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8 Marzo: qualche considerazione di classe

Tra le date che scandiscono la vita e la militanza politica dei compagni, alcune assumono un valore imprescindibile (il 25 Aprile e il Primo Maggio, per citarne un paio…), mentre altre, anno dopo anno, sembrano perdere il loro significato collettivo, sfumarsi in quello che le forze politiche più disparate (e per loro volontà i media mainstream) hanno deciso di dare loro.
È il caso dell’8 Marzo. Davvero la celebrazione di questa data può essere ridotta a una cena tra donne con le amiche? Abbiamo davvero bisogno che sia la Vodafone a ricordarci le disparità di genere, attraverso il suo ultimo spot?
E soprattutto, vogliamo davvero che questa disparità venga trattata solo per quelli che sono gli aspetti culturali e sociali (l’invecchiamento – e, quindi, la bellezza; il matrimonio; i figli) che, per quanto urticanti e onnipresenti, sono evidentemente solo la punta dell’iceberg di una questione che riguarda le disparità economiche, lo sfruttamento e le differenze di classe? Eppure, negli ultimi mesi, se non anni, la questione dei diritti delle donne è stata quotidianamente dibattuta a mezzo stampa nazionale e internazionale, in tv, sulla rete, ma sempre (o quasi sempre) dalla prospettiva sbagliata. Si è osannata la bellezza (e soltanto quella) delle combattenti curde, ci si è indignati di fronte alla notizia delle violenze di Colonia avvenute durante la notte di Capodanno e, negli ultimi giorni, ci si è affannati a dibattere se una donna possa o non possa decidere di avere un bambino per donarlo ad altri: il tutto in una cornice buonista incentrata sul senso di protezione del “sesso debole” che acuisce la sensazione di un vero e proprio balzo indietro, sia nel dibattito sia nella pratica, del ruolo della donna nella società.
Origine e contemporaneamente conseguenza di questo fenomeno è stato l’allargarsi, anno dopo anno, dell’utilizzo strumentale delle vicende che vedono coinvolte le donne da parte delle forze politiche più reazionarie. Anziché tenere al centro della riflessione l’autodeterminazione della donna, il miglioramento delle sue condizioni economiche, la liberazione dal suo sfruttamento, la necessità di liberarla e liberarci dagli stereotipi di genere che vogliono le donne totalmente indifese, si è cominciata a invocare come principale necessità quella di proteggere “le nostre femmine” (ma nostre di chi? Una domanda a cui dovrebbero rispondere in primo luogo personaggi come Bruno Vespa…) dallo straniero violento e, più in generale, dall’uomo brutale. Di questi giorni, ad esempio, è la proposta della presidente della Camera Boldrini di istituire un giorno di lutto nazionale ogni qual volta una donna «cade vittima di un femminicidio»: vittime, dunque, vittime talmente ineluttabili che si pensa al dopo – al post-omicidio – e non al prima, quando quelle donne sono vive.
Non si vuole insegnare alle bambine, alle ragazze e poi alle donne a difendersi da sole dalle minacce e dalle difficoltà; non si vuole insegnare ai bambini, ai ragazzi e poi agli uomini a considerare le donne uguali dal punto di vista delle capacità intellettive e della forza fisica. In poche parole, non si vuole operare per modificare la sovrastruttura sociale che determina i rapporti uomo-donna, visto che, per farlo, bisognerebbe scavare a fondo nella struttura economica che trae profitto dalla disparità di genere, cosi come la trae da quella di etnia. Come si alimenta la guerra tra poveri che porta i proletari immigrati a vendere la propria forza lavoro al minimo costo col massimo sacrificio, cosi si sta tornando a insegnare alle donne che sono deboli, che necessitano di essere protette, che gli uomini tutti sono nemici da temere, tranne i “gentiluomini”, quelli che le donne non si toccano nemmeno con un fiore, quelli in grado di proteggerle e, spesso, di decidere al loro posto cosa sia giusto e cosa no. Italiani, perlopiù, e appartenenti alle forze dell’ordine. E così, ad esempio, l’osservazione – giusta e quasi banale per chiunque non sia accecato dal razzismo – per cui il 90% delle violenze (sessuali in primo luogo) che le donne subiscono avvengono per mano di persone conosciute (partner, mariti, fratelli, zii, ex-partner, familiari vari, amici, vicini di casa, ecc.) e non per mano di immigrati è stata fatta propria e manipolata dai media e da buona parte della politica proprio per diffondere ad affermare l’idea della debolezza femminile: care donne,  siete deboli e non siete sicure neanche in casa, sembrano voler dire. Per anni hanno cercato di spaventare le donne affermando che il pericolo veniva da fuori, dallo straniero: oggi, il tentativo di far sentire le donne insicure – rendendole così deboli e dipendenti – si è esteso a tutti i livelli.
A ben vedere, tuttavia, questa debolezza non è fisica (o intellettuale), quanto principalmente economica, frutto dello sfruttamento di classe. Dal punto di vista economico, che è poi il nocciolo della problematica della dipendenza di un genere dall’altro e dello sfruttamento di una classe sull’altra, un documento del 2014 dell’Unione europea traccia una “mappa” significativa e onesta sul divario salariale tra gli uomini e le donne nei paesi membri. Ad oggi, la situazione è rimasta stabile quando non è peggiorata (leggi).
Perché insistere sulle differenze retributive? Innanzitutto, ed è la risposta più scontata, perché sono ingiuste. In secondo luogo, perché sono le catene che imprigionano le donne nel ruolo che il capitalismo vuole cucirgli addosso: la stessa Unione Europea, che sappiamo bene quanto sia nemica di ogni forma di giustizia sociale ed economica, riconosce le differenze che si generano tra settori tradizionalmente occupati da donne (come il sistema sanitario, in cui l’80% delle lavoratrici sono donne). Ebbene, quando un fenomeno del genere si manifesta, i salari si abbassano; di contro, nei mestieri con un’elevata presenza maschile, il risultato è inverso (si pensi al magazziniere che guadagna più della cassiera dello stesso supermercato, a parità di ore lavorate).
Perché la differenza retributiva è così importante? Perché incide sulle pensioni: una donna che guadagna meno di un uomo (e nell’UE si stima di media il 16% in meno), va maggiormente incontro al rischio di povertà in vecchiaia. Una donna che guadagna meno del suo compagno, di suo padre, di suo figlio, di suo fratello, ne diventa succube. Una donna che non è in grado di formarsi e di assicurarsi un lavoro dignitoso, un pensione sicura (che sono dei miraggi per i proletari tutti, sia ben chiaro) sarà una donna oppressa, una donna dipendente, debole sì ma non per natura, quanto per una condizione economica e sociale di partenza che la vuole mantenere tale.

Circoli Viziosi

Questa condizione di partenza si riflette in altri aspetti dal punto di vista lavorativo: le donne scelgono molto più degli uomini di lavorare part-time, per adempiere a quello che ancora oggi, nel 2016, sembra il loro e soltanto loro dovere imprescindibile: la cura della famiglia. Nonostante si laureino di più dei loro coetanei uomini, le donne, col tempo, complici anche il taglio e la distruzione di ogni servizio di welfare che si occupi dei bambini e degli anziani, scelgono nella maggior parte dei casi di sacrificare la propria crescita lavorativa sull’altare del focolare domestico, con la conseguenza sopracitata di diventare dipendenti dal proprio coniuge – chiunque esso sia e in qualunque modo si comporti nei suoi confronti, che si amino e si rispettino o meno – o comunque di non sviluppare a pieno le proprie capacità e competenze. Questa trappola culturale, che poi si trasforma, di fatto, in una conseguenza pratica (scegliere lavori peggiori, con orari ridotti, meno retribuiti, essere ridimensionate dai padroni, licenziate, cassaintegrate, accettare qualsiasi condizione di lavoro perché il proprio viene visto come stipendio “secondario” nel bilancio familiare, e cosi via) imprigiona gli uomini allo stesso modo: come verrebbe visto un marito che resta a casa a prendersi cura (gratuitamente, esattamente come lo fanno le mogli da secoli) di casa e figli? Quali ripercussioni sociali, psicologiche e nell’interazione di coppia potrebbero scatenarsi da una scelta simile in un contesto culturale in cui è ancora l’uomo a essere considerato quello che deve portare i soldi a casa, quello che deve offrire la cena fuori alla donna, ecc.? Senza considerare, poi, un altro aspetto della questione: anche laddove il lavoro di cura non sia compito delle donne della famiglia, cioè quando le entrate familiari lo consentono, esso viene affidato ad altre donne, provenienti da contesti sociali, economici e geografici (le famose badanti dell’est…) svantaggiati. Come faceva notare la scrittrice Michela Murgia in alcune recenti riflessioni, decine di migliaia di donne – spesso con titoli di studio elevati – lasciano il loro paese, la loro famiglia (altro che Family Day…), i loro affetti, i loro hobby, per venire a fare 6 giorni su 7, 24 ore al giorno, le badanti dei nostri nonni, vivendo un’esistenza di solitudine dietro la corresponsione di un magro stipendio, del vitto e dell’alloggio: donne che sono spinte dalla povertà al pari di molte – non tutte, ovviamente – di quelle che portano avanti gravidanze per altri. Eppure, il loro sfruttamento sembra naturale (un po’ perché ci siamo abituati alla povertà, un po’ perché il lavoro di cura viene considerato un consolidato destino femminile, anche quando si tratta di un lavoro di cura per la famiglie di altre) e suscita molti meno dilemmi etici e dibattiti di quelli che suscita la disponibilità di alcune donne di mettere a disposizione di altri la propria funzione riproduttiva (e, quindi, di riproduzione della forza lavoro). Del resto, chi non ha mai utilizzato i servizi di una babysitter o di una badante o di una cosiddetta «signora delle pulizie»?
In questa situazione, una domanda è d’obbligo: come donne e uomini possono raggiungere una oggettiva parità di condizione economica, sociale e culturale? Noi la risposta la conosciamo, ed è la lotta; ma, ripetiamo, la domanda viene posta sempre più spesso dal punto di vista sbagliato. Non già il sistema capitalistico che genera e alimenta queste differenze viene messo in discussione, anzi; ci si augura, in particolar modo se lo augura una fetta di sinistra imborghesita e che coi ragionamenti di classe ha tagliato i ponti da un bel po’, che sempre più donne sfondino “il soffitto di cristallo” e raggiungano posizioni di potere.
Noi non ce lo auguriamo.
Non vogliamo altre padrone; non sentiamo vicinanza o solidarietà con un’Angela Merkel o con una Hilary Clinton, con una Emma Marcegaglia o con una Condoleeza Rice, con una Christine Lagarde o con una Laura Boldrini per il solo fatto che sono donne che “ce l’hanno fatta”, visto che la loro fortuna si basa sulla povertà e sulla subordinazione di milioni di lavoratori e lavoratrici, di tutto il mondo. Disprezziamo le sfruttatrici tanto quanto gli sfruttatori: sono tutti nostri nemici. Non ci auguriamo, ad esempio, che sempre più donne entrino nelle forze dell’ordine: riteniamo che di sbirri ce ne siano già abbastanza, grazie (e non riusciamo a dimenticare di tutti i casi di abusi in divisa che hanno coinvolto poliziotte o le torture di cui si sono rese autrici le soldatesse statunitensi ad Abu Ghraib: perché essere donna non vuol dire essere migliore).

E da voi chi ci difende?!

Le violenze subite dalle donne, che sono frutto del sistema economico e sociale in cui viviamo da sempre, ma che risultano al centro del dibattito solo da qualche anno, anziché essere analizzate, contestualizzate e risolte alla radice, diventano spauracchi da utilizzare strumentalmente, ad esempio nel dibattito sull’immigrazione. Sempre che esse, ovviamente, non siano commesse da uomini in divisa. Così, un episodio odioso e deprecabile come quello di Colonia di Capodanno (in cui decine e decine di donne affermano di essere state circondate da gruppi di uomini, perlopiù stranieri, e pesantemente molestate) viene ingigantito e agitato come prova fondante del fatto che le frontiere vadano chiuse e che tutti gli immigrati (profughi o no, responsabili di reati o innocenti) rispediti nel proprio paese. A nulla sono valsi articoli e testimonianze che provavano a far luce sul fatto che la violenza sessuale sulle donne sia ben radicata nella cultura occidentale (sempre per quanto riguarda la Germania, si pensi all’Oktoberfest dove frotte di giovani ubriachi, con il beneplacito delle forze dell’ordine, molestano le ragazze presenti al festival). L’episodio di Colonia era troppo ghiotto perché la destra reazionaria (ma anche parti della sinistra) non ci affondasse i denti, agitando lo spauracchio dello straniero stupratore a cui dovrebbe contrapporsi l’uomo occidentale progressista. Le donne, invece, sono sempre «vittime» da proteggere: significativo che le vittime delle molestie di Colonia siano state spesso descritte come «donne sole che trascorrevano la serata di Capodanno». Quel «sole» significa sempre «in compagnia di altre donne»: evidentemente, le donne per non essere «sole» devono essere in compagnia di almeno un uomo. Due o più donne, insieme, non sono due o più persone, ma sono sempre una sola: gli manca un uomo, che le possa proteggere e indirizzare, che le completi insomma. Una prospettiva che fa sorridere amaramente visto che, a bene vedere, è così simile a quella dell’Islam «integralista» che viene rigettato con forza dal «libero occidente».

Riprendiamoci l’8 marzo? Sì, ma tutti i giorni

Quello stesso occidente in cui la liberazione delle donne e degli uomini dai rispettivi ruoli di genere è ben lontana dall’essere raggiunta, troppo spesso purtroppo, anche tra i compagni. Così l’8 Marzo è un giorno che arriva e lascia sempre meno il segno, sia nel dibattito collettivo sia nella pratica militante; pare che tutto sia stato già detto e tutti i diritti conquistati, ma soprattutto sembra che celebrare la legittima lotta per una reale uguaglianza tra i sessi (lavorativa, legislativa, nell’immaginario quotidiano) debba essere onore e onore solo delle compagne donne, quasi si trattasse di una loro questione – e soltanto loro.
Riteniamo invece, e senza falsa retorica, che l’8 Marzo sia anzitutto una giornata di cui recuperare il senso storico: non si tratta, infatti, di una ricorrenza posticcia, che vuole ricordare un incendio inesistente in cui morirono centinaia di donne a Chicago (ancora vittime di violenza di genere e di classe, ma sempre vittime), bensì celebrare quelle donne che, alla testa di un importante corteo nel 1917, sono stata protagoniste coi loro compagni della caduta dello zarismo e dell’inizio della Rivoluzione in Russia. Donne consapevoli del loro ruolo nel mondo e della storia e di conseguenza, donne da ricordare in quanto comuniste e militanti e non come semplici vittime. Persone da cui prendere esempio nel percorso quotidiano di lotta per l’emancipazione, di consapevolezza politica ma anche personale delle proprie capacità e di quello che spetta a tutti noi: una società senza più classi, senza più sfruttamento, senza un costante lavaggio del cervello che, fin da bambini, permette al capitalismo di dirci a cosa possiamo permetterci di aspirare in base al nostro sesso.
Costruire un immaginario diverso su questo aspetto è un compito che i compagni devono cominciare a prendere sul serio; non ci siamo davvero stancati di riproporre nei nostri rapporti interpersonali e politici quegli stereotipi e atteggiamenti che ci perseguitano da tutta la vita? Non vogliamo rigettare a chi da queste differenze trae profitto tutti quei pensieri e quelle azioni che ci portano a pensare «tu non puoi perché…»? Quante volte percepiamo che nelle assemblee parlano molte meno compagne di quante potrebbero, non certo per imposizione esterna ma spesso perché anche dentro le militanti politiche persiste un insieme di insicurezze che sono il portato di una cultura che dovremmo impegnarci a cambiare? Quante volte le compagne sono escluse – spesso inconsciamente – o si autoescludono dai servizi d’ordine o dalle questioni più militanti in base all’idea sotterranea di una maggiore debolezza femminile? Quante volte i compagni, invece, si sentono spinti a fare il contrario per non tradire la virilità che ci si aspetta da loro? Se anche tra le compagne non è fermo il principio dell’autodifesa, come possiamo pensare che esso possa essere abbracciato dal resto delle donne?
A questo proposito il nostro pensiero non può che andare all’esempio del Black Panther Party, le cui militanti si sono trovate a fare politica – spesso da dirigenti – in un contesto culturale storicamente sessista. Bellissime sono alcuni passaggi di Bobby Seale in Cogliere l’occasione:

La cosa principale da capire era che nessuno poteva arrogarsi il diritto di dare della controrivoluzionaria a una sorella per dei motivi personali, o anche solo dire di doverle difendere. Per noi anche le sorelle sono rivoluzionarie, e anche loro devono essere capaci di difendersi da sole come facciamo noi; e devono imparare a sparare come noi, perché ai porci del sistema non fa nessuna differenza che siano donne, le brutalizzano tanto quanto gli uomini. Credo che da quando la struttura di potere ha cercato di eliminare Erica Huggins, i compagni hanno cominciato a rendersi conto che le sorelle possono essere arrestate come loro, e questo la gente della comunità l’ha costatato in occasione della sparatoria di Los Angeles, a cui parteciparono anche le sorelle, combattendo e difendendosi alla stessa stregua dei nostri uomini. Un sacco di maschi della comunità nera che avevano sempre pensato alle donne come qualcosa di inferiore […] hanno cominciato a vedere che gli esempi portati avanti dal BPP sono più progressisti. Ci vedono combattere e vincere ad alto livello, e trattare con le sorelle su un piano di eguaglianza. I fratelli della comunità vedono che le sorelle non ci vogliono opprimere, ma essere alla nostra pari. Vogliono essere trattate come esseri umani. […] Se una si prende l’incarico o la responsabilità di fare qualcosa, i fratelli eseguono i suoi ordini e non dicono «Non sto a sentire quello che dice una donna». [pp. 311-312]

Dopo queste parole, la domanda resta una sola. Non vogliamo smetterla, FINALMENTE, con la retorica del “Riprendiamoci l’8 Marzo” e cominciare a riprendercelo sul serio, tutti i giorni di tutti gli anni, fino a che la nostra lotta non sarà vinta?

 

Per approfondire:

Riprendiamoci l’8 marzo! (a cura dei compagni della Mensa occupata di Napoli)

Il lavoro come tema centrale dei rapporti sociali tra sessi (di Elsa Galerand e Danièle Kergoat)

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2 comments to 8 Marzo: qualche considerazione di classe

  • valentina

    Noi lottiamo ogni giorno per ogni piccola libertà’ che sentiamo di volere e dovere ottenere. Negli stereotipi del mondo del lavoro, in quelli amicali in cui le battute sessiste non mancano mai, nelle gradinate di uno stadio in cui per insultare il calciatore avversario si nominano madri o sorelle, la moglie dell’arbitro o del guardalinee… c’è un sessismo culturale che serpeggia in ogni ambiente; una “simpatica”retorica sul nervosismo dovuto al ciclo o alla mancanza di sesso per una donna. Sono quasi certa che in questi tranelli quotidiani ci siete caduti anche voi e non per ottusità’ o machismo, semplicemente perché’ l’abitudine diventa cultura e la cultura diventa norma e poi magari pure legge(es delitto d’onore). E’ questo che a volte ferisce di più’, sentire battute dove non dovresti, da compagni stimati che quasi senza accorgersene assumono toni e ironia da caserma. Le lotte per i grandi diritti facciamole insieme ma ricordiamoci di cambiare il quotidiano, e’ da li’ sempre che bisogna partire…TEORIA E PRASSI, ogni giorno!

    • Militant

      Pensiamo che tu abbia ragione. Il sessimo culturale serpeggia in ogni ambiente, anche nel nostro: è questo che abbiamo detto nell’articolo che, infatti, non è un “J’accuse”, quanto (speriamo) uno spunto per una riflessione autocritica, che dovrebbe coinvolgere tutti e tutte. I tranelli quotidiani, come dici giustamente tu, sono quotidiani (pure – e qui lo diciamo per onestà intellettuale – se meno frequenti tra compagni e compagne che nel resto del mondo). Ad esempio, però, pensiamo che in uno di questi “tranelli quotidiani” ci sia caduta anche tu: il tuo commento sembra rivolgersi (diciamo sembra, magari è solo un’impressione ingiustificata) a dei compagni maschi, il che stride con il fatto che oltre un terzo del collettivo sia composto da compagne. Visto che non pensiamo che tu abbia voluto rivolgersi solo a una parte del collettivo, probabilmente l’idea di rivolgerti a un gruppo di uomini è uno di quei “tranelli culturali”.

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