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La piazza statica

 

Che la manifestazione cittadina del 28 febbraio sia riuscita a portare in piazza più gente dell’apparato nazionale Fiom guidato dal lìder maximo Landini la dice lunga sulle potenzialità che avrebbe potuto generare quel metodo sommato a quelle istanze politiche, ennesima occasione sprecata da un movimento incapace di uscire da un certo minoritarismo autocompiacente. Eppure un confronto oggi tra le due piazze appare necessario, per comprenderne i limiti vicendevoli. Nonostante l’evidente sovraesposizione mediatica, la piazza di Landini non è riuscita ad aggregare altro che i “soliti noti”: pensionati, lavoratori a tempo indeterminato, operai Fiom presenti nelle grandi fabbriche, pubblico impiego, ceto medio riflessivo; una piazza al tempo stesso necessaria e statica, “passata” ma ancora decisiva. Una piazza socialmente diversa da un 28 febbraio in cui è stato evidente il protagonismo di una “trasversalità” di classe capace di organizzare tutte le varie forme sociali subalterne al capitalismo neoliberista. La dinamica che però va evitata è la contrapposizione tra la piazza “operaia” e quella “precaria”, non solo perché sarebbe fuorviante e sostanzialmente falsa, ma perché oggi c’è l’assoluta necessità della sintesi tra le due piazze, non della contrapposizione. E’ fuor di dubbio che la piazza di Landini rappresenta un’insieme di soggettività sociali tendenzialmente declinanti e legate ad una forma produttiva-lavorativa precedente all’attuale sistema di rapporti economici ma, è questo il punto, quell’insieme sociale è ancora quantitativamente determinante per ogni sinistra che punti a un discorso sul potere. Non è solo una questione numerica, ma di rilevanza politica. Se l’obiettivo di una sinistra conflittuale vuole essere quello della ricomposizione politica di un pezzo di mondo del lavoro, se dunque l’obiettivo è l’esercizio di un’egemonia politica capace di trainare in avanti le ragioni del mondo dipendente salariato (sia esso precario o presuntamente garantito), questa non è possibile attuarla senza un rapporto politico e sociale con i soggetti presenti nella piazza di Landini.

Allo stesso tempo è evidente la diversa “qualità” sociale della piazza del 28 febbraio romano. Le ragioni di quella piazza erano espressione di un insieme di soggetti sociali oggi completamente relegati alla marginalità politica ma affatto centrali nella riproduzione del capitale: quella era la piazza del precariato senza diritti sociali e politici su cui oggi il capitale fonda la propria competitività economica, l’insieme di soggetti capaci di reggere (sempre meno) la produttività internazionale, un magma sociale accomunato dall’essere il soggetto produttivo chiave dello sviluppo neoliberista europeista. La piazza di Landini descrive una fotografia sociale, quella del 28 una tendenza economica. Il fatto è che queste due piazze non possono marciare divise. L’una è capace di orientare una certa opinione pubblica di classe, l’altra è relegata all’irrappresentabilità politica. La prima risulta ancora necessaria a porre un problema di e per il potere politico, mentre la seconda ha come controparte solo l’amministrazione repressiva dell’ordine pubblico. La prima esprime ancora una questione politica, la seconda ancora non è in grado di rappresentare una novità credibile. Per tali ragioni, e per molte altre, la piazza di Landini non va banalizzata.

Detto questo, è bene chiarire che il progetto politico attorno a cui è stata chiamata quella piazza è irricevibile, e difficilmente può instaurarsi un dialogo proficuo tra le ragioni di Landini e quelle delle nuove forme di precariato escluso e politicamente marginale. Due sono gli ordini di problemi per cui il riformismo socialdemocratico di Landini non può trovare oggi ascolto. Un problema di merito e uno di metodo. Nel merito, come abbiamo espresso varie volte, in fase di recessione economica non è possibile immaginare alcuna redistribuzione del reddito che non sia conquistata attraverso cruente lotte di classe. Pensare che il ceto politico acconsenti elargizioni pubbliche in tempi di pareggio di bilancio, solo per qualche saltuaria prova di forza numerica, significa fraintendere completamente la fase politico-economica in cui siamo immersi, una fase in cui è venuto meno qualsiasi rapporto di forza. Nel metodo, non può avvenire alcun passo in avanti riciclando dirigenze politiche espressione di tempi passati. Se c’è una costante storica della lotta politica delle classi subalterne, questa è che il nuovo subentra sempre attraverso il ricambio dei ceti politici precedenti, che una nuova classe politica dovrà formarsi nelle contraddizioni attuali, non reiterare gli schemi di precedenti stagioni delle lotte di classe. Non saranno dirigenti formati in un mondo che non c’è più a organizzare le lotte del mondo attuale, per tutta una serie di ragioni che sarebbe lungo elencare. Se questo è vero per ceti politici vincenti, lo è ancor di più per una serie di dirigenze provenienti da una sequela di sconfitte politiche inenarrabili, incapaci di suscitare qualsiasi possibile simpatia.

Landini può essere un leader importante in un altro contesto, inserito in un altro paradigma, non se rappresenta solo l’espressione mediatica migliore di un ceto pluri-trombato, da Sel a Rifondazione, dalla sinistra Cgil alla “sinistra” PD. Solo attraverso la morte del padre potranno nascere figli legittimi di un nuovo ciclo di lotte di classe. Una certa sinistra ufficiale persiste nel suo errore, mentre un’eterna “nuova sinistra” persevera nel suo avanguardismo. E come la sinistra riconosciuta deve fare i conti con la sua storia riformista, anche la sinistra di movimento dovrebbe fare i conti con il suo paradigma politico, quegli anni Settanta di cui non si comprendono appieno talune miserie che ancora ne contraddistinguono certi tratti peculiari.

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9 comments to La piazza statica

  • tronco

    Mi sembra un’analisi molto condivisibile e ponderata che però lascia aperto un unico punto irrisolto: l’oggi. La schiavitù tatticista ha distrutto (lo dico senza mezzi termini) la sinistra italiana, e (continuo ad esserne convinto) la sconfitta della proposta politica riformista di Rifondazione e compagnia dal 2008 in poi, ha segnato anche la fine della spinta propulsiva delle idee più radicali nella società, perché è venuta a mancare la prospettiva di una possibile rappresentanza politica (la spinta è in sostanza andata a vuoto, e c’è stato un riflusso come negli anni ’80). La controparte nel frattempo mi sembra sia palese è estremamente attiva e occupa il 100% dello spazio mediatico, politico e rappresentativo. Sebbene Landini mi sembri “troppo poco, troppo tardi” mi chiedo e vi chiedo: quali processi reali possiamo opporre per cercare di salvare il salvabile e attraverso questo rilanciare la lotta? Un dato positivo secondo me (anche se ripeto, “troppo poco, troppo tardi”) nella piazza di Landini c’era, l’analisi è stata la seguente: un’autocritica nei confronti dell’azione del sindacato (troppo poco) un’apertura totale al lavoro precario (e graziearcazzo) e l’individuazione di Renzi come di un nemico, detto chiaro e tondo (troppo tardi). Questo ultimo passaggio però può essere funzionale ad aprire una crepa nell’assolutismo mediatico filorenziano. Sta rinascendo (dai fatti, non per elaborazione teorica o iedeoogica del sindacato) l’idea che non ci sono governi amici dei lavoratori e questo può essere un altro dato di rottura (rottura anche interna tra FIOM e CGIL-CISL-UIL). In questa battaglia dobbiamo esserci anche noi, perché salvare il salvabile oggi, significa garantire le lotte di domani, e a me non farebbe schifo aprirmi una breccia anche tra i lavoratori del precedente ciclo produttivo. E con questo non intendo “vota Landini”, sia chiaro, ma comprendere che alcune di queste battaglie, sebbene di retroguardia, sono funzionali allo sviluppo delle altre. Il fallimento dell’opzione politica classica potrebbe non determinare una rinnovata radicalità nella lotta, ma rischiare (invece) di seminare lo sconforto in un panorama già fiaccato da 30 anni di sconfitte e neoliberismo. Quale potrebbe essere una scelta pragmatica per l’oggi? Me lo chiedo e ve lo chiedo, perché mi sembra che in fondo sia l’implicito di questo post.

  • gianni

    Condivido molti pasaggi di questo articolo, ma vorrei fare una precisazione per avere un quadro più corretto della situazione. Ero presente sia alla piazza del 28 febbraio che a quella di sabato scorso e francamente quest’ultima era sicuramente più numerosa. Ovviamente ciò non toglie nulla al vostro ragionamento complessivo.

  • il giudice holden

    analisi perfetta

  • commercio

    «Se l’obiettivo di una sinistra conflittuale vuole essere quello della ricomposizione politica di un pezzo di mondo del lavoro, se dunque l’obiettivo è l’esercizio di un’egemonia politica capace di trainare in avanti le ragioni del mondo dipendente salariato (sia esso precario o presuntamente garantito)»

    Per qualcuno potrebbe non essere così chiaro l’obiettivo… purtroppo

  • Militant

    @ Tronco
    E’ vero, troppo poco e troppo tardi. Ma c’è anche il sospetto che certo protagonismo sindacale (vedi anche la manifestazione dello scorso ottobre della Cgil), sia sollecitato da una parte del Pd interessata a rompere le uova nel paniere renziano. Insomma, una lotta interna tra due ceti politici in cui quello perdente sfrutta la sua internità con pezzi di sindacato per alimentare scontento nei confronti del governo. Tutto sarebbe anche legittimo, in termini di lotta politica, se non fosse che il ceto perdente ha approvato le stesse medesime politiche del ceto vincente, è portatore della stessa visione del mondo, insomma non c’è alcunchè di alternativo nell’immaginaria “sinistraPd”.

    Riguardo a Landini, invece, l’equivoco è ancora più profondo. L’aver mandato in soffitta la differenza centrale tra lotta sindacale e lotta politica, due momenti conflittuali assolutamente diversi, impedisce di vedere la differenza qualitativa tra l’azione di Landini come dirigente sindacale e l’azione di Landini come dirigente politico. Se il primo è necessario quale aggregatore conflittuale di massa del mondo del lavoro, il secondo potrebbe rivelarsi dannoso per le ragioni di quello stesso corpo sociale che vorrebbe rappresentare. Insomma, un sindacato che entra in politica in genere produce danni, perchè la natura stessa del sindacalismo non prevede altro che la costante contrattazione economica, il tradunionismo elevato a modello politico. Un fallimento storico che può essere scambiato per “novità” solo per i tempi che corrono.

  • Felix

    Il ragionamento dell’articolo mi sembra affronta il nodo politico del momento seguendo un taglio dialettico e quindi concreto delle contraddizioni sul tappetto. Dovremmo anche aggiungere che non si può più andare avanti così.
    Uscire dalla mentalità minoritarista è un imperativo categorico per il prossimo futuro. Ormai non siamo neanche più all’avanguardismo dei piccoli gruppi fermi e determinati a rappresentarsi come avanguardia. Abbiamo superato il limite del senso logico della politica e mi riferisco in particolare a quello che rimane del movimento. La logica tribale ammanta e copre ogni questione politica di rilievo e si sostituisce al paradigma strategico della politica, l’autorappresentazione di una presunta esistenza politica alternativa. Siamo alla parodia tardoesistenziale di quello che una volta si chiamava movimento, ma che esisteva perchè era figlio di un mondo che in grande parte non esiste più.
    Chi dentro nelle nostre fila è in grado di intendere un cambiamento dovrebbe battere un colpo, serve una virata, una svolta. Non avverrà di certo dall’oggi al domani, è un processo che necessita di un pezzo di strada pratica, di pensiero, di condivisione e di senso comune di appartenenza.
    Sincearamente nutro profonda disillusione che ciò possa avvenire,ma voglio pensare che questo è ancora possibile, forse il nemico di classe ci condurrà su questa strada obbligata, senon ci vogliamo condannare alla marginalità.
    Sulla CS di Landini vale il discorso dell’articolo. Per lasciare gli sterili lidi del minoritarismo, a noi quella piazza ci deve interessare. Il mondo del lavoro salariato classico, tradizionale, (anche se questa distinzione andrà velocemente a sfumare con le nuove leggi sul lavoro), della classe operaia del Nord, di pezzi della società civile, dobbiamo considerarli dei nostri interlocutori, una parte del campo di appartenenza. Guai a mettere in competizione o contrapposizione le due piazze. Il contenuto landiniano socialdemocratico invece lo dobbiamo respingere, perchè incapace di riportare i lavoratori a vittorie.
    Se quella piazza si affiderà per cambiare qualcosa ai vari Don Ciotti, Revelli, Bertinotti, Vendola e Ferrero allora stiamo freschi. Ecco allora la lezione del 28 febbraio: anche nelle nostre fila c’è un ceto politico incapace di capire la fase, di passare alla svolta, di agire con efficacia, di cogliere le occasioni che la storia presenta.
    Pensare radicalmente significa agire alla radice, forse dovremmo farlo anche nel nostro ambiente.

  • Alessandro

    L’invito a ripensare determinate caratteristiche dei movimenti degli anni Settanta mi sembra cogliere esattamente il cuore dell’ideologia avanguardista, minoritaria, che se nel decennio 68-80 poteva essere mascherata da mobilitazione quantitativamente rilevante, con il riflusso politico ha mostrato tutte le sue tare. Insomma, una certa vocazione minoritaria è tipica dei movimenti da quarant’anni a questa parte, ed è proprio quella vocazione che oggi trasforma le nostre tragedie in farsa. Piazze di qualche centinaio di persone vengono dipinte come “radicali” mentre l’unica radicalità che esprimono è quella della profonda tristezza, dell’irrilevanza che le circonda.

    Per tentare una sintesi politica capace di essere anche maggioritaria bisogna liberarsi di una certa retorica legata agli anni Settanta e in particolare al ’77 allora: è da lì che originano parte dei nostri mali soggettivi, e sarà dalla critica radicale a quel movimento che verranno partorite le soluzioni per il futuro (ovviamente critica radicale significa produrre opera di discernimento: gli anni Settanta sono stati anni decisivi, fondamentali, la critica va rivolta all’oggi non a quegli anni).

  • marco

    compa
    che vi devo dire?
    io sono di Rifondazione, rientrato dopo l’uscita di Berty…penso che l’opzione principale della fase sia la costruzione di aggregazioni antiliberite di massa,con un profilo maggioritario , nelle quali la marxiana critica anticapitalista possa espandersi ed ambire all’egemonia dentro di esse e fuori, nel proletariato tutto.
    credo che la vs critica , a tratti sprezzante e ingenerosa, sia a quel che resta dell’insediamento della ex-sinistra radicale, sia a segmenti di movimento operanti nel presente , rischi di consegnarvi paradossalmente allo stesso minoritarismo che – giustamente- vi proponete di superare.
    a me interessano tanto la coalizione sociale di Landini quanto Altra Europa, tanto i BPM quanto il movimento no-tav, tanto il sindacalismo di base quanto quel poco che resta di sinistra cgil (dalla quale sono uscito 10 gg fa …).
    la forza è nell’unione: di tutto quanto è alla sinistra del pd e -inoltre- individua nel pd ed in Renzi l’avversario da battere.
    e credo che le avanguardie – della “soggettività”, chè della classe ne restano poche-dovrebbero porsi politicamente e unitariamente proprio su questo terreno.

  • valerio

    Sinceramente questi appelli alla “praticità” ed al raggiungimento di una reale incisività politica non mi convincono.
    E’ una accusa antica che nei momenti di riflusso della lotta di classe i “liquidaristi” dell’opzione rivoluzionaria muovevano agli isolati rivoluzionari.
    La muovevano i borghesi a Marx e Martov a Lenin
    La mossero i socialdemocratici tedeschi a Liebknecht che solitario si oppneva alla concessione dei crediti di guerra.
    La mossero i partigiani del CLN a quelli che volevano trasformare la lotta partigiana in guerra di classe.
    Nel dopoguerra la cosiddetta “vocazione minoritaria” è sempre stata la scusa dietro la quale opportunisti di ogni risma erano soliti nascondersi per giustificare la loro militanza all’interno del PCI e nei partiti borghesi.
    Giustissimo pretendere di uscire dal ghetto politico, ma al di là di questa stralegittima richiesta di norma c’è il vuoto politico, o peggio, il tentativo di spostare a destra i movimenti.
    Stranamente ogni proposta che cerca di superare la vocazione autoreferenziale dei movimenti passa sempre per il rilancio di un nuovo soggetto elettorale.
    Nessuna proposta entra nel merito del programma politico, ma si limitano tutte a constare la nostra incapacità di comunicare “con la gente”.
    La crisi dei movimenti è indubbia grave, ma le cause della stessa sono da ricercare nell’oppurtunismo dei vari Casarini e Agnoletto più che in una non meglio specificata radicalità.
    Chi ritene che la rappresentatività conti più del programma politico non ha che da iscriversi al PD e fare battaglia interna.
    Chi ancora sceglie di essere minoranza, non lo fa nè per sport nè per un complesso “tardo adolescenziale” ma solo perchè non comprende come in realtà nemmeno i soggetti politici più istituzionali riescano ad incidere sui rapporti materiali tra classi.
    Se la “radicalità” è in coma Landini e il parlamentarismo puzzano proprio di cadavere.

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