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A Panebianco…

Negli ultimi 3 giorni il Corriere della Sera ha dedicato complessivamente ben cinque pagine alle contestazioni subite da Angelo Panebianco. Per avere un’idea delle proporzioni e dell’unità di misura con cui pesa le notizie il principale quotidiano italiano basti pensare che poche settimane prima la strage di 86 nigeriani a Dalori per mano di Boko Haram si era meritata niente di più che un trafiletto nascosto nelle pagine interne. Cosa sarà successo allora di così grave all’Università di Bologna da meritare tanto inchiostro? Forse uno dei reati più gravi in un Paese come il nostro: quello di “lesa maestà”. Come dimostrano le immagini circolate in rete Panebianco non ha subito alcuna “aggressione”, ma si è visto contestare, giustamente e legittimamente,  le proprie opinioni guerrafondaie da un gruppo di studenti e compagni. E questo è inaccettabile, anzi, è pericolosissimo, perchè crea un precedente. Eppure la possibilità di dire pubblicamente la propria e contestare le idee di chi esercità il potere dovrebbe essere il sale di quella democrazia liberale che tanto sta a cuore proprio al professor Panebianco e a quelli come lui. Anche perchè ciò che gli viene contestato non è il suo ruolo di docente universitario (ed anche in questo caso sarebbe più che legittimo farlo), ma quello che scrive come opinionista politico dalle colonne del più influente organo di stampa italiano. Lo strumento che insieme ad altri contribuisce ad orientare l’opinione pubblica in merito ad una possibile guerra il Libia, quella si “violenta”. Quindi se c’è una libertà d’opinione da difendere è proprio quella degli studenti (per cui oggi vengono invece richiesti a gran voce provvedimenti disciplinari e penali) e non certo quella di un barone che oltre alle idee guerrafondaie ha dimostrato di conservare una concezione autoritaria e gerarchica dell’insegnamento. Con sprezzo del ridicolo, dopo aver rievocato il ’77, le intimidazioni, la violenza politica, ecc. ecc, ieri il Corriere titolava a tutta pagina che finalmente erano stati identificati gli autori del raid contro Panebianco. Verrebbe da rispondergli che i raid, quelli veri, sono proprio quelli che evocava Panebianco in Libia. Quelli in cui muoiono migliaia di persone per tutelare gli interessi dei padroni del giornale su cui Panebianco scrive. Ma tanto già sappiamo che sarebbe fiato sprecato.

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5 comments to A Panebianco…

  • Alessandro

    Secondo me su questa vicenda andrebbe organizzata una campagna d’opinione rilevante, perchè sta passando il messaggio che il “pensiero politico moderato”, quello borghese reazionario, non possa essere contestato. Il problema di Panebianco non è quello di essere contestato in quanto accademico, ma in quanto portavoce di un pensiero politico, e per definizione ogni pensiero politico può e deve essere soggetto a critica, anche radicale se necessario. Non c’è stata alcuna violenza nella contestazione, nessuna forma di illegalità vera o presunta, solo il giusto contraltare tra chi ha la possibilità di scrivere su di un giornale nazionale, quindi ascoltato e letto da milioni di persone, e chi, in assenza di quei mezzi, riafferma una possibilità di ascolto e di presenza politica. E’ la normalissima logica democratica, niente di più, eppure la stanno facendo passare come violenza politica, come ritorno agli anni di piombo, come negazione del pensiero.

    Secondo me i compagni di Bologna oggi sotto attacco dovrebbero convocare un corteo nazionale, perchè la questione è nazionale, non locale, ci riguarda tutti perchè siamo tutti sotto attacco. Hanno ragione, e devono rivendicare questa loro ragione. E va data una prova di forza, chiamando alla solidarietà tutta quella sinistra che a parole si dice radicale e che nei fatti latita nella solidarietà. Oggi è il momento di contarsi, perchè la violenza mediatica e politica e repressiva scatenata contro compagni che hanno avuto l’idea di contestare il barone universitario e reazionario politico va spezzata attraverso un moto di solidarietà nazionale. Per non lasciare soli quei compagni, ma anche per non ritrovarci soli tutti quando accadranno altri momenti simili. Per difendere il diritto di replicare momenti simili, che sono il cardine di ogni processo davvero democratico.

  • Si ricorderà che nel 2003 gli USA aggredirono l’Iraq col pretesto delle “armi di distruzione di massa”, calpestando allegramente l’evidenza e trattando come pezze da piedi le istituzioni internazionali.
    Nel “paese” dove mangiano maccheroni il mainstream rafforzò la tendenza già in atto dal giorno in cui un dimesso ingegnere saudita aveva attuato uno spregiudicato intervento urbanistico su New York, e contestare (o, peggio, deridere) la politica aggressiva degli Stati Uniti, specie se fatto con cognizione di causa, divenne motivo di stigmatizzazione e di messa al bando.
    Contro gli yankee poteva mettersi solo chi coltivava nostalgie inconfessabili: non era realisticamente possibile illustrare la demenzialità della loro politica senza essere marginalizzati.

    Adesso è in preparazione un altro democracy export e i gazzettieri sanno bene come devono comportarsi. Nel 2003 il fronte interventista contava un enorme numero di ben vestiti, di mezzibusti e di fannulloni di vario ordine. A fronte dei “successi” di quella impresa da mentecatti non ce n’è stato uno che non si dice abbia cambiato mestiere, ma neppure abbia dimostrato un minimo di resipiscenza e di rammarico.
    In quegli anni, la considerazione delle persone serie era del tipo “Non solo perderete la guerra, ma gli iracheni troveranno più gusto a sparare nelle vostre terga piuttosto che ai fagiani”. L’auspicio è che i libici, allo stesso modo, rendano la mercanzia difettosa all’esportatore, addebitandogli ovviamente anche le spese di trasporto…

  • mirafiori

    Ci risiamo.In questi tempi immondi la politica torna a sedersi con sempre maggior frequenza al tavolo con le alte cariche militari per risolvere a suon di bombe il problema scatenato dalla guerra precedente e per farne sbocciare un altro a cui si rimedierà con un nuovo conflitto armato tra qualche anno. ogni guerra, è ormai chiaro a tutti, getta le basi per quella successiva. dai primi bombardamenti su Kabul della decade passata, senza arrivare a spingerci ancora più in dietro, fino al giorno d’oggi ogni cosa toccata dall’Occidente si è automaticamente, irrimediabilmente, mutata in merda totale, contribuendo a rendere il Medio Oriente quello che è: un lago di sangue in cui allevare, armare, finanziare i vari nemici del futuro contro cui procurar battaglia in un circolo vizioso senza scrupoli. a che scopo? è la guerra stessa lo scopo, la guerra permanente che torna a divenire prepotentemente il motore primo di una Storia ormai sempre più perversa. La Nato ha trasformato la Libia in un macello a cielo aperto e adesso tutti a rincorrersi per tornare a tirare bombe, per gareggiare a chi le tirerà più lontano per andarsi a spartire la torta in questione; rabbrividisco già solo al pensiero di quello che ne verrà fuori adesso. l’Italia alla ricerca del suo posto al sole prova a mettere su la sua macchina imperialista per non essere da meno e per racimolare qualcosa in un paese che storicamente ritiene suo per diritto. Eppure c’è un nome che speriamo si innalzerà dalle dune e dai sobborghi di Tripoli come un fragoroso tuono di guerra e che di certo non la farà passare liscia agli eredi di Graziani rivestiti in salsa PD: OMAR AL MUKTAR! noi siamo con lui!

  • Luigi

    Sfondate una porta aperta cari compagni di Militant.
    L’informazione, i massmedia sono rigorosamente gestiti dai dominanti di questa società.
    Quella di stravolgere o mistificare la realtà, è il loro pane quotidiano.
    Va bene la denuncia, ma se invece vi state meravigliando nei confronti del comportamento del Corriere della sera, allora siete ingenui.

    Saluti.

  • Corriere della sera: un covo di criminali!

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