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Studenti, filosofi e rivolte: alle origini del pensiero minoritario

 

Nonostante il superamento del marxismo come ideologia “ufficiale” del campo delle sinistre non abbia portato alla produzione di un altro “pensiero forte”, cioè strutturalmente definito e abbastanza univoco nella sua interpretazione e applicazione, non per questo le sinistre, tanto “di movimento” quanto partitico-istituzionali, sono rimaste prive di una loro guida ideologica. Almeno in Italia, il pensiero tendenzialmente dominante all’interno delle sinistre radicali è scaturito dall’incontro tra il post-strutturalismo francese (Foucault, Deleuze, Guattari), un pezzo di scuola di Francoforte (Marcuse), e la speculazione politico-filosofica post-operaista di Tronti e Negri (descrivendo una sorta di “decrescendo rossiniano”: da Marcuse, uno dei più importanti filosofi del ‘900, a Foucault, uno dei massimi critici del potere costituito e delle sue articolazioni, a Negri, l’esegeta di Spinoza). Non c’è solo questo, ovviamente, ma il cuore del pensiero radicale contemporaneo può situarsi all’incrocio di queste tre “scuole” politico-filosofiche. La sintesi di queste tendenze politico-culturali determina da quarant’anni abbondanti la sostanza del pensiero radicale e conflittuale italiano. Tale pensiero, al di là del giudizio che se ne voglia dare, è caratterizzato però da una contraddizione decennale: sempre più egemone all’interno della mobilitazione politica, fra i militanti, gli studenti, i dirigenti della sinistra, ma sempre più minoritario per la società nel suo complesso e all’interno delle classi subalterne. Siccome ci troviamo all’apogeo di tale contraddizione (non staremo qui a dimostrare quanto risulti ininfluente tale pensiero per i centri di potere costituito, tanto economico quanto politico), comprendere le ragioni di questo minoritarismo diventa parte della riscoperta di strumenti politici all’altezza dei tempi. Lungi dall’essere un discorso esclusivamente intellettualistico, filosofico o astratto, la definizione di questo problema concerne direttamente la quotidianità politica, le lotte di ogni giorno e le loro prospettive. Perché oggi risolvere la questione di come tornare ad esprimere un pensiero maggioritario, almeno interno alla classe, è il problema principale onde evitare la marginalizzazione sub-culturale verso cui stiamo tendendo.

A differenza del pensiero marxista, la sistematizzazione di questo pensiero radicale nasce nelle università, e ci nasce non determinando ma seguendo la crescita della mobilitazione studentesca. Una serie di intellettualità accademiche vengono “tirate per la giacchetta”, costrette a misurarsi con una predisposizione alla rivolta generazionale, alla mobilitazione costante, alla partecipazione politica, che impone agli intellettuali meno imbolsiti la “questione movimento”. Tra il 1942 e il 1951 Herbert Marcuse lavorerà prima all’Oss poi alla Cia; Foucault nel 1966 pubblica il suo libro fino ad allora più importante, Le parole e le cose, che è una resa dei conti con Marx e il marxismo, un libro giudicato “di destra” per la violenza della critica a Marx; Antonio Negri un cattolico militante poi iscritto al Psi. Sono solo esempi, non esaustivi ma significativi non per svelare un “pedigree politico” non conforme alle loro successive evoluzioni (peraltro Marcuse negli anni Venti era comunista spartachista), quanto per chiarire come gli autori principali di questo pensiero non “formano” il movimento studentesco ma vengono da questo formati tramite l’incontro sconvolgente con la soggettività studentesca. Una soggettività che esplode nel 1968 ma che ha i suoi prodromi almeno dall’inizio degli anni Sessanta, quando il definitivo decollo dell’economia europea post-bellica garantisce la creazione di un’università di massa nella quale accedono non più solo i figli del direttore di banca ma anche quelli di una piccola borghesia in ascesa e financo i primi figli di operai. La composizione sociale studentesca cambia forma, producendo contraddizioni che poi sfoceranno nell’eccezionale fenomeno del ’68 e degli anni Settanta in Italia.

La crescente mobilitazione politica di questa soggettività necessitava però di un pensiero radicale capace non soltanto di porre una critica assoluta al sistema capitalista, ma anche di prendere le distanze dal socialismo reale sovietico, di cui i partiti comunisti nazionali erano espressione e principale problema per questo spirito di rivolta. A parte rari esempi (e il Pci, nonostante tutto, rimase uno dei partiti più propenso alla dialettica con il ’68), quella tra partiti comunisti e movimento studentesco è la storia di una rottura immediata e non più risanata, una conflittualità a volte latente a volte plateale. Impossibile servirsi del pensiero marxista “ufficiale”, leninista-staliniano di stampo sovietico, quando nei vari contesti europei la rottura portava la soggettività studentesca a confliggere in primo luogo con quella storia. Servivano strutture di pensiero, ideologie, forme culturali o contro-culturali capaci di prendere le distanze tanto dal capitalismo quanto dal socialismo realizzato, tanto da Washington che da Mosca, tanto dalle democrazie cristiane quanto dai partiti comunisti. E questo fatto è ancora più evidente in Francia per la presenza di un partito, il Pcf, ancor più chiuso del Pci nella sua dialettica interna e nella comprensione dei fenomeni sociali eccedenti la soggettività operaia. Non sarà per caso dunque che proprio dalla Francia verrà lo stimolo decisivo alla rottura con una tradizione politica e la sistematizzazione di nuove forme ideologiche. Una rottura non determinata solo dalla presenza del Pcf, ma dall’egemonia del pensiero cartesiano-razionalista, dal “dominio hegeliano” nei dipartimenti universitari, e via dicendo, che per reazione produrrà il rifiuto del pensiero positivista e storicistico ottocentesco.

All’inizio degli anni Sessanta viene scoperto il pensiero di Mao. Un pensiero utilizzato soprattutto per portare la lotta dentro al partito comunista e contro i dirigenti politici comunisti. Nonostante determini la storia della Cina da un trentennio e ne sia presidente da più di un decennio, è solo dal ’60 in avanti che Mao viene preso a modello di un pensiero rivoluzionario alternativo al socialismo sovietico e al suo marxismo ortodosso. Questo fatto avviene perché di Mao interessa la sua capacità di portare la lotta di classe nel partito, perché anche nel partito, cioè nella supposta avanguardia politica del proletariato, può annidarsi il germe del riformismo, della controrivoluzione, della borghesia. E’ il pensiero che legittima la lotta degli studenti tanto alle destre quanto alle sinistre ufficiali. Il maoismo costituirà parte del retroterra culturale di una serie di autori che poi prenderanno il largo recidendo completamente l’originaria appartenenza al movimento comunista ufficiale, di cui Mao (purtroppo per loro) fa ancora parte. E, ancora una volta, sarà dalla Francia che verrà introdotto questo “maoismo occidentale” quale arma intellettuale anti-sovietica.

Accomunati capitalismo e socialismo reale in un’unica categoria avversa, quella del potere autoritario da combattere prescindendo dalle forme che questo assume, tanto di destra come di sinistra, il cuore del ragionamento politico teorico si sposta dall’anticapitalismo – utile a spiegare solo una parte del problema – all’antiautoritarismo, meglio in grado di cogliere il rifiuto verso ogni imposizione gerarchica e, non secondariamente, utile anche alla lotta quotidiana verso le istituzioni sociali emblema del potere autoritario: in primis l’università, secondo poi tutte le “istituzioni totali” quali il carcere, gli ospedali psichiatrici, eccetera, ma anche i partiti e i sindacati. Il rapporto dialettico tra studenti in cerca di un sistema di pensiero “anti-potere” e autori volti all’indagine del meccanismi del potere stesso, produrrà quel milieu culturale favorevole all’affermazione di una “critica del potere” che non assumerà più i contorni della critica al potere capitalista, quanto di una critica filosofica ai meccanismi del potere, qualsiasi essi siano. E’ in questo tornante filosofico-politico che si situa la riscoperta di Nietzsche “da sinistra”, come autore in grado più del marxismo stesso non solo di spiegare l’intima organizzazione del potere, ma di legittimare la rivolta individuale alle organizzazioni gerarchiche, qualsiasi esse siano:  rimandiamo a questa nostra analisi l’analisi del ruolo di Nietzsche e dei nietzscheani nelle correnti di pensiero radicali contemporanee.

Se il marxismo individuava nei rapporti di produzione il cuore del problema, indicando nel capitalismo un insieme di rapporti sociali da ribaltare di segno attraverso la presa del potere, il nuovo pensiero radicale metteva in discussione questa presa del potere. Anche se non esplicitamente, la decostruzione intima delle microfisiche del potere, delle sue caratteristiche sempiterne, delle sue articolazioni necessarie, rendeva il potere qualcosa di autoritario di per sé, qualcosa da cui discostarsi, da combattere qualsiasi forma questo prendesse. La questione non era più chi controllava i rapporti di produzione, ma l’avversione totale, conflittuale, senza mediazioni, al potere costituito. Se il marxismo voleva sostituirsi al capitalismo, il pensiero post-strutturalista/marcusiano non voleva più avere niente a che fare col potere stesso, elaborando una forma di individualismo anti-autoritario che non poteva non incrociarsi col pensiero libertario e anarcoide soprattutto nel porre l’individuo contro la società organizzata.

Tradotta nella quotidianità, tale tendenza si concretizzava abolendo ogni divisione organizzativa riproducibile rapporti di gerarchizzazione formale. L’assemblea, simbolo di organizzazione orizzontale, senza rappresentanti, senza cariche precostituite, senza dunque quelle formalità in grado di riprodurre rapporti di potere anche all’interno dei movimenti, veniva posta ad emblema di una nuova prassi. L’aspetto organizzativo della mobilitazione, inaggirabile anche per gli studenti del ’68, doveva fondarsi sull’informalità tanto delle cariche e dei rappresentanti, quanto dei meccanismi decisionali. L’obiettivo di impedire al proprio interno quelle tendenze che si combattevano all’esterno, quel potere costituito divenuto la questione principale dei movimenti studenteschi, imponeva per coerenza di smantellare al proprio interno ogni forma di gerarchizzazione, di divisione del lavoro non liberamente accettata, ogni rappresentanza indiretta. Una condizione facilitata dall’estrema potenzialità di mobilitazione del soggetto studentesco, disponibile alla partecipazione totalizzante, all’assemblearismo permanente, all’estrema orizzontalità, ad ogni ora del giorno e della notte.

Se per la condizione studentesca, nonchè per gli intellettuali “organici” al movimento, il potere era qualcosa da rifiutare “a prescindere”, così non sembra essere per la società nel suo complesso. Giungiamo allora al centro della contraddizione ancora oggi attuale. La società nel suo complesso – non questo o quel gruppo ristretto – ha bisogno di organizzazione, di divisione dei ruoli, di articolazione politica ed economica: in sintesi, ha bisogno di un potere. Il pensiero marxista, cioè la critica rivoluzionaria al potere capitalista, non chiedeva l’abolizione di ogni potere ma la conquista di un potere popolare, dei lavoratori, capace di ribaltare il rapporto di produzione determinato in forma alienata e fondato sul profitto privato. Era un discorso immediatamente capace di divenire maggioritario, perché esprimeva il bisogno dei lavoratori non di liberarsi dal potere, ma di conquistarlo. E in effetti, in una società divisa in classi, l’ipotesi di una lotta per il potere di una di queste classi non poteva che egemonizzare ogni orizzonte politico. Direttamente o indirettamente, tutte le forze politiche che avessero voluto interagire e rappresentare le classi subalterne dovevano in qualche modo accettare il piano marxista del discorso, anche per distaccarsene. Il marxismo esercitava cioè un’egemonia culturale nel vero senso della parola, cioè influenzava e determinava anche senza volerlo ogni piano del discorso politico, perché capace di tradurre politicamente un istinto sociale storicamente determinato, quello della riappropriazione cooperativa della produzione.

Il pensiero post-strutturalista francese, una parte della cosiddetta scuola di Francoforte, nonché l’operaismo italiano (sebbene in forme diverse e sebbene stiamo parlando principalmente delle teorie al servizio del movimento studentesco), rifiutando il piano del potere, produssero nei fatti una cesura storica con le classi subalterne, a cui non gli si proponeva più una presa del potere ma un conflitto continuo e indeterminato con esso, qualsiasi potere fosse, perché, come recita il verso di uno dei più grandi poeti italiani del ‘900, non ci sono poteri buoni. Ci sembra allora situarsi qui la contraddizione filosofica centrale che determina il minoritarismo congenito di tale pensiero, che purtroppo egemonizza ancora oggi il discorso politico dei movimenti. Nonostante tutte le decostruzioni possibili dei meccanismi di potere – alcune peraltro notevoli e capaci di arricchire il bagaglio teorico del pensiero rivoluzionario – rimane inevasa la domanda di potere che deriva dall’organizzazione sociale nel suo complesso. Se la società ha necessità di un qualche tipo di potere, rispondere a questo bisogno collettivo rifiutando il piano del discorso costringe il pensiero conflittuale ad una incomunicabilità di fondo con le masse subalterne. Capace di convincere i militanti costantemente mobilitati, quindi predisposti in certo qual modo alla partecipazione politica totalizzante, tale pensiero non riesce congenitamente ad interloquire con la popolazione e con le sue fasce popolari, impossibilitate alla continua partecipazione politica e dunque esigenti forme di organizzazione sociale basate sulla divisione dei compiti formalizzata. Parlare di organizzazione allora non comporta solo ragionare della propria di organizzazione, ma anche di quella generale una volta conquistato il potere. Comporta, in altri termini, chiarire quale tipo di alternativa politica rappresentare, come movimenti di classe. La difficile comprensione di questa alternativa ci sembra essere uno dei motivi profondi dell’incapacità delle sinistre attuali di andare al di là del proprio bacino militante, peraltro sempre più ristretto.

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28 comments to Studenti, filosofi e rivolte: alle origini del pensiero minoritario

  • Marco

    Una volta identificata la contraddizione dovreste spiegarla. Cioè, come fa una teoria e un certo tipo di prassi politica minoritaria nella società ad essere egemonica nel movimento (e per tanti anni)? O anche, al contrario, perché un discorso politico “forte” come quello che voi dite di proporre non riesce a imporsi né alla società, né al movimento? Credo che senza rispondere alle due domande, o a una delle due visto che in fondo chiedono la stessa cosa, l’articolo rimanga un’interessante speculazione storico-filosofica.

  • Militant

    @ Marco

    Ciao Marco. La risposta ci sembra chiara nell’articolo: dal ’68 in avanti (non prima), il principale soggetto sociale mobilitato divengono gli studenti, e questi elaborano in rapporto dialettico con alcuni intellettuali organici al movimento studentesco un pensiero a proprio uso e consumo. Divenuto lo studente il soggetto principale animatore del conflitto, l’interessa sociale determinante si sposta dai rapporti di produzione (come lo era fino a quando il conflitto era quasi esclusivamente basato su lotte di classe interne al mondo del lavoro dipendente salariato) ad un’analisi del potere autoritario, tanto pubblico-statale quanto biopolitico.
    Questo spostamento è sempre ibrido, nel senso che negli anni Settanta il movimento studentesco si è sempre dovuto relazionare con le lotte operaie, quindi non è un fatto assoluto. Ma venute meno queste (o meglio, non sono venute meno le lotte operaie ma la loro rappresentanza politica), lo studente si è ritrovato come unico soggetto mobilitato e mobilitabile. Di qui la reiterazione di una forma di pensiero piuttosto che un’altra. D’altronde, non sono le filosofie che creano un movimento politico, ma i bisogni di un soggetto sociale che prima o dopo si fomralizzano in pensiero politico. I bisogni sociali del soggetto studentesco non sono gli stessi del lavoratore dipendente salariato. Di conseguenza, il sistema ideologico che si portano dietro i due soggetti sociale non può che essere differente.

  • See, mo ora Tronti è post-operaista. Daje militant

  • Raffaele Lazzara

    Molto bello, chiaro, semplice e riassuntivo. Centra
    completamente il problema di fondo della comunicazione oggi.
    Fra l’altro sintetizza i nodi della necessaria produzione di idee fra
    marxismo e socialismo libertario ecologia sociale
    Leggiamo ci Castoriadis!
    Complimenti Militant.

  • gilberto

    Avete fatto capire dei temi profondi ad uno che non ha mai letto nemmeno mezza pagina di filosofia..
    Mille grazie

  • antonio

    in merito a questa discussione vorrei suggerirvi un approfondimento su questo personaggio,morto da qualche anno, che con la sua produsione filosofica porterà qualche “novità” nel dibattito nostrano: John Rawls http://www.filosofico.net/rawls.htm e una esperienza politica che negli Usa (ma no solo) ha avuto notevole eco e crescita l’American Libertarian Party, Analizzate anche la parola “libertarismo” o “lbertario” percè su questo significato e senso a volte se ne fa un’uso non sempre adeguato. Da non sottovalutare anche il turbocapitalismo; l’anarcocapitalismo che vede in Murray Newton Rothbard, economista, storico, filosofo il suo maggiore diffusore e ideologo. Pochi suggerimenti che consiglio di approfondire per meglio definire alcune riflessioni ed avere maggiori strumenti per una battaglia teorica tutta da fare e rifare per allontare “sirene o lucciole” che possono affascinare e attirare sprovveduti, illusi e analfabeti poltici. saluti e buon lavoro PS: Su John Rawls come possibile e nuovo “santone teorico e ideologico” per un proporre un nuovo antagonismo qualcuno,che frequenta aree a noi anche vicine, ha già da tempo posato sia gli occhi che qualcos’altro. Staiamo in campana per che: quando è buio tutti i gatti sono …bigi!, diceva un noto e “sinistro” personaggio in antitesi alle teorie di Mao.

  • Che cosa c’entra Foucault, l’operaismo di Troni e Negri con Marcuse? Si prendono pensieri di versi e li si mette tutti insieme creando un’unica categoria che non esisteva in realtà solo perché non coincidevano con quella che si considera l’ortodossia marxista? Marcuse era un filosofo marxista, per quanto etorodosso, al contrario di ciò che viene detto nell’articolo. Foucault marxista non lo era mai stato, era più un anarcoide, poteva essere accomunato a una corrente estrema del liberalismo (anche se era un critico del pensiero liberale classico). Marcuse cercò di usare le categorie marxiste nell’analisi dell’industria culturale. Il suo pensiero è quanto mai attuale ancora oggi, anche entro un’ottica marxista. Il legame con Foucault non esiste, chi dice questo o non ha mai letto Marcuse oppure sta delirando.

  • Claudio Ursella

    Dal punto di vista della discussione nel PRC, il tema che viene proposto si declina su un versante parallelo: il tema è l’inutilità dell’opposizione come prospettiva su cui aggregare e la necessità di una proposta alternativa “di governo”, come unica possibilità per incontrare la richiesta delle “masse”, il cui interesse non è tanto opporsi e lottare, ma vincere e avere soluzioni… ma è evidentemente un tema prematuro…

  • Militant

    @ Matteo

    Leggi bene alcuni passaggi Matteo. Non diciamo che queste tre tendenze siano similari, nè che si sovrappongono, nè che rappresentino un’evoluzione di un pensiero o che giungono, alla fine di un percorso, ad un pensiero strutturato. Diciamo che il pensiero politico di movimento, quantomeno quello preponderante, è determinato dall’incrocio di questi tre filoni. Marcuse non è uguale a Foucault che non è uguale a Negri che non è uguale a Tronti eccetera. Ma l’incrocio di certe parti del loro pensiero determina la teoria della sinistra radicale in Italia. Che non è “foucaultiana”, nè “marcusiana”, nè “negriana”, ma è la sintesi di queste tendenze ad uso della mobilitazione sostanzialmente studentesca-intellettuale precaria, del general intellect, dell’”operaio sociale”, eccetera.

    Non entriamo nel merito di tali apparati ideologici, ma ne descriviamo più che altro l’origine storico-sociale. Per dire in sostanza una cosa: è il soggetto sociale mobilitato e/o politicamente centrale che determina la propria teoria, non il contrario. Marx e il marxismo si sono affermati non tanto perchè Marx ha detto meglio di altri certe cose (non è questo il punto), ma perchè queste erano l’analisi e la sintesi efficace di un dato soggetto sociale, che ritrovava lì e non altrove il suo orizzonte storico. E’ la classe operaia che ha partorito Marx, non Marx che si è inventato la classe operaia e il suo istinto sociale di liberazione. Lui è solo l’apice di un processo di sistematizzazione di un pensiero operaio (così come Lenin non è meramente un “esecutore” del pensiero marxista, quanto uno sviluppatore del marxismo innervato di molto altro, di cose che Marx neanche aveva detto).

    Allora, è il soggetto studentesco che ha operato, a volte inconsciamente altre meno, una sintesi politica capace di legittimare filosoficamente il suo ruolo. E questa sintesi è il pensiero suddetto, che non ha strutturazione e nome, attenzione, proprio perchè vuole porsi in antitesi alle grandi teorizzazioni precedenti, perchè anti-autoritario perfino nel suo percorso di sistematizzazione. D’altronde, ogni sistematizzazione filosofica prevede una gerarchia: di idee, di concetti, di segni. Il movimento studentesco abbatte tutto questo a cominciare dal definirsi ideologicamente.

    La conclusione implicita dovrebbe di conseguenza essere una cosa di questo tipo: non si spiega la natura di tale fenomeno, la smobilitazione del pensiero marxista, l’egemonia di un tal altro pensiero, con il tradimento dei dirigenti della sinistra, insomma con una colpa individuale, con il cedimento di un ceto politico in favore di un’altro. E’ la natura dei soggetti sociali mobilitati che determina il pensiero politico. Finchè il soggetto politico maggiormente mobilitabile sarà quello studentesco-universitario, d’età compresa tra i 20 e i 30 anni, escluso a forza dal mercato del lavoro formalizzato (non precario-saltuario in attesa di finire gli studi) a cui non accede se non passati i trenta, ecco, quello sarà sempre il pensiero al quale tenderà inevitabilmente. Può cambiare patina e contenitore, ma il contenuto difficilmente si discosterà da quell’insieme di teorie prodotte dall’incrocio detto in precedenza. Non è *lo studente* a tendere verso questo determinato pensiero, ma il *movimento studentesco* nel suo insieme, cioè lo studente che si percepisce non come lavoratore in fieri, ma già come “soggetto sociale”, e dunque portatore di un interesse universale proprio in quanto studente. Ovviamente noi pensiamo che lo studente non sia un soggetto sociale, ma se ci si percepisce come tale poi strutturare un pensiero ad uso del proprio soggetto è il passaggio immediato che si compie.

  • Sverdlov

    Si, il ’68 e la sua carica di rivolta generazionale è un momento importante nella divaricazione tra la prassi/cultura marxista novecentesca e la nuova sinistra.
    Come si dice anche nell’articolo, questo avviene con degli strappi ma resta un legame,sfumato, eclettico, con la storia del movimento comunista,con il movimento operaio, con il blocco sociale di riferimento. D’altronde dallo stesso movimento studentesco post 68 che raccoglie la critica antiautoritaria del marcusismo e dei vari intellettuali francesi, nascono delle organizzazioni che ereditano la prassi, gli istituti e la struttura organizzativa della tradizione marxista, penso a un’organizzazione come Lotta Continua.
    Ma quello che mi interessa di più è la conseguenza delle influenze dei tre filoni trattati nell’articolo: la logica minoritarista.
    Il minoritarismo è una concezione che sottende la negazione del potere,la sfiducia verso il superamento e l’abbandono di una lettura classista della società e quindi della storicità stessa del capitalismo.
    In qualche modo è la versione nichilista del Fukuyama, della fine della storia.
    Vive come sfiducia verso il futuro e si ciba del negativo. Perchè un giovane lavoratore, una persona “normale” dovrebbe seguire chi fa dell’anticapitalismo un fatto fine a se stesso, un atteggiamento esistenziale. Il rifiutare il senso della strategia, la pratica del potere, e quindi il valore di una lotta che parli sempre più alla parte maggioritaria della società, dotandosi di strumenti, tattiche, alleanze, costruendo battaglie sociali, non consolatorie, ma egemoni, vuol dire fare dell’impotenza politica un fatto positivo e consolatorio. Come è noto, questa concezione, passati i fasti del movimento, figura mitica che aleggia spesso nelle chiacchere, oggi fa i conti con la ristrettezza della comunità militante, con la scarsa presa nei settori popolari e con la forza devastante della crisi capitalista. Proprio in questi anni in cui le diseguaglianze si allargano a vista d’occhio, insomma emerge il grande nodo dell’approccio minoritario e autoconsolatorio. Di fronte alle varie debacle nel campo economico e sociale del capitale, della sua governance instabile, della sua rissosità interna,non si è prodotto un quadro politico militante minimamente sufficiente a giocare un ruolo anche secondario nella lotta presente. Qualche domanda ce la dovremmo porre? Prima o poi ci sarà da dare anche qualche risposta che poi va praticata.

  • jangadero

    a questa interessante e per molti versi condivisibile analisi però mi pare manchino alcuni nessi storici, ovvero il pensiero marxista presupponeva la presa del potere, la dittatura del proletariato, aveva appreso alla scuola della storia, con l’esperienza della comune di parigi, che non era sufficiente fare la rivoluzione, ma ci si doveva impadronire del potere politico (nella comune di parigi gli insorti non si erano impadroniti neanche della banca centrale), per poter mettere in atto le politiche necessarie al proletariato come classe in contraddizione con il capitalismo di abolirlo e conseguentemente di abolire la divisione in classe della società e quindi di abolire il principale strumento della società divisa in classi che è lo stato,
    il pensiero marxista leninista aveva anche compreso che con l’espandersi del capitalismo a livello globale tale processo doveva anch’esso essere globale e che lasciando il capitalismo libero di agire le rivoluzioni socialiste ne sarebbero state risucchiate (lenin era convinto che la rivoluzione avrebbe avuto vita breve soprattutto se non si faceva la rivoluzione anche in germania e fece una importante mole di legislazione nei primi tempi per lasciare traccia di ciò che sarebbe stato necessario fare in futuro) ma l’esperienza sovietico stalinista aveva in parte contradetto tale assunto riuscendo a sopravvivere in un mondo capitalista senza realmente volere o potere avviare il processo di estinzione della lotta di classe e dello stato, probabilmente, secondo me, per varie ragioni storico geografiche, ovvero le enormi dimensioni dell’ex urss e la non completa espansione del capitalismo, ma che comunque avevano prodotto una degenerazione del socialismo e il mondo diviso in blocchi che parevano inamovibili, situazione che avrebbe portato poi, in campo capitalista e soprattutto in italia e francia, considerato anche la rinuncia dei partiti comunisti a una vera trasformazione della societò, le fasce più radicali della società, gli studenti in quanto giovani intellettuali prodotti della scolarizzazione di massa, frutto delle conquiste sociali della vittoria sul nazifascismo e del wellfare necessario a non considerare troppo attraente quanto esisteva al di là del muro, al rifiuto dell’autoritarismo in todo, assunto come nemico da combattere al posto del capitalismo.
    oggi il blocco sovietico non esiste più, esiste invero la cina “comunista” la quale riproduce, sempre secondo me, molti dei meccanismi dell ex urss estremizzandoli,
    e l’esperienza storica dell’urss, distorta anche dalla propaganda capitalista comunque comporta una grossa difficoltà anche essa storica a far comprendere alle masse che il comunismo, con l’estinzione delle società divisa in classi e l’estinzione del principale strumento di tale società che è lo stato è l’unica vera lotta contro l’autoritarismo e contro la contraddizione tra l’individuale e il sociale, anche perché intelligentemente il capitalismo cerca di sussumere questa contraddizione esaltando forme di ribellione e di trasgressione individuali, ma è l’unica strada che i comunisti debbono percorrere

  • eduardo d'errico

    Data la distanza cronologica che separa sia la storia dei movimenti studenteschi che quella dei partiti comunisti dalla fase attuale, sembra che l’interesse dell’articolo sia di tipo “storiografico” più che politico.Manca infatti un’analisi che parta dallo scioglimento del PCI e dalla formazione di Rifondazione Comunista, dove confluivano settori a prevalenza operaia e residuati dei gruppi studenteschi. Dopo la scissione dei Comunisti italiani, che portò via (e successivamente polverizzò) il settore “proletario”, Rifondazione rimase nelle mani dei gruppi intellettuali e studenteschi di “Democrazia proletaria”. Tuttavia non direi che sia quella Rifondazione, sia a maggior ragione SEL, non abbiano agito in termini di organizzazione e di competizione per il potere politico nella società. La mancata comunicazione con i ceti subalterni, in questo caso, mi pare dipenda da altre cause.

  • giancarlo staffo

    Tutte queste pensiero accumunate nella sostanza dal rifiuto del passaggio leninista del “partito d’avanguardia” e della “conquista del potere”, pretendendo di sostituire la “contraddizione di classe” con quella tra “autorità e libertà”, è stato “devastante per coscienza di classe” e per il movimento rivoluzionario. Con la tesi della presunta ed illusoria “maturità del comunismo”, si è data priorità alle pulsioni degli individui rispetto alle classi, producendo derive irrazionali e metafisiche e anche reazionarie di ogni tipo, disarmando il movimento di classe esproriandolo del “Metodo Dialettico Materialista”.
    Mentre è solo riappropriandosi di tale “Metodo”, il solo capace di fare un bilancio critico dell’esperinza storica delle grandi rivoluzioni del “novecento”, che si potrà ricavarne tutti gli insegnamenti indispensabili per una nuova fase rivoluzionaria che la crisi del capitale imperialista globale tende a riproporre ad un livello qualitativamente più elevato.

  • Bobo - Quadraro

    Il discorso è semplice. Le destrutturazioni eretiche sono state presuntuose e sono venute troppo presto, come dice Staffo, partendo dalla “tesi della presunta ed illusoria “maturità del comunismo”. Comunismo che era tutt’altro che affermato. Queste elucubrazioni filosofico-politiche sono state spesso fughe in avanti intellettualiste. Esse sarebbero ottime basi in una fase post-rivoluzionaria, nel lungo e faticoso cammino dialettico dal Comunismo verso l’estinzione dello Stato, ovvero verso la società anarchica matura. Ma dentro un Capitalismo tutt’altro che sconfitto o residuale all’epoca, come tutt’ora, hanno rappresentato ciò che l’articolo mette in luce: o il trionfo del minoritarismo esistenziale, o l’elogio di lodevoli quanto effimere esperienze resistenziali all’espansione del capitale, o, paradossalmente in alcuni casi, l’avanguardia stessa del capitale, alla ricerca di un quadro teorico che sostenesse la rigenerazione strutturale e il riadeguamento culturale, al fine di rilanciare il saggio di profitto e allargare il proprio dominio. Ciò però che manca alla visione dell’articolo è l’altra parte della medaglia. Vale a dire l’ammissione dell’insufficienza del movimento rivoluzionario attuale se si pone prioritariamente il recupero del patrimonio dell’ortodossia veteromarxista, effettivamente ancora più minoritaria. L’errore è porre e come centrale il tema dell’egemonia culturale paradigmatica. La via da percorrere è lenta è difficile, ma sembra essere ben suggerita dal dispiegamento di nuovi cicli di lotta europei (logistica, territorio, guerra, immigrazione). Se le nuove avanguardie apprendessero non solo a limitarsi a fare “informazione” e “corrispondenze”, oppure al contrario di calare dall’alto teoriche artificiose (come quelle della centralità della classe operaia o dalla necessità di recuperare strumenti organizzativi vetusti, quali il sindacato o il partito nazionale); se le nuove avanguardie divengono capaci di qualificare ed estendere tali lotte e di rilevare le più intime contraddizioni del ciclo attuale del capitale. Se diventano capaci di collocare il loro orizzonte nel nuovo e articolato complesso geopolitico, comprendendo la fine del bipolarismo, la centralità del nodo politico del potere continentale e abbandonando nostalgie da realsocialismo.
    Allora sì che possiamo cominciare a termovalorizzare il pattume minoritario e trasformarlo in nuova e feconda energia motrice, verso la rivoluzione comunista.

  • Dzer

    Premesso che il campo economico-sindacale è un terreno a cui i comunisti non possono rinunciare, anzi il problema dell’internità e della direzione tra le masse è un nodo centrale. Ma il problema non discende solo dall’internità al ciclo delle lotte, bensi anche dalla costruzione di una linea d’intervento che sappia agire sugli interessi dei lavoratori in senso generale.
    Non credo quindi che un’avanguardia non debba porre anche le dovute energie nella battaglia culturale,in quanto anche esso è un terreno della lotta di classe. Non è accademia. I nodi politici e filosofici si riflettono anche nella lotta economica, nel rapporto con i lavoratori, in quello che sai fare e proporre. Forse Bobo, non hai tratto giovamento dalla lettura del Che Fare? e dalla lezione leninista se mi fai discendere il recupero di una linea strategica dall’internità al ciclo di lotte.
    Allora stiamo toccando altre questioni. L’avanguardia cresce nelle lotte, si crea anche un nuovo quadro militante di massa, ma non sono il ciclo delle lotte, che determinano il senso strategico dell’orientamento politico. E poi come si fa a sottovalutare la battaglia culturale, che non è fatta solo di scritti e post ma campagne di intervento e di azione sulle questioni centrali del nostro tempo, strumento di formazione e anche organizzazione.
    Il pensare che essere interni al ciclo dell lotte, (tra l’altro a me sembra, che rispetto alla gravità della crisi,la lotta di classe si attesti a un trend abbastanza fisiologico, almeno nel nostro paese)sia la conditio sine qua non per lo sviluppo di un’avanguardia organizzata mi sembra uno storico abbaglio che ritorna spesso nel movimento comunista, quando ci si vuole accontentare di un lavoro parasindacale e artigianale. Ma soprattutto cerchiamo di non essere unilaterali.

  • Bobo - Quadraro

    Se per cultura si intende uno sforzo complessivo di riadeguamento della dialettica prassi-teoria-prassi, siamo d’accordo. Se per cultura si intende la speculazione intellettuale o, peggio, l’irrazionale fideismo “rosso”, sinceramente no. Quando parlo di avanguardia, non parlo di avanguardia formata “nelle” lotte, quanto di avanguardia capace di qualificare, corroborare, connotare in senso complessivo e rivoluzionario le lotte stesse, senza pretese di eterodirezione. La lotta di classe è sempre fisiologica. Assume caratteri di possibile frattura o in situazioni eccezionali (guerra, crisi) o quando il ciclo di lotta raggiunge cicli di estensione, diffusione e organizzazione proprie. La dialettica tra condizione oggettiva e evoluzione soggettiva (ecco quello che io chiamo “cultura”) pone le basi per la guerra di classe. Intendevo dire, umilmente, che la questione della critica al post-strutturalismo deve essere accompagnata dalla critica al feticismo nazionalpopolare. Poi la stessa critica non può essere risolta se non interfacciandosi con sempre maggiore continuità con i processi di autorganizzazione delle lotte e allargando costantemente l’orizzonte politico all’Europa. Altrimenti si risolve e può benissimo essere scambiata per nostalgia dei bei tempi che furono… (dissolvenza in nero con ritratti di Gramsci, Bordiga e Togliatti al collo e con Inno sovietico alla Grande Russia, nostra patria libera, in sottofondo)

  • Militant

    @ Bobo – Quadraro

    E’ chiaro che l’analisi riguarda solo una parte del problema, non avevamo nè l’ambizione nè lo spazio (nè, probabilmente, le competenze) per affrontare la “crisi del movimento comunista” italiano nel suo complesso. Ed è anche vero quello che dici, cioè che la critica al pensiero post-strutturalista è convincente solo se tiene dentro la critica alla burocratizzazione marxista occidentale che diviene pensiero nazional-popolare riformista, socialdemocratico e controrivoluzionario. In alcuni passaggi lo diciamo: anzitutto, nonostante la degenerazione delle correnti di pensiero indagate nell’articolo, quegli intellettuali ebbero tutti un grande merito, quello cioè di interagire con quelle mobilitazioni, senza condannarle, carpendone gli spunti utili alle lotte di classe, eccetera. Insomma, se Foucault e soci partono per la tangente, non per questo i dirigenti dei partiti comunisti ufficiali, che eressero un muro d’ostilità verso gli studenti “diciannovisti”, furono meno colpevoli. Qui si dovrebbe situare tutta una riflessione e un recupero delle memorie di quei dirigenti che invece cercarono fino all’ultimo un dialogo politico e una convergenza con le mobilitazioni della “Nuova sinistra”: uno su tutti, Pietro Secchia. E’ il Pci amendoliano-togliattiano che eresse quel muro, non il movimento comunista in quanto tale. Purtroppo per noi, la linea egemonica del Pci era quella togliattiana, e uno spazio vero di dibattito interno dagli anni Cinquanta in avanti non era praticabile.

    Oltretutto, noi affrontiamo qui il pensiero sviluppato a partire dal movimento studentesco e che riguarda sostanzialmente gli studenti, anche se poi tracima irresponsabilmente verso gli altri ambiti delle lotte di classe (sostanzialmente perchè chi le porta avanti sono gli stessi studenti formatisi nelle mobilitazioni universitarie). Appena questi mettono il naso fuori dal recinto universitario, questi sono costretti a scontrarsi con la realtà adattando le loro teorie alle lotte di classe. Non a caso dal post-operaismo nasce Potere operaio, che indica già nel nome una discontinuità con le riflessioni di Foucault.

    Dunque studenti e pensiero studentesco: questo l’oggetto. Il problema è che tale oggetto, tracimando, ha innervato ed egemonizzato parti importanti di movimento comunista nel suo complesso, soprattutto perchè sempre di più i dirigenti di questo presero a venire tutti dalle università, a formarsi politicamente all’interno delle mobilitazioni universitarie, dunque a rappresentare quella condizione e non più quella del lavoro salariato.

    Dunque si, il Partito comunista ha le sue responsabilità, e chi le vuole negare? Anche se, probabilmente, le responsabilità da individuare sono diverse da quelle ripetute a cantilena dalla Nuova sinistra.

  • gdm

    «Ho l’impressione che l’operazione sia consistita in questo: fra quel che dice Deleuze, quel che dice Foucault e quel che dicono i “nuovi filosofi” non c’è differenza. Ritroviamo qui qualcosa che vale la pena di sottolineare: è la vecchia tattica, politica ed ideologica al tempo stesso, dello stalinismo, che consiste nell’avere sempre un unico avversario. Anche, anzi soprattutto, quando ci si batte su più fronti, bisogna fare in modo che la battaglia appaia come battaglia contro un solo e medesimo avversario.
    In secondo luogo, si tratta di una procedura giudiziaria; dire cioè: poiché non siete che un solo e medesimo avversario, vi chiederemo innanzitutto conto non solo di quel che avete detto, ma anche di tutto quello che non avete detto, se è uno dei vostri sedicenti alleati o complici che l’ha detto. Totalizzazione dei peccati su ognuna delle teste accusate. E poi: vedete bene che vi contraddicete, perché pur essendo un solo e medesimo avversario, dite questo ma anche il contrario.
    C’è anche un terzo elemento che mi sembra importante, e che consiste nell’assimilare il nemico ed il pericolo. Ogni volta che appare qualcosa che, rispetto a situazioni date, a tattiche affermate, a temi ideologici dominanti rappresenta un pericolo, cioè un problema posto o la necessità di un cambiamento d’analisi, non bisogna mai prenderla come un pericolo o un avvenimento, ma denunciarlo immediatamente come avversario.
    Si cerca di estrarre immediatamente un certo numero di tesi, per quanto caricaturali possano essere, per quanto arbitrario sia il legame fra le tesi “estratte” e quel che si è detto effettivamente; l’obiettivo è di arrivare ad una formulazione di tesi che consenta qualcosa come una condanna; condanna che è prodotta sulla sola base del paragone fra queste tesi e quelle del marxismo, o comunque le tesi “giuste”.
    Credo che qui si debba far intervenire il problema della funzione dell’intellettuale. È assolutamente vero che io mi rifiuto – quando scrivo un libro – di prendere una posizione profetica, cioè quella di dire alla gente: esso quello che dovete fare, e anche: questo è bene e questo non lo è.
    Allora, per tornare ai comunisti, direi che è questa radicalità che non hanno. Non l’hanno, perché per loro il problema dell’intellettuale non è quello di dire la verità, perché agli intellettuali del PCI non si è mai chiesto di dire la verità; gli si è detto di prendere una posizione profetica, di dire: ecco quello che bisogna fare, che è beninteso semplicemente quello di aderire al PCI, di fare come il PCI, di essere con il PCI o di votar per il PCI. In altri termini, quello che il PCI domanda all’intellettuale è di essere l’anello di trasmissione di imperativi intellettuali, morali e politici che il partito possa utilizzare direttamente.
    Il loro problema è di porre riparo a quello che faccio, di condannarlo e d’impedire quindi che la gente faccia o accetti quello che faccio, di renderlo inaccettabile. E dal momento che non possono dire: quello che fa è inaccettabile, dicono: quello che dice è falso. Ma per dirlo, sono obbligati a mentire ed a farmi dire quel che non dico. Per questo credo che non ci sia molto da discutere su questa prosa riversata sulla mia. Bisogna piuttosto capire qual è la ragione del loro attacco. E se capiscono bene quello che fanno, io vorrei far capire quello che loro fanno quando dicono queste menzogne». [Michel Foucault, "Precisazioni sul potere" (febbraio 1978), "aut aut" n. 167-168, 1978]

  • kente

    @gdm: non mi è ben chiaro il perchè hai scelto di pubblicare questo estratto di Focault. La prossima volta sarebbe meglio se scrivessi una piccola introduzione, perchè non tutti hanno avuto la possibilità di leggere o studiare Focault (me in primis).
    Comunque, considerando che non conosco il contesto in cui questo testo è scritto, dico solo che anche se Focault aveva tutti i motivi di criticare gli esponenti dei partiti comunisti (poi qua si rivolge al pci o al pcf?), credo che non avesse presente un altro aspetto: che le sue parole, i suoi scritto potessero essere “interpretati”. Nel senso che estrapolando testi di Focault, sono sicuro che ognuno può far dire a Focault quello che vuole.
    Quello che ha scritto Focault poteva essere legittimo negli anni 60 e 70, ma nel 2015 è ancora legittimo? anche se pensassi che lo fosse, rimane il problema che Focault ha scritto quello che ha scritto in una certa situazione socio-economico-politica ed ora noi viviamo in una realtà completamente differente, sia in termini nazionali che internazionali.

  • saint-just

    …Ma. cosa c’entra il primo operaismo..teoria al servizio della rude razza pagana( e che si sviluppava politicamente dentro i conflitti operai) con Marcuse..rimane un mistero,caro Militant.

  • Militant

    @ saint just
    Il primo operaismo, quello di Panzieri, Rieser, eccetera, poco. Il post-operaismo, cioè la sua “escrescenza” filosofica, molto. Sono due cose diverse. Il primo esprime il bisogno maoista dell’inchiesta sociale, della conricerca, dell’internità di classe, eccetera. Il secondo procede per astrazione (quando l’operaismo procedeva per internità materiale e totalizzante alla classe), teorizza l’operaio sociale, lo mette al centro di un discorso filosofico. Ci sono punti in comune, ma anche molte differenze.

    @ gdm
    Se il senso dell’ampio passaggio da te citato è quello per cui Foucault, Marcuse, Deleuze, eccetera, sono espressioni di pensieri diversi, siamo d’accordo. Infatti lo diciamo. Il punto è un altro: non siamo noi che li accomuniamo, è il movimento studentesco (e, per estensione, una parte importante del movimento dagli anni Settanta fino ad oggi, che sui studenti fonda la sua soggettività principale), che estrapola una direzione politica da pezzi di discorso degli autori citati. Il problema è di questi pezzi di movimento, non nostro. Noi ci limitiamo a rilevare che è stata fatta questa operazione; che è un’operazione a volte cosciente ma per la maggior parte implicita e incosciente; che era inevitabile che si giungesse a ciò, perchè cambiando il soggetto che porta avanti le lotte cambiano anche i bisogni e le necessità di cui tale soggetto è portatore. Lo abbiamo ripetuto sufficientemente, più di così c’è solo volontà di non capire e di difendere un progetto politico che si è dimostrato completamente fallimentare.

  • Rogerio

    Su questo punto Militant ha ragione: il successo del post-strutturalismo e dei francofortesi a livello analitico é proporzionale al loro fallimento politico.

    Purtroppo, e lo dico da studioso di Foucault, Agamben etc., questo pensiero produce un soggetto politico antagonista troppo intellettuale e poco materiale.

    Tuttavia a me sembra che dal punto di vista di una teoria dell´agire politico e della costituzione di un processo politico affermativo anche Marx offra relativamente poco. Paradossalmente offre piú Spinoza secondo me, pur restando nella necessità di superare i rapporti di produzione capitalistici.

  • gdm

    @ Militant
    Il problema non è quell’entità creata dal vostro pensiero che denominate “movimento” invece che “io penso”: il – anzi, i problemi sono la vostra caricaturale ricostruzione a tesi di una pseudo-storia del movimento desunta per adattamenti, falsificazioni, e un paio di franche cazzate (Potop nato dal postoperaismo che segna nel suo nome una discontinuità da Foucault è fantastica, una cosa così neanche Agamben l’aveva mai pensata), dalla tesi generale che a sua volta pretendete di dedurre dai fatti creati per deduzione dalla tesi che pretendete di dedurre, e via dicendo in circolo; e la vostra interpretazione o comprensione o falsificazione del pensiero post-strutturalista ricavato per sintesi bignaminica dalle peggiori pagine del Beria-Geymonat e della migliori del Pecchioli-Cacciari-Calogero. Foucault, rispondendo a Cacciari nel ’78, aveva già risposto a tutte le sue derive, compresa la vostra – ma che ve lo dico a fare?

  • Militant

    @ gdm

    Il tuo tentativo di buttarla in filosofia rimanendo ancorato a un mondo delle idee completamente slegato da qualsivoglia principio di realtà è significativo della mancanza di argomenti.
    Non hai accennato mezza risposta o riflessione sui temi tirati in ballo, hai solo cercato di insultare per interposta persona (Foucault), per poi delirare arrivando a Beria, di astrazione in astrazione senza mai confrontarti con la realtà.
    Cosa non ti convince? Entra nel merito, non nell’insulto, parlando di fatti, non di astrazioni idealistiche.

    E’ vero o no che Foucault sistematizza un pensiero “anti-potere” radicale, rompendo con Marx e introducendo Nietzsche in funzione presuntamente anti-dogmatica (in realtà anti-leninista e anti-socialista)?

    E’ vero o no che il movimento studentesco, nelle sue componenti maggioritarie, assume questo pensiero, lo modella a suo piacimento, lo riadatta secondo le esigenze, tirandone fuori una struttura di pensiero adatta ai bisogni della mobilitazione studentesca?

    E a proposito di Potere Operaio, è vero o no che Toni Negri è un filosofo legato al pensiero post-operaista?

    E’ vero o no che Toni Negri ha fondato, certo non solo lui, Potere Operaio?

    E’ vero o no che Potere Operaio si discostava significativamente dalle teorie foucaultiane, sebbene esistevano dei punti di contiguità?

    E’ vero o no che, tracimando dalle mobilitazioni studentesche e invadendo il campo della cd “nuova sinistra”, quel tipo di pensiero diviene maggioritario in ambito movimentista?

    Dobbiamo continuare o accetti un confronto che vada al di là della delegittimazione filosofica, questa si, secondo i tuoi canoni, decisamente staliniana?

  • Militant

    Poi è davvero disarmante da un lato cavillare sulle differenze tra Foucault e Deleuze, e subito dopo accumunarci a Cacciari, Beria, Agamben e Calogero. Cioè un post-operaista pentito oggi nietzsciano, un dirigente sovietico staliniano, un filosofo post-strutturalista e un magistrato del Pci. Alla faccia della ricerca delle differenze! Qui stiamo in pieno processo alle intenzioni orchestrando un gran calderone di presunti nemici della propria filosofia ad uso del discredito dell’interlocutore. Povero Foucault!

  • Red

    Innanzitutto vorrei premettere che il mio punto di vista è quello di chi è sempre stato al margine dei movimenti, guardandoli con interesse ma senza mai trovare il vero stimolo per entrare in stato di “mobilitazione permanente”, e quindi il punto di vista del solito, irritante osservatore “privilegiato” che non si è mai sporcato veramente le mani. Se quindi ho mancato di cogliere gli aspetti rilevanti della questione, o la mia immagine dei movimenti non rispecchia la realtà, vi prego di farmelo notare.
    Detto ciò, vorrei dire che l’articolo coglie veramente il punto di ciò che a mio vedere non va nei movimenti, nei centri sociali, negli autonomi, ecc.
    Ovviamente non voglio fare un blocco unico di tutte quelle correnti di pensiero descritte nell’articolo, che hanno avuto, a loro tempo, l’effetto positivo di far superare certe posizioni troppo semplicistiche. Ritengo sia arrivato però, per loro, il momento di essere superate a loro volta

    In particolare mi sembra che nel cosiddetto “pensiero minoritario”, il post-strutturalismo, Foucault (a mio parere padre di uno dei pensieri politici più inutili della storia), ecc., manchi tassello, un caro vecchio chiodo fisso: l’economia. Senza una solida contro-proposta sull’economia, sulle modalità di gestione dei mezzi di produzione, sulla ristrutturazione dei rapporti di produzione, che sia aggiornata alla realtà socio-politica attuale, non si va certo da nessuna parte. Il tema dell’economia serpeggia indubbiamente nell’articolo ed in molti commenti, ma (e a mio parere anche a causa del pensiero post-strutturalista) pare ormai diventato lo spauracchio delle sinistre, ed il lessico economico è ormai il dizionario dei tabù. Ho ascoltato molti compagni (?) rinnegare, in nome di pensieri post-strutturalisti, anarcoidi, agambeniani et similia, il ruolo determinante della cara vecchia “struttura”, adducendo come motivazioni delle critiche che vanno bene forse se rivolti a buhariniani dell’ultima ora, ma che non reggono di fronte ad un pensiero, comunista o socialista che dir si voglia, che negli ultimi decenni si è evoluto molto (quasi senza saperlo) ed è certamente in grado di fronteggiare e gestire la complessità di un vero rapporto dialettico fra struttura e sovrastruttura, senza negare l’una o l’altra. Nonostante ciò, mi è sembrato di vedere (e, vi prego, smentitemi su questo punto se potete! Non chiedo veramente altro!) che quando (se) si parla di cambiare, su vasta scala e programmaticamente, i rapporti di produzione le proposte che vanno per la maggiore non si discostano troppo dal “comunismo di guerra” pre- e post- NEP, o dall’idea, piuttosto anacronistica, micro-comunità stile anarchico.

  • Joseph

    Non ho letto tutti i commenti. Prima di tutto, vorrei spezzare una lancia a favore delle tradizioni filosofiche esaminate, c’è molto da prendere da esse visto che approfondiscono i meccanismi del dominio in molte sue manifestazioni e quindi contengono molti suggerimenti pratici su come lavorare. In secondo luogo, a parte la frettolosa assimilazione del primo operaismo al secondo, che veramente è un grave peccato, l’articolo mi pare genericamente condivisibile nei contenuti ma sbagliato nell’impostazione. Piuttosto che una difesa astratta del concetto di “potere” sarebbe stata utile una disamina dei casi e delle vicende storiche che hanno condotto il movimento studentesco in italia a smarrire l’alleanza con la classe operaia che almeno fino al 73 era stata fortissima. Compiuto questo passaggio, muoiono via via i gruppi dell’estrema sinistra, che su certi temi avevano una salda formazione marxista leninista, cresce il progressivo isolamento degli studenti e del proletariato giovanile e solo allora dilagano certe concezioni. Insomma, se non ci fosse stata una crisi dei movimenti sociali non ci sarebbe stata una crisi della teoria. Non ha senso criticare tanto la critica al potere, si rimane sempre sul piano delle teorie. Ha senso ricostruire dei rapporti di classe che impongano una nuova teoria del contropotere e dell’organizzazione. In terzo luogo, voglio dire come noi afrontiamo la cosa, al nostro interno: non abbiamo abolito i ruoli organizzativi, ma cerchiamo di “ruotarli” il più possibile, anche imponendo ai militanti di ricoprirli a turno. Educandoli a questo. E’ vero che il potere esiste, in quanto espressione di un momento organizzativo, ma più è diffuso e radicato e orizzontale il suo esercizio e meglio è.

  • Militant

    @ Joseph

    Premesso che noi parliamo di “post-operaismo” e non di “operaismo”, che non confondiamo mai e lo specifichiamo peraltro in uno degli ultimi commenti, in realtà non ne facciamo mai una questione astratta ed ideologica. Noi diciamo che un dato soggetto sociale, o almeno un dato soggetto che si autopercepisce come “sociale” (quindi anche portatore di interessi propri e generalizzabili), sviluppa una propria struttura di pensiero. Questo soggetto, gli studenti, a cavallo degli anni Sessanta ne sviluppano una loro prendendo in prestito pezzi di teoria che avrebbero potuto fare al caso loro, soprattutto perchè erano tutti inequivocabilmente avversi all’ideologia “ufficiale comunista”.

    Però, accogliamo con interesse anche il tuo spunto, cioè la separazione tra studenti e lotte operaie: hai ragione, o almeno contribuisce a spiegare la questione.

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