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Ancora su Landini e ricomposizione di classe

 

Il dibattito suscitato intorno alla nostra riflessione sull’eventuale nuovo soggetto politico a sinistra del PD e guidato presumibilmente da Landini non va perso per strada. E’ importante chiarire alcuni passaggi del nostro articolo, e ancor più importante portare avanti una riflessione che per forza di cose non può esaurirsi in poche battute o pochi articoli. Per questo occorre precisare che: non stiamo appoggiando, né idealmente né tantomeno concretamente, alcun soggetto politico riformista o socialdemocratico; non abbiamo alcuna fiducia né in Landini né in quella dirigenza politico-sindacale che probabilmente comporrà il nuovo soggetto politico; la stessa fase politico-economica che stiamo attraversando rende impossibile la nascita di un sincero riformismo progressista, motivo per cui tale eventuale soggetto, anche laddove fosse animato dalle migliori intenzioni, si scontrerebbe con l’impossibilità di qualsiasi “riformismo operaio”. Queste considerazioni, ovvie per quanto ci riguarda, evidentemente vanno rimarcate visti i dubbi emersi dal dibattito seguito all’articolo. Detto questo, è necessario anche portare avanti un ragionamento che non può fermarsi alla mera opposizione al Landini di turno perché riformista, anticomunista e via insultando, perché non è certo oggi la fase in cui tali battaglie ideologiche riuscirebbero ad essere comprese al di fuori di chi le porta avanti, a costruire cioè opinione pubblica.

Come dicevamo, manca oggi una rappresentanza politica del mondo del lavoro. Nel corso di due secoli, nell’Ottocento e soprattutto nel Novecento, questa – almeno in Europa occidentale – è stata garantita dalle forze socialdemocratiche. Anche i partiti comunisti, in primo luogo quello italiano e francese, diverranno partiti di massa e inizieranno a rappresentare concretamente la classe operaia solo quando si trasformeranno in partiti di fatto riformisti. E’ nel dopoguerra che queste forze prendono il monopolio dei destini politici della classe operaia, e non lo perderanno neanche nei momenti più caldi della “concorrenza” fra organizzazioni a sinistra dei partiti comunisti ufficiali. Detto questo, quindi, sperare che oggi, di fronte alla ritirata storica delle forze della sinistra di classe, di fronte all’egemonia incontrastata della cultura politica liberal-liberista, e soprattutto di fronte ad un mondo del lavoro atomizzato, individualizzato, sfilacciato fino all’estremo, sia questa sinistra antagonista ad assumerne la guida, a rappresentarne le ragioni politiche, ci sembra effettivamente poco credibile. In primo luogo, perché non è stato così neanche nei momenti in cui questa sinistra aveva la forza e gli argomenti per strappare “quote d’egemonia” proprio al PCI. In secondo, perché ci sembra manchi persino la volontà.

Se la storia potesse insegnarci qualcosa ci direbbe che, almeno in Europa, il mondo del lavoro non è stato mai organizzato dalle sinistre radicali. Allo stesso tempo è necessario, per le sorti di tutta la sinistra, un lavoro di ricomposizione politica della classe, pena la perdita di rilevanza delle istanze della sinistra stessa, sia riformista che radicale (come infatti in questi anni). Questa contraddizione ci mette davanti ad un problema a cui non possiamo sottrarci: possiamo continuare a voltarci dall’altra parte ma, come diceva un nostro commentatore, “in sostanza non è possibile costruire una prospettiva rivoluzionaria in un paese privo di qualunque forma di rappresentanza politica organica del lavoro salariato”. Chi la da questa rappresentanza oggi? La scomparsa del PCI e del resto delle forze riformiste data ormai a venticinque anni fa. Questi venticinque anni non hanno visto la sinistra radicale colmare alcun vuoto politico, ma soprattutto non hanno colmato la voragine sociale che la scomparsa di quel partito si è portata dietro. Resiste l’organizzazione sindacale, ma è evidentemente in declino e, rotto il rapporto politico con il partito di riferimento, senza alcuna prospettiva se non quella di tappare i buchi dell’ondata liberista che inevitabilmente, dati gli attuali rapporti di forza politici, travolgerà quelle residue garanzie strappate con la lotta quarant’anni prima.

Questa è la premessa del nostro ragionamento, e da questa partivamo per affermare sostanzialmente una cosa: c’è la necessità storica di riattivare un percorso di ricomposizione politica della classe, perché senza di questo continueremmo a navigare nell’irrilevanza, ai margini della politica ufficiale, trasformandoci più in caso di studio che in problema politico. E questa ricomposizione non avverrà con la lotta, o quantomeno non sarà principalmente attraverso l’orizzonte di un conflitto permanente che si riusciranno a rimettere insieme i cocci di un tessuto sociale di classe. L’unità di classe garantita dalle forze riformiste si basava su molto più prosaiche soluzioni quotidiane ai problemi quotidiani, sull’aggregazione attorno ad una comunità che partiva dal luogo di lavoro per espandersi ad ogni momento della vita del lavoratore. Quell’insieme di strutture sociali basate sulla cooperazione, il mutuo soccorso, il dopo-lavoro, quella sorta di “stato sociale” parallelo creato dal PCI che al tempo stesso anestetizzava determinati istinti rivoluzionari ma che costruiva una visione collettiva del proprio essere sociale, un idem sentire, una comunità sociale con determinati punti di riferimento politici. Questa costruzione garantiva un dissodamento del terreno su cui intervenivano anche le sinistre radicali e rivoluzionarie. Per quanto anestetizzati, pacificati e sostanzialmente guadagnati al riformismo operaio, i lavoratori organizzati dal PCI-CGIL di sicuro facevano parte di una entità collettiva con alla base dei valori democratici e inclusivi su cui era molto più facile lavorare politicamente. Per quanto un lavoratore del PCI fosse culturalmente monolitico, lavorare su una classe che non si percepisce più tale, sedotta dal leghismo o dal nazionalismo piccolo-borghese, individualizzata all’eccesso, con venature para-fasciste in alcuni casi e qualunquiste in altri, sostanzialmente disinteressata al destino altrui che non sia la mera difesa del proprio posto di lavoro a scapito del migrante di turno, impedisce alle forze antagoniste di produrre un discorso politico che possa essere recepito da qualsivoglia soggetto sociale.

Al tempo stesso, non c’è dubbio che questo tipo di soggettività sociale sia oggi in profonda crisi anche per ragioni oggettive, di ristrutturazione del mondo del lavoro, e che il cuore della produzione capitalista si basi oggi su una forma di lavoro precaria in costante ascesa. Ma questo non può nascondere il fatto che quella composizione descritta, novecentesca, non solo sia ancora presente, ma sia una presenza di massa che non può essere ignorata o banalizzata. E’ giusto ritenere il lavoro precario, senza diritti, saltuario, migrante, centrale nel processo produttivo, ma è altrettanto opportuno non sottovalutare il resto del panorama sociale, che ancora oggi è determinante. Il parallelo tra il Partito Bolscevico operaio e la composizione contadina russa è fin troppo evidente. Senza i contadini, senza un discorso credibile e degli obiettivi politici realizzabili e convincenti per i contadini russi, nessuna Rivoluzione sarebbe potuta prodursi in Russia sotto la guida del partito operaio per definizione.

E’ per questa ragione che oggi sarebbe necessario un ritorno alla cooperazione sociale nella classe, un lavoro che possa ricomporre i fili sociali di un discorso che, purtroppo, non siamo noi in grado di ricomporre. Non sarà il partito di Landini a farlo, ma questo non elimina il problema, e cioè che sarebbe opportuna la nascita di una forza politica di classe, espressione del mondo del lavoro, capace di riattivare un discorso politico del lavoro, anche da un punto di vista riformista, ma che abbia la forza di farsi egemone su quella determinata composizione. Non risolverebbe i nostri problemi politici come sinistra antagonista, ma determinerebbe quelle condizioni di lavoro tali da poter riattivare un lavoro politico nella classe e una battaglia ideologica con le forze riformiste, oggi inesistenti. Il fallimento delle decine di costituenti socialdemocratiche, dei tentativi di rimettere in piedi un discorso coerentemente riformista, non descrivono solo i limiti soggettivi di chi compie questi tentativi, ma ci dicono anche del limite oggettivo, storico, di riproporre questo nuovo partito di massa della classe operaia. La soluzione non è quella di recuperare vecchi modelli, oggi inattuabili, quanto quello di uscire da questo cul de sac che impedisce sia la pratica riformista che quella rivoluzionaria. Ma il problema dell’organizzazione politica e sociale della massa di lavoratori dell’industria, della pubblica amministrazione, delle attività intellettuali o d’ufficio, delle grandi aziende: questo è uno dei problemi principali oggi, senza risolvere il quale continueremo a navigare lontani dalla Politica, quella con la P maiuscola e che muove i destini delle popolazioni, riducendoci purtroppo al ruolo di organizzatori della fisiologica rabbia sociale che esprime ogni tipo di società.

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25 comments to Ancora su Landini e ricomposizione di classe

  • valerio

    L’articolo dei compagni di Militant ha il merito di suscitare domande e non risposte. Chiunque pensi che l’articolo sia un appoggio a Landini dovrebbe farsi controllà il cervello.
    Non mi è chiaro un punto per: ritenete definitivamente superato il modello leninista dell’organizzazione?

  • Nicola vincenzo catalano

    Secondo me questo intervento trasuda un po di una certa nostalgia dei tempi andati, per quanto il ragionamento di recuperare forme sociali di intervento politico come il mutuo soccorso e quant’altro ha tutto un suo giustissimo senso. Ma non è del tutto vero che le sx cosiddette radicali non abbiano mai organizzato il mondo del lavoro, perlomeno messa così come scritto; ci sarebbe da fare qualche precisazione in proposito. Non ci si può dimenticare, così a “babbo morto”, di lotte per la casa, riduzione del costo delle utenze, bracciantili e dei lavoratori in nero fatte dalle sinistreantagoniste degli anni ’60 e ’70 e da quelle sx che se pure meno radicali non furono mai riconosciute ne appoggiate dalla CGIL/PCI; ma anzi da queste represse ideologicamente e fisicamente, attraverso l’ausilio molto spesso invocato degli apparati polizieschi.Dimenticarsi di questo è tragico e mi rattristisce anche molto; se non si sono veramente diffuse concordo che potessero avere dei limiti, ma se si sono spente lo si deve molto alla repressione! Non possiamo rimuovere questi fatti storici che ebbero una sua non piccola diffusione nel contesto sociale e che se non si conoscono è perché oltre ad essere state durissima mente represse, sono state nascoste alla storia proprio da certa sx.
    Molte di quelle vecchie forme di lotta sono comunque rimaste e rifiorire, con minori aspetti di radicalità conflittuale rispetto a quell’ epoca semirivoluzionaria e negli anni 80 e 90 e tutt’ora esistono ed agiscono, magari non diffuse e radicate come il vecchio sindacalismo piccisti che tanto rimpiangete; pur con i loro grossissimo limiti cosa sono secondo voi organizzazioni come CUB, COBAS, SICOBAS, USI, USB? E altre che dal passato hanno mantenuto una loro ben precisa continuità come la lotta per la casa? Quest’ultima, poi, negli ultimi anni sta cercando di non limitarsi solo al problema contingente abitativo, ma nei posti che occupa crea cinema, mense, biblioteche, dibattiti pubblici, presidi medici e di consulenza sociale.
    Cerchiamo di non rimuovere tutto ciò, sminuendolo con affermazioni tipo quelle iniziali che mai…. mai un cavolo. Contrastate e represse, messe a tacere, semmai.
    Che ci sia da fare ben altro e di più per arrivare alle forme che il PCI/CGIL resero attive fra gli anni 50 e per tutti i 70 c’è davvero tanto da fare e di più, sopratutto sul piano organizzativo di massa; certo, non ci piove, su questo concordo assolutamente con voi!
    Coi Landini possiamo anche confrontarci e discutere, ma non è dalle dirigenze che hanno contribuito allo smantellamento di quella realtà socio politica che l’articolo così tanto rimpiange che potrà rinascere quello che auspicate voi e pure io. E mi riferisco alle classi dirigenti e non alla base e agli operai che come ieri han preso mazzate a gratis e già adesso sono use per creare la visibilità alla sx ipertensione riformista e anticomunista che uscirà fuori dallo sfascio del PD e del sindacalismo confederale.
    Realtà di conflitto di classe fuori dal giardino PCI/CGIL ci sono sempre state, ci sono tutt’ora; si tratta di scegliere con chi fare le cose. Continuare a dare fiducia a chi ha portato a tutto sto scollamento di classe, umiliando e isolando qualunque istanza di classe, appunto, e chi si è, anche al loro interno, battuto per una società non dominata dal puro interesse capitalista e speculativo; oppure rafforzare e contribuire dialettica mente a sviluppare le forme antagonista che ci sono state nel passato, ci sono e ci sanno sempre in futuro, evitando a queste di rimanere come sempre schiacciate da repressione e isolamento politico!?
    Con stima, Nicola Vincenzo Catalano.

  • Enrico

    Domande.
    1. È davvero necessario continuare il balletto sinistra riformista/sinistra radicale al di là dei contenuti oggettivamente espressi da ambedue le parti? L’intero articolo ne è percorso. Non si capisce, per esempio, in che senso si parli di un’anestesia dei frequentatori del “welfare parallelo” messo in piedi dal PCI, e in che senso questo “welfare parallelo” sia sostanzialmente (e non formalmente) diverso – ad esempio – dall’organizzazione dei centri sociali.
    2. Diffido della struttura argomentativa del “ma anche” quando cerca di far passare come evidenziato uno dei termini della locuzione. Cosa vuol dire – sociologicamente, e dunque anche statisticamente – che il precariato è centrale, ma il salariato esiste ancora, e in misura preponderante? Soprattutto: di quale precariato si sta parlando? Non è che Militant qui pensa al lavoro cognitivo e sta semplicemente cercando di arginare l’interpretazione “cognitariana” del mercato del lavoro in Italia? Si può provare a ragionare a partire dai numeri effettivi? Quanti sono davvero i precari, gli intermittenti, i freelance in Italia, percentualmente e al di là del settore in cui si inseriscono?
    3. Perché ironizzare sul principio per il quale la Storia è Maestra, e poi di fatto applicarlo senza nessuna cautela? L’articolo sostiene questa tesi: nella Storia, nessun partito radicale è mai diventato partito di massa. Questo conduce alla necessaria conclusione che bisogna “socialdemocratizzarsi” per organizzare le masse, o attendere che si compia questo miracolo al di là delle forze antagoniste? E in cosa consiste questa socialdemocratizzazione? Consiste forse in quel “welfare parallelo” di cui al punto uno? Al che mi domando, nuovamente: siamo sicuri di stare impostando una correlazione fondata tra organizzazione del partito e contenuti espressi? Non è che invece una parte della forma organizzativa possa essere presa a modello cercando di diffondere altro tipo di contenuti? E dunque: perché non provare a partire dalle necessità quotidiane e mettere in campo le capacità positive, propositive e produttive dell’autonomia per riannodare i fili di questa ipotetica coalizione sociale?

  • Militant

    @ Nicola vincenzo catalano

    Forse non ci siamo capiti. Le responsabilità politiche del PCI nel frenare qualsiasi tentativo rivoluzionario in Italia sono evidenti anche a noi, figuriamoci. Non diciamo mai il contrario in nessun passaggio, non è un appoggio a quel tipo di visione politica. Che il PCI abbia contribuito alla repressione delle organizzazioni rivoluzionarie è un dato di fatto, c’è ben poco anche da discutere su questo punto.

    Altra cosa: non diciamo che le sinistre rivoluzionarie degli anni settanta o quelle antagoniste di questi anni non abbiano le loro basi sociali, non riescano ad intercettare segmenti di mondo del lavoro, ecc..ma che questo tentativo riguarda piccole minoranze sociali senza mai farsi discorso generale. Soprattutto, questo tentativo non riesce a diventare espressione politica del mondo del lavoro. Si possono intercettare pezzi di precariato senza però mai diventare “l’organizzazione politica del precariato”. Ecco, non è tanto la quantità la differenza (che pure è un dato di fatto importante), ma la qualità politica. Anche a parità di numeri, il PCI rappresentava politicamente il mondo del lavoro. Oggi chi è che rappresenta politicamente il mondo del lavoro, chi ha la forza di farsi discorso egemone su quella soggettività? Nessuno, e certo non per esclusive responsabilità soggettive, sia chiaro.
    Quelli che citi tu sono tutti sindacati, ma dov’è la forza politica che produce una sintesi delle richieste, dei bisogni, delle aspirazioni del mondo del lavoro dipendente salariato nel suo complesso, interpretandoli anche in chiave riformista ma operaia? Non c’è, e il fatto che non ci sia è un male, non un bene. Non ci lascia campo libero, ma fa scomparire quel campo dal novero degli interessi della Politica, quella che prende le decisioni su tutti noi.

    Però questo sono domande, non abbiamo soluzioni in tasca e non basta “rimpiangere” i “bei tempi” per produrre soluzioni, questo è evidente. Inquadrare una parte del problema è però già qualcosa.

  • giancarlo staffo

    Una “qualche” ricompoasizioone di classe non è la “ricomposizione di classe”, siamo nella fase dell’imperialismo globale e della politica come “guerra di classe” permanente condotta dal nemico contro le classi oppresse. “Una ricomposizione” senza basi di classe in grado di produrre piani metodi e orientamenti rivoluzionari, sarebbe ancora destinata al fallimento in qunto non corrispondente alla soluzione necessaria che il livello della contraddizione materiale tra forze produttive e rapporti sociali di produzione richiede.

  • Nicola vincenzo catalano

    Militant il mio intervento non nega mica quel che dici, sono perfettamente d’accordo. Ma per quanto parziali e limitate (ma limitata è una tua opinione, visti i numeri ben maggiori della fiom) sono comunque una alternativa al sistema PCI/CGIL che invece è in totale disfacimento, ideologico, morale e di numeri.
    Per il resto io sono d’accordo con voi, ma non trovo che dalla fiom e dalle poche grosse sacche residuali di operaio PCI possa venire la soluzione ricompositiva che tutt* auspichiamo. Certo una ricomposizione fra i due mondi di cui parliamo potrebbe essere una strada, partecipare allo sciopero generale sociale del 14 novembre potrebbe creare nuove connessioni e superare vecchi scontri e rancori.
    Non so, è difficile trovare ed essere sicuri della strada.

  • Militant

    @ Enrico

    Risposte.
    1. Non è il concetto di “welfare parallelo” che porta all’anestetizzazione del conflitto sociale, ci mancherebbe altro, anzi noi in un certo senso ci auspichiamo (e nel nostro piccolo ci adoperiamo), per il ritorno ad un effettivo “contropotere” sociale che si trasformi anche in politico. Il problema è *come* si utilizza tale sistema sociale di inclusione parallelo. Il PCI utilizzava questo sistema per veicolare un messaggio in estrema sintesi conservatore dell’ordine costituente, legalitario, elettoralistico, riformistico. Ovviamente stiamo tagliando con l’accetta per capirci senza scrivere dieci pagine di commento, però per farsi a capire il sistema PCI serviva al controllo politico della massa lavoratrice, un controllo che andava nella direzione dell’accettazione del *patto fra produttori* all’interno di un sistema democratico, liberale, sociale.
    Il “welfare parallelo” prodotto da centri sociali subisce la stessa critica. E’ un sistema necessario se volto alla conquista di quell’internità sociale che permette di veicolare il proprio messaggio antagonista (o rivoluzionario, se i tempi lo permettessero). Diventa invece il surrogato anestetizzante delle istituzioni comunali se tale internità non viene spesa nel conflitto, ma diventa una delle istituzioni comunali parallele, pacificanti, stile ong che tappe le falle di un sistema comunale incapace.
    Non è allora il “welfare parallelo”" il problema, ma come viene usato. E il *come* dipende dalle decisioni politiche, dalla visione politica, dalla volontà politica di utilizzarlo in un modo piuttosto che in un altro.
    2. Per precariato noi intendiamo la massa, oggi addirittura maggioritaria secondo ogni cenismento del mondo del lavoro – vedi dati istat o cgia sulle nuove tipologie contrattuali – di lavoratori senza garanzie contrattuali, sottopagati, esternalizzati, sovente migranti, ai margini del lavoro “ufficiale”, ma allo stesso tempo cuore pulsante della produzione capitalistica. Questa centralità produttiva non nega l’importanza quantitativa (e anche qualitativa) del mondo del lavoro salariato ancora con residue garanzie contrattuali, i lavoratori della pubblica amministrazione, tutti quei lavoratori legati ad un modello economico non piò centrale ma non per questo scomparso o in via di sparizione. Il soggetto politico rivoluzionario dovrebbe, questo è quello che vorremmo affermare, cogliere la centralità del precariato proletario senza perdere egemonia e capacità di sintesi politica per tutte quelle forme del mondo del lavoro ancora legate a delle (presunte) garanzie conquistate nei decenni precedenti di lotta di classe. Si, è un “ma anche”: il soggetto antagonista non deve moltiplicare conflitti interni alla classe, ma partendo da una sua centralità sociale essere capace di ricomporre la classe, e non dividerla fra presunti garantiti e presunti non garantiti, giovani e vecchi, settentrionali o meridionali, italiani o stranieri.
    3. Sulla conclusione del tuo terzo punto siamo d’accordo: “una parte della forma organizzativa possa essere presa a modello cercando di diffondere altro tipo di contenuti”. Esatto, è questo il punto. O ci auguriamo che in Italia nasca un nuovo soggetto riformista di classe, o agiamo noi, come movimenti, come partito di classe, che sappia creare quel welfare parallelo, sappia esercitare egemonia politica sul mondo del lavoro salariato ricomponendolo, e sfruttando questo ruolo rappresentante per produrre un conflitto politico. Ma in trent’anni di scomparsa del PCI, è avvenuto un solo passo in avanti in questa direzione? Il tuo tentativo di risposta può essere convincente, purtroppo però mancano i dati empirici su cui si possa fondare.

  • tommyUT

    in sintesi: l’avvento di una sinistra del lavoro, presumibilmente capeggiata da landini, potrebbe in qualche modo facilitare i compiti della sinistra antagonista perché, resistuendo una coscienza di sè alla classe lavoratrice, renderebbe meno astratte e più tangibili le rivendicazioni dei cosiddetti antagonisti. ho capito bene? saluti.

  • roberto1954

    voi dite: Le responsabilità politiche del PCI nel frenare qualsiasi tentativo rivoluzionario in Italia sono evidenti anche a noi, figuriamoci. Non diciamo mai il contrario in nessun passaggio, non è un appoggio a quel tipo di visione politica. Che il PCI abbia contribuito alla repressione delle organizzazioni rivoluzionarie è un dato di fatto, c’è ben poco anche da discutere su questo punto.Bene.ma poi piu’ in la dite:ma dov’è la forza politica che produce una sintesi delle richieste, dei bisogni, delle aspirazioni del mondo del lavoro dipendente salariato nel suo complesso, interpretandoli anche in chiave riformista ma operaia? Non c’è, e il fatto che non ci sia è un male, non un bene.Allora bisogna decidersi:il riformismo e’ un male o un bene?Se e’ un male,come penso io,il fatto che non ci sia piu’ e’ un bene non un male come dite voi.Cominciamo da qui.

  • commercio

    quando dite ” La soluzione non è quella di recuperare vecchi modelli, oggi inattuabili, quanto quello di uscire da questo cul de sac che impedisce sia la pratica riformista che quella rivoluzionaria. Ma il problema dell’organizzazione politica e sociale della massa di lavoratori dell’industria, della pubblica amministrazione, delle attività intellettuali o d’ufficio, delle grandi aziende…”

    L’organizzazione politica della massa dei lavoratori [..etc] credo sia subordinata all’egemonia culturale all’interno della massa.

    Cioè senza egemonia culturale niente organizzazione della massa. E questo è applicabile anche oggi (ed anche al di fuori della questione di classe – vedi NoTav e Val di Susa).

    Un soggetto riformista, oggi, può portare avanti un discorso egemone all’interno della classe?

  • ludmilla

    A me pare che in Ancora su Landini e ricomposizione di classe trascurate almeno due questioni decisive.

    1. Il PCI riformista non è nato da un progetto riformista. È stato la derivazione (e deformazione) del PCI che era nato nella tormenta della Grande Guerra e delle rivolte degli anni ’20 per impulso dell’Internazionale Comunista, si era fatto le ossa durante il ventennio fascista sostenuto dal prestigio dell’Unione Sovietica e dalla forza che in tutto il mondo aveva il movimento comunista ed è diventato il partito di massa dei lavoratori italiani grazie al ruolo che ha avuto nella Resistenza (1943-1945), alla vittoria dell’URSS sul nazifascismo e alla forza che il movimento comunista ha avuto nel mondo intero per alcuni decenni. Dire che è diventato rappresentanza politica del mondo del lavoro grazie alla sua politica riformista mi sembra travisare il corso delle cose. Il massimo di iscritti il PCI lo ha avuto nel 1947.

    2. Vero che dopo la Resistenza il PCI abbandona l’idea di instaurare il socialismo e diventa un partito riformista. Ma perché riesce a diventarlo contro le aspirazioni almeno di una larga parte dei suoi militanti e seguaci? Direi per due motivi principali: 1. chi voleva instaurare il socialismo non sapeva neanche lui cosa e come fare (chi legge i discorsi di Secchia e degli altri oppositori di Togliatti lo vede chiaramente) e 2. sul piano delle riforme invece con il PCI le masse ottengono effettivamente dei risultati: fino agli ultimi anni ‘70 le condizioni di vita e di lavoro delle larghe masse migliorano. I fatti sembravano dare ragione a Togliatti & Co. Quando i miglioramenti reali sono cessati, anche il declino del seguito e la disgregazione del PCI sono diventati rapidi fino allo scioglimento del 1989. Il riformismo senza riforme non sta in piedi.
    Se quanto detto fin qui è vero, e mi pare difficile contestarlo, come potrebbe mai sorgere oggi un partito riformista? Dovrebbe formarsi su un riformismo senza riforme. Cosa che non è mai avvenuta nella storia dei paesi capitalisti. Può oggi la borghesia italiana o europea concedere miglioramenti alle larghe masse su scala generale? Non solo è contro quello che sta facendo da più di venti anni a questa parte (elimina una dopo l’altra anche le conquiste che le masse avevano strappato), ma implicherebbe 1. che l’attuale crisi mondiale finisca e incominci un periodo di ripresa generale dell’accumulazione del capitale nell’economia reale (e mi pare che nessuno seriamente ci crede), 2. che la borghesia abbia buoni motivi per concedere: nei decenni successivi alla seconda guerra mondiale fece concessioni perché il movimento comunista era forte e in espansione in tutto il mondo e la DC doveva convincere i lavoratori italiani che stavano meglio con il capitalismo che con il comunismo: cosa che la borghesia dovette fare e fece anche in Germania, nel resto d’Europa e negli USA.
    Insomma, sinceramente, a me l’idea che possa nascere nelle condizioni attuali un partito riformista mi sembra campata in aria. Pensate che la crisi attuale avrà termine a breve? Sarebbe un caso che dal 1990 a oggi tutti i tentativi di ricostruire il PCI riformista sono andati a vuoto?
    Mi piacerebbe leggere cosa avete da dire in proposito, perché il problema che ponete è certamente molto serio e il fatto che voi almeno lo ponete, merita la stima che anch’io vi dichiaro: per questo vi chiedo chiarimenti.

  • Roberto54

    ma il riformismo non esiste piu’.e’ finito,defunto.oggi eistono solo due strade:il capitalismo o la rivoluzione socialista,non ci sono piu’ vie di mezzo,mediazioni,socialdemocrazie e via dicendo.e’ tutto finito.kaputt.nelle istuzioni borghesi sono salvaguardati solo gli interessi molteplici del capitale,la classe lavoratrice sta fuori,per strada.i palazzi della democrazia borghese sono stati definitivamente chiusi.la classe lavoratrice si deve rappresentare da sola,senza delega.in autonomia.stare ancora a parlare di un mondo che non c’e’ piu’ non serve a niente.

  • Militant

    @ Roberto54

    Si, anche nel 1870, nel 1917 o nel 1959 era fra capitalismo e rivoluzione socialista. Cerchiamo di andare avanti col ragionamento sennò parliamo per slogan e non ne usciamo più. La gara al più ortodosso non c’è mai piaciuta granchè, la lasciamo volentieri ad altri. Qui stiamo ragionando sulle possibilità di uscita dalla crisi delle soggettività antagoniste in corso da un trentennio. Rispondere che ci vuole la “rivoluzione socialista” non porterà il discorso molto avanti.

  • Militant

    @ ludmilla

    Sul punto 1: il PCI diventa espressione egemone della classe operaia nella Resistenza, dopo la svolta di Salerno e nella fase post-bellica. Quello che dici tu è giusto: il PCI non è nato riformista, ma rivoluzionario, e in base alla concezione organizzativa leninista, nonchè il contesto fascista, si organizza in partito di quadri, con (relativamente) pochi militanti, formati come combattenti comunisti, ecc. E’ solamente quando accetta il gioco democratico che trasforma la propria organizzazione da rivoluzionaria-leninista in inclusiva e di massa. Ed è dal quel momento che diventa l’espressione politica delle masse lavoratrici. Non sono giudizi di valore (è meglio questo o quel PCI), ma considerazioni oggettive. Ovviamente al presitgio e all’espansione del suo ruolo contribuiscono le vittorie sovietiche, il contesto politico italiano, ecc…

    Sul punto 2: siamo completamente d’accordo con te. Ogni riformismo oggi è impossibile, per due motivi: il primo, il “patto tra produttori” è possibile in una fase di crescita economica rilevante tale da poter redistribuire economicamente le risorse e mettere in piedi la mediazione politica; secondo, il “patto tra produttori” regge finchè ognuno ha paura dell’altro. Oggi non c’è più alcuna paura di una qualsiasi trasformazione politica dello status quo, quindi anche in una ipotetica fase di crescita economica non ci sarebbe ragione di redistribuire alcunchè, dati gli attuali rapporti di forza.
    Da questo ne discende che un’ipotesi riformista oggi in Europa è impossibile, ne mancano le basi oggettive su cui poggiarsi.
    Detto questo, è inevitabile constatare che quel tipo di organizzazione là contribuiva in maniera decisiva alla ricomposizione di classe. Esaurita quell’esperienza, o la rimettiamo in piedi noi, ma mancano le basi oggettive ed economiche per una tale possibile ri-organizzazione, oltre che alcune basi soggettive-politiche, oppure dobbiamo sperare che la rimetta in piedi qualcun altro. Insomma, non stiamo nella fase del: o capitalismo o rivoluzione. Siamo in quella: o capitalismo o capitalismo, senza possibilità di incidere. Pensare che in una fase del genere ci possa essere una rottura rivoluzionaria nell’occidente liberista significa non comprendere bene la realtà. Poi, e questo lo specifichiamo sempre, non per questo non potrebbe verificarsi qualche intoppo nel sistema politico-economica tale da produrre terremoti politici. Ma anche in un caso come questo noi non avremmo la forza necessaria per approfittarne. Molto più probabile Grillo presidente del Consiglio, o Salvini, o qualche altro scarto della politica, che la presa del potere dei movimenti antagonisti. E allora dovremmo chiederci davvero il perchè.

  • Roberto54

    l’intoppo si verifica sempre nel sistema capitalista,siete troppo pessimisti.quando parlate dell’occidente liberista si parla di un gigante dai piedi d’argilla,non e’ quel golem invincibile che sembra a tutti.certo oggi sembra quello che dite voi:o capitalismo o capitalismo.ma bisogna capire che prima o poi sbraca tutto,la strada e’ quella.prima del 1914 nessuno avrebbe scommesso una lira che crollasse tutto in europa,eppure e’ successo.molte volte le analisi logiche della realta’ vengono smentite da fatti imprevedibili che stravolgono ogni previsione.secondo logica nessuno avrebbe previsto il crollo del blocco socialista e della socialdemocrazia in europa alla fine del secolo.adesso sembra che il capitalismo sia invincibile.bene.e’ proprio da questa presunta invincibilita’ che nasce la sua debolezza.ed e’ proprio la mancanza di opposizione che lo portera’ al disastro.

  • Militant

    @ Roberto54

    Il problema non sono il peso delle contraddizioni – economiche e politiche – che il capitalismo produce e con cui convive; e neanche i salti storici che spezzano il normale corso degli eventi, sempre possibili. Il problema è che in presenza di tali salti, e in presenza di determinate e insanabili contraddizioni, oggi le forze di classe non hanno la capacità, il ruolo e la prontezza per approfittarne. Non si esce dal capitalismo, o dal liberismo, o dalla liberaldemocrazia, solo in avanti. Se ne può uscire anche regredendo, e ad oggi è molto più probabile, in caso di crisi insanabile, un’uscita “a destra” che di una a sinistra. Insomma, le condizioni “oggettive”, che pure ci sarebbero, non producono di per loro una soluzione progressiva, se mancano le condizioni “soggettive”, cioè chi è capace di spingere quelle contraddizioni fino all’estremo rompendo lo schema.
    Le riflessioni di questi articoli dovrebbero servire proprio al dibattito di come ricreare le “condizioni soggettive” tali da poter cogliere l’attimo quando questo si presenterà.
    Non a caso durante la prima guerra mondiale, cioè in una condizione favorevole al cambiamento in tutto il contesto europeo, solo in Russia avvenne la rottura rivoluzionaria. E in altri contesti, nell’immediato dopoguerra, ci fu una regressione fascista. Perchè le rotture vanno prima prodotte, poi governate. In assenza di alternativa politica il capitalismo è perfettamente in grado di convivere con le sue contraddizioni, superarle, risolverle creandone delle altre, eccetera eccetera.

  • roberto1954

    Ma e’ difficile organizzare le forze di classe prima che il treno capitalista sia deragliato.ci vuole un programma politico radicale che i lavoratori non accettano fin quando sperano che sia possibile risolvere le cose con il riformismo,saranno sempre divisi tra di loro.il treno lo fa deragliare chi lo guida,non i passeggeri.poi,quando e’ deragliato,i passeggeri possono prendere il comando,ma prima guidano loro,i capitalisti.puo’ darsi che l’europa giri a destra in futuro,ma questo non sara’ certo un superamento delle contraddizioni,anzi,le aggravera’ ancora di piu’.

  • Michele

    Concordo sul ragionamento di base di Militant.
    Vedo che in molti si soffermano a lungo, con acredine, sulla storia del PCI, i suoi connotati “non rivoluzionari”, le sue vicende che considerano politicamente fallimentari.
    Da come ho interpretato io questo articolo parte invece in primo luogo dall’analisi della realtà attuale. Che si badi bene è pessima. C’è uno strapotere assoluto del pensiero e della (rappresentanza) politica liberista che ha offuscato (materialmente, psicologicamente e culturalmente) in maniera importantissima ogni percezione identificativa di classe in un’ottica politico-culturale socialista. [Non mi venite a dire infatti che Grillo e il M5S interpretano e rappresentano tutto ciò, anzi!].
    Landini e la FIOM, con tutti i limiti del caso, tentano per lo meno di riportare il dibattito politico (quello grande) su dei binari in cui parlare di classe, di rivendicazioni di una classe (contro altre classi) abbia ancora un senso…

  • Ludmilla

    A me pare che Militant non faccia una lettura dialettica della storia e della situazione. Dice “non stiamo nella fase o capitalismo o rivoluzione”. Ma perché? Perché vede la rivoluzione solo come qualcosa che scoppia, non come un’ondata che monta. Fino al 1914 avrebbe detto che in Europa non succedeva nulla, come osserva Roberto54. In effetti, ragionando come ragiona, Militant anche in Russia nel 1914, 1915, 1916 avrebbe detto che non c’era rivoluzione. Ma la questione è se le classi dominanti hanno o non hanno una soluzione che le masse possano digerire e se c’è un gruppo sociale che si candida alla successione. In Russia ce n’erano due: uno borghese e uno proletario.
    Se uno crede davvero che la situazione sia o capitalismo o capitalismo, o si spara o cerca di spassarsela (carpe diem) se è in condizione di farlo: comunque non si occupa di rivoluzione. Chiedersi il perché, serve a poco: serve solo a sapere. Non si chiamava accademia o è il complesso del Titanic? Se sei convinto che o capitalismo o capitalismo, e nel caso migliore Salvini o Grillo, a che serve capire?
    E poi attenzione al “patto tra produttori”. Un mio zio che era nel PCI, mi diceva che negli anni ’60 nel PCI girava (contro Napolitano) la battuta: “chi chiama il padrone datore di lavoro, incomincia con Marx e finisce con Moro”. Capitalisti e operai non sono due produttori. Tra loro non c’è un patto se non come misura secondaria, provvisoria e transitoria. Di permanente c’è la lotta di classe. O è finita?
    Insomma, bisogna chiedersi cosa fare e proporre cosa fare, piuttosto che dire che non c’è niente da fare. Ogni cosa è quello che è, ma è anche quello che a determinate condizioni può diventare. In fondo fascismo e nazismo sorsero in contrapposizione con il movimento comunista, come alternativa alla rivoluzione: in Spagna ci fu addirittura una guerra di tre anni. Oggi a cosa servirebbero il fascismo o il nazismo per la borghesia?
    A Roberto54 poi vorrei ricordare che ben prima del 1914 c’era qualcuno che scommetteva più di una lira che in Europa sarebbe crollato tutto: non solo quelli riuniti a Basilea nel 1912, che più che minacciare quello che non sapevano fare non fecero. Ma ben prima lo dicevano Lenin e i suoi di cui nessun giornale borghese parlava, ma tuttavia esistevano e facevano il fatto loro. E quanto al crollo del blocco socialista nel 1989, ricordo che Mao e i suoi lo dissero dai primi anni ’60 fino al 1976 quando furono messi a tacere dalla destra cinese.
    Brav* Militant! Avete aperto una bella discussione, continuiamola! Mi piace.

    • roberto1954

      sono d’accordo con te.E rispondo:le classi dominanti non hanno una soluzione che le masse possano digerire e la situazione peggiorera’ sempre piu’.Il gruppo sociale che si candida alla successione sta venendo fuori dal conflitto interno tra piccola e media borghesia da un lato,e grande capitale multinazionale dall’altro e dalla fine della socialdemocrazia.Tutto questo portera’allo scontro,anche armato,tra blocchi imperialisti,specialmente se in USA prevarranno i repubblicani nel prossimo futuro.La mediazione,il compromesso, e’ finito.Il soggetto verra’ fuori da qui.Di permanente c’e la lotta di classe,come dici giustamente te.

  • Militant

    @ Ludmilla

    Facciamo notare che per darsi l’ipotesi “capitalismo o rivoluzione” dovrebbe essere presente un soggetto rivoluzionario. In Russia c’era, e la rivoluzione l’aveva anche già tentata. Oggi non c’è, per cui nessuna rivoluzione governata in senso socialista è possibile. Magari una rottura, questo si, ma con sbocchi difficilmente prevedibili ed ipotizzabili più a destra (Grillo o Salvini, FMI o qualcosa di peggio) che a sinistra (non sapremo neanche indicare quale o che tipo di sinistra possa ergersi in questo momento a classe dirigente rivoluzionaria).

  • valerio

    I sindacati non sono mai stati dei soggetti rivoluzionari. I sindacati, per mezzo della concertazione hanno sempre CONSOLIDATO il capitalismo. Il sindacalismo (nelle sue forme più disparate) è espressione del conflitto tra classi unicamente da un punto di vista economico. Per anni il sistema concertativo ha paralizzato il conflitto di classe in Italia, e la combattività dei sindacati confederali era inversamente proporzionale alle quote di extrprofitti che il padronato elargiva ai vari apparati burocratici di CGIL-CISL e UIL. Se oggi si assiste ad una timida (anzi timidissima) ripresa della lotta da parte della CGIL, ciò avviene non per una generale ripresa del conflitto sociale in Italia, quanto purtroppo per la paura isterica che oggi attanaglia i vari settori della CGIL. La linea di Confindustria (“magnificamente” dettata da Marchionne) è chiaramente quella del definitivo abbandono del sistema concertativo nazionale in favore della contrattazione a livello aziendale (il famoso articolo 8 della L.148/2011). Quello che sembra un colpo di vitalità è in realtà un rantolo. Dal dopoguerra fino al 2003 il sindacato confederale è stato la trappola con la quale ingabbiare il conflitto di classe in un terreno puramente economico (con la criminale complicità del PCI).
    Che la CGIL lo voglia o no, l’era dei CCNL è finita, e questo CISL e UIL lo hanno capito da un pezzo. Landini è l’ultimo dei mohicani ed avrà vita breve perchè vita breve avrà il sindacalismo CONFEDERALE.
    Qualunque soggetto politico emerga un domani dalla CGIL, puzzerà già di cadavere subito dopo la nascita.
    Dalla marcia dei 40.000 il sindacato in Italia ha smesso di poter imporre alcunché al padronato e da allora si accontenta di vivacchiare tra un finto sciopero e l’altro.
    Se la sinistra istituzionale ha deciso di scaricare la CGIL un motivo ci dovrà pur essere.
    La “rappresentatività politica della classe operaia” era il riflesso della paura di una rivoluzione sociale che per 30 anni ha avuto la borghesia italiana, spaventata dall’idea che il PCI non riuscisse più a tenere addomesticata la classe operaia.
    Pretendere di imporre una politica socialdemocratica senza quella minaccia politica è utopia.

  • Angela

    Non scandalizza fare un pezzo di strada con la parte migliore in campo oggi, la Fiom, che da Genova in poi affianca e a volte rilancia il movimento.
    La fiom non è un sindacato rivoluzionario certo, ma è il sindacato “sempre contraddittorio” con i vari governi: è sulla strada.
    La fiom, come noi, non trova sponda, le sue resistenze restano isolate, confinate ad ognuno preghi il suo santo.
    C’è la frattaglia exrifondazione che non sa che fare se non aspettare l’occasione delle prossime elezioni e ci sono “i resistenti”.
    Non c’è visione socialdemocratica; non c’è ripresa del ciclo di accumulazione dentro il quale “redistribuire”; c’è forte concorrenza interimperialistica ; declino dell’imperialismo USA ascesa dei BRICS.
    L’Europa? Dovrà scegliere se seguire le avventure dello zio Sam o vedere i suoi interessi sulla “via della seta” e rischiare il frantumarsi.
    Quanta turbolenza all’orizonte e il sol dell’avvenir tardi a farsi vedere.
    Parliamo di noi:
    individualismo, atomizzazione,l’ anestetico “meno peggio”,il potere dei media,la psicoanalisi collaborazionista, tutte armi del nemico ma anche cultura del movimento. E dunque: perchè gli operai, i lavoratori, precari / fissi dovrebbero essere rivoluzionari?
    A quale cultura sono stati fatti abbeverare in questi decenni?
    La reltà è drammatica ma il problema “sponda” è malposto.
    Se non risolviamo il rompicapo della visione e della cultura rivoluzionaria continueremo a vagolare e ad ansimare
    Maledetto chi ha preso la scorciatoia della rappresentanza ma non sente la sofferenza proletaria non è capace di interpretarla, di comunicarla, discuterla con i suoi simili tessere un modo nuovo di stare insieme nella “comunità proletaria”, essere forza sociale.
    Maledetta rappresentanza che pensa dopo un trentennio di fallimenti, ad un ruolo parlamentare senza visione e senza forza sociale
    Maledetta rappresentanza che burocraticamente invita allo sciopero generale senza averne la forza e senza proporre nuovi contenuti, nuova pratica e si da appuntamento per dare aria ai fischietti e alla conta delle bandierine nell’Italia-greca.
    La realtà scivola verso il cannibalismo sociale e questi pensano alla sopravvivenza di piccolo ceto politico-sindacale

  • roberto1954

    “Eurocrack . Ultimi dati Ocse: l’austerity ha tragicamente fallito. Bce e Commissione lo ammettono. Ma ora la crisi rischia di essere irreversibile e allo stato non esiste leadership europea che sia capace di invertire la rotta”
    I capitalisti sono in difficolta’.Bene

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