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Le divertenti capriole della lotta allo Stato islamico

La stampa generalista italiana in questi giorni ha dedicato ampio risalto al supposto intervento russo in Siria contro l’Isis. Ma la narrazione di giornalisti ed “esperti” dello scenario mediorientale ha mostrato fin da subito la natura sostanzialmente ideologica dei fatti riportati. Per qualche giorno era passato un messaggio più o meno di questo tipo: la Russia è pronta ad invadere la Siria per sottrarre pezzi di territorio agli interessi occidentali aiutando Assad a sterminare i “ribelli siriani”. Tralasciando il fatto che non è alle porte alcun intervento militare diretto russo in Siria, da tutto il velenoso racconto scompare come per incanto la “questione Isis”, il fatto che la Siria sia in guerra da anni contro il fondamentalismo islamico di marca occidentale e che il governo siriano non controlla più gran parte del proprio territorio. Magicamente, *tutto* il contesto geopolitico mediorientale che ha prodotto la crisi generalizzata e il fallimento di taluni Stati sovrani, la nascita della reazione islamica e il trasferimento di popolazioni in Stati terzi, lascia il campo alla visionaria invasione russa, a braccetto con Assad nel reprimere gli istinti liberali della popolazione siriana. Soprattutto, tonnellate di retorica anti-Isis da parte dell’Occidente, i finti bombardamenti, i soldi tolti con la mano Nato e raddoppiati dalla mano saudita, letteralmente scompaiono dal racconto dei fatti. E’ interessante comprendere questo procedimento performativo sull’opinione pubblica.

In questi giorni si è fatta passare come notizia significativa una cosa che per molti aspetti non lo è. Gli interessi russi in Siria sono cosa nota. Assistiamo ad un rafforzamento del supporto logistico militare e di intelligence che si inquadra nell’alleanza con il più importante alleato di Mosca nell’area mediorientale. Da questo punto di vista nulla di nuovo, sarebbe strano il contrario. L’Urss prima e oggi la Russia, dal 1971, hanno una base militare di strategica importanza nel porto siriano di Tartus che si affaccia sul Mediterraneo, e una quarantennale alleanza politico-militare. Già solo questo impone alla Russia di posizionarsi nello scenario siriano in una posizione certo non attendista o neutrale.

Non c’è bisogno di andare troppo a fondo per capire come l’obiettivo comune agli Usa ed alcuni paesi europei, in primis Francia e Inghilterra, è la deposizione del governo siriano e la frantumazione dell’unità statale, progetto che fino ad ora è costato la distruzione del 60% del paese con 300 mila morti, 4 milioni di profughi, un’economia cancellata e il paese trascinato indietro di un secolo, nelle mani di islamisti progettati nel laboratorio del Pentagono. Un film già conosciuto. Sorprende però la plateale contraddizione in cui cadono puntualmente gli Stati occidentale nella loro presunta lotta all’Isis. Da una parte la descrivono come imprescindibile, improrogabile, inaggirabile, eccetera. Dall’altra, nel corso di questi quattro anni proprio lo Stato islamico è stato utilizzato per combattere le forze che ad esso si contrapponevano. La Libia è stata consegnata al radicalismo islamico bombardando il governo Gheddafi. In Turchia Erdogan continua, ancora adesso mentre scriviamo, ad eliminare fisicamente e politicamente le organizzazioni curde e comuniste che combattono l’Isis al confine e il regime nello Stato, favorendo senza vergogna le fazioni islamiche oltre frontiera. In Siria Assad è il principale nemico da abbattere nonostante controlli ormai solo Damasco e dintorni, nello Stato dove proprio l’Isis ha la sua capitale, Raqqa. La lotta all’Isis è allora il nervo scoperto dell’ipocrisia occidentale. Si comprende così l’ampiezza della minaccia di un eventuale ingerenza russa. Non avendo come primo obiettivo l’eliminazione di Assad, l’intervento russo diviene il principale problema per l’intromissione occidentale. “Sia mai che i russi riescano davvero a risolvere il problema Isis in Siria”: staranno pensando qualcosa di simile nelle ovattate stanzette della Casa Bianca. A quel punto la sconfitta occidentale sarebbe deflagrante: sia d’immagine, ovviamente, che economica, visto il ruolo che a quel punto gli interessi russi avrebbero nella nuova Siria post-Assad. E allora bisogna alimentare lo spauracchio del cattivo russo, che in fondo non ha mai cambiato pelle, che minaccia gli equilibri internazionali, attenta alla libertà di nazioni confinanti, è lontano dagli standard di libertà e democrazia occidentale: insomma, il male assoluto, che come nei peggiori ologrammi per un verso assume la faccia di Assad e dall’altro di Putin (prima di Saddam, Chavez, Gheddafi o Castro).

Alla fine della storia, grazie a una sempre più scadente narrazione neocolonialista della stampa italiana ed europea, si tenta di far passare le potenze occidentali, in particolare gli Usa (finanziatori, sostenitori, padri naturali dell’Isis e dell’islamismo quaedista di varia fattura)  come  volenterosi e  ingenui  sostenitori dei ribelli islamici che sono sfuggiti di mano, come sempre. Ma lo scettro dell’ipocrisia indubbiamente spetta alla democratica Europa del socialista Hollande, sostenitore convinto della destituzione del governo di Assad, e alla Merkel, misericordiosa salvatrice dei profughi siriani. Mentre ormai l’intero Medioriente vive la sua guerra regionale senza precedenti, l’islamismo reazionario dell’Isis spadroneggia in Libia e Siria, la Ue, di concerto con la Nato, decide di impedire il sorvolo agli aerei russi in Siria, sostiene le operazioni di guerra della Turchia contro la resistenza curda e persegue ostinatamente la carta della caduta di Assad. Insomma  la storia si complica ma si fa sempre più chiara per molti aspetti. Ma per i media mainstream, il pericolo viene dall’est. Certo non bisogna essere necessariamente degli antimperialisti per capire che siamo a una nuova puntata della fabbrica del falso.

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