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Adesione della Carovana delle Periferie ai cortei di Cinecittà e di Centocelle contro gli sgomberi

 

La privatizzazione dell’economia pubblica cittadina è alla radice della corruzione sfociata nelle inchieste denominate “Mafia capitale”. Il processo intrapreso di esternalizzazione dei servizi fondamentali, come l’accoglienza migranti, la gestione dell’emergenza abitativa, ma anche la pulizia delle strade e delle aree verdi o la gestione dei trasporti, ha portato alla commistione malavitosa tra appaltatori privati e macchina pubblica in un intreccio di interessi che, non ultimo, ha fatto esplodere il debito pubblico cittadino. Negli ultimi anni lo strumento ideologico attraverso cui favorire processi di privatizzazione è consistito nel peggiorare sistematicamente il servizio attraverso la nomina di un management incapace e complice, una riduzione continua degli organici, un aumento generale delle spese per nulla finalizzate al servizio, riuscendo così, è storia di questi giorni, col mettere gli uni contro gli altri lavoratori e “utenti”. Contemporaneamente si è spinta  la cittadinanza a credere che il danno provenisse dalla gestione pubblica dei servizi, favorendo così la costruzione di un’opinione generale assuefatta alle politiche liberiste. Una dinamica fomentata in questi anni soprattutto dalle forze politiche sostenitrici o subalterne (a destra come a sinistra) al processo di costruzione europeista che ha imposto gli attuali vincoli di bilancio e l’orizzonte liberista quale unico modello di sviluppo possibile. Tale indirizzo di gestione dell’economia pubblica ha prodotto uno “stato di eccezione permanente” contrassegnato da un trasferimento delle competenze: “l’Europa ce lo chiede”, un accentramento del comando attraverso riforme costituzionali, e lo svuotamento del ruolo dei parlamentari, fino a imporre il modello commissariale come evoluzione/soluzione di situazioni politiche non perfettamente allineate al governo centrale. Le vicende romane sono solo l’ultimo episodio di questa politica. Prima di Roma già Milano ha avuto il suo “commissario unico” Giuseppe Sala che ha degradato il ruolo di sindaco a rappresentante formale di una contesa politica svuotata di qualsiasi potere esecutivo. E prima ancora dei casi cittadini, la stessa politica nazionale in questi anni ha visto un suo svuotamento di poteri devoluti alle istituzioni europee non elette e non legittimate da alcun mandato popolare. Lo stato di eccezione è la chiave attraverso cui si governano i territori metropolitani. Prima l’Expo, poi il Giubileo, in futuro le Olimpiadi: c’è sempre un evento che impone un’accelerazione delle decisioni delegando ai rappresentanti di una ristretta oligarchia di interessi economici. A suon di sgomberi si sta normalizzando una città in vista del suo momento di visibilità massima, il Giubileo. Per questi motivi, la resistenza alla pacificazione forzata imposta dal modello commissariale passa per la difesa degli spazi sociali e abitativi minacciati dagli sgomberi del Prefetto Gabrielli. La lotta contro gli sgomberi del centro sociale Corto Circuito a Cinecittà e della Biblioteca abusiva metropolitana di Centocelle sono momenti di resistenza allo svuotamento della democrazia a Roma. E’ per questo che, come Carovana delle Periferie, aderiamo convintamente ai due cortei in solidarietà dei due spazi sociali occupati. Perché difendere uno spazio sociale significa difendere l’idea di una città diversa, non più piegata agli interessi del “mondo di mezzo di mafia capitale” o a quel “mondo di sopra” del potere forte di finanza e palazzinari. L’attuale situazione romana è la punta dell’iceberg di un processo di svuotamento dei concetti di democrazia e di rappresentanza. Il modello commissariale sta così governando una città di tre milioni di persone senza alcun passaggio democratico, neanche formale. Ed è per questo che le innumerevoli vertenze sociali cittadine non trovano oggi alcun interlocutore possibile con cui discutere dei problemi della metropoli. Una città grande e contraddittoria come Roma ha bisogno di politica per risolvere le sue storiche contraddizioni, non di polizia e controllo repressivo. In questi mesi a fare le spese di questo “cambio di paradigma” sono state proprio quelle esperienze sociali che hanno cercato di organizzare il degrado delle periferie promuovendo modelli alternativi di inclusione sociale. Soprattutto, quelle esperienze che non sono scese a patti col centrosinistra cittadino e che per questo stanno pagando il prezzo di tale scelta politica.

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