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Riprendiamo dal blog Ceci ne pas un blog del nostro amico @zeropregi un’interessante riflessione sull’attuale stagione di sgomberi minacciata dal Commissario Tronca. Qui il link

Da alcuni mesi a Roma stanno arrivando lettere di sgombero a tutte le associazioni — centri sociali compresi — che negli anni hanno ottenuto un’assegnazione o una pre-assegnazione, frutto negli anni 90 della lotta per l’ottenimento della famigerata delibera 26; fu un percorso tortuoso che all’epoca portò a una spaccatura tra i centri sociali romani.

Oggi, dopo Auro & Marco e Casale Falchetti anche ad Esc è arrivata la letterina di Tronca & Co. in cui si chiede la riconsegna dei locali e il pagamento degli affitti arretrati. Senza dimenticare la storia del Corto Circuito sotto sgombero e alle prese con sigilli vari da ormai un paio d’anni. Che fosse una storia paradossale ce ne siamo accorti un mese fa quando ad Auro & Marco arrivò lo sgombero e il pagamento di quasi 6 milioni di euro. Sì 6 milioni di euro. Secondo il Comune di Roma infatti le attività del centro sociale di Spinaceto, palestra popolare in primis, non hanno nessun valore sociale e gli scantinati di quei palazzi popolari hanno raggiunto in 15 anni il valore di milioni di euro. Che Tronca & Soci siano rimasti alla Spinaceto di Nanni Moretti?

Il tutto nasce da una iniziativa della giunta Marino che brandendo in mano la bandiera della legalità (attraverso l’assessorato al patrimonio) ha voluto rimettere a bando tutti gli spazi concessi negli ultimi 15/16 anni. Nessun riconoscimento per i percorsi di lotta, di riqualificazione degli spazi stessi (alcuni costati agli occupanti decine di migliaia di euro oltre a diverse denunce), come se fosse tutto uguale, come se una storia di 15/20 anni fosse monetizzabile. Del resto quello che sta accadendo agli spazi sociali va letto in un’ottica complessiva: le occupazioni abitative non stanno messe meglio, ai lavoratori/trici del Comune sta arrivando il taglio del salario accessorio, il destino degli asili nido romani è la privatizzazione (così come di molti beni immobili) e le aziende di servizio (Atac in primis) vanno di corsa verso quel fallimento che agognano in molti, Acea è a un passo dalla privatizzazione totale (nonstante l’esito referendario), senza parlare dell’estenuante lotta che da anni portano avanti i lavoratori dei canili di Roma i quali dopo essere riusciti ad imporre, nelle trattative, il mentenimento del servizio, hanno visto buttare al cesso quanto ottenuto non appena insediato Tronca, tral’altro durante le vancanze di Natale.

L’offensiva legalitaria nella Roma commissariata rischia di spazzare quella rete sociale formatasi faticosamente negli ultimi 20 anni. Il privato viene assunto a salvatore del bene anche se non sarà più comune; del resto chi si sente di condividere qualcosa in questa città sempre più alienante e disgregata? Su molti argomenti sopra citati si potrebbe andare a fondo e si potrebbe parlare delle dinamiche preoccupanti ormai evidenti all’interno dei vari aspetti che investono Roma oggi, ognuno di questi esemplare e che in qualche modo riconferma e rimette al centro il tema della “decisionalità” .

Si è pensato, forse ingenuamente, che con l’insediamento di Tronca molti processi di questi non si sarebbero bloccati, ovviamente, ma quantomeno sarebbero rimasti “in pausa” fino a nuove elezioni. Vediamo invece che accade esattamente il contrario, ovvero con Tronca vi è stata un’accellerazione evidente in tutti gli ambiti e in particolare nei processi di privatizzazione. E’ una cosa scontata da dire ma su cui forse concentrarsi di più. Da una parte perchè dovrebbe risultare scandaloso che un uomo che rappresenta lo stato, un commissario, favorisca la svendita del patrimonio pubblico (quindi dello stato) ai privati, dall’altra perché oramai ci stiamo abituando al fatto che sia “tranquilla” che non esista democrazia in questo paese, si governa senza problemi in assenza di elezioni. Come dire, per noi che siamo “comunisti” parlare di democrazia è sempre stato imbarazzante ma il fatto che questa venga sostituita e non ci sia un moto di indignazione neanche dei più sinceri democratici è qualcosa che và interpretato nella sua più totale complessità.

Ciò non avviene solo a Roma, come è evidente, ma sta diventando un modus operandi del governo delle città. D’altronde non è neanche un caso che a Roma si è arrivati a questo e in questo modo, al culmine della peggiore esperienza di governo di centrosinistra, fragorosamente dissolto sotto i colpi di mafia capitale e di un sistema, quello romano, sotto gli occhi di tutti.

La sensazione è che, forse, questo “valore sociale” dei centri sociali, per quanto reale, non riesce oggi ad essere rappresentativo di una parte significativa della società, neanche di quella che portò, appunto, anni fa alla famosa delibera 26.

Eppure ancora una volta potrebbe essere l’occasione per ribaltare il pensiero comune, per riformare quella rete sociale che va dalle occupazioni agli spazi sociali passando per quei gruppi, collettivi, lavoratori/trici, che questa città la vivono in maniera attiva e non passiva. Un discorso che sia di classe e che sappia tornare a parlare in quei territori dove la frattura c’è stata per ricomporne una che non sia solo funzionale “ai servizi” che uno spazio sociale offre. Forse è necessario ricostruire una identità forte, far ritornare pubblico un discorso sulla città ed imporre oltre a una controproposta credibile per noi stessi e per tutta quella parte della città che non ha né strumenti alternativi credibili e che non è conivolta e non ha voce nelle decisioni che vengono prese dalle istituzioni.

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