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Il sindacato unico renziano

 

Che Renzi prospetti soluzioni come il “sindacato unico” sta nelle cose. Che qualcuno, dalla Camusso alla “sinistraPd”, possa muovergli critiche, è invece davvero deprimente. Nessuno dei protagonisti del cicaleccio quotidiano massmediatico può dirsi esente dall’onda antipolitica cavalcata oggi con profitto dall’attuale premier. Il fatto che sia più telegenico, che abbia sottratto dalle mani di un ceto politico post-comunista deprimente il partito, che avanzi a colpi di gazebo e primarie e non nei congressi, non toglie il fatto che Renzi non è l’uomo nuovo al comando, ma la punta di diamante di un processo storico favorito dagli attuali rosiconi d’accatto. Antipolitica, populismo, lotta ai partiti e anticomunismo sono le quattro dirimenti che hanno contrassegnato le vicende della politica italiana dalla metamorfosi del Pci in avanti. Tutte tendenze allevate in seno a una casta (questa si, casta!) politica felice di potersi spogliare dei panni duri della vita di partito, dell’organizzazione, della selezione di idee e di classi dirigenti, della coerenza, per concedersi armi e bagagli al nuovismo post-ideologico, alla post-modernità intellettuale, dei valori, del pensiero debole, del messaggio televisivo.

E’ stata la sinistra, quella da Occhetto a Bertinotti, a cambiare veste, solleticando gli umori di una massa informe di cittadini non più lavoratori, non più militanti, ma elettori da conquistare. E’ stata la sinistra a condannare il socialismo a episodio storico da superare, a tendenza culturale da marginalizzare, nelle parole non dell’ultimo Renzi, ma dal primo D’Alema, del primissimo Bertinotti e via avvilendo. E’ stata la sinistra a superare il congresso per le primarie, i militanti con il popolo dei gazebo, la vita di partito con l’apparizione televisiva. E’ stata la sinistra a sancire la precarietà giuridico-lavorativa tramite il pacchetto Treu, così come sempre la sinistra cavalcava l’onda antipolitica ponendo fine al finanziamento pubblico ai partiti, alla dismissione stessa del partito come luogo in cui costruire processi di partecipazione politica e formazione cosciente di opinione pubblica. E’ stata sempre la sinistra ad avviare l’opera di decentramento amministrativo con la riforma del Titolo V, così come sempre la sinistra ha dato avvio alla stagione del legalismo ideologico, trasformato immediatamente in giustizialismo repressivo, in indagine permanente. Sempre la sinistra, o per meglio dire quel ceto dirigente che ne rappresentava le ragioni nelle sedi istituzionali, dismetteva le armi ideali e ideologiche del pensiero forte e della sua connaturata organizzazione, per aprirsi al post ideologico, subito divenuto mono-ideologismo culturale liberista. E ad avviare, non per caso o per contraddizione, la stagione delle privatizzazioni e del dimagrimento statale.

Non è la frattura “sinistra-destra” ad essere venuta meno in questi anni, ma la fine del campo politico della sinistra, almeno nelle sue vesti rappresentative. Le istanze economiche e i valori culturali della destra hanno occupato tutto il campo. Paradossalmente, come abbiamo letto recentemente in un libro di Michele Prospero (Il nuovismo realizzato, Bordeaux edizioni), Renzi potrebbe tranquillamente essere il leader dei tre principali partiti presenti oggi in Parlamento: Pd, Forza Italia e Movimento 5 Stelle. Lo stesso orizzonte culturale, gli stessi valori liberaldemocratici, le stesse soluzioni economiche liberiste. Sotto il camuffamento massmediatico, gli stessi fondamenti sociali, economici e politici. Non è la destra ad essere venuta meno, così come non fu la destra a dare avvio alla frattura politica stessa, quanto l’organizzazione politica di un campo avverso alle forze economiche dominanti. La destra è sempre esistita, è la sinistra che politicamente nasce dalla Rivoluzione francese per opporre la politica al dominio economico. E la fine della sinistra non produce automaticamente la fine della destra, ma porta questa a occupare tutto il campo smobilitando il politico in funzione della rappresentanza diretta degli interessi economici, senza mediazione. La destra realizza la sua condizione ottimale ponendo fine alla mediazione politica. E’ la sinistra ad avere necessità di quella mediazione se vuole sopravvivere, perché la sinistra è un concetto politico, a differenza della destra.

L’aspirazione ad un unico sindacato risponde alla stessa logica di smantellamento di qualsiasi struttura intermedia tra leader e massa elettorale. Un processo avallato dalle varie mutazioni genetiche del Pci dalla Bolognina in avanti. E’ per tale ragione che l’opposizione al Renzi del sindacato unico non potrà certo provenire da un sindacato, la Cgil, da anni complice delle strategie padronali, e che per anni ha provato ad imporsi, lei, come sindacato unico a scapito del sindacalismo di base e conflittuale; per la stessa ragione, l’opposizione al renzismo, che altro non è che una forma di post-modernità politica, o per meglio dire la forma che la politica assume in assenza di conflitto organizzato, non proverrà da chi ha allevato il mostro, lo ha fatto crescere, e ora cerca di capire come contenerlo.

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1 comment to Il sindacato unico renziano

  • Hirondelle

    Renzi potrebbe essere leader di uno qualunque dei tre, come stile.
    Ma l’uscita sul sindacato unico, intesa come la scomparsa in prospettiva di ogni organizzazione intermedia, va un po’ più in là di un pensiero liberaldemocratico. E non è la sola in questo senso.

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