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Resistere alla Nato


Lo abbiamo detto più volte nella battaglia politica di questi anni che viviamo tempi non ordinari, contrassegnati da una permanente instabilità: crisi economica, rivolgimenti politici, e da una immanente tendenza alla guerra, come strumento politico di risoluzione delle grandi controversie che agitano il mondo attuale. Veniamo da alcuni anni in cui la crisi economica, che è anche sociale, politica, culturale, si è andata approfondendo anche nell’emisfero occidentale. La vicenda greca e poi quella Ucraina, per parlare solo della vecchia Europa, sono dei segnali molto chiari dello sviluppo di questa linea non pacifica delle controversie. Sono molto lontani i tempi in cui la borghesia parlava di sè, dei suoi valori, delle sue istituzioni come il paradigma di un mondo, dopo la vittoria sull’ ”Impero del Male”, civile, pacifico, votato al benessere per la grande maggioranza degli uomini: insomma l’unico sistema sociale in grado di funzionare e di migliorare la vita dell’umanità.
Ma i fatti sono più duri della testa. Il “mondo di pace narrato” da un’attenta e potente macchina di propaganda giornalistica e da uno stuolo di intellettuali ben pagati, si è dissolto da molto tempo, anche nell’immaginario collettivo. Abbiamo assistito al ritorno della guerra in piena Europa con la distruzione della Jugoslavia nelle guerre del 1992-1999, alle due guerre contro l’Iraq, alla guerra infinita in Afghanistan, alla più recente distruzione della Libia come entità nazionale nel 2011, alla guerra devastante che sta sconvolgendo la Siria, per finire al colpo di stato eterodiretto dall’UE e dagli USA in Ucraina. In queste vicende passate e recenti, un ruolo strategico, di primaria importanza è  svolto dalla Nato: il braccio militare degli USA in Europa dal 1949.
La sottovalutazione e l’indifferenza di gran parte della sinistra comunista e antagonista verso questo tema è un segno anche della debolezza di un movimento coscientemente anticapitalista e antimperialista. Questa debolezza chiama in causa gli internazionalisti,  gli antimilitaristi e anche i sinceri democratici, se ancora ve ne sono, se non sono finiti cannibalizzati dall’onda grillina prima e renziana poi. Non che si voglia dire che in questi anni ci sia stato il deserto, anzi per alcuni aspetti, abbiamo assistito ad alcuni movimenti importanti e di massa, uno fra tutti il movimento No Muos in Sicilia, o la battaglia fatta a Novara contro la costruzione degli F35, o ancora prima alla lotta dei No DalMolin contro l’ampliamento della base di Aviano. Ma tutto questo non ha mai prodotto un lavoro nazionale in grado di connettere le questioni territoriali, anche avanzate, alla lotta contro una delle centrali militari dell’imperialismo a casa nostra: la Nato.
La cintura di conflitti che cinge la vecchia Europa dal Mediterraneo fino alla Russia, sono la rappresentazione fisica, non potenziale, della tendenza alla guerra in pieno corso, di cui l’UE, gli USA e la Nato sono i mandanti-esecutori. Queste centrali sono in alcuni casi in combutta e in altri casi in competizione, la questione Ucraina è un test interessante per comprendere i contrasti e le contraddizioni  che corrono all’interno dei gruppi imperialisti. Crediamo sia necessario trattare, analizzare il ruolo della Nato, in un quadro geopolitico in estremo movimento, cogliere i cambiamenti in corso dentro questo organismo, il suo orientamento strategico verso est e verso il Mediterraneo a quali esigenze e necessità risponda, visto che il quadro politico è completamente cambiato  dopo la caduta del blocco socialista. Su questa spinta all’analisi politica abbiamo promosso come Noi Saremo Tutto insieme ai compagni/e di Noi Restiamo un convegno per il 30 maggio alla Snia con una duplice esigenza: tracciare da una parte un perimetro analitico e politico chiaro sul ruolo della Nato oggi, ma anche, dall’altra la volontà di porre il problema concreto di ridefinire un lavoro nazionale internazionalista, che non faccia della solidarietà internazionale, né un ambito per specialisti-addetti ai lavori, solipsistico, nè una coltivazione di orticelli, che mancando un movimento unitario internazionalista, possono anche fare degli ottimi lavori particolari, ma non contribuire alla ricostruzione di un campo internazionalista.
Questo lo diciamo consci di trovarci di fronte a una sfida, un lavoro lungo, faticoso, ma soprattutto collettivo,  che deve essere sentito dalle varie anime politiche che compongono la comunità militante. Il percorso internazionalista maturato, anche grazie alla solidarietà praticata nel Donbass, con la campagna Non Un Passo Indietro, con le due carovane antifasciste promosse dalla Banda Bassotti, ci fanno sperare che ci sia materiale positivo su cui lavorare. Il convegno, quindi, vuole anche essere un’occasione per far conoscere collettivi, reti, organizzazioni, singoli compagni che si muovono sul terreno della solidarietà internazionale e dell’antimperialismo e tentare, anche grazie a questo appuntamento, a tracciare delle ipotesi di lavoro unitarie per il prossimo futuro.
Con questo spirito daremo il nostro contributo alla giornata del 30 maggio.

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