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La finta ingenuità di Chiara Bisconti è un’altra operazione di revisionismo storico

L’assessore al benessere, qualità della vita, sport e tempo libero, risorse umane, tutela degli animali e verde (!!!) di Milano, Chiara Bisconti, non ha un passato politico di grande rilievo. Se doveste perdere qualche minuto sui motori di ricerca per capire cosa facesse di strettamente politico prima di essere chiamata da Pisapia, forse non trovereste nulla. Ma non è un problema, e soprattutto non c’entra molto con la polemica che si è alzata nelle ultime 24 ore. O forse, potremmo dire che c’entra nella misura in cui una certa ingenuità politica – anche a chi non è stato militante politico nei decenni passati – non può essere riconosciuta e giustificata, specie se le puntualizzazioni e le rettifiche fatte stamattina ci consegnano un quadro molto, molto chiaro della situazione. Ma andiamo con ordine.

Ieri su Repubblica l’assessore proponeva di installare «l’albero della vita» (simbolo di Expo2015) a Piazzale Loreto, una volta conclusasi l’esposizione speculativa che durerà fino a fine ottobre. Nell’articolo Bisconti dice chiaramente che l’idea punta a «cancellare un momento storico controverso con un inno alla vita». E oggi, dopo la prima ondata di giuste rimostranze che ha sollevato questa sua curiosa e meschina trovata, ha precisato meglio il senso (fintamente ingenuo) della sua operazione:

«Quando ho usato il termine controverso riferendomi al momento storico, non intendevo usare un aggettivo con connotazione negativa. La mia frase non deve essere letta come irrispettosa verso il senso della storia che la costituzione ha sancito. Anzi… Quella piazza oggi è ricordata per un epilogo molto feroce che fa perdere il ricordo di quello che fu il martirio di 15 giovani partigiani. Io credo che un albero che inneggia alla vita possa invece portare una riflessione su quel momento storico».

Anzitutto, per non offendere un’intelligenza collettiva che da decenni sta lottando contro tentativi revisionisti che minano alla base la storia della Resistenza, iniziamo a liberare il campo da alcuni dubbi. Vita o morte, inno o marcia funebre, l’assessore Bisconti sta prima di tutto giocando una partita politica per marchiare a fuoco, indelebilmente, la città di Milano con il brand dell’Expo, una speculazione che anche nella sua accezione simbolica sta deformando l’intero territorio milanese (e non solo) sulla base del paradigma debito, cemento, precarietà che i compagni e le compagne milanese hanno sapientemente denunciato nel corso di questi anni di preparativi (a tal proposito invitiamo alla lettura di un agile contributo uscito oggi su zeroviolenza).

Su quanto ha dichiarato Bisconti, poi, il discorso è più netto. La base del ragionamento per cui un luogo di morte possa venir letto come luogo di vita, per cui più che la morte di Mussolini vada ricordato «il martirio di 15 giovani partigiani» è un’operazione da rispedire al mittente. E con forza. Rivendicando la positività di quella morte così giusta, senza la quale forse la liberazione dal nazifascismo non sarebbe stata così come oggi la conosciamo. Rispedendo al mittente il tentativo di legare Piazzale Loreto alla morte di 15 partigiani non perché questi non meritino un giusto riconoscimento per la loro lotta politica, ma perché deve essere rifiutata la possibilità di identificare quella piazza come un unico piano di simbologia in cui convivono torti e ragioni tenuti insieme dall’immanenza della morte e non invece dalla giustezza della causa che le ha provocate. In questo senso, dunque, deve essere letta la proposta di Bisconti. A quale vita vuole dedicare quell’inno, quell’albero? Quale morte vuole che venga ricordata in quella piazza? Sono due domande la cui risposta induce direttamente alla ri-lettura dell’epilogo della lotta partigiana. Scansare questa lettura è un piano militante di antifascismo, quello che fa riferimento alla battaglia culturale contro le derive revisioniste che tra foibe e repubblichini, tra targhe, spettacoli e fiction sta imperversando nel nostri dibattito pubblico. Noi rivendichiamo tutto, e quella piazza con la sua più celebre impiccagione più di ogni altra cosa, come simbolo immanente di una lotta che attraversa il tempo; ma soprattutto, non deleghiamo all’assessore e alla giunta che sta consegnando Milano alla mafia del cemento e della speculazione alimentare il ricordo (strumentale) dei 15 partigiani morti in quella stessa piazza nel 1944.

Infine, vorremmo sottolineare come anche questa ennesima provocazione alla storia della Resistenza giunga da una giunta di centro-sinistra – così come in molti l’hanno creduta. L’attacco alla storia della Liberazione, nel suo 70esimo anniversario, poggia su un architrave che la stampa di massa definirebbe di sinistra. Ricordiamo il commissariamento del corteo romano del 25 aprile, con il placet e la soddisfazione di SEL, parte integrante della giunta Marino. Aggiungiamo a questo ignobile mosaico il tassello della giunta Pisapia, della storia dell’alberello e della falsa ingenuità di Chiara Bisconti, assessore alle politiche revisioniste di una città medaglia d’oro per la Resistenza.

 

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