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Il trionfo della reazione

 

Davvero non si capisce come possa essere considerata una sconfitta dell’estrema destra la tornata elettorale francese di ieri. A ben vedere, si tratta di un trionfo storico, attenuato solo dal carattere provinciale di un elezione che, se fosse stata nazionale, avrebbe decretato la scomparsa di ogni possibile opzione progressista. Non è tanto il dato generale ad essere indicativo: Ump e Front National aggregano più del 60% dei voti totali, un’enormità; non è neanche il risultato del partito di Marine Le Pen il dato significativo: un 24,5% dei voti che comunque stabilizza la sua formazione come secondo partito del paese (e considerare il 24,5% un risultato inferiore alle attese dimostra meglio di tanti discorsi quanto il partito reazionario francese si sia affermato come soggetto politico credibile e potenzialmente maggioritario). E’ il significato politico del discorso populista ad essersi imposto. L’Ump di Sarkozy ha raggiunto la ragguardevole cifra del 36% rincorrendo la retorica reazionaria del FN, parlando di immigrazione, di euro, di Islam, di identità nazionale. E chi non lo ha fatto, chi non ha (in)seguito il discorso dominante, è stato sonoramente bocciato nelle urne. Non è Sarkozy ad aver fermato Le Pen, ma il Front National che ha stabilito un ordine del discorso ormai inaggirabile per ogni partito presente in Francia, almeno per soggetti che vogliono puntare ad una riuscita elettorale. Il Front National ha avuto la capacità di vincere, almeno per il momento, una battaglia delle idee imponendo una propria egemonia culturale sull’intero sistema politico francese. Affermare che questo rappresenti una “sconfitta” significa guardare il dito mentre l’evoluzione dei rapporti politici, non solo francesi, ci racconta della luna.

L’ennesimo dato proveniente dalla Francia, per certi versi un laboratorio della reazione europea a cui guardano numerosi altri soggetti similari sparsi per il continente, ci dice molto anche per la politica di casa nostra. Ci dice che bisogna ormai saper parlare di argomenti considerati tabù; che una parte rilevante della popolazione – e significativamente la sua parte più popolare – ha bisogno oggi di strumenti politici e culturali in gradi di suscitare un’opposizione al sistema di potere individuato nella UE e in quelle politiche nazionali giudicate contigue o prone al neoliberismo europeista. Per quanto in forma alienata, l’adesione alla proposta reazionaria del FN e di questo Ump ci racconta di un rifiuto generale per una visione politica. Non è l’adesione alla reazione, al neofascismo o al razzismo di questi partiti, quanto la richiesta di aiuto da parte delle fasce deboli dei paesi europei, in fase di progressivo impoverimento. Paradossalmente, questo humus socio-culturale potrebbe favorire anche risposte progressiste in senso radicale. E’ lo stesso terreno su cui ha lavorato Podemos in Spagna, che proprio ieri ha confermato la sua forza determinata proprio dall’essere giudicata “fuori” e “contro” il sistema dei partiti che ha costruito questa Unione Europea. Se oggi è un giorno nero per le prospettive progressiste, almeno francesi, non è detto che tale generale insoddisfazione popolare non possa rivolgersi verso posizioni di estrema sinistra, se solo questa fosse in grado di contenerle e rappresentarle (e soprattutto di organizzarle). E soprattutto, con un’astensione al 50% le possibilità di recuperare il rifiuto popolare per un sistema politico-economico ci sarebbe tutte. Non è un sistema bloccato quello in cui viviamo, tanto in Francia quanto nel resto d’Europa. Siamo immersi in una pluralità di sistemi estremamente fluidi, in cui la capacità, in teoria, di contendersi il consenso si presenta più aperta del passato per formazioni politiche esplicitamente antagoniste. Le potenzialità, insomma, ci sarebbero. E’ il tempo che sta per scadere, e l’eventuale affermazione politica nazionale di una forza reazionaria come il FN potrebbe chiudere ogni speranza per la sinistra di classe di poter rappresentare la voce dei subalterni. Il tempo non lavora in nostro favore, e questo è il primo insegnamento che dovremmo apprendere dalle elezioni di tutta Europa.

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26 comments to Il trionfo della reazione

  • Simone

    Osare l’impossibile. Nominare l’indicibile. Nazione e Classe devono tornare ad essere concetti da indagare insieme per orientare pratiche sociali ricompositive. Se la sinistra radicale continuerà ad esecrare il nazionalismo democratico e costituzionale – confondendolo come l’anticamera del nazionalismo revanchista e reazionario – continuerà ad esere sulbalterno all’ultraimperialismo di chi non si concepisce se non dentro un polo euroccidentale ad egemonia USA. Ed il bello è che si sente “internazionalista”, “antiliberista”, altereuropeista proprio mentre costituisce un puntello per il progetto reazionario eurista e per l’ordine socioeconomico da esso sotteso. Siamo una colonia, dobbiamo liberarci. La storia dell’Arditismo di popolo è il paradigma di ciò che avremmo potuto essere e con siamo mai riusciti ad essere.

    • Kappa

      Veramente saremmo un paese imperialista (anche se debole), non certo una colonia. Un piccolo dettaglio che svaluta un po’ il tuo scombiccherato discorso sul “nazionalismo democratico e costituzionale (?!)”.

      • Spalmen

        Non siamo ,compagno kappa , imperialisti soltanto perche’ attacchiamo il somaro dove voglia il vero padrone imperialista: USA.UE , massoni sionisti e banke varie. Non lo siamo perche’ il governo D’alema abbbia mandato proletari sardi o pugliesi a morire d’uranio impoverito,per poter comprare la casa alla famiglia, in Afghanistan o Balcani,in appoggio ai banditi dell’UCK . Non siamo impeialisti se il governo attuale si e’ gia’ impegnato a comprare 80 F 35, PIUTTOSTO CHE FARE SCUOLE , OSPEDALI O rilanciare “la domanda interna”, concetto nemmeno comunista…..
        Fino a quando la questione della SOVRANITA’ NAZIONALE RIMMARRA’ UN TABU’, in nome di una sinistra sterile e radical chic, continueremo a non essere incisivi con larghe masse del paese, spostate a destra o nell’astensione per l’idiozia e il farisaismo o l’opportunismo a sinistra:della piccola borghesia che si e’ impadronita della sinistra ! oggi uscire dell’EURO , contrastare nei territori il TTIP, sostenere i nemici della UE, DEGLI USA, DELLA NAZI-UCRAINA, DEL QATAR E DEI SAUDHITI E DEI KEMA-ERDOGANIANI E’ ANTIMPERIALISMO MILITANTE !
        FUORI DAGLI STECCATI CONSUNTI, APRIAMO IL RAGIONAMENTO ! ( SEMPRE ANTIFASCISTI)

      • Kappa

        No, Spalm, non ci siamo.
        Quando l’ottimo articolo dice che occorre “sapere parlare di argomenti considerati tabù” non intende dire che bisogna *sposare le tesi della destra* per opportunismo, come fai tu eliminando ogni traccia di analisi di classe.

      • @ Spalmen

        La borghesia delle colonie non faceva parte della borghesia internazionale imperialista ma al massimo gestiva qualche attività locale, il gotha borghese italiano è partecipe della catena di comando imperialista della borghesia finanziarizzata transanzionale, espressa politicamente in Italia dal PD e in Europa dall’UE.
        Per cui l’Italia è un Paese secondario nella catena di comando imperialista ma sempre parte di esso: ragionare in termini coloniali secondo me non centra la questione strutturale.

    • giovanni

      il gotha borghese italiano è partecipe della catena di c”omando imperialista della borghesia finanziarizzata transanzionale”
      tra sparare una frase ad effetto e dimostrarla ci passa un abisso. Lo stesso in cui NON C’E’ UNA SOLA GUERRA DEGLI ULTIMI 20 ANNI che abbia fatto gli interessi della borghesia italiana, mentre TUTTE sono andate contro di essa, visto che quasi tutti gli stati colpiti dalla guerra armata e/o commerciale via sanzioni dell’occidente erano ottimi partner commerciali italiani (Yugoslavia, Iraq, Libia, Russia).
      Dire che chi se la prende sempre nel didietro è alleato di chi glielo mette, è davvero troppo…

  • franco

    La sinistra comunista in realtà dovrebbe solo pensare a ricostruirsi dal punto di vista organizzativo e a riprendere la rotta tracciata e interrotta del movimento operaio. Non si può guardare alla destra come ad un nostro riferimento,la destra politica è pura propaganda,alla prova dei fatti seguiranno come cagnolini il loro padrone. I loro discorsi non potranno mai uscire sinceramente dalle nostre labbra perchè corrotti alla radice,opportunisti certamente. Alla sinistra antagonista non mancano certo gli argomenti forti,ma la forza materiale per farli valere,tutto qui. Solo la forza materiale data dall’organizzazione può ridare un ruolo ai comunisti,nessuna parola tabù,nessun discorso “nuovo”, perchè la società nella sua struttura non è affatto cambiata. I comunisti purtroppo non conosceranno mai scorciatoie per prendere il potere (o per avere un largo seguito),men che meno quelle elettorali!Quello che bisogna fare è cercare di prospettare ai lavoratori quella che è l’unica via d’uscita,una via d’uscita collettiva e non più individuale

  • spalmen

    Non ci siamo con chi lancia sterili anatemi. La vera destra esistente e funzionale e’ quella rappresentata dal PD oggi. La destra tradizonale in mutazione genetica e’ soltanto una variante. Pensala come ti pare,rimangono i problemi oggettivi. Ad esempio il TTIP,come i diktat UE, rimangono fatti, ai quali dobbiamo organizzare una risposta che le masse possano comprendere e ritenere credibile e autentica….e non un esercizio di stile velleitario. E’ evidentemente l’esatto contrario dello sposare le tesi della destra che non ti permetto di attribuirmi.La borghesia “italiana” si e’ venduta, come una repubblica banana agli imperialisti, alle multinazionali ed e’ un agente di esecuzione, ad ore o a progetto degli imperialisti atlantici.

  • spalmen

    Invece che polemizzare, dovremmo ragionare Sulla profondita’ e il rigore contenuto nel messaggio dell’articolo di Militant. Con riferimento alle ultime righe,abbiamo almeno un quarantennio di ritardo e il tempo stringe. <Ma visto che ci troviamo in epoca di crisi strutturale da sovraproduzione ,non credo che le ricette "populiste",aldila' di creare danni con la pala e nuove tragedie ,riescano a rispondere alla soluzione della crisi stessa ed alla creazione di una alternativa sistemica e di sviluppo.Ma solo dei neocatecumenali o dei testimoni di geova bordighisti,possono aspettare l'avvento per intercessione immanentistica del sole dell'avvenire. Ora o mai piu', cerchiamo di intraprendere un cammino "partigiano",decisamente interrotto dalla deriva berlingueriana o estremista.

    • Il gotha borghese italiano è partecipe, seppure in modo secondario, del TTIP e dell’imperialismo atlantico: tramite esso accumula plusvalore, annichilendo le fasce subalterne e la piccola borghesia, non ne perde, e dunque di nuovo l’analisi coloniale non tiene: la borghesia delle colonie rimetteva plusvalore a favore dei colonialisti, l’alta borghesia italiana guadagna attraverso l’imperialismo.
      Non è questione di anatemi, è questione di capire come non sia tanto la sovranità, quanto la ricerca di nuove alleanze di tipo solidale e in certo modo ‘bolivariano’, ciò che può essere una forma di via di uscita internazionale: ma prima c’è da costituire l’organizzazione e la teoria del potere.

  • @ Giovanni

    Forse ho dato per scontati alcuni passaggi

    1) Beh, nella Guerra di Libia mi pare che vari settori borghesi italiani non ci hanno rimesso, basta vedere la preoccupazione di difenderci gli interessi economici italiani là. Che poi ci abbia rimesso tutta una borghesia più minuta legata all’indotto è altra questione, e proprio perchè dal petrolio libico ci hanno guadagnato altri Paesi imperialisti più del nostro dimostra che siamo un Paese secondario nella catena di comando, ma non estraneo ad essa, così come dalla tensione con la Russia non sarà certo il gotha a rimetterci ma quei piccoli borghesi che Salvini corteggia tanto e che con la Russia ci campano.
    2) Non mi risulta che la borghesia italiana sia legata solamente alla gestione alberghiera, o piccolo manifatturiera, o di altri settori non strategici e non finanziarizzati: basta vedere i nomi del gotha imprenditoriale e bancario e il raggio di azione delle multinazionali italiane
    3) L’imperialismo non si sostanzia solo di guerre, soprattutto la fase odierna del superimperialismo -penso che conoscerai questa teoria- nei Paesi che non sono superimperialisti ma sono secondari. Il TTIP di cui parlava Spalmen è ottimo esempio: l’aumento delle esportazioni, di cui ciancia il PD, riguarderebbe solo quei pochissimi brand che già esportano in USA, ad esempio la Barilla che ha già là mercato e produzione.
    Altro esempio è l’EXPO, nel quale l’alta borghesia italiana non ha certo una semplice funzione di organizzazione ‘turistica’.
    A te questa sembra la situazione di una colonia?

    • Una precisazione Con ‘la preoccupazione di difendere gli interessi economici’ all’inizio intendo dire dopo il problema dell’IS, e comunque, per inciso, anche tutto il Capitale italiano legato alla produzione di armi guadagna benone, mentre gli F35 li paga il contribuente, non certo il Capitale.
      E comunque, ripeto, ad oggi giudicare l’Italia colonia solo per le guerre non spiega molto rispetto all’attuale fase imperialista (vedi gli altri due punti) e collima invece molto con il fatto di essere un Paese secondario, ma interno all’imperialismo stesso: difficile pensare a Finmeccanica ad esempio come ad un’economia da colonia.

  • franco

    Altra annotazione:è chiaro che il successo delle destre è legato più che alla retorica nazionalista al discorso contro la manodopera immigrata che questa sottende.Bisogna cercare di tenere i destini di tutti i lavoratori legati insieme e questo può avvenire solo all’interno di una solida organizzazione dei lavoratori.
    La propaganda contro questa unione europea della borghesia transnazionale,dei capitalisti,cosa buona e giusta,non deve sottintendere alcun tipo di retorica nazionalista. Tanto ‘sta roba,lo sappiamo tutti,non interessa a nessuno.

  • MarcoM

    Se c’è davvero qualche parola da riscoprire che sia “patria” piuttosto che nazione, come Chavez e l’America Latina in genere ci dovrebbero aver insegnato. Si declina tranquillamente con internazionalismo e lotta di classe. Ad ogni modo eviterei di farne una questione prettamente semantica, sono d’accordo con chi prima di me ha detto che soprattutto occorre occuparsi de “l’Organizzazione”. Se c’è qualcosa che possiamo imparare da quelle merde (Le Pen, Salvini, etc..) è la disinvoltura ad utilizzare determinati strumenti politici per farsi egemoni, non ci serve nulla dei loro contenuti.
    Per quel che riguarda noi, comunisti, quando capiremo che è scaduto il tempo del “movimento per il movimento” sarà sempre troppo tardi. Su questo blog la maggior parte delle riflessioni e analisi politiche riguardano, inevitabilmente, soggetti politici capaci di incidere perché organizzati, spessissimo nella forma partito. Continuo davvero a non capire come si possa essere ancora a proprio agio nel dirsi comunisti e rifiutare di organizzarsi tramite le uniche forme che la storia ha dimostrato essere vincenti. Comunque le uniche che spaventino il capitale. Onanismo, non mi viene in mente altro. Prima guariamo da questa malattia “senile” del comunismo post-moderno e meglio sarà per tutti. Se non ci libereremo definitivamente dall’estetica del riot fine a se stessa, dal culto sterile per la liquidità post-moderna, finiremo sì liquidi ma in un mare di merda.

  • valerio

    L’estetica del riot è una cosa, una conflittualità permanente e di massa un’altra. L’esperienza della lotta No-Tav nona tutti piace perchè essa è sempre stata incompatibile a qualunque strumentalizzazione elettorale.
    Tra l’estetica del riot e la pretesa di farci votare per un magistrato come Ingoria nessun comunista ha dubbi.
    A meno che, non si voglia considerare “lavoratori sfruttati” pure Digos, carabinieri e polizia di stato.
    Dietro ogni pompiere c’è sempre un trombato che cerca di rimediare una poltrona.
    Se in Francia la sinistra è morta è proprio perchè dieci anni fa abbandono’ a se stessi i ragazzini delle banlieue.
    Oggi quei 15enni sono uomini fatti e finiti e odiano la sinistra parolaia e “patriottica”.

  • spalmen

    Paese secondario o (acqua) di colonia,il governo massone italiano , conuna borghesia frolla e incapace,(che dovrebbe favorire la nostra presa del Potere)coi ministri pariolin-fiorentini,”attacca il somaro” dove vuole il padrone che comanna (USA-TROIKA).
    gLI F35 OVVIO, LI PAGANO I LAVORATORI,e noi comunisti, super, e dall’analisi perfetta,usiamo il pennarello rossoblù delle maestrine, anziche’rovesciare i “burocrati-pompieri” che invece ( come Landini…)di porre alle masse un progetto di alternativa globale al capitalismo e Ordine Novo,vogliono gestirsi un residuale otto per cento scarso, presunto residuo dei cocci dello spostamento del PD A PARTITO DI AFFIDAMENTO CAPITALISTICO PERFETTO. E noi subiamo ancora questa tendenza. Una volta, quando il movimento opersio era forte,chi, per ragioni umanamente condivisibili,accettava di lavorare durante uno sciopero o a salario inferiore veniva chiamato “Crumiro”. E’ il crumiraggio edil comportamento asociale, provocato dal capitale, che le masse proletarie e proletarizzate contstano, non il colore della pelle o altre stronzate leghiste e razziste. Se pupazzi come Salvini,hanno un minimo ascolto, nonostante la lega abbia rubato piu’ del PSI CRAXIANO antioperaio,non e’ colpa soltanto del sistema mediatico.Ma dell’”onanismo” citato da qualcuno.per quanto concerne il “mito dei movimenti”: tranne NOTAV o CASA E NO-MUOS,compresi noi che stiamo sul pezzo dei movimenti di difesa territoriale sul ciclo dei profitti mafio-capitalisti del ciclo rifiuti o altre schifezze,non ci sono movimenti “notevoli”; poi i Comunisti devono starne alla testa…e non alla coda modaiola.

    • Come rovesciare i padroni e i concertatori senza una corretta analisi, che porti all’organizzazione e al potere, come giustamente continua il dibattito?
      Io penso che l’errore sia nelle categorie etiche che introduci: il gotha borghese italiano non ha tradito nessuno nè si è venduto a nessuno, nel senso che molto semplicemente cerca il mezzo per aumentare il saggio di profitto o perlomeno per non farlo scendere.
      Pensare alla borghesia come a portatrice intrinseca di valori patrii, che avrebbe poi tradito, è appunto un derivato dell’analisi da ‘colonia’: il patriottismo di facciata è stata una contigenza di alcune fasi storiche della borghesia, nel senso che non esiste forza più cosmopolita della borghesia stessa ove si tratti di fare profitto.
      E, appunto, oggi il gotha della borghesia finanziaria non ha alcun interesse all’idea di patria perchè il suo terreno fertile è l’UE, che invece distrugge le vite delle classi subalterne e della borghesia minuta.
      Parlo di patria e non di nazione, perchè, come dicono bene altri nel dibattito, è questo il concetto che non fa a pugni con la solidarietà e l’internazionalismo.
      Io penso che tu non ti debba offendere, nè accusare di inazione chi nemmeno conosci e che milita da quando è adolescente: semplicemente il marxismo ci insegna che l’analisi deve essere precisa e definita concettualmente, perchè, riprendendo e facendo nostra una riflessione di logica formale medievale, ex falso sequitur quodlibet (da una premessa falsa può derivare di tutto), e dunque non centrare la teoria può portare ad errori nella prassi, che, nella fase in cui siamo, possono risultare fatali.
      Il problema, ripeto e uno spunto l’ho dato, non è pensare a tradimenti o a lotte ‘anticolonialiste’, ma semplicemente pensare a costruire l’alternativa ideologica e organizzativa che sappia rompere la gabbia dell’UE, e non riprendere lo schema dell’anticolonialismo, che fu assolutamente diverso, sia nella struttura economica che nelle sovrastrutture politiche ed organizzative rispetto all’oggi.
      Tutto qua: è un confronto, non c’è bisogno di scaldarsi troppo nè di buttarla sul personale.

  • MarcoM

    Caro Valerio non capisco come mai quando parlo di organizzarci e non schifare l’idea del partito per principio mi parli di Ingroia, di sbirri, di sinistra francese come se ci entrasse qualcosa con la riorganizzazione dei comunisti. Per toglierti ogni dubbio non ho alcuna tessera e non l’ho mai avuta. Con tutto il rispetto credo che ti sei fatto un film e mi hai inserito arbitrariamente in uno stereotipo che ti faceva comodo per non rispondere nel merito. Potrei ribattere semplicemente che quando i comunisti (ovunque, non solo in Francia e non solo in Europa) si sono organizzati hanno fatto paura e spesso hanno saputo incidere sul serio se non sono stai fermati prima con inaudite violenze (pensa al massacro dei comunisti indonesiani). La lotta No Tav è un esempio di lotta straordinario, rimarrà indelebile nella storia delle lotte di questo paese, ma se diventa la risposta a tutto, anche alla questione su come riorganizzare i comunisti, lo ripeto credo davvero che siamo alla frutta. La domanda è semplice: hanno oggi i comunisti la volontà di lavorare su questa riorganizzazione (questo dovrebbe fare un’avanguardia) oppure no per via di Ingroia, la digos, la sinistra francese, Bertinotti, il dito, la luna..?

    • valerio

      @MarcoM
      Dal 2008 in tutti i paesi colpiti dalla crisi c’è stata una impennata della violenza di piazza. In Grecia, in Turchia, in Egitto e in Tunisia.
      UNICA ECCEZIONE è stata proprio l’Italia, con due o tre episodi del cosiddetto “riot” intermezzati da mesi e mesi di assoluta pace sociale.
      In Italia non esiste alcuna estetica del riot. E’ vero semmai il contrario. Sostenere che la violenza di piazza costituisca oggi un ostacolo principale alla riorganizzazione di classe me pare una cazzata grossa come una casa.
      Chiarito questo, me scuso per lo spiacevole inserimento in uno stereotipo a te non gradito.

      • MarcoM

        Valerio il mio non era un’auspicio a meno conflitto sociale, quanto piuttosto un invito ad accompagnarlo ad un lavoro di riorganizzazione capace di tradurre tale conflitto in lotta politica. Sono d’accordo con te sull’eccezione italiana, ma la cosiddetta pace sociale tra un’episodio “riottoso” e l’altro c’è, a mio modesto avviso, proprio per mancanza di una prospettiva politica (bada bene che non intendo parlamentarista). Non si può pensare di riempire tale vuoto SOLO ED ESCLUSIVAMENTE con altri riot o con la somma delle ottime e sacrosante lotte sociali, territoriali o di scopo. Come più volte ripetuto dagli stessi Militant su queste pagine. Il movimento, parlo di quello comunista e non del plurale generico, non è mai stato tanto debole da quando il riot ha sostituito la lotta politica, parole come moltitudine e spontaneismo hanno sostituito classe e organizzazione. Spero solo per il bene della discussione che possa dire la mia senza ogni volta essere accusato di essere salottiero, parolaio, etc da chi neppure mi conosce.. anche perché, con il dovuto rispetto per la tua posizione, quei rinomati salottieri e parolai della Banda Bassotti hanno firmato un appello per la ricostruzione del Partito Comunista, come ho già fatto notare in passate discussioni. Quindi in conclusione, il mio è solo un invito a discutere senza tirarci merda addosso. Se partiamo riconoscendoci come interlocutori, come compagni prima di tutto, sarà già una rivoluzione copernicana.

  • Militant

    Chiariamo alcuni passaggi. Non c’è alcun “patriottismo”, men che meno alcun nazionalismo, da resuscitare a sinistra: l’Italia è a pieno titolo e da due secoli uno Stato colonialista prima, aderente ad un blocco imperialista dopo, e oggi nuovamente caratterizzato da mire da piccola potenza neo-coloniale attraverso le proprie multinazionali (vedasi Nigeria, Libia). Non c’è alcuna nazione da difendere, quanto una costruzione trans-nazionale da combattere, perchè porta con se intimamente le caratteristiche neoliberiste che la sostanziano: l’Unione Europea. E’ questo il grande tabù a sinistra e che invece le destre populiste d’Europa hanno la forza di affrontare, dando così risposte e strumenti politici ad un corpo sociale-elettorale in cerca di protezione dal processo di accentramento capitalistico UE.
    Dal canto nostro non dobbiamo articolare un discorso sulla “protezione”, cioè la reazione piccolo borghese al dominio della borghesia internazionale, quanto esplicitare due cose: primo, l’Unione Europea non è un coordinamento tra Stati ma un progetto imperialista, perchè volto a formare un blocco geopolitico capace di reggere la competizione economica internazionale; secondo, questa costruzione non è riformabile, la si combatte o la si rafforza, tertium non datur. E la prova è proprio l’esperienza di Syriza. Ma al di là di questa vicenda, è la percezione stessa delle classi subalterne ad aver già maturato il proprio rifiuto verso la dimensione europeista, vista giustamente come causa del proprio impoverimento lavorativo.

    Questo è il grande tema, il rimosso politico con cui le sinistre di ogni latitudine non riescono a fare i conti. Obnubilate dall’odio verso qualsiasi feticcio istituzionale, in primis verso lo Stato, non si accorgono della costruzione di un mega-Stato post-nazionale che, se stabilizzato politicamente, porterebbe all’annullamento di qualsiasi ragione di classe.
    In questo senso, la fine del concetto di nazione non risponde a una logica progressista o filo-internazionalista, ma al termine della politica quale strumento di mediazione tra le ragioni del capitale e quelle del lavoro. E’ la “nazione” l’ambito storico in cui trova posto questa mediazione. La scomparsa di questa non smantella lo Stato, ma lo rafforza nel proprio ruolo amministrativo-repressivo disgiunto dal ruolo economico imposto dalle lotte di classe del Novecento.

    Questa è la dialettica decisiva che non viene colta dalle sinistre di classe europee. Feticizzando il concetto di nazione, non si accorgono che la “nazione” che viene superata storicamente è quella uscita fuori dalla Rivoluzione francese, quella dell’universalismo dei diritti e dell’eguaglianza formale. L’Unione Europa rafforza l’entità statuale, non la riduce, liberandosi finalmente dell’orpello nazionale che le era stato imposto quale mediazione politica tra classi confliggenti. E questo fatto, sebbene non in forma cosciente, è percepito dalle masse popolari dei paesi europei, ancora una volta più avanti delle loro supposte avanguardie politiche. Ed è per questo, concludendo, che queste riversano l’appoggio verso forme di reazione piccolo-borghese, quali il FN, che almeno promettono a parole una rottura dello status quo europeista.

    • Concordo sul patriottismo, a ben pensarci è un abbaglio: il concetto sudamericano di ‘patria’ non è riportabile nel contesto italiano, ha un’altra storia e un’altra cultura alla base.

      • MarcoM

        Comprendo la difficoltà a maneggiare un concetto del genere, di fatti la mia era più che altro una postilla al discorso sulla riorganizzazione. Nonostante ciò voglio ricordarvi che non è un patrimonio esclusivo dell’America Latina ma all’occorrenza è stato più volte usato dai socialismi reali anche in altre latitudini. Cercavo semplicemente di dire che su queste cose dovremmo riflettere meglio e a lungo prima di rigettarle in blocco. Magari potremmo scoprire che declinato in una certa maniera, in un determinato frangente storico come quello attuale, potrebbe persino essere maneggiato da noi comunisti contro l’imperialismo europeo. Solo un’ ipotesi. A mio avviso abbiamo già colpevolmente sprecato l’occasione fornita dalla retorica anti-casta. Non dico che avremmo dovuto cavalcare quella retorica populista ma neppure snobbarla come dei fessi, altrimenti per dirla alla Lenin siamo solo “dei ciarlatani”. Per me è comunista imporre come egemone un discorso tra le classi subalterne anche e soprattutto se frutto di un complicato lavoro di ri-semantizzazione. Avremmo allora dovuto dire che si è vero che esiste una casta, ma è solo una mezza verità perché la società capitalistica è per sua natura divisa per caste, al plurale. Raccontarla al singolare è di destra, e fa rima con le paure piccolo borghesi per la “plutocrazia”, mentre raccontare le “caste” al plurale se non è immediatamente di sinistra può comunque essere una straordinaria base per ricominciare a parlare di classi e dunque di classe. Se poi pensiamo che salvare la nostra purezza linguistica è più importante, non ci muoveremo di molto dal pantano in cui ci troviamo. Grandissimi leader comunisti non hanno mai avuto paura a maneggiare determinati concetti. Noi siamo molti più piccoli, ma almeno discutiamone.

  • Militant

    @ MarcoM
    In America Latina, così come in altri luoghi storicamente soggetti a colonizzazione o ingerenze straniere di vario tipo, la parola patria e il concetto di patriottismo (mai nazionalismo) assumono una funzione sociale unificante contro l’imperialismo, sono cioè armi culturali di classe in Stati sempre soggetti al controllo straniero, mai indipendenti. Patria fa rima con lotta di indipendenza, e l’indipendenza nazionale costituiva, e costituisce ancora oggi, un elemento di progresso in certe aree/regioni del mondo.
    In Italia tale concetto non può essere assimilato come se avesse lo stesso significato degli Stati colonizzati. L’Italia è stata per due secoli uno Stato colonizzatore, imperialista, e reiterare forme di patriottismo, in questo caso vero e proprio nazionalismo, non farebbe altro che affermare, esaltandolo, un ruolo storico oppressore, non oppresso. Il patriottismo degli Stati poveri del mondo è direttamente declinato contro gli Stati oppressori, tra cui l’Italia.

  • MarcoM

    Lo capisco, tant’è che basta rileggere il mio primo commento per vedere che la mia è stata una risposta a chi parlava di nazione e nazionalismo. Il cuore del mio intervento riguardava tutt’altro però. Ritengo che la vostra risposta non faccia che confermare ciò che sostenevo: mentre nazione e nazionalismo sono robaccia da rigettare in blocco e per principio, patria può avere una valenza diversa e l’ha avuta. E’ proprio a questo “relativismo” che mi riferivo: non abbiamo nulla da dover mutuare dalle destre, sicuramente no “nazione” ma neppure regaliamogli “patria” a parametro zero, perché non necessariamente fa rima con sciovinismo. Fosse mai che un giorno ne avremmo bisogno anche a queste latitudini, di nuovo. Ad ogni modo spero davvero di essermi spiegato, il mio commento puntava prima di tutto alla questione dell’organizzazione.

  • Le considerazioni di MarcoM suscitano qualche riflessione anche in me.
    Per quanto è tutto vero quanto scritto da Militant sul concetto di patria per come si è storicamente declinato nel ruolo dello Stato italiano, nella Resistenza la ‘patria’ ha assunto un significato molto simile a quello sudamericano, nel senso che, se per i latinoamericani patria è libertà dall’imperialismo e costruzione di una società solidale ove non espressamente socialista, per i partigiani era liberà dal nazifascismo e per tantissimi di loro aspirazione al socialismo, per cui in quel senso molti partigiani erano patrioti comunisti, e dunque abbiamo, proprio pescando nella nostra Resistenza, un esempio di concezione della Patria antagonista a quella del blocco di potere che ha sempre governato l’economia e lo Stato, qualcosa che ha un afflato comune al senso di patria bolivariano e socialista.
    Non intendo dire che dobbiamo fare una costruzione politica su questo, semplicemente, riprendendo MarcoM, che quando la reazione ci presenta la patria nel senso classico con cui l’hanno concepita i padroni nella Storia, noi possiamo avere subito un contro esempio opposto e affrontarli sul loro terreno, per il discorso di non aver paura di sporcarci le mani snobbando concetti per lasciarli in mano al nemico.

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