato alla maggioranza del suo partito trascurando la base (che infatti ha votato Leave in massa). Poi possiamo anche parlare di Grillo, Farage, Salvini, Le Pen, Wilders e di chi altro vuoi tu, ma certo è che continuando con il né-né (senza mai sporcarsi le mani) saremo di fatto come scrivi tu stesso: “assenti come fattore soggettivo organizzato – che non è una questioncina da poco – e quindi impossibilitati a condurre una lotta con i nostri strumenti, le nostre parole d’ordine, i nostri obiettivi”

      • el rojo

        Forse ti è sfuggito il fatto che il dato della classe operaia che vota per il Leave, DI PER SE’, non ha alcun significato politico. Un conto è l’operaio che vota Leave perché contrario all’austerity e ce l’ha con le banche e le elite tecnocratiche; un conto è l’operaio che vota Leave perché vuole buttare fuori gli immigrati, non vuole i profughi, e ce l’ha con l’Europa che “protegge i froci e i musulmani”. Non mi sembra che il segno politico delle motivazioni sia equivalente (proprio NOI non lo capiamo, con un proletariato che, in una sua quota consistentissima se non relativamente maggioritaria, vota da vent’anni Lega?). Non capisco perché continuare ad attribuire al Leave proletario un significato che – attenzione! – non dico che non ci sia, ma che non è sicuramente quello prevalente e cosciente.
        Male, malissimo ha fatto Corbyn a schierarsi per il Remain, ma la Lexit ha dimostrato che non c’è spazio per argomentazioni o posizioni di sinistra se queste riconducono il tutto ad un semplice, indistinto, indeterminato “leave”. Si finisce subordinati e schiacciati dalla narrazione sovranista-reazionaria-parafascista. O recuperiamo autonomia e indipendenza (innanzitutto strategica e tattica) da questa narrazione, oppure chiamiamoci populisti e chiudiamo baracca.

  • gilberto

    E’ difficile sfruttare la potenzialità sociale del momento quando ci sono dei nodi che continuano a non essere affrontati.
    La madre dei temi, ad esempio, è l’immigrazione( il brexit è stato fondamentalmente un voto contro l’immigrazione piuttosto che contro i poteri forti).
    Ho l’impressione che per la sinistra a sinistra della sinistra sia complicato affrontare questo tema. Il rischio di sfumare nel rosso-brunismo( non mi riferisco assolutamente ai compagni di militant) è più che mai presente.

  • kzm

    A quanto pare i seminatori di paura cominciano ad avere paura. I leader del brexit (tutti di destra quelli che hanno peso: questo è un dato di fatto) si stanno cacando sotto. Adesso sono loro a non saper scendere dalla tigre che hanno voluto cavalcare. A buon intenditor poche parole.

  • franco

    L’errore sta nel continuare a considerare questa sinistra attribuendole un’accezione antisistema che non le appartiene più ormai da tempo immemore (almeno dalla fine degli anni ’70 ,ad esser buoni). D’altronde quando Berlinguer parlava di “fine della spinta propulsiva della rivoluzione d’ottobre” intendeva proprio sancire “formalmente” la fine della sinistra alternativa (sia pure sul piano ideale) e l’inglobamento di quest’ultima all’interno del sistema di governo capitalistico. E così avvenne anche nel resto d’Europa. Questo per quanto riguarda i partiti comunisti storici,per quanto riguarda invece la famiglia storica dei socialisti e della socialdemocrazia il tradimento degli intenti rivoluzionari si può forse ben dire che mai avvenne, perché mai ce ne furono all’interno del gruppo dirigente.

    Si discute riguardo alle possibili conseguenze politiche della Brexit e del fatto che questa avvantaggi una certa destra che se n’è fatta portavoce a scapito della “sinistra”,ma questo sostanzialmente non significa nulla. Perché di fatto la sinistra non esiste più! Ciò a cui stiamo assistendo è solo lo scontro di potere tra borghesie per stabilire chi si accaparrerà dei frutti della produzione -dicono bene Alessandro ed el rojo. L’americanizzazione dell’economia europea –e cioè la trasformazione del lavoratore europeo nell’”uomo indebitato”-rimarrà all’ordine del giorno. Purtroppo “noi”,a meno di cataclismi economici, non potremo entrare in questa disputa a dettare le nostre condizioni perché fondamentalmente privi di voce politica capace di incidere. La nostra capitolazione è avvenuta prima dal punto di vista culturale negli anni dopo il ’68 e poi dal punto di vista politico negli anni ’80. Il nostro tracollo politico quindi è frutto della egemonizzazione culturale da parte del capitale di larghi strati della popolazione lavoratrice(Pasolini parlava di mutazione antropologica). Di fatto il capitale con le innovazioni portate a compimento nel campo dei mezzi di comunicazione ha determinato una carica individualizzante che, unita alla sicurezza sociale del welfare, ha levato il terreno sotto i piedi delle organizzazioni politiche rivoluzionarie, perché è questo e non le menate antiautoritarie(i suoi effetti) che ne hanno determinato il crollo.

    Riguardo allo scontro generazionale venuto fuori dal risultato del referendum e fomentato ad arte dai media,si può semplicemente dire che ,al giorno d’oggi, è possibile avere un alto grado d’istruzione ed avere al contempo una scarsissima conoscenza politica,cioè comprensione politica della realtà. Non è una novità,anche questo è il portato dell’egemonia culturale della classe dominante. Lo iato che esiste fra vecchie e giovani generazioni (genitori e figli di oggi) è dovuto dalla mancanza di comprensione di queste ultime delle ragioni per cui le vecchie generazioni detengono questi cosiddetti diritti/privilegi sociali: cioè si disconoscono i rapporti di forza politici favorevoli costruiti dalla lotta di classe delle vecchie generazioni lavoratrici che hanno permesso loro di conquistare tali diritti. In ultima istanza c’è una svalutazione della lotta politica( e dell’autonomia politica della classe lavoratrice) a favore della condiscendenza verso un sistema economico,sempre più simile a quello americano, che fa dei meccanismi di coercizione dell’individuo il suo più grande credo e in cui giornalmente il lavoratore è soggetto o soggiogato dalla dialettica successo/abisso(la parabola dell’uomo indebitato). La tanto sospirata meritocrazia, propugnata -almeno a leggere i giornali mainstream- dai giovani, ha le sue basi più solide proprio nella lotta portata avanti negli anni ’60 per sradicare la natura classista dell’istituzione universitaria di allora e dell’istruzione in generale. Quella lotta ha aperto la strada verso l’istruzione pubblica e l’università di massa che tanto hanno favorito la mobilità sociale e l’emancipazione economica dei nostri padri e dunque anche nostra. Emancipazione economica,ma non culturale come possiamo oggi ben vedere. Addirittura molti di quelli che hanno sfruttato o sfruttano le condizioni createsi dopo quell’importante passaggio storico hanno additato e additano quest’ultimo come la causa di tutti i mali della società odierna. Roba da non credere! Caso paradigmatico (mi viene in mente questo ma ce ne sono tanti…) di questa situazione è stata,di recente, la querelle tra il ministro Giannini e una ricercatrice all’estero riguardo i successi degli studiosi italiani nel campo della ricerca,portata agli onori della cronaca dai soliti giornali liberisti. Ecco,in quell’occasione, c’è stato un esempio plastico di come la sconfitta culturale della sinistra abbia avuto conseguenze nefaste e di quanto sia schiacciante il dominio ideologico del Capitale fondato sull’esaltazione strumentale dell’individuo. Lasciando da parte la propaganda del ministro, da parte della ricercatrice non c’era alcun cenno di benevolenza verso il sistema scolastico e universitario che,”a prezzi modici”, pure l’avevano condotta verso quei brillanti risultati. Lo Stato sociale che finanzia la formazione dei giovani di qualsiasi estrazione sociale attraverso l’istruzione pubblica sembra diventare invisibile agli occhi dei suoi stessi beneficiari! Certo,nessuno vuole togliere i meriti a chi ha lavorato duro per inerpicarsi sulle alte vette della conoscenza,ma ci si aspetta comunque che chi arriva a varcare certi traguardi riconosca le condizioni al contorno che hanno permesso che ciò potesse accadere. Fatalmente, in una società in cui la cultura borghese ha ormai pervaso ogni anfratto del vivere,è forse chiedere troppo!

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