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Questo terzo volume conclude l’imponente trilogia sulle vicende della Romagna tra l’Ottocento e la metà del Novecento (qui e qui le recensioni agli altri due volumi). Un romanzo sui generis nel panorama letterario italiano, una storia collettiva raccontata attraverso l’esperienza di famiglie romagnole che si trovano, loro malgrado, ad attraversare la Storia ufficiale, quella segnata dalle date e dagli avvenimenti simbolici. Il più delle volte, a subire il peso di una Storia che travolge i destini delle popolazioni. Lungi da una rassegnata passività, però, le famiglie contadine raccontate in questa epopea moderna reagiscono e cambiano il corso di questa storia, si infilano negli interstizi del potere, si adattano alle circostanze, le sconvolgono, attuano forme di resistenza esplicita o implicita, insomma formano quella storia di cui sono al tempo stesso protagonisti e vittime, ma mai ignari spettatori. In questo volume i discendenti di Attilio Verardi e Rosa Minguzzi vivono alcuni dei momenti più tragici della storia nazionale: la lenta ascesa del fascismo come reazione agraria alla forza operaia e contadina del biennio rosso, i lunghi anni del regime e infine la lotta di Liberazione vista qui attraverso particolari vicende romagnole, eterodosse ma al tempo stesso capaci di descrivere la complessità del fenomeno resistenziale. La tesi di fondo è però la stessa in tutti e tre i volumi della trilogia: per le classi subalterne la storia si cambia solo attraverso l’uso consapevole della forza. Non è un caso che il secondo volume ha, come sottotitolo, l’affermazione: chi ha del ferro ha del pane, che costituisce il vera messaggio di fondo dell’intera trilogia. In quest’ultimo lavoro, la passività con cui la sinistra italiana assiste all’avanzata della reazione agraria e fascista, la fiducia cieca di un certo “socialismo” nelle istituzioni, nelle garanzie di una democrazia liberale vista come dato acquisito, un certo riformismo “contadino”, sono alla radice della sconfitta operaia e contadina degli anni Venti. Il fascismo poteva essere fermato, e solo l’ottuso riformismo pacifista della sinistra dell’epoca impedì di stroncare un fenomeno che aveva le sue determinate ragioni di classe, ma non aveva i caratteri dell’inevitabilità. Poteva – e doveva – essere evitato.

Il romanzo è anche uno spaccato di storia sociale romagnola, come già rilevato negli altri due volumi. Forse in questo capitolo si concede troppo al feedback tra storia ufficiale e storia sociale, laddove negli altri due era presente una concentrazione maggiore sull’esistenza contadina, che rendeva i romanzi veri e propri saggi di geografia sociale della Romagna. I mille paesi contadini di una terra povera ma laboriosa e soprattutto riottosa al potere – Budrio, Molinella, Medicina, Conselice, Lugo, Ravenna, Alfonsine, Argenta, Fusignano – suggestionavano il lettore, lo “istruivano” al significato della vita contadina e alle ragioni della sua naturale avversità al potere costituito, concentrandosi sui meccanismi di resistenza popolare alle vessazioni agrarie. In questo terzo volume forse il congegno retorico diviene eccessivamente meccanico, in alcune sue parti i protagonisti sembrano troppo “coscienti” dello sviluppo di vicende di cui difficilmente possono comprenderne la generalità. Ma siamo anche nel secolo della politica, ed è contestualmente vero che una certa “coscienza” si impone nelle vicende della storia di questo secolo, che rappresenta il punto più alto raggiunto dalle classi subalterne nel rovesciamento dei rapporti di forza nella società. Non siamo nell’Ottocento della servitù operaia senza diritti né garanzie, e non siamo ancora nel ritorno all’ordine del XXI secolo: siamo nel cuore di un cambiamento di paradigma sociale e politico, e per la prima volta le masse senza volto assumono un volto e una rappresentanza politica, divengono parte della Storia e non solo vittime predestinate. Questa coscienza che si sviluppa nei personaggi fino ad allora “senza storia” è uno dei dati più illuminanti e positivi della storia del Novecento, il simbolo di un ingresso delle masse nei meccanismi del potere. C’è troppa cattiveria, a volte, nel giudicare i passaggi costitutivi di questa storia, le vicende di un realismo politico visto come cinismo, ma questo è il punto di vista di un autore che non si nasconde e che anzi rivendica una scelta, una posizione. La fine del racconto si chiude con un fremito di speranza. Siamo d’altronde a ridosso della Liberazione, e mai come in quegli anni la speranza di un mondo nuovo riempiva i destini degli sfruttati. Una speranza presto rifluita nella lotta al regime democratico speculare nei suoi rapporti col lavoro a quello fascista. Ma questa è un’altra storia.

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