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L’anti-marxismo congenito del pensiero post-strutturalista

 

Ci accorgiamo con colpevole ritardo di una pubblicazione illuminante, sebbene dai tratti filosofici marcati e quasi per addetti ai lavori, sul ruolo che il pensiero post-strutturalista francese ha avuto riguardo alla costruzione di un paradigma politico anti-marxista, raccolto da una parte dei movimenti sociali dal ’68 in avanti. Un problema affatto attuale, visto che un certo modus pensandi, per così dire, è ancora alla base dell’azione politica di parte dei movimenti sociali.

Pur non avendo noi particolari competenze filosofiche, il testo di Rehmann, con l’importante prefazione di Stefano Azzarà, chiarisce in che termini il pensiero di Nietzsche, o per meglio dire della triade Spinoza-Nietzsche-Heiddeger, sia stato utilizzato in funzione antagonista e superatrice del pensiero marxista o, anche qui per meglio specificare, della linea di sviluppo che da Hegel porta a Lenin tramite la necessaria evoluzione operata da Marx ed Engels della dialettica hegeliana. Tale ribaltamento ideologico avviene  tramite il lavoro in particolare di due autori ancora oggi presi a modello di un certo “pensiero rivoluzionario”, Deleuze e Foucault, massimi esponenti di quel gauchismo parigino travolto dalle sommosse del maggio francese e per via di queste costretto a convertire parti importanti della propria impostazione filosofica in funzione di un discorso “di sinistra” legittimante quei moti di ribellione. E’ infatti opportuno ricordare, con Rehmann, che Foucault, “impressionato dal movimento del Sessantotto, compie uno spostamento a sinistra che spiazza completamente molti suoi contemporanei. Bisogna tener presente che la sua pubblicazione sino a quel momento di maggior successo, Le parole e le cose, del 1966, a causa del suo aspro regolamento di conti con Marx era stata interpretata da molti come un libro “di destra”. Sartre lo aveva definito come “l’ultimo baluardo” che “la borghesia può ancora erigere contro Marx”[...]A questa ulteriore generalizzazione della critica all’umanismo si riferisce lo stesso Althusser quando nel 1966 si scaglia contro le “interviste piene di cretinate su Marx” di Foucault. Dal 1965 al ’66, inoltre, Foucault aveva lavorato al progetto gollista di riforma universitaria (riforma Fouchet) ed era andato vicino ad essere nominato vicedirettore del settore Università al Ministero dell’Istruzione, se non fosse stato respinto per via della sua omosessualità” (pag.109).

L’origine di questo cambio di paradigma trova le sue ragioni in un disorientamento politico generazionale. Sospinta dalla trasformazione generale del modello produttivo-cognitivo a forme di partecipazione politica sempre più totalizzanti, un’intera generazione individua come “nemico” non solo lo stato di cose presenti, il potere costituito tanto nella forma Stato quanto nelle sue articolazioni più immediate (ad esempio l’università), ma anche quei modelli politici rivelatisi inservibili per un discorso antagonista, come il socialismo realizzato in Unione Sovietica. Come ben esplicitato da Deleuze nel 1973, “Marx e Freud hanno rappresentato il sorgere della civiltà burocratica moderna; il loro progetto era quello di una ricodificazione dello Stato in Marx, della famiglia in Freud. Nietzsche costituisce invece l’irruzione della controcultura. Egli fa del pensiero una forza nomade, una “macchina da guerra” contro la macchina razionale e amministrativa i cui filosofi parlano a nome della ragion pura”. Il Nietzsche di Deleuze si rivolge in questo modo direttamente ai rivoluzionari dei nostri giorni: abbiamo bisogno di una “macchina da guerra” che non produca un nuovo apparato statale (pag. 19).

Il recupero di Nietzsche si inserisce allora in quell’opera di ricerca di un pensiero “davvero” rivoluzionario, “altro” rispetto al sistema di dominio tanto capitalista quanto socialista, perfettamente speculari, parrebbe,  nel costruire sistemi di assoggettamento dell’individuo al controllo sociale. Il pensiero deleuze-foucaultiano è allora una forma di nietzscheanesimo, un “nietzscheanesimo di sinistra”, che come obiettivo ha quello di demolire la dialettica hegeliana e di superare il concetto di lotta di classe in favore della volontà di potenza, una volontà liberata, tramite questi autori, degli spunti più marcatamente cripto-fascisti per divenire emblema di un pensiero differenzialista e presuntamente democratico-assoluto, nel senso di elevare la ribellione dell’individuo contro ogni ingerenza collettiva organizzata (lo Stato). Come afferma Azzarà nell’introduzione citando Vattimo, “quella società che si voleva radicalmente nuova [il socialismo, ndr], insomma, veniva contestata come non abbastanza rivoluzionaria e Nietzsche veniva assimilato come la possibile fonte di una spinta rivoluzionaria ulteriore, come l’ispiratore – “antifascista” e “antitotalitario” ad un tempo – di una rivoluzione più “autentica” o addirittura “permanente”, di un socialismo “più vero” perché più attento alle ragioni dell’individuo e alle “aspirazioni di libertà di autenticità, di rinnovamento profondo dell’uomo” (pag. 13). Il comunismo sovietico costituiva l’obiettivo della polemica, in quanto traditore del “sogno di una cosa”, e Marx associato direttamente, sin nelle più contingenti particolarità, alla costruzione del socialismo in Urss. Partendo da un presupposto politico-culturale tipico della polemica liberale (il pensiero di Marx porta direttamente al Gulag: nel 1976 Foucault “ricondurrà immediatamente a Marx il “totalitarismo” quando, in un’entusiastica recensione de I padroni del pensiero di Andrè Glucksmann, indicherà le montagne di cadaveri dello stalinismo come “la verità…denudata” della teoria marxiana [pag. 110]), Deleuze e Foucault fanno propria questa lettura respingendo Marx e il marxismo trovando in Nietzsche il pensiero forte di un ribellismo che non deve più porsi come obiettivo la liberazione generale dallo sfruttamento economico, ma solo presentarsi come alterità inconciliabile alle logiche di potere.

Un potere, per l’occasione trasmutato opportunamente in “biopotere” in quanto perde le sue caratteristiche sociali, di classe, per permeare ogni aspetto della natura umana a prescindere da chi controlla i mezzi di produzione; di cui si indaga, a questo punto necessariamente, una “microfisica”, cioè un insieme di caratteristiche costanti e trasversali ad ogni rapporto di dominio, fondato di per sé sulla violenza. Contro le concezioni del potere incentrate sullo Stato e contro quelle economicistiche, il potere moderno viene definito capillare, e cioè già attivo sul piano più basso del corpo sociale, nelle pratiche sociali quotidiane e, soprattutto, riguardante il rapporto tra individui, non più tra soggetti produttori. In Sorvegliare e punire, il testo foucaultiano più direttamente impegnato nel confronto con Marx, egli “ritiene di aver superato la fissazione marxista all’economia e allo Stato mediante la scoperta di una “microfisica” del potere. Questa microfisica “si esercita a partire da innumerevoli punti, e nel gioco di relazioni diseguali e mobili”, in modo che alla fine – come si dice in un’intervista del 1977 – non si fronteggiano più proletariato e borghesia ma combattiamo “tutti contro tutti” – e c’è sempre qualcosa in noi che combatte qualcos’altro di noi” (pag. 111).

 Di qui alla critica totale verso ogni forma di potere il passo è brevissimo, e infatti viene immediatamente compiuto. Col doveroso corollario che obiettivo della politica non dev’essere lottare per il potere, ma combatterlo, cioè porsi in forma conflittuale all’esistente. Anche qui, il passo verso una strutturazione di un pensiero conflittuale-assoluto, in cui non trova spazio la natura umana fondata sulla cooperazione sociale, viene da sé. Il nietzschianesimo foucaultiano si pone come vertice del pensiero “anti-totalitarista”, intendendo come “totalitarismo” non questo o quello specifico ordinamento statale, ma l’ordinamento statale in quanto tale, con le sue istituzioni totalizzanti, con i suoi rapporti di potere fondati sul dominio e la violenza, qualsiasi essi siano. Un legittimazione teorica forte in un contesto, quello dei movimenti francesi post-sessantottini, votato alla lotta contro ogni forma di subordinazione storica.

Non c’è possibile liberazione, politica e/o sociale, perché la natura umana si esplicita in antagonismo alle forme organizzate di controllo. E’ l’intera metafisica a venire meno in funzione di un discorso immanente ed anti-escatologico. L’uomo in sé è il centro: dell’assoggettamento da una parte, della ribellione dell’altra. In questo senso dunque la politica prende la forma di mobilitazione continua, incessante, volta all’esplicitazione di un antagonismo naturale, quello tra individuo e società. L’assunto clausewitziano della guerra come continuazione della politica con altri mezzi viene ribaltato nella politica, adesso, che sarebbe la continuazione della guerra con altri mezzi, intendendo appunto la politica come scontro permanente, movimento basato sulle strategie di conflitto. Ribellismo, tumulto e sommossa divengono concetti cardine attraverso cui smantellare il portato sociale dell’idea di rivoluzione intesa come superamento della condizione di sfruttamento. Questioni, come possiamo ben vedere, di fatto ancora all’ordine del giorno del dibattito politico dei movimenti.

Il recupero di Nietzsche non è allora un fatto neutrale, perché questo viene sviluppato in opposizione a Marx ma soprattutto al marxismo quale teoria generale di interpretazione della società capace di indicare una strada per la sua liberazione. Gli effetti di questo straniamento ideologico sono ancora ben presenti nelle articolazioni del pensiero antagonista, frutto di un paradigma teorico che oggi dovremmo avere la forza di mettere in discussione per capire in cosa i movimenti degli anni settanta non possono più rappresentare il nostro appiglio teorico di riferimento.

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17 comments to L’anti-marxismo congenito del pensiero post-strutturalista

  • samuele

    sul piano teorico avete pubblicato degli ottimi appunti.

    certo le resistenze e soprattutto le comodità da vincere in questo contesto sono molte. perché se è vero che senza teoria rivoluzionaria non vi può essere movimento rivoluzionario, è altrettanto vero che con una teoria non rivoluzionaria si possono far contente molte persone

  • Frank

    Infatti il problema “politico” del post-strutturalismo è che rifiuta per intero il nucleo, la struttura, l’idea unificatrice della realtà. E’ su questo presupposto che nacquero nella Francia post ’68: il femminismo, il movimento studentesco, quello ecologista, quello di antipsichiatria, quello contro i luoghi di detenzione e la corrente che si batteva per il rispetto dei diritti delle minoranze sessuali. Nessuno di questi movimenti accettava (e accetta) di essere inquadrato all’interno di un partito politico centralizzato. Dal punto di vista politico-filosofico questo implicava (e implica ancora oggi) la nascita di una pluralità di soggetti impossibile da ricomporre nell’ambito della stessa organizzazione. Da allora l’idea della molteplicità è stata utilizzata per arginare i propositi di integrazione, centralizzazione, aggregazione, cosa di cui soffriamo ancora oggi. Michel Foucault sostenne con forza che dopo il ’68 appariva ormai improponibile una visione della società capitalistica composta dalla somma di una struttura economica e, su un piano distinto e subordinato, di una sovrastruttura politica. Il nuovo capitalismo, secondo lui, si riproduce contemporaneamente sul terreno politico, economico e su quello della soggettività. Questi ambiti sarebbero sovrapposti e compenetranti in maniera sempre più capillare e nessuno di loro potrebbe essere disgiunto. Il biopotere. Insomma, i post-strutturalisti francesi sostenendo un pensiero che concepisce la società non come un sistema unificato, ma come una struttura reticolare essenzialmente plurale e composta da punti di fuga, alla fine della fiera rigettano per intero l’egemonia del movimento operaio come asse e qualsiasi idea del partito rivoluzionario come centro parallelamente al rifiuto che allo stesso tempo oppongono alla categoria hegelo-marxista della totalità. E’ facile accorgersi di come il post-strutturalismo vaghi sopra un insieme di conflitti ben precisi senza giungere a scorgere il nesso globale che subordina, annette e riproduce queste specifiche coercizioni all’interno del modo di produzione capitalistico. Tali conflitti possono basarsi su differenze di genere, di etnia, di cultura, di generazione, nazionali, ecologiche, di minoranze sessuali ecc.
    La filosofia post-strutturalistica in questo modo ha lasciato aperta la possibilità, pericolosa e tentatrice, di sublimare la lotta contro tutte le forme di predominio senza però puntare al cuore del sistema capitalistico nella sua totalità. Analogamente, l’apologia dei contropoteri locali, tema preferito da Foucault nella sua celebre microfisica del potere, culmina spesso nell’assoluta e rassegnata accettazione dell’impotenza al cospetto del potere. Negri stesso in una famosa lettera a Guattari dice infatti che la totalità appartiene sempre al nemico. Marx invece, come sappiamo, aveva segnalato la categoria di totalità concreta come il concetto centrale della sua metodologia. Superare, anche filosoficamente, tutti i residui di quel pensiero è necessario per aprire una diversa fase politica e organizzativa.

  • Alessandro

    Questa cosa del “potere reticolare” è uno dei segni distintivi del discorso post-strutturalista. Senza un centro e un’origine, non c’è possibilità di rivoluzione se non nella lotta quotidiana e particolare contro le mille forme che assume questa “reticolarità”. Ora, il problema è che questa forma reticolare non è che non esiste, ma è più semplicemente la forma in cui si articola la struttura di potere capitalistica. E’ un’ovvietà insomma che il potere si articoli nei mille rivoli che lo costituiscono. E’ un’ovvieta che il rapporto sociale capitalista venga riproposto in ogni forma organizzativa particolare (dall’università alle carceri, dal rapporto tra sessi al sistema culturale al ruolo dei media ecc). Il problema è che se tale ovvietà viene descritta come “cuore” del sistema di potere, allora non c’è possibile liberazione se non superando il concetto stesso di potere. Una fuga dalla realtà insomma, il cui frutto è concentrarsi sul superfluo dimenticandosi il contesto generale che lo produce. Solo che se vogliamo parlare del contesto generale dovremmo tornare al marxismo, mentre concentrarci sul superfluo, sul particolare, consente un atteggiamento antagonista senza per questo approdare al marxismo. Si da così un discorso conflittuale (o meglio, conflittualista) ma non rivoluzionario.

  • giancarlo staffo

    Piena attualità del “materialismo dialettico”. Il solo “Metodo” teorico scientifico di classe per trasformare il mondo.
    1 febbraio 2014 alle ore 15.57

    Lenin aveva messo in guardia a non sottovalutare le sfumature:
    “Bisogna essere miopi per considerare come inopportune o superflue le discussioni di frazione e la rigorosa delimitazione delle sfumature. Dal rafforzamento di questa o quella sfumatura può dipendere l’avvenire della socialdemocrazia russa (..oggi leggi comunismo.. n.d.r.) per moltissimi anni” (“Che fare?” Ed Riuniti).
    Purtroppo nella storia del pensiero politico italiano la “dialettica materialista” non ha mai trovato una posizione guida, lo stesso “materialismo storico”, separato dal “materialismo dialettico”, si prestava ad essere manipolato e ridotto a “storicismo idealista ed umanista” che fa concepire la “lotta di classe come evoluzione graduale” senza cultura del nemico, senza rottura, né salto di qualità rivoluzionario, che sostituisce la metafisica “etica” alla “coscienza di classe” materialistica, fino alla rovinosa deriva revisionista e borghese ed alla quasi totale cancellazione della teoria rivoluzionaria Marxista Leninista dal panorama politico italiano.

    Pertanto, come a ragione ammoniva a suo tempo anche Ludovico Geymonat, il centro del problema per i marxisti italiani è proprio la questione del “materialismo dialettico” che separato dal “materialismo storico” abbia svuotato il movimento comunista in Italia, ma non solo, del suo carattere “rivoluzionario” trasformando in “strategia universale”, la “tattica di fase” postbellica, chiusa da decenni con la sconfitta rovinosa del Pci e della sua linea riformista “costituzionale”.

    Anche oggi tra i pochi soggetti marxisti residui non hanno molti ancora rotto il cordone ombelicale con lo “storicismo umanista” ed il revisionismo e continuano ancora ottusamente nel vicolo cieco di un diffuso “eclettismo teorico senza principi di tipo togliattiano”, con una linea democraticista, fondata su forme di unità “pacifiche” politiciste, senza basi sociali, senza discriminanti politiche chiare e senza critica di classe. Altri sono approdati a teorie “post strutturaliste” antimaterialistiche ed antidialettiche, varianti “più moderne” delle tesi empiriocriticiste e soggettiviste

    Il “materialismo dialettico” è la guida teorica metodologica fondamentale indispensabile per ogni strategia comunista (“Rivoluzionaria e Internazionalista”), alla cui base deve essrvi li bilancio critico ed autocritico dell’esperienza storica.

    E’ il “Metodo teorico e pratico” che viene dalla storia materiale del movimento operaio rivoluzionario e che ha i suoi capisaldi principali nel pensiero e nell’azione di Marx, Engels, Lenin, Stalin e Mao Tse-tung.

    Si consiglia rilettura e studio collettivo attento, di Marx: “Introduzione alla critica…” (del 1857), Engels “Anti-Duhring”, Lenin “Materialismo ed Empiriocriticismo” e “Scritti Filosofici” (opere,editori riuniti), MaoTse-tung, “Sulla Pratica” e “Sulla Contraddizione” (ed Rapporti sociali), Stalin: “Principi del Leninismo” (ed. riuniti), B. Brecht “Scritti Teatrali” (einaudi), Ludovico Geymonat “su attualità del materialismo dialettico”, “Storia del Pensiero filosofico e scientifico” Vol. 6.

    Solo formando una nuova leva di avaguardia di “quadri rivoluzionari” su basi teoriche e metodologiche rigorosamente materialistico dialettiche, diventerà possibile una linea strategica rivoluzionaria di lungo respiro e, di conseguenza, farne discendere una tattica elastica e lungimirante corrispondente.

    E’ il vero “Che fare” che serve per un lungo periodo, tutte le scorciatoie sono empiriche, soggettiviste e politiciste, virtuali” e velleitarie e quindi, come la realtà sta dimostrando, destinate al fallimento..

  • tronco

    E ad essere onesti nel calderone dell’autonomia operaia e del pensiero di Toni Negri tutta questa roba c’era allora e c’è a maggior ragione oggi. Nei movimenti post autonomi oggi è l’unica forma di base teorica. In questo il movimento italiano si è anche discostato da quello francese, nella dicitura “aut. op. per il comunismo” ma le basi teoriche erano talmente confuse e fallaci -in questo intreccio (la politica) in cui teoria e prassi non sono fasi distinguibili bensì si compenetrano- da avere un triplo effetto deleterio: sulla teoria, sulla prassi e sulla politica. Il colpo di coda di questo sbandamento ideologico si è fatto sentire nel momento di riflusso, non di forza dei movimenti. Questa ideologia si è andata ad accoppiare con un’organizzazione di ferreo stampo leninista, generando una forte compattezza ideologica e prassi altrettanto compatte. I movimenti hanno sviluppato gerarchie paragonabili a quelle partitiche per monoliticità, portando avanti al contempo una critica radicale di qualsiasi forma politico-organizzativa strutturata. Nella foga della piazza, della prassi, con la polizia che sparava a una manifestazione sì e l’altra pure degli anni 70′ non c’era modo, forse, di vedere questo con sufficiente chiarezza. Dietro la falce e martello ci riconoscevamo tutti “compagni”e basta. Oggi il frutto avvelenato di quella stagione teorica quantomeno confusionaria (più che confusa) però è identificabile piuttosto chiaramente e (capisco che possa irritare i più) ma è il frutto delle teorizzazioni degli autonomi la cui elaborazione politica è andata via via disfacendosi di quel “operaia per il comunismo”, per diventare semplicemente “autonomia” e, insomma, conteneva in sé il germe di questo “antimarxismo” nella sue premesse ribellistiche e nella sua teoria, più che della rivoluzione permanente, dello scontro permanente, come se la dialettica che muove la storia fosse solo scontro totale, coi padroni, lo Stato, la polizia ma anche coi compagni di tendenze o opinioni differenti. Non so se ho ampliato il vostro discorso o ho ripetuto con altre parole quanto detto. Ma credo sia importante una revisione e critica non solo del ’68, ma anche del troppo mitizzato ’77. E non parlo dell’ennesimo trito pistolotto sugli anni di piombo, la P38, la violenza etc (a quello ci pensa lo Stato e i traditori di Lotta Continua tipo Mieli), ma proprio sulle questioni prettamente politiche.

  • Dan

    Tante volte in questo periodo uno si domanda perchè la nostra condizione collettiva, politica, intellettuale, psicologica è così subalterna, incapace di determinare un superamento della palude del presente, mi sembra che l’articolo provi a scavare su alcune ragioni di un dibattito filosofico lontano ma molto vicino.
    Le basi filosofiche dell’agire politico non vanno mai trascurate perchè sono strutture concrete che agiscono sui comportamenti, sull’immaginario politico, sugli slogan che ritornano, sugli stili di vita, in ultimo sulle “non strategie”.
    Che la filosofia francese poststrutturalista avesse fatto molti danni nelle fila del movimento antagonista, soprattutto a partire dal contemporaneo declino dell’egemonia marxista,a cavallo tra gli anni ’70 e 80, è un fatto noto e dobbiamo anche dire che il movimento comunista organizzato, nelle sue espressioni più avanzate, non è stato per nulla capace di disinnescare l’arma di confusione di massa mossa da vari filosofi brillanti d’oltreAlpe ma anche nostrani.
    Direi anche che non è l’unico filone antimarxista quello poststrutturalista, non dimenticherei neanche le teorie della Scuola di Francoforte, del cosiddetto marxismo eretico, che tanti danni hanno fatto alla tradizione teorica e politica del movimento comunista.
    Indubbiamente le varie correnti dell’estrema sinistra borghese sono tutte accomunate,in ultima istanza, nella lettura soggettivista della storia, delle dinamiche sociali, dei conflitti verso un odio profondo per la dialettica, della relazione tra soggetto-oggetto sul piano filosofico, storico e politico.
    Da ciò ne consegue il linguaggio slegato dalla materialità delle contraddizioni oggettive,”l’onnipotenza” della soggettività che tradisce un felice senso di inferiorità verso il mondo dominante. Ecco perchè tante situazioni sono felici dell’essere statiche, del girare su stessi, vivono la sindrome del criceto che gira incessantemente nella ruota senza mai domandarsi il perchè.
    La lotta contro queste teorie postmarxiste, la considero una battaglia culturale e ideologica assolutamente prioritaria, non slegata dalla dura materialità della lotta quotidiana, anzi la dialettica, appunto, ci permette di legare la dimensione dell teoria, della filosofia alle pratiche di lotta.
    La lotta per una cultura materialista è una battaglia politica, fatta nelle strade,con gli strumenti della comunicazione è una parte della battaglia politica, è un fronte di lotta, non è una mera discussione accademica o fra addetti ai lavori del ceto politica. Deve vivere nelle cose che diciamo e facciamo.
    Nella lotta contro la cultura del minoritarismo, della logica tribale, dell’autosufficienza gruppettara.
    Rompere con questi residui degli anni ’70, con l’estremismo antipolitico è una necessità del prossimo periodo. Va fatto un lavoro continuo, paziente,come il contadino che deve rimboccarsi le maniche dopo avere lasciato il campo abbandonato e lo deve fare con tenacia e costanza, ma anche perchè ha ben chiaro cosa vuole coltivare.
    Spero che questo contributo non rimanga isolato.

  • pietro

    Per me la coppia Nietzsche-Heidegger, pur riconoscendo l’ambiguita’ teorica, i coinvolgimenti e gli sconvolgimenti politici sono quanto di piu’ anticapitalistico e anti globalizzazione puo’ offrire la filosofia moderna.
    Il marxismo ( pur apprezzabile in determinate e coincise parti) ha prodotto l’orrendo ibrido capitalista-statale cinese e…abbiamo detto tutto.

  • jangadero

    in materia di filosofia mi confesso molto scarso ma credo che la lettura per eccellenza, tra l’altro molto semplice, è sulla contraddizione di mao, che è per me addirittura esistenziale, letta e compresa illumina, in un certo senso, tutti gli aspetti della vita.
    la dialettica materialistica: la contraddizione principale, gli aspetti particolari dei due opposti, le contraddizioni secondarie, l’unità degli opposti

    come sosteneva un intervento più sopra appare ovvio che il potere intervenga in ogni modo possibile, reticolarmente, avendone le capacità e sarebbe stupido se non lo facesse, il materialismo dialettico ci insegna però a cercare la contraddizione principale che rimane a livello sociale quella di classe perciò poi appare chiaro che le innumerevoli contraddizioni secondarie vengono sfruttate per mantenere e consolidare il dominio di una classe sulle altre.

    introdurrei però una riflessione di carattere storico sull’origine di questo pensiero “confuso” che è il carattere di capitalismo di stato che aveva il socialismo in unione sovietica, e che indirizzava la ricerca filosofica critica verso mete alternative, per me abbastanza incomprensibili mentre mi rimane però indelebile la critica guevarista al capitalismo di stato che suonava all’incirca così – come può l’incentivo materiale al raggiungimento degli obiettivi del piano essere la base per la costruzione del socialismo? – a cui sappiamo come il Che decise di reagire sviluppando il lavoro volontario a cui partecipava attivamente interrompendo importanti riunioni al ministero dell’industria per recarsi a raccogliere canna e maturata, secondo me, la coscienza che non si può edificare il socialismo in un solo paese, inteso come transizione al comunismo, ovvero al superamento del dominio di classe, (si può avere una nazione in cui vi sono forti elementi di socialismo come a cuba o come era in urss) con il tentativo guerrigliero a livello continentale di cui la bolivia non era che la base, se vogliamo destinato al fallimento ma gravido di conseguenze di cui ancora oggi l’america latina raccoglie i frutti nella sua primavera. Credo che la lezione del Che ci dica molto più dei filosofi.

    le condizioni attuali del capitalismo dominante in competizione molto meno antagonistica di come era con quello sovietico, per ora, con una forma molto diversa di capitalismo di stato – quello cinese – in cui è presente la maggior parte del proletariato mondiale e che ha saputo sfruttare le contradizioni dell’avversario per crescere economicamente stanno ricreando le condizioni di un mondo bipolare in cui però l’illusione del carattere socialista di uno dei due opposti è molto meno forte e la classe potrà dotarsi di una sua politica autonoma, cosa molto meno facile all’epoca sovietica, cercando proprio l’alleanza con i milioni di operai cinesi che si stanno ribellando allo sfruttamento capitalistico

    tutto ciò per dire che la contraddizione tra individuo e società è ovviamente irrisolvibile finché ci sarà il dominio di classe e che questa tendenza al ribellismo, in parte alimentata dalla classe dominante stessa può però ritorcersi contro di essa se la classe proletaria,con una sua politica intelligente riesce a indirizzarla ai sui fini, come con la guerriglia del Che, con le insorgenze degli anni 70, i movimenti di genere, ecologisti ecc.., perciò non bisognerebbe assumere un carattere assolutamente critico di queste tendenze ma creando le condizioni di una autonoma politica capace di esercitare egemonia tentare di sussumerle nell’alveo di una politica di classe.
    ovviamente il problema rimangono queste condizioni tali da essere in grado di esercitare egemonia ed è su questo piano che, ripeto non tralasciando gli aspetti secondari, di ribellismo, di genere, ecologisti, bisognerebbe aggregare forze più strutturalmente disposte all’organizzazione e alla centralizzazione, ovvero nuclei di lavoratori di ogni settore

  • Rogerio

    Faccio una premessa: ho letto questo libro qualche anno fa (anche in tedesco) e prenderei molto ma molto con le pinze quello che dice per 5 motivi

    1) l’analisi di Foucault è molto, ma molto limitata. Non è che non lo legge abbastanza ma in tutta sincerità ne organizza una rappresentazione per ridurlo ad una lettura al limite del denigratorio.

    2) Nietzsche in Germania è ancora un tabù, Heiddeger anche (ma qui sono d’accordo) e questo essere tabù non deriva solo e soltanto dai fantasmi nazisti (del resto decostruiti dagli autori francesi e italiani) ma anche e soprattutto per essere antitedesco. Oggi attraverso Nietzsche (e Kafka) si potrebbe organizzare la più grande critica del Modell Deutschland (ma questo è un altro tema) . Fatto sta che avvicinare qualcuno a Nietzsche equivale ad una squalifica politico-filosofica. Rehmann non è il primo, ma uno della serie che conta tra gli altri Habermas.

    3) La storia del marxismo ufficiale o legale in Germania ha diversi scheletri negli armadi e se c’è un paese in cui il marxismo ha distrutto il potenziale rivoluzionario di Marx, be quello è la Germania. Detto altrimenti questo prof. non fa che riproporre un tribunale in cui si deve decidere chi è “di sinistra”

    4) La ricezione di Foucault in Germania è ben diversa che in Italia, quella di Deleuze è quasi inesistente, il loro 68 è legato alle teorie della scuola di Francoforte che saranno anche più marxiste ma anche meno politiche, dove l’unica reale prassi, è di fatto quella di Habermas, che è rigorosamente socialdemocratica. Spesso parlando con i marxisti tedeschi ho la netta impressione che il Marx rivoluzionario e politico sia morto con Rosa Luxemburg.

    5) Perchè questo è importante nell’analisi di questo testo? Foucault, ma anche Agamben, vengono regolarmente attaccati dagli accademici tedeschi perché quello che davvero non sopportano è la fine del pensiero tedesco (troppo impolitico) e il “successo” del pensiero francese e italiano (dove la prassi politica gioca un ruolo determinante). Può sembrare banale ma lo studio della ricezione di questi autori rivela questo. Insomma qui io ci vedo ben poca attitudine o preoccupazione per la costituzione di un soggetto rivoluzionario o di una classe antagonista o il recupero della lotta di classe. Ossia del Marx che ci serve oggi.

    Detto questo, a livello teorico e politico, il recupero “rivoluzionario” di Marx è sacrosanto. Ma appunto sia un recupero rivoluzionario. Del resto personalmente sono molto critico verso le derive estetico-individualiste delle prassi legate a Nietzsche, Foucault, Deleuze, Agamben, Tuttavia non si può e non si deve ignorare l’analisi dei dispositivi che offrono.
    La posta in gioco non è tanto mettere Marx contro Foucault, ma di farli giocare insieme al fine di costruire una prospettiva di superamento analitico e politico dei rapporti di produzione capitalistici…e questo non è semplice. Mettere gli contro gli altri è il gioco degli accademici, che tuttavia della rivoluzione e dell’emancipazione se ne fregano ampiamente.

    • samuele

      Mi sembra che troppo spesso si sia lavorato a sciogliere i contrasti politici, teorici o pratici, per reciproco apprezzamento, per mutua giustificazione. Eliminando di fatto, magari non intenzionalmente, gli argomenti di critica e di dissenso in funzione di un collage che mi pare di poter dire sia stato inefficace o controproducente perché non ha risolto il nocciolo del dissenso, che è tutt’altro che formale.

      Allo stesso modo mi sembra che con ciò che dici, posso sbagliarmi, si tende ad attaccare più gli autori che gli argomenti. Più la forma che la sostanza, insomma. Salvo poi enunciare la necessità di un confronto, che mi sa tanto di accordo al ribasso per tenere buoni gli animi e fare pace con le coscienze.

      Sbaglio?

  • Militant

    @ Rogerio

    Attenzione. Capiamo il senso delle tue riflessioni, il problema però è di un tipo diverso, e cioè: Foucault (e con esso Deleuze, e con essi aspetti del pensiero nietzscheano), non sono stati “usati” per integrare l’analisi marxista di quelle parti che per un verso o per l’altro potevano essere integrate. Il filone post-strutturalista è stato usato *contro* il marxismo, definendo questo come ormai inservibile per un discorso “conflittuale” e “liberatorio”. E si è prodotto questo passaggio perchè è stato assunto, ad un certo punto, che Marx e il marxismo portano inequivocabilmente a forme di dominio speculari a quelle capitaliste.
    Siamo anche noi convinti che certi studi di Foucault siano interessanti e propongono punti di vista importanti, ma necessariamente a supporto di una visione scientifica dei rapporti di classe. Insomma, Foucault e Delezue scevri da Marx sono un problema, perchè liberati dal rapporto con l’analisi di classe, assolutizzati, divengono pensiero borghese. In questo senso allora va centrata la critica: se Foucault viene utilizzato in sostegno alla critica marxista dell’esistente, ben vengano alcuni aspetti sicuramente innovativi. Se liberati da questa cornice, portano a forme di nitzscheanesimo che possono anche “fomentare” rivolte generazionali, ma appunto, vengono di fatto relegati a fenomeno culturale, in definitiva superfluo, “esteticamente radicale” al servizio di forme ideologiche nella sostanza borghesi, interne cioè allo stesso rapporto di produzione realizzato attraverso altre specificazioni culturali.
    Tanto per dire, potremmo essere d’accordo che Nietzsche non costituisca un “prodromo” del nazismo ma, allo stesso tempo, il fascismo e il nazismo possono essere visti come nitzscheanesimo realizzato, perchè all’interno dello stesso rapporto produttivo il potere assume forme differenti, apparentemente aliene ad esempio al capitalismo neoliberista.

    Ora, dunque, l’intento di una parte dei movimenti dal ’68 ai giorni nostri quale è stato? Secondo noi (ma non lo scopriamo nè noi nè Rehmann), quello di *sostituire* una struttura di pensiero con un’altra. Il perchè è da ricercarsi, molto probabilmente (e su questo punto ci torneremo), nel cambiamento della composizione sociale del soggetto apparentemente conflittuale. Insomma, da fine anni sessanta in poi il soggetto mobilitato diviene lo studente, un salto di paradigma storico, visto che questo per secoli era stato uno dei soggetti più fedeli alla borghesia conservatrice. Tale soggetto va alla ricerca di una struttura filosofica alla quale agganciare il nuovo spirito conflittuale, e non trova più in Marx qualcosa che soddisfa le sue esigenze. Bisogna tenere conto anche di questo quando si guarda al passaggio da un pensiero forte ad un altro.

  • Rogerio

    Per quanto sia d’accordo con il terzo punto (ossia il problema dello studente come paradigma del soggetto mobilitato) e ci torno dopo; sono decisamente contrario al resto ed è una forzatura infondata.

    Foucault (ma anche Nietzsche) non diviene mai pensiero borghese. Al massimo diviene pensiero impolitico. Però qui casca l’asino perchè così come c’è la possibilità di un uso impolitico di Foucault, c’è anche la possibilità di disinnescare Marx, ed è quello che è stato fatto innanzitutto dai partiti comunisti europei e i loro intellettuali dopo il 45, che hanno amministrato la classe, castrandone la rivoluzione. Lo hanno fatto attraverso Gramsci e Marx (depoliticizzati chiaramente)

    Attribuire al post-strutturalismo (e questa è una categoria odiosa ) di aver lavorato per la borghesia – quanto in realtà questi autori hanno completamente decostruito il soggetto borghese mentre al contrario sono stati gli intellettuali di partito che hanno imborghesito la classe proletaria – è solo una squalificazione. Sia chiaro che autori come Foucault o Deleuze o anche Negri (che rientra nella categoria post-strutturalista) hanno costruito il loro campo attraverso la lotta, ma contro chi? siamo così sicuri che i comunisti europei post 45, stessero lavorando per la Rivoluzione o per il superamento dei rapporti di produzione capitalistici?

    Tornando un attimo all’operazione di Rehmann, lui usa un sillogismo logico arbitrario e infondato. Nietzsche è un razionario, Foucault è un nietzschiano, dunque Foucault è un reazionario. Ora aldilà del limite ermeneutico di questo modo di ricercare, questo tipo di prospettiva è la classica idea Borghese e Cattolica di separare puri ed impuri; Ed è proprio questo residuo o dispositivo clericale (ps. attraverso Nietzsche possiamo liberarcene) che ha lavorato da dentro il marxismo europeo-occidentale (di partito). Ed è proprio questo che ha spinto Foucault o altri a cercare un’altra prospettiva di pensiero. Ma chi è che ha depoliticizzato e imborghesito Marx?

    C’è anche un altro dato da prendere in considerazione, dopo il 45 Marx (politico) ha trovato terreno fertile in contesti quali Cuba, Vietnam Cina (a propro Foucault era maoista prima del 68 non “di destra”) ossia dove il borghese era completamente identificato con il potente e con l’europeo etc. Perchè dico questo? Su un punto avete ragione (e lo dico anche facendo autocritica in quanto mi sono politicizzato all’università pur avendo un passato di strada) lo studente è un soggetto politico non dico conservatore ma molle e ci si dove orientare in percorsi di mobilitazione sociali che partano dall’emancipazione sociale e politica dei margini, mostrando nel “borghesismo” bianco e razzista, la classe da combattere. Non è semplice come mobilitazione, tanto quanto necessaria. Però ecco, qui Foucault può essere utile tanto quanto Marx. Sempre mettendoci nell’ottica di superamento dei rapporti capitalistici, perché altrimenti tutto “lavora” per la Borghesia.

    Ah un ultimo punto…io sono per la sostituzione del cosiddetto post-strutturalismo come struttura di pensiero, ma non perché non abbastanza marxista o addirittura conservativo come sostiene Rehmann (che è un iperconservatore nel modo di pensare) ma perché la storia e le lotte impongono di creare sempre nuove strutture di pensiero.

  • Alessia

    l’aspetto speculativo nell’indagine che tende ad individuare l’origine delle (presunte) contraddizioni del pensiero post-strutturalista, a mio avviso è da ricondurre alla prassi, e solo ad essa. Nella costruzione del concetto di potere e del suo superamento, quello che genera l’abisso è infatti individuarne la fonte attraverso il soggetto e la sua possibilità e occasione di costituzione (biopotere) e quello che invece, facendo un salto storico-temporale ad onor di sintesi, avviene dopo il ’77, per citarne uno non a caso, attraverso una certa pratica che poco ha avuto a che fare con i dettami della politologia . Le due fasi politiche, quelle citate nell’ articolo e quello che in questo brevissimo intervento riporto, trovano appiglio perchè viene citato alla fine dell’ articolo una certa tendenza sostanzialmente perdente di trovare nel superamento dei poteri centrali e in una prassi che riporti ad una pratica a partire da sè, dalle necessità, al territorio e al superamento definitivo del cd appiglio teorico, il fallimento della fase attuale. La forza rivoluzionaria che determina (quantomeno auspicabile) il superamento di tutte le cose che fin qui ci siamo detti, comprese certe speculazioni di carattere cognitivo, resta, è stata, e a mio avviso rimane l’ unica possibilità per uscire dalle contraddizioni che genera il capitale, e la moltitudine che tale poi non è, e che determina il processo di ricomposizione, deve determinare esattamente la rottura di un nucleo centrale e avere la capacità di rappresentare tutti gli aspetti e le contraddizioni che in essa si generano; da qui l’importanza del contributo e della critica femminista quasi totalemnte assente dal dibattito generale e spesso ricondotta ad un “intrusione” di carattere meramente culturale.

  • dixi

    «Je cite Marx sans le dire, sans mettre de guillemets, et comme ils ne sont pas capables de reconnaître les textes de Marx, je passe pour être celui qui ne cite pas Marx. Il est impossible de faire de l’histoire actuellement sans utiliser une kyrielle de concepts liés directement ou indirectement à la pensée de Marx et sans se placer dans un horizon qui a été décrit et défini par Marx. À la limite, on pourrait se demander quelle différence il pourrait y avoir entre être historien et être marxiste».

    Sapete chi è che lo dice?

    Ripigliatevi! A produrre autocoscienza sociale sono i fenomeni di resistenza, non l’ideologia!

  • Militant

    @ Dixi
    A produrre “autocoscienza sociale” non sono nè “fenomeni di resistenza” nè l’ideologia, s’è per questo, ma la capacità di transitare le lotte dal piano sociale al piano politico. Infatti, seguendo il Marx del Manifesto, non tutte le lotte sociali sono lotte di classe, ma lo divengono quando intervengono nei rapporti di forza politici. Motivo per cui l’autocoscienza non si da nè spontaneamente nè è il frutto della mera condizione sociale di partenza. E’ il soggetto politico il cuore del concetto di “resistenza”.
    Questo per dire cosa? Che “fenomeni di resistenza” che non raggiungono il piano politico non cambiano l’esistente, ma rimangono inseriti nel sistema di potere capitalista. E il marxismo – certo aggiornato, emendato, attualizzato – rimane ancora oggi l’unica struttura di pensiero in grado di immaginare un’alternativa politica effettiva. Altri sistemi di pensiero, ad esempio il nietzschianesimo, non costituiscono alcuna alternativa di potere. Ne rappresentano, semmai, un’esegesi.

    Per rispondere a Rogerio, allora, il sillogismo “Nietzsche è reazionario-Foucault è nietzschiano-Foucault è reazionario”, può essere criticabile, ma non invalida la prima proposizione: Nietzsche è davvero reazionario, su questo punto non possiamo transigere in nome del post-moderno. Questo non vuol dire che non possa essere utilizzato (come Hobbes; come Von Clausewitz; come Schimtt e molti altri pensieri “di destra”), ma assunto come struttura fondante di un pensiero, non può che produrre forme di pensiero anarco-fascista. Ecco, utilizzando Foucault contro Marx si arriva a quello. Non riconoscerlo è un autoinganno.
    Poi possiamo anche ragionare su quanto certo pensiero post-operaista abbia contribuito a svecchiare forme e schemi della politica, di quanto sia stato addirittura opportuno per combattere un certo comunismo “socialdemocraticista”, e potremmo anche trovare punti d’accordo, ma se l’obiettivo della questione diviene abbandonare il socialismo verso forme post-moderne di pensiero debole a supporto di pezzi di cognitariato insoddisfatto, molto meglio una sana socialdemocrazia che pensiero borghese rimasticato ad uso del ribellismo giovanile. Almeno rimarremmo nel campo della Politica, quella dei rapporti di forze. L’alternativa è l’irrilevanza, la marginalità, la controcultura elevata a Cultura, peraltro immediatamente sussunta dal capitale. Rimarremmo alla “rivoluzione dei costumi” prontamente articolata in consumismo di massa. Come direbbe Brecht: compagni, parliamo dei rapporti di produzione!

  • Trotsko

    Vi segnalo anche un altro testo che tratta argomenti analoghi: Loren Goldner , L’avanguardia della regressione

    Un saluto marxista

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