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Visioni Militant(i): Il vento fa il suo giro, di Giorgio Diritti

 

Ha senso recensire un film del 2005, undici anni dopo? Dipende. In questo caso, ci sentiamo di fare un’eccezione per alcune precise ragioni. In primo luogo, perché nonostante sia stato realizzato nel 2005, è uscito nelle sale solo nel 2007, dopo essere stato boicottato da tutte le case di distribuzione, anche da quelle “illuminate”, e solo grazie all’auto distribuzione che con fatica il regista ha messo in piedi. Si, è giusto dare visibilità a questo film perché in sostanza finanziato dallo stesso regista, dagli stessi sceneggiatori e co-autori, che hanno rischiato in proprio per la realizzazione dell’opera, e dagli stessi abitanti del paese dove è stato girato, che hanno aiutato in vari modi la troupe nonostante nel film la comunità montana narrata ne esce male sotto tutti i punti di vista. E ancora, in terzo luogo, ma soprattutto: perché il film è un capolavoro, simbolo di quel cinema italiano sconosciuto ai più e che però (r)esiste e sa produrre lavori di prim’ordine, nonostante la guerra commerciale che le case di produzione e distribuzione mettono in atto contro ogni opera davvero originale. Chi legge le nostre recensioni dovrebbe sapere quanto utilizziamo tale termine cum grano salis, con perizia quasi maniacale. Termine inflazionato, abusato, “deturnato”, in pratica al giorno d’oggi utilizzato per qualsiasi film che non siano le “Vacanze ai caraibi” e le “muccinate” scambiate per film impegnati. Eppure, scoprendoci e anche rischiando, questo film ci sembra davvero un opera importante. La vera domanda da farci sarebbe, piuttosto, per quale ragione ci accorgiamo solo oggi di  un film del genere? Per ignoranza, probabilmente; per i boicottaggi a tutti i livelli operata dalla “legge di mercato” cinematografica, sicuramente; per casualità, purtroppo. Quello che però possiamo provare a fare oggi e dargli quel minimo di visibilità in più che merita.

Il film racconta la vicenda di un pastore neorurale francese che vorrebbe trasferirsi a vivere in un paesino montano del Piemonte meridionale, nel cuore delle valli occitane italiane. Il paesino, di fantasia nel film e chiamato Chersogno, ma in realtà corrispondente al paese di Ussalo, frazione di Prazzo, in Valle Maira, è l’emblema della comunità chiusa, tipicamente montana. Un paesino morente, dove fortissima è l’emigrazione verso la pianura e verso Torino alla ricerca non solo di un lavoro impossibile in paese, ma di una realizzazione difficile nel contesto montano, soprattutto per i giovani. La comunità residente è si “morente”, ma orgogliosa delle proprie radici occitane, a cominciare dalla lingua, vettore culturale capace di unire la popolazione occitana divisa nei tre Stati nazionali dove oggi è presente (Francia, Spagna e Italia). Passano alcuni giorni e la comunità, “sconvolta” dalla novità, decide di accettare il nuovo arrivato, non senza scontri intestini e rancori più o meno percettibili. Viene trovata una casa per il francese e la famiglia, e viene consentito l’avvio dell’attività, cioè del pascolo delle capre volto alla produzione di un formaggio tipico. Le cose sembrano andare bene, la famiglia sembra integrarsi nella comunità, ma presto nascono i primi conflitti dovuti ai diritti di proprietà che il pastore sembra violare portando al pascolo le capre in campi non concessi. Proprietà abbandonate da anni, incolte, antichi rimandi di famiglie ormai trasferite in città, ancorate al paese dalle vacanze estive e niente più (anche il sindaco vive in un altro paese). La difesa della proprietà fa scattare nella comunità una sorta di reazione istintiva che inizia a complicare la vita del pastore e della sua famiglia. Iniziano i piccoli dispetti, le antipatie sempre più manifeste, fino a quando, in un crescendo di incomprensione reciproca, la famiglia francese sarà costretta ad abbandonare il progetto tornando in Francia.

Il film è breve e la storia peculiare, ma questo non gli impedisce di sviscerare egregiamente due piani sovrapposti e compenetrati. Da un lato c’è il tema della cultura occitana, della sua persistenza, delle sue caratteristiche, ma anche, più in generale, della difesa e della resistenza delle culture subalterne, “vinte” e dunque a rischio scomparsa. Dall’altro, il film descrive lo scontro tra una società chiusa e le novità esogene, destabilizzanti, nel film rappresentate dal confronto tra comunità e famiglia francese ma che rimanda al tema più complessivo ed estremamente attuale del rapporto tra società diverse. Procediamo con ordine.

Il primo livello consiste nel mostrare l’esistenza di una comunità dimenticata, quantomeno in Italia. La vicenda straordinaria della popolazione occitana, repressa nei secoli dallo Stato francese e dalla chiesa cattolica, vittima di una crociata da parte di Innocenzo III nel XIII secolo, combattuta militarmente dalla Francia per secoli, ignorata e ghettizzata dall’Italia, e che ancora resiste imperterrita, orgogliosa della propria cultura multiforme. Non solo la lingua caratterizza le popolazioni a cavallo dei tre stati europei: una religione comune (il catarismo), sebbene oggi scomparsa ma sopravvivente nei riferimenti culturali; un’attività pastorale ancora oggi praticata capace di plasmare usi e costumi transnazionali; una sapienza del territorio, soprattutto montano, in grado di intrecciare abitanti tanto distanti tra loro. Tutto bello dunque? Per niente. Vittime della propria particolarità, le popolazioni occitane, soprattutto quelle italiane estremamente isolate, procedono scambiando la lingua per una cultura, la nostalgia e il rimpianto per una battaglia d’esistenza. Chiuse alle novità, incapaci di aprirsi al nuovo che avanza innervandolo con la difesa delle caratteristiche tipica di una società tanto particolare, la comunità occitana è destinata alla scomparsa per ragioni proprie, non solamente esterne. “Senza contatto, scambio di valori e accoglienza, non può esserci sviluppo umano e qualità dell’esistere”. Questo il messaggio del film, che prende di petto la volontà di chiusura confusa per difesa delle proprie caratteristiche, che al contrario si difendono intrecciandole con le culture esogene, con le novità sociali, aprendosi al mondo e non chiudendosi. Non sarà il vittimismo che salverà le popolazioni occitane, ma la capacità di integrarsi con le società circostanti.

Il secondo livello sposta il discorso sul piano ancor più generale. Il rapporto tra una società e la sua capacità di interpretare le novità che la attraversano e la modificano è al centro del racconto. La comunità preferisce salvaguardare diritti di proprietà insignificanti perché non più utilizzati pur di rivendicare un’appartenenza contro “lo straniero”. Non solo. Anche una critica a certo vittimismo passatista è presente. Gli abitanti del villaggio vivono lamentandosi dell’assenza di lavoro e di lavori capaci di ripopolare il paese secondo le loro “tradizioni”, eppure quando si affaccia la famiglia francese giunta proprio per lavorare i terreni agricoli e pastorali del Comune, la reazione è contraddittoria. Costretti a sopravvivere economicamente nei mesi estivi per via del turismo, col suo carico di sagre inutili e processioni religiose, non sanno più pensarsi “altro” che un luogo per turisti. Il pastore, anzi, rovina l’ambientazione turistica per via dello sporco delle proprie capre o per la puzza del proprio formaggio. Un controsenso che però è ben presente in tanta parte della società rurale italiana. Ci si lamenta della scomparsa di una produzione autoctona e sostenibile, non considerando che questa è in contrasto con certo turismo mainstream al quale si finisce per aggrapparsi in estate.

Ma la chiave del film è anche l’incapacità del francese di integrarsi in una cultura altra. Non è la reciproca tolleranza, concetto eminentemente borghese a fondamento del razzismo, la chiave dell’integrazione, ma il riconoscimento dell’altro come portatore di caratteristiche sue proprie paritarie alle nostre. “Tollerare” qualcuno non consente una convivenza tra pari, ma una sopportazione sempre precaria. Il francese, pur riconoscendolo, si comporta in maniera diametralmente opposta, anteponendo una sorta di “superiorità” intellettuale o morale alla comunità, respingendo alcuni usi tipici, comportandosi come se fosse ancora in Francia quando il contesto è profondamente diverso. Non è solo la cultura occitana, chiusa nelle sue valli alpine, a respingere la novità, ma anche il “borghese illuminato” è indisponibile all’integrazione. Lo dice a se stesso e agli altri, ma materialmente riproduce una forma di “tolleranza” che appunto è destinata a cedere nei momenti di conflitto.

Il film è ancora attuale per ovvi motivi. Stiamo infatti vivendo l’ennesima crisi da incontro/scontro di culture, di società differenti, di modi di agire e pensare alternativi, di conflitti sociali inestricabili. La reazione della società europea, dopo aver contribuito a disarticolare le formazioni statuali in alcune aree del mondo, è la stessa del paesino occitano. La chiusura, la rivendicazione di proprie supposte “tradizioni”, puntualmente mai rispettate, ma fatte valere come arma di distruzione di massa contro le popolazioni, soprattutto arabe, che giungono nei nostri paesi. Al tempo stesso, il film è capace di indicare una strada per quelle civiltà represse, annientate dall’accentramento capitalista, ma ancora viventi. Non sarà la nostalgia e la stretta tradizionalista a salvaguardarle, quanto la loro capacità dì integrarsi preservandosi, di pensare economie alternative, di intrecciare culture resistenti. Concetti questi in Italia sconosciuti, ma che pure trovano in parte realizzazione in altri contesti, ad esempio quello basco o catalano nella penisola iberica.

Giorgio Diritti ha raggiunto tramite quest’opera uno dei massimi risultati del cosiddetto nuovo neorealismo. Non solo la storia narrata è tratta da una storia vera, peraltro vissuta in prima persona da uno degli sceneggiatori, ma i protagonisti del film – tranne la coppia francese – sono tutti attori non professionisti, molti dei quali abitanti dello stesso paese di Ussalo-Chersogno. Una recitazione capace di inverare l’opera del primo neorealismo, nelle espressioni dure e sincere degli attori “non attori”. Non ci soffermiamo mai sull’aspetto recitativo di un film, ma in questo caso è obbligatoria l’eccezione, l’ennesima in questo caso, perché la direzione corale di un gruppo di non attori è la ciliegina sulla torta del film e certifica la bravura del regista. Una perla, nel panorama cinematografico generalista italiano.

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