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La sete di vendetta di Magistratura e Comune di Roma: a cinque anni di distanza torna il fantasma del 14 dicembre

 

Passato dalla storia all’oblio delle cronache, il 14 dicembre del 2010 continua a mietere vittime e continua ad alimentare sfoghi repressivi da parte della Magistratura capitolina. In mattinata sono giunte le richieste di condanna per gli organizzatori di quella manifestazione, culmine di un ciclo di lotte che vide quell’autunno quale uno dei momenti di più alta conflittualità degli ultimi anni nel nostro paese. Agli organizzatori di quella manifestazione oggi viene chiesta una media di tre anni e otto mesi ciascuno, una richiesta che avviene al di là degli eventi di Piazza del Popolo, certificando la volontà repressiva di una Magistratura politica e tutt’altro che “rossa” come qualcuno la vorrebbe dipingere da anni. Tra i colpiti anche diversi appartenenti al nostro collettivo.

Quel 14 dicembre non esplicitava solamente un rifiuto verso quel particolare governo, il governo “forzaleghista” che tramite la compravendita dei voti in Parlamento continuava la sua miserevole vita politica. Quella manifestazione certificava anche una volontà politica, quella di rompere con la logica liberal-liberista degli accordi parlamentari, della trasversalità politica, del rifiuto di ogni democrazia reale, effettiva, a scapito di una politica “di palazzo” prona ai voleri della UE. Dinamica che di lì a poco avrebbe portato al golpe “suave” europeista, con la sostituzione di Berlusconi con Monti, la lettera della BCE di Draghi, il pareggio di bilancio in Costituzione, la riforma delle pensioni e l’abolizione dell’articolo 18 con le leggi Fornero. Una serie di controriforme sociali che partirono proprio dalla dismissione di un governo non più capace di adeguare la politica ai dettami liberisti della UE.

Di fronte a questo scenario oggi la Magistratura capitolina sceglie di schierarsi difendendo quel Parlamento e colpendo quei manifestanti. Applicando per intero il paradigma torinese che ha stabilito un cambio di passo nell’attività inquirente dei Pm, i magistrati capitolini allargano quel paradigma, lo approfondiscono, scegliendo di richiedere condanne fuori dalla realtà non, è qui il cuore del ragionamento, per i fatti specifici di Piazza del Popolo, ma per l’organizzazione stessa di quella manifestazione. E’ quel modello di opposizione che dev’essere silenziato, non il singolo reato. E per farlo, seguendo lo schema torinese, si richiedono pene sproporzionate, pene che neanche i compagni còlti in presunta flagranza di reato aveva subito. Cinque anni più tardi si decide di calcare la mano più intensamente rispetto al 2010, chiarendo anche qui la sostanziale politicità di queste richieste.

L’attività della Magistratura cittadina viene anche spalleggiata e favorita dall’atteggiamento del Comune di Roma del sindaco “menopeggio” Marino. Nei fatti, l’unica parte civile ancora in causa con i manifestanti rimane il Comune, certificando la sostanziale continuità politica tra l’allora sindaco Alemanno e la giunta centrosinistra Marino. Una giunta nella quale siedono comodi anche numerosi esponenti di Sel, partendo dal vicesindaco Nieri, nel 2010 in piazza ed oggi silenti di fronte alla partecipazione del Comune alla repressione dei manifestanti.

Oggi, insomma, si è consumata la voglia di vendetta del governo delle larghe intese centrosinistre, la volontà di reprimere un modello di opposizione favorendone un altro, quello fascio-leghista di Salvini, non a caso nel 2010 comodamente al governo, complice della compravendita dei parlamentari e dell’approvazione di tutte quelle leggi che oggi fa finta di rifiutare.

Le richieste odierne rappresentano dunque uno spartiacque per la capacità dei movimenti di reggere ai tentativi criminalizzanti di politica e magistratura. Se dovessero passare tali richieste, la specificità repressiva della lotta No Tav verrebbe estesa al resto d’Italia. Quel modello, vero e proprio laboratorio di repressione politica e non giuridica, vedrebbe così estendersi al resto della politica nazionale. Un brutto giorno per l’agibilità politica di questo paese, l’ennesimo passo verso una condizione di post-democrazia autoritaria europeista.

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