APPUNTAMENTI

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Comitato per il Donbass Antinazista


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

2 June :
1946 Con un referendum istituzionale gli italiani decidono di trasformare l'Italia da monarchia a repubblica (12.717.923 voti contro 10.719.284).

STATS

Il pessimo esempio dei “buoni cittadini”

 

Abbiamo più volte avuto l’occasione di prendere parola sul tema, sempre più ricorrente, dello stato di malversazione della città di Roma, dall’assenza di manutenzione delle strade e delle aree verdi alla scarsa qualità dei servizi pubblici e, più in generale, della vivibilità stessa della capitale. Attraverso il lavoro e le lotte della Lista dei Disoccupati e Precari del VII Municipio siamo riusciti ad individuare problematiche, responsabilità e possibili soluzioni che possano essere utili, tanto alla risoluzione di quest’annosa questione, quanto ad un allentamento del dilagante problema della disoccupazione massiva: gli scioperi alla rovescia, durante i quali i disoccupati di diversi quartieri (Cinecittà, ma anche Primavalle e Montemario) hanno riqualificato aree cittadine lasciate all’abbandono e al degrado, hanno voluto dimostrare che le due problematiche possono avere una risoluzione comune. Lo slogan che abbiamo agitato è stato proprio questo: il lavoro da fare sul territorio c’è, e anche i disoccupati disposti a svolgerlo, in modo dignitoso, equamente retribuiti e garantiti. Il problema, dunque, risiede tutto in un’evidente mancanza di volontà politica. Infatti le rivendicazioni che, all’interno del progetto di lotta della Lista Disoccupati agitavamo, erano chiare ma poco allineate a quelli che erano i progetti che i Governi (qui parliamo nello specifico dell’amministrazione capitolina, ma sappiamo bene che la direzione è nazionale e sovranazionale) avevano in serbo per il servizio pubblico.
Ma procediamo con ordine. La retorica galoppante sul malfunzionamento del servizio pubblico è ormai parte integrante dell’immaginario comune (vedi il successo del film “Quo Vado”), alimentato dalla gogna mediatica e giudiziaria abbattutasi sugli impiegati assenteisti o cosiddetti “fannulloni” (e ricordiamo la vicenda dei Vigili urbani assenti nella notte dell’ultimo dell’anno di ormai due anni fa), e puntando, dall’altro lato, sui principi della meritocrazia, della competitività e della produttività; la degenerazione di questo “sentire comune” è stata sotto gli occhi di tutti ed è, ancora oggi, all’ordine del giorno sulle pagine di cronaca: dipendenti, operai o autisti dei mezzi pubblici aggrediti e denigrati, lavoratori che hanno attirato su di loro il malcontento sociale dell’utenza che vive, sì, un disagio profondo nella gestione dei propri tempi e delle proprie condizioni di vita e lavorative, ma che non riesce ad inquadrare il gioco dei ruoli in campo, tra chi di questo disagio è responsabile e chi ne è vittima tanto quanto loro. La ricaduta consequenziale a questo ragionamento sarà, secondo l’ottica neoliberista, che nel momento in cui il pubblico non funzioni sarà necessario privatizzare; in altre parole, l’attuale modello dei rapporti produttivi ha interesse affinché il pubblico non funzioni (a causa della malagestione da parte della dirigenza e della mancanza di finanziamenti da parte degli organi governativi, certamente non perchè un impiegato si assenta alcune ore dal giorno di lavoro o perchè il macchinista della metropolitana si rifiuta di far prendere servizio ad una vettura non in regola) per poter porre come alternativa pronta il privato, più costoso, con meno garanzie e tutele, non curante della preminenza dell’interesse della pubblica utilità del servizio rispetto a quella del guadagno dell’azienda (come dovrebbero invece essere quelle pubbliche), ma votato piuttosto alla logica opposta, quello dell’estrema competitività nei servizi pubblici essenziali.
Questa lunga premessa è funzionale ad un’analisi, che vorremmo qui esporre, circa il recente fenomeno del volontarismo dei “buoni cittadini” che si attivano per la manutenzione e la riqualificazione dei territori, al fine di sopperire alle carenze del pubblico servizio, fenomeno ormai confluito per la maggior parte nell’associazione “Retake”, che pare riscuotere maggior successo nella città di Roma. Si tratta di cittadini che volontariamente si occupano di ripulire strade e aree verdi, ma anche di imbiancare i muri dei luoghi pubblici (metro, stazioni etc.) e rimuovere gli adesivi. Premesso il fatto che non riteniamo che il degrado di una città si rilevi dal quantitativo di scritte sui muri o di adesivi che vi sono attaccati, ma piuttosto dall’assenza di occupazione, servizi e manutenzione, il fenomeno in oggetto non va sottovalutato poiché perfettamente in linea con la logica neoliberista delle politiche governative degli ultimi anni, e perchè sta fungendo da iniettore di dinamiche e scelte politiche che altrimenti apparrebbero inusitate e impopolari. Lo denominiamo “fenomeno” poiché abbiamo più volte assistito, nell’ultimo periodo a partire dal famoso articolo del New York Times sul problema del degrado e dei rifiuti nella capitale, ad una levata di scudi da parte dei “buoni cittadini” (tra cui diversi personaggi famosi ed esponenti politici) a difesa del decoro della propria città, sdoganando la logica per cui sono i cittadini a dover sopperire alle mancanze delle pubbliche amministrazioni e aziende; coerentemente con gli interessi di cui si fa portatore, anche la portata mediatica, pubblicitaria e di sponsorizzazione nelle scuole che ha riscosso è stata sproporzionata. Ma c’è di più: è di pochi giorni fa la notizia che, dopo collaborazioni e protocolli d’intesa con Confcommercio e, badiamo bene, con LUISS ENLAB (il più grande acceleratore di start up in Italia), Retake Roma e AMA hanno firmato un protocollo d’intesa per la manutenzione delle aree cittadine della capitale. Di cosa parliamo nello specifico? I volontari di Retake si propongono di offrire fino a cinque interventi mensili, a titolo totalmente gratuito, nelle aree bisognose di manutenzione, con l’ausilio di AMA che si limiterà a fornire loro l’attrezzatura necessaria e a smaltire i rifiuti solidi urbani prodotti. Sostanzialmente dunque l’AMA, municipalizzata in crisi e in via di privatizzazione (ricordiamo le proteste degli operai e della lotta del COA, che abbiamo attivamente supportato) esternalizza uno dei servizi di propria competenza e lo affida ad un’associazione di volontariato, sottraendo mansioni lavorative ai propri dipendenti ed usufruendo di “operai a costo zero”, peraltro privi di assicurazione (Retake solleva AMA dalla responsabilità e dall’indennizzo in caso di infortunio dei propri volontari). Da un lato si sottraggono competenze (e possibilità di lavoro che, solo teoricamente, dovrebbe essere retribuito e tutelato) alla municipalizzata, dall’altro si sdogana la logica neoliberista per cui, quando il pubblico non funziona, sono i cittadini dotati di buon senso civico a dover sopperire con opere di volontarismo, senza domandarsi nè chi sarebbe competente ad assolvere questo compito, nè che tipo di lavoro stiano svolgendo e in quali condizioni, nè tantomeno (lungi da noi l’intenzione di ergerci a difensori del sistema tributario, profondamente iniquo, sproporzionato e mal gestito) per quale motivo si debbano versare ingenti somme nei cassetti tributari per usufruire di un servizio svolto dagli stessi cittadini a costo zero. E il tutto, quando finanche il poliziotto-prefetto-commissario Tronca ha evidenziato nel Dup come al Comune di Roma e alle sue aziende municipalizzate manchino strutturalmente ottomila (8.000) dipendenti, la causa primaria del malfunzionamento cittadino anche rispetto alla questione “decoro urbano”. Infine ci preme evidenziare il tentativo di falsa spoliticizzazione dell’associazione Retake che, mentre con una mano agisce avallando le politiche governative, con l’altra tenta di sviare il dibattito politico sulle elezioni amministrative capitoline e sul programma di governo della città ripiegando sul problema del tappezzamento in città dei manifesti elettorati. Al buon cittadino che è pronto a lavorare gratuitamente prendendo il posto del pubblico operaio, al contrario incompetente o svogliato (quando non precario, non garantito, privato del diritto di sciopero o in via di licenziamento o mancato rinnovo contrattuale), non interessa che la città di Roma sia commissariata e che il futuro sindaco abbia le mani legate (anche se dubitiamo di un’eventuale volontà politica) rispetto al programma di governo della città, già previamente stabilito all’interno del Dup linearmente alle direttive politiche europee. L’importante è che la città non venga riempita di manifesti elettorali (il nome della campagna è “non votare chi sporca”, unica discriminante nella scelta della propria preferenza elettorale). Guardare il dito per non guardare la luna.

33936 letture totali 4 letture oggi

8 comments to Il pessimo esempio dei “buoni cittadini”

  • Gert

    Importante segnalare questa “logica” che ormai pervade qualsiasi ambito, sono ormai onnipresenti sulle reti televisive quei disgustosi spot che invitano i “cittadini” a farsi carico di tutti i “mali del mondo” povertà, siccità, fame, guerra..in questa narrazione questi non sono epifenomeni di un sistema socio-economico al collasso e nemico dei popoli, ma una responsabilità da roveciare in capo ad ogni singolo cittadino, il quale deve introiettare il senso di colpa di non fare niente per fermarli. Spot immondi, mandati (preferibilmente) nelle ore dei pasti, per ricattarci emotivamente e raccogliere le nostre “elemosine”. Ormai sono sempre più convinto che, salvo rare eccezioni, le associazioni no-profit e di volontariato siano una delle gambe più importanti sulle quali si sostiene il sistema!

  • Alessandro

    Ovviamente il contraltare ideologico alla narrazione per cui i problemi del mondo si risolvono “rimboccandosi le maniche” attraverso il volontariato è che tali problemi (inquinamento, disastri ambientali, spreco di acqua o cibo, riscaldamento globale, demografia impazzita, malagestione dell’economia pubblica, eccetera) siano responsabilità dei comportamenti individuali sbagliati. L’individualizzazione dei problemi del capitalismo è una delle chiavi retoriche principali di questi ultimi decenni, deresonsabilizzando il sistema di sviluppo e incolpando viceversa i comportamenti individuali.

  • Ottimo articolo, condividiamo in pieno tutto il vostro ragionamento. Noi di Agoa abbiamo trattato l’argomento “intenzionalmente” in modo leggero, lo abbiamo fatto con l’intento di lanciare un sassolino nel mare di questo sistema.

    Voi lo avete sviscerato benissimo centrando tutti gli argomenti.
    Continueremo a seguirvi nel vostro lavoro, ottimo come sempre
    Un piccolo contributo: nello statuto di retake all’art 4 punto 6 recita con espressa esclusione di attività, svolte in maniera abituale, relative alla raccolta e al riciclaggio dei rifiuti urbani, speciali e pericolosi.

    Pertanto l’accordo in joint venture siglato con Ama cozza con lo statuto.

  • Alessio

    Da aggiungere le sanzioni contro i fumatori e chi getta le cicche per terra, che rientrano perfettamente in questa logica di autoresponsabilità liberale. Stesso discorso di interiorizzazione lo svolgono, ovvio, le telecamere.

    Però sbagliate grossolanamente a pensare che siccome c’è necessità di manutenzione della città, questo può essere un modo per lenire la disoccupazione. In generale il funzionamento dei servizi pubblici (pulizia, viabilità, scuole, lampioni, sanità etc. etc.) si fonda sulla fiscalità generale. Non stiamo parlando di attività che creano ‘valore’ (accumulazione) in senso economico. Se lo Stato finanziasse diffusamente queste attività produrrebe solo inflazione (chiaramente parliamo di uno sfondo fatto di debito e bolle finanziarie quando la produttività non produce storicamente quasi più profittabilità).

    Forse le attività di volontariato tipo Retake avrebbero un senso se si accompagnassero a una disobbedienza nei confronti della tassazione (e quindi della forma denaro), ma, a parte che i retakers sono boyscouts rintronati, si rischierebbero pure derive populisteggianti coi mafiosi (i settori in nero) a issare le bandiere della protesta.

  • Militant

    @ Alessio

    Se c’è “necessità di manutenzione della città”, come pensiamo e come d’altronde pensa anche Tronca leggendo il Dup, chi dovrebbe attuarla questa manutenzione se non dei lavoratori preposti a questo? Perchè l’alternativa è farla mantenere attraverso i canali del volontariato, del lavoro nero, o lasciandola all’incuria, come infatti è nella realtà, processi che d’altronde favoriscono la privatizzazione dei servizi. Invece la soluzione è l’aumento dell’occupazione, perchè non solo risolve il problema della manutenzione e della gestione della città, ma riavvia pure la domanda interna aumentando i salari. Più in generale l’obiettivo dovrebbe per l’appunto essere la piena occupazione, e soprattutto nel settore pubblico, non in quello privato. L’aumento dell’inflazione legato all’aumento dell’occupazione è il mostro ideologico che le politiche liberiste agitano contro ogni aumento dell’occupazione. Non diciamo sciocchezze.
    “Disobbedienza dei confronti della tassazione”? Ma stiamo scherzando? Il problema non sono le tasse di per sè, ma il fatto che in questi anni si sono trasformate da strumento di redistribuzione del reddito dall’alto verso il basso a strumento di redistribuzione dei profitti dal basso verso l’alto. L’attuale quadro fiscale impoverisce i già poveri per salvaguardare gli interessi di chi invece possiede di più. Questo, semmai, il problema, non solleticare l’evasione fiscale scimmiottando il berlusconismo antistatale. E’ la politica fiscale liberista il problema, non “le tasse”.

  • Alessio

    Militant,

    dunque non esiste crisi, è solo un problema di sottoconsumo. Ossia: é solo un problema ‘politico’. Secondo voi bisognerebbe lottare per la piena occupazione, cioè per continuare a produrre e vendere merci, cioè continuare col capitalismo (ma che il lavoro sia l’essenza del capitalismo, cioè la sostanza del valore va spiegato? e che quindi bisogna liberarsi dal lavoro?).

    Siamo d’accordo nel contrasto alle privatizzazioni (dei servizi essenziali, come per es. sanità e trasporti), alle svendite per fare cassa. Ma in un’ottica realmente comunista, cioè di superamento della ‘ricchezza astratta’ (la forma merce, la forma denaro, la forma soggetto concorrenziale guadagna-denaro). Storicamente è ormai chiaramente questo il livello della contraddizione, perché l’espansione del mercato è finita: la crisi è mondiale (o credete a Cina e Russia?). Ma secondo voi le masse bibliche di immigrati sono il risultato di una “malvagia volontà politica di profitto” o del crollo sul mercato mondiale di intere aree sul pianeta?

    Privatizzazioni e finanziarizzazioni non sono il prodotto della volontà ideologica neoliberista, ma è l’ideologia neoliberista a costituire l’ultima ratio di una produzione (economia reale) che non può produrre più profitto, perché non fa crescere più lavoro (sostanza del valore).

    Ma voi siete keynesiani antineoliberisti o comunisti? Dovreste chiarirvi con voi stessi.

    Comunque, il punto è questo: contrastare le privatizzazioni può essere efficace solo se si accetta la realtà dei conti (il debito) proprio per liberare i servizi dal fatto che possono essere erogati solo se finanziabili. Se si accetta la logica della finanziabilità si sarà sempre ricattati, proprio perché i conti (il debito) affermano che non ci sono i soldi neanche per tagliare l’erba di un giardino pubblico, e questo perché la crisi dell’economia reale (e dell’occupazione) vede la fiscalità generale assottigliarsi.

    Insomma, non si può continuare davvero a credere all’ubbia del <>: senza soldi, la politica, che all’osso è semplicemente solo una variabile dipendente dell’economia (una sua funzione), non ha più margini di manovra e soccombe all’imperativo sistemico di salvare il salvabile del modo di produzione moderno (dunque: bolle speculative, privatizzazioni, ideologia dell’autoresponsabilità etc. etc. etc.).

    La stessa trasformazione della composizione sociale dei movimenti in agenti della circolazione con la partita Iva, ideologicamente “nemici delle banche” (sigh) e della finanziarizzazione (sigh) per poter riprodursi nella propria esistenza piccolo borghese, e la loro sistematica concertazione con la politica locale dovrebbe accendere una lampadina a chi ancora non ha abdicato dal pensare.

    Ma insomma, se pensate che ci siano settori di crescita, un nuovo fordismo all’orizzonte che produrrà lavoro di massa (il nuovo proletariato dalle mani callose) e relativa compravendita (cmque distruggendo il pianeta, perché ci sarebbe un problemino anche ecologico), attendo che lo mostriate.

    Altrimenti di che state a parlare? Di sottoconsumo? Cioè secondo voi se io imprenditore in Serbia ti pago 300 euro al mese è perché mi voglio mangiare i soldi, perchè si è imposta la mia ideologia neoliberista? Suggerirei un po’ di materialismo.

    Ripeto: essere antineoliberisti e redistributivi NON E’ ESSERE ANTICAPITALISTI! E’ (inutile) nostalgia del fordismo.

    Un saluto a voi.

  • Militant

    @ Alessio

    Il tuo messaggio è talmente confuso da risultare ostico trovare il bandolo della matassa per sbrigliarlo e immaginare una possibile risposta. Sommi mele e pere, fai un calderone di argomentazioni contraddittorie tra di loro, inserisci in una cornice completamente sbrindellata pezzi di discorso veri, altri equivoci, altri completamente sballati, partendo da presupposti falsi e/o che non abbiamo mai detto/scritto, e da quei presupposti costruisci castelli concettuali privi di fondamento e che si possono avverare solo in base ai suddetti presupposti che esistono solo nella tua testa. Per adesso passi, ma se il livello di provocazione è quello espresso, con questa risposta ti salutiamo qui.

    Parti accusandoci di aver detto, espressamente o implicitamente, che la crisi sia da “sottoconsumo” (dove lo hai letto?); evochi un sillogismo (piena occupazione=infinita produzione di merci), che è tale solo nella tua testa, di certo non nella nostra; continui affermando che “il lavoro sia l’essenza del capitalismo”, cosa che farebbe ridere anche uno studente del ginnasio, confondendo il concetto di *lavoro*(che è l’espressione materiale della natura cooperativa dell’uomo) con il *lavoro salariato*(che è invece il cuore della relazione tra modello produttivo capitalista e forze produttive); concludi infine il tuo impetuoso incipit affermando gagliardamente che bisognerebbe “liberarsi dal lavoro” (all’anima dell’analisi materialistica!), e non, più correttamente, dal *lavoro salariato”.

    Seguendo il tuo ragionamento, descrivi il fenomeno migratorio come provocato dal “crollo del mercato mondiale”, quando semmai i fenomeni migratori confermano l’esatto opposto: che il mercato mondiale ha raggiunto picchi di produttività talmente elevati che ha costante necessità di manodopera da dislocare nei suoi apparati produttivi. Detto per inciso, la crisi non deriva da “crolli del mercato”, ma da un sistema produttivo che non riesce più a valorizzare i capitali investiti, è presente cioè una crisi di profitto, non di capacità produttiva.

    Termini infine da dove hai cominciato: accollandoci pensieri mai detti: “pensate che ci siano settori di crescita”, “un nuovo fordismo”, eccetera, confondendo le politiche di *piena occupazione*, che dovrebbero essere la base materiale di ogni visione socialista della società, con il pieno dispiegamento in senso capitalistico delle forze produttive, un sillogismo presente solo nella tua testa, perchè non verificato nè dall’economia “borghese” nè da quella marxista. La piena occupazione è uno degli strumenti attraverso cui, storicamente, riequilibrare il rapporto di forza tra capitale e lavoro. Ma questo tu non lo sai, perchè pensi, forse ingenuamente forse no, che bisognerebbe “liberarsi dal lavoro”.
    Saluti

Lascia un Commento

  

  

  

You can use these HTML tags

<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>