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La Siria, lo Stato Islamico e la “guerra all’Europa”/prima parte

Subito dopo gli attacchi del 13 novembre abbiamo pensato di prenderci un po’ di tempo per provare a scrivere qualcosa di più “ragionato” su quello che era accaduto a Parigi. Man mano che buttavamo giù gli appunti ci siamo accorti, però, che era impossibile provare a smontare il meccanismo bellico che si era attivato senza provare a spiegare la funzione di “mostro provvidenziale” che svolge oggi lo Stato Islamico in medioriente. Però non si possono comprendere le peculiarità del Califfato senza tener conto della guerra siriana, semplicemente perchè senza il conflitto in Siria l’IS non esisterebbe. E a sua volta non si possono individuare le ragioni profonde della guerra che dal 2011 ha mietuto più di 200 mila morti, senza aver chiare le mire e le ambizioni di potenze regionali e globali che in quella guerra giocano un ruolo decisivo. E poi c’è anche il fallimento dei processi di decolonizzazione, la globalizzazione liberista, la crisi… insomma quello che doveva essere un post è diventato una cosa troppo lunga per essere proposto tutto in una volta. Per cui abbiamo deciso di pubblicarlo a puntate e farlo diventare, alla fine del percorso, un “documentino” scaricabile che (speriamo) possa aiutare a contestualizzare i fatti.

 

Nello spiegare un evento passato o presente le argomentazioni addotte dai media non seguono mai un filo logico o una ricostruzione fedele di quanto accaduto, ma preferiscono fornire versioni che fanno sempre più leva sull’emotività degli spettatori, seguendo lo schema di quello che Losurdo, in un suo recente lavoro, definisce giustamente “il terrorismo multimediale dell’indignazione”. L’opinione pubblica viene “bombardata” (nemmeno troppo metaforicamente) di immagini e informazioni che non forniscono alcun apporto nella comprensione dei fatti e il cui unico scopo risulta essere quello di incanalare questa indignazione nei confronti del nemico di turno, innalzato per l’occasione al rango di “male assoluto”. I giorni successivi alla strage del 13 novembre e le roboanti dichiarazioni di guerra allo Stato islamico hanno dimostrato ancora una volta l’intima verità di queste considerazioni. Da settimane viviamo nel frame della “guerra all’Europa”, immersi in un flusso di informazioni e notizie che ha davvero pochi precedenti, e il cui unico tratto distintivo sembra essere quello della sistematica decontestualizzazione degli avvenimenti. Le poche voci che osano discostarsi da questa chiave di lettura, anche solo per un riflesso pacifista, vengono prontamente bastonate dai Maître à penser che gli rinfacciano di far parte della vecchia sinistra antioccidentale. In un mondo in cui è venuta a mancare la contrapposizione tra i due grandi campi ideologici riuscire ad orientarsi senza la bussola del materialismo diventa sempre più arduo, se non impossibile. Proviamo però a dirlo in estrema sintesi: con la cosiddetta globalizzazione il modo di produzione capitalistico ha preso possesso dell’intero pianeta coinvolgendo tutte le aree nella circolazione delle merci e dei capitali e ha determinato un sistema multipolare in cui grandissimi Stati o entità di stazza continentale entrano in competizione tra loro e con potenze regionali. Placche tettoniche in continuo movimento destinate inevitabilmente a scontrarsi. E dove questo accade si creano aree di crisi e linee di frattura che inevitabilmente si combinano con rivalità secolari, odi etnici e confessionali. L’elemento di novità non va dunque ricercato nella “tendenza alla guerra”, che fin da Lenin sappiamo caratterizzare il capitalismo nella sua fase imperialista, quanto piuttosto nel fatto che i nessi della globalizzazione collegano in modo sempre più stretto queste crisi alla metropoli. Così che conflitti generati in Medio Oriente si riverberano drammaticamente nelle città della vecchia Europa. In questa prospettiva gli attentati in Turchia e poi in Europa vanno letti come un messaggio dei jihadisti e dei loro complici a chi li ha usati e poi li ha lasciati soli in balia dei missili russi e iraniani. Proviamo dunque a riavvolgere, seppur velocemente, il filo rosso delle politiche coloniali e neocoloniali di quest’ultimo secolo per provare a inquadrare il contesto.

Le radici del disordine mediorientale
Il Medio Oriente contemporaneo è figlio dell’ultima opera di ingegneria coloniale dell’Europa. Nelle ex province arabe il crollo dell’impero ottomano e la spartizione europea delle sue spoglie hanno sostituito l’ordine imperiale con un sistema di Stati fortemente instabile, costellato da una sequenza di nodi irrisolti che hanno alimentato molti dei conflitti scoppiati in seguito. Nonostante l’assetto politico mediorientale definito dalla Conferenza di Sanremo (che nel 1920 ridisegnò i confini interni della regione) non abbia recepito integralmente i contenuti dell’accordo di Sykes-Picot del 1916, è comunemente a questi ultimi che si fa risalire la riconfigurazione del Medio Oriente sopravvissuta sino agli anni recenti. Tali accordi stabilirono le aree di influenza delle potenze vincitrici assegnando alla Francia: la Turchia sud orientale, l’Iraq settentrionale e il territorio corrispondente agli attuali Stati di Siria e Libano. Mentre alla Gran Bretagna andarono la Palestina, l’attuale Giordania e l’Iraq centromeridionale. Per quanto relativamente lontani nel tempo, eventi come gli accordi Sykes-Picot (1916), la promessa di Balfour (1917), la frantumazione dell’impero ottomano (1920-23) e la nascita di Israele (1948) rimangono scolpiti nella memoria arabo-islamica come altrettanti episodi chiave della dominazione coloniale europea. La spartizione delle province arabe della Sublime Porta comportò inoltre la trasposizione del modello westfaliano di Stato-Nazione secondo linee elaborate in Europa nel corso di secoli e i cui elementi costitutivi erano essenzialmente la delimitazione di un assetto territoriale e politico preciso, e la creazione di frontiere sulle quali un governo esercitava la propria sovranità in nome del popolo. In una regione in cui le frontiere politiche erano state sempre storicamente poco definite la creazione di confini stabili da parte delle potenze europee, senza tener conto della composizione etnica e della storia delle popolazioni locali, costituì una pesantissima ipoteca sul futuro. Per lungo tempo le potenze europee fecero leva su tali contraddizioni per perpetrare il proprio dominio secondo il principio del divide et impera. Il retaggio coloniale ha così permeato la storia della regione fino ad oggi, sia perché il colonialismo ha modellato gli Stati in cui attualmente è suddivisa l’area mediorientale, sia perché la fase della decolonizzazione non si è mai realmente conclusa. Anzi tale rapporto di subordinazione si è spesso rinnovato attraverso il consolidamento di una forma di egemonia coloniale incentrata sull’assoggettamento economico.

L’attuale sfaldamento dell’ordine regionale sotto i colpi delle “primavere arabe”, e sotto l’urto dei conflitti che hanno flagellato il mondo arabo islamico dal 1990 ad oggi, può dunque essere spiegato completamente solo tenendo conto di questa evoluzione storica. Negli anni Cinquanta e Sessanta l’ondata anticoloniale spazzò via le élite imposte dagli europei, ma il crollo o la mancata realizzazione delle aspettative suscitate hanno messo a nudo i regimi nazionalisti creando una voragine di legittimità sempre più spesso riempita dall’Islam poitico. I valori di unità e laicità del nazionalismo arabo avrebbero dovuto assicurare la coesione territoriale e politica dei nuovi Stati facendo dimenticare le divisioni interne di ordine etnico e confessionale. La riorganizzazione della società su basi politiche e sociali moderne avrebbe dovuto produrre come effetto l’indebolimento dell’influenza dei gruppi basati sui vincoli di lignaggio, appartenenza familiare, tribale e territoriale. Il fallimento di questo processi è quindi fondamentale per comprendere la crisi politica e di identità che ha sconvolto l’intero Medio Oriente. Quando le repubbliche arabe erano nate, intorno alla metà del secolo scorso, avevano adottato un contratto sociale d’ispirazione socialista imperniato sui diritti economici come il lavoro e l’assistenza sociale in cambio di un sistema politico rigido. Il processo di “liberalizzazione” cui sono andati incontro questi regimi nell’ultimo ventennio, sotto la spinta della globalizzazione neoliberista e secondo i piani di “aggiustamento strutturale” indicati dalle principali istituzioni economiche internazionali, è stato accompagnato da un progressivo smantellamento dello stato sociale e da un generale arretramento dell’intervento statale in economia. Questo non ha fatto altro che esacerbare le disuguaglianze, aumentando la disoccupazione e le sacche di povertà e che hanno reso sempre più intollerabile l’intera architettura politica. Fin dai primi anni Novanta, quando paesi come l’Egitto, la Tunisia, il Marocco e la Giordania cominciarono ad applicare in maniera massiccia questi programmi di riforma strutturale, apparve chiaramente che la formula era sbilanciata; la crescita economica fu accompagnata da un accesso sempre più diseguale all’istruzione e ai servizi essenziali, mentre l’esigenza di creare un “ambiente favorevole” agli investimenti stranieri si tradusse in politiche che riducevano i diritti dei lavoratori. In Egitto ad esempio i programmi di aggiustamento strutturale del Fmi determinarono la privatizzazione di gran parte dell’industria tessile egiziana mentre la manodopera del settore, che ammontava a mezzo milione di persone, venne falcidiata da un’ondata di licenziamenti che la ridusse della metà. Le primavere arabe, questa strana combinazione di rivoluzione, controrivoluzione e intervento straniero, hanno dunque rappresentato il tracollo di un sistema che si era forgiato politicamente nell’era della guerra fredda e della decolonizzazione, per poi riconvertirsi economicamente all’ombra del neoliberismo imposto dalla globalizzazione di matrice statunitense. Sullo sfondo, come detonatore, la crisi esplosa negli Stati Uniti nel 2007 e propagatasi rapidamente attraverso i mercati globali in tutto il pianeta.

Prossimo capitolo. Siria: la libanizzazione programmata

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