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Dalla parte della Resistenza palestinese, senza se e senza ma

 

Non è certo semplice, men che meno immediato, riuscire a spiegare le ragioni per cui oggi qualsiasi opera di distinguo, di presa di distanza all’interno della Resistenza palestinese, sia giocoforza complice della carneficina israeliana. Eppure, oggi come in altre circostanze, è necessario portare avanti qualche posizione scomoda, non precostituita, fuori dal normali canoni del dibattito politico a sinistra.

Non c’è dubbio che Hamas non sia il nostro punto di riferimento politico nel mondo arabo. Le sue posizioni, che possono per (troppa) comodità essere sintetizzate nell’esasperato radicalismo religioso, la rendono una formazione politica distante dalla nostra ideale visione delle cose del mondo. Se il tentativo di capire la situazione mediorientale, per molti versi paradigmatica dell’evoluzione politica che potrebbe avvenire anche in altri contesti, terminasse qui, avremmo già la nostra sentenza: con una forza intimamente teocratica e anticomunista si può condividere molto poco, quasi niente, neanche singoli passaggi tattici contro eventuali nemici comuni. Questa però sarebbe una visione a dir poco superficiale e sclerotizzata dei rapporti politici esistenti nel contesto palestinese, e che soprattutto risentirebbe del punto di vista eurocentrico del modo di guardare le cose altrui.

Per chiudere tale premessa, siamo anche consci e intimamente convinti che organizzazioni come Hamas siano state, negli anni Ottanta, allevate e finanziate proprio da quelle strutture di potere che oggi si dicono suoi nemici mortali. Esattamente come le formazioni talebane furono organizzate in funzione anticomunista, così Hamas è stata creata per la medesima funzione, quella di spezzare la Resistenza palestinese laica e comunista, costruendo un nemico di comodo difficilmente difendibile dall’appoggio internazionalista. Bene, se tutto questo concerne la premessa dei fatti, questa non ci aiuta però a capire l’esistente e soprattutto la tendenza in atto.

Se Hamas, così come Hezbollah, hanno potuto imporsi e costruirsi quel prestigio popolare che innegabilmente le circonda, non è per qualche oscuro complotto delle “forze del male”, ma perché più coerentemente hanno saputo raccogliere il desiderio di vendetta delle popolazioni arabe sfruttate. Sostituendo la fede in Dio al messaggio socialista o pan-arabista, queste forze hanno contribuito nel corso di questi anni a dare una prospettiva collettiva di liberazione a tali masse, di individuare un nemico concreto (Israele e l’imperialismo statunitense) e di dare la percezione di combatterlo con ogni mezzo necessario, mettendo in gioco prima di tutto la propria vita. E se il messaggio costruttivo di tali formazioni può – e deve – essere oggetto di critica, non possiamo svalutare il bisogno da parte delle popolazioni colonizzate di organizzare la propria Resistenza. Come europei-eurocentrici possiamo disquisire all’infinito sulle reali necessità della popolazione palestinese, sul bisogno di ricostruire un’opzione politica di sinistra in quelle terre, che porti avanti un discorso laico e progressista, ma continueremmo a non tenere in conto il bisogno primario di quella gente, che rimane, oggi come da sessant’anni, quello di liberarsi dal dominio israeliano. E tutto ciò che viene percepito come più adatto a portare avanti questa lotta riceverà sempre il consenso maggiore, e soprattutto lo riceverà dagli strati più poveri di quelle popolazioni, quelli più direttamente impoveriti da tale sistema coloniale. Non serve a nulla dirsi oggi né con Israele né con Hamas, parafrasando l’infelice motto di qualche dissociato degli anni Settanta. Sarà con una Palestina libera che potremmo analizzare la propria situazione politica, combattere se necessario Hamas, e sempre tenendo a mente che tale lotta sarà efficace non se scenderà a patti con l’imperialismo dal volto buono, ma se saprà togliere alle formazioni religiose la coerenza della propria lotta, o almeno la percezione di tale coerenza e intransigenza, dando una prospettiva politica alle popolazioni sfruttate diversa dall’integralismo religioso ma sempre resistente verso il dominio liberale-liberista.

Ogni singolo razzo lanciato da Hamas verso Israele fa parte di una lotta di Resistenza che non può essere svalutata da propositi moraleggianti. E’ evidente anche per noi che il nemico politico da colpire non è il cittadino qualsiasi di Tel Aviv, ma noi non viviamo in un contesto di guerra permanente, non viviamo sotto occupazione eterna, non abbiamo tra i nostri familiari dei morti per mano nemica, non rischiamo la vita ogni volta che usciamo per strada. E quando vivevamo in prima persona questi drammi, come durante la nostra Resistenza, non ci sembra che i partigiani, italiani come di tutta Europa, si siano mai fatti scrupoli nel colpire il nemico ovunque questo mostrasse il suo lato debole. E la nostra iniziativa politica quotidiana sul tema della Resistenza si è sempre caratterizzata dal difendere con forza quegli atti, perché andavano – e vanno – sempre contestualizzati nel preciso momento storico-politico in cui venivano compiuti. E soprattutto, perché la loro condanna esprime sempre un attacco politico non al fatto in sé, ma al senso generale della lotta di Resistenza.

Quando siamo andati a dire in faccia a Pansa che non avevamo alcun rimorso per le vicende inerenti al cosiddetto Triangolo Rosso, cioè l’onda lunga del regolamento di conti tra partigiani ed (ex)fascisti, non lo abbiamo certo fatto per qualche macabro istinto omicida contro il cittadino inerme, magari iscritto a forza al regime fascista, e per questo portatore di colpe a volte non direttamente collegabili alla propria persona. Ma per difendere un discorso politico, quello della sacrosanta giustizia contro il recente dominatore fascista, che non poteva concludersi il giorno dopo il 25 aprile, e che lasciava strascichi nella popolazione impossibili da anestetizzare a 24 ore dalla Liberazione. Perché la guerra di Resistenza, essendo anche una lotta di classe, portava avanti dei discorsi politici che non si limitavano alla rappresaglia contro “il fascista”, ma alla giustizia sociale contro lo sfruttatore, qualsiasi esso fosse.

Come allora, oggi è necessario ribadire che le azioni palestinesi contro Israele fanno parte di una strategia di Resistenza che sta ai palestinesi decidere, perché sono loro che vivono sulla propria pelle la politica di violenza israeliana, che ragionano ogni giorno sulle modalità di Resistenza, e che dunque hanno chiaro il quadro della situazione. Questo non significa giustificare gli errori politici o l’intima diversità tra noi e tali formazioni politico-religiose, quanto operare una contestualizzazione degli eventi imprescindibile per poterli capire e inquadrare nei loro corretti termini politici.

Riguardo infine alla questione religiosa, non possiamo fare a meno di notare come in questi anni la sinistra abbia completamente ignorato che questa non è esclusivamente “l’oppio dei popoli”, ma anche, sempre seguendo Marx, il gemito della creatura oppressa. Attraverso l’afflato religioso le popolazioni arabe sfruttate hanno in questi decenni ricostruito un loro punto di vista, hanno utilizzato la chiave religiosa per opporsi alla loro condizione di sfruttamento, l’hanno distorta fino a renderla strumento del proprio antimperialismo. Uno strumento chiaramente inservibile, in ultima analisi complice di quell’imperialismo. Nessuno lo nega. Ma in assenza di strumenti politici adeguati alla situazione, in presenza della scomparsa storica di una sinistra coerentemente internazionalista, non possiamo certo imputare a quelle masse la colpa della propria visione del mondo. E’ un risultato storico che dovrebbe parlare molto più a noi che a quelle popolazioni.

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8 comments to Dalla parte della Resistenza palestinese, senza se e senza ma

  • Robespierre

    Sarebbe utile, proprio per le cose scritte nel testo, affrontare seriamente il seguito dello “oppio dei popoli” ovvero “il gemito degli oppressi”. Questo permetterebbe di emancipare una volta per tutte il retaggio “illuminista” che, puntualmente, esce fuori ogni volta che si devono fare i conti con alcune realtà. In troppi dimenticano che il marxismo, la teoria politica radicalmente più non religiosa mai esistita, non è, paradossalmente antireligiosa poiché coglie la religione nella relazione dialettica del conflitto di classe. A differenza dell’illuminismo il quale, in quanto arama teorica della borghesia, affronta la realtà a partire dal mondo delle idee il marxismo la legge nella sua materialità ecco che, allora, sullo sfondo dell’oppio dei popoli appare il gemito degli oppressi ovvero le contraddizioni vere, reali e materiali che nessun pensiero religioso è in grado di risolvere.

  • marco

    … non dimentichiamoci i flussi finanziari. Chi finanzia chi ! Da chi riceve i soldi Hamas o Al Fatah e quanti e da chi riceve invece i finanziamenti o gli aiuti militari il FPLP ? Tutti i paesi Arabi si guardano bene dal versare un centesimo alle forze di sinistra Palestinesi, (FPLP FDLP) a farlo prima erano Iraq e Siria, sempre col contagoccie, e sempre con mire egemoniche e mai per es. in tipo di armi decisive e questo la dice lunga sul perchè dell’egemonia di uno anzicchè dell’altro in un territorio dove i rapporti di forza si esprimono in termini militari prima che politici da decenni.

  • Michele

    Complimenti compagni, finalmente un articolo sulla palestina non eurocentrico e pacifinto. se continuate cosi la ricostituzione della sinistra in italia ha una speranza…

  • Thomas Müntzer

    Leggo spesso il blog, altrettanto spesso ne condivido l’analisi.. in questo caso no….. perché dissento profondamente da tutte quelle teorie occidentali, evidentemente, fatte proprie da molti compagni che sostengono Hamas “in quanto oggettivamente antimperialista” – una cazzata stratosferica, poiché per un comunista o uno di sinistra, l’antimperialismo va di pari passo alla trasformazione socialista della società in questione!…………….
    È vero…. nell’inferno di Gaza il silenzio della sinistra palestinese squarcia il cielo della notte mediorientale, di decine di morti, del dolore inutile, delle esistenze sprecate, dell’infanzia violata……… In tutto questo, la sinistra palestinese, impotente assiste ad uno “spettacolo” studiato, cercato e voluto dai suoi più accessi avversari, gli stessi che vogliono condannare la Palestina ad uno stato di guerra permanente: il Governo di destra israeliano e Hamas…
    La sinistra palestinese tutta, discreditata dalla corruzione dei vertici di Al-Fatah, e, sul piano militare, stretta all’angolo da un nemico esterno quaranta volte più potente, deve serrare le fila e, soprattutto, riconquistare il consenso perduto a favore del nemico interno di Hamas, riproponendo nuovi rapporti di forza nella striscia di Gaza come pure di fronte al nemico storico israeliano.
    E’ storia vecchia, l’uso strumentale del fondamentalismo islamico da parte degli USA (e di Israele nel caso di specie) per fiaccare le resistenze di ispirazione marxista, quando queste diventano troppo “popolari”, tanto da rischiare di raggiungere una qualche forma di successo…
    In Afghanistan come in Iraq, finanche in Palestina il gioco è riuscito; abbiamo contesti di guerra che fanno buon viso alle economie di chi li ha promossi, sui quali si costruisce e fonda il consenso nei propri Paesi.. (per giunta, con l’emergenza terrorismo – si sa! – può passare di tutto, anche in politica interna, dal taglio del welfare a quello degli stipendi e dei diritti sindacali, la cui connessione con le guerre in questione è pari a quella tra un pesce e un fucile)…
    …. venendo al tema, una “Palestina libera” con Hamas è un ossimoro!…. come detto si tratta di un’organizzazione nata sotto la spinta di Cia e Mossad, in chiave anti socialista/comunista, per togliere alla sinistra palestinese di Al Fatah, FPLP, al FDLP, l’egemonia sociale e politica conquistata in una resistenza pluridecennale contro l’oppressione israeliana….. in parte il progetto è riuscito, Gaza è in mano agli sgherri di Hamas, che nel 2007 dopo aver vinto le elezioni hanno passato per le armi decine di compagni della sinistra palestinese (Battaglia di Gaza, ndr)… e chi non è stato ucciso o incarcerato è stato costretto ad “emigrare” in Cisgiordania… per la prima volta, questi campioni dell’islamismo fondamentalista – seppure politicamente molto più pragmatico rispetto a quello jihadista – hanno fatto si che dei palestinesi sparassero su altri palestinesi, spaccando il fronte palestinese (cosa mai avvenuta prima!)…… dulcis in fundo, anche sulla scia dell’alleanza con i fratelli mussulmani egiziani – da qui la posizione attuale dell’Egitto – cui Hamas si ispira…. sulla striscia di Gaza, questa organizzazione se da una parte – è vero – ha costruito presidi sanitari e scuole, dall’altra ha cominciato progressivamente ad istituire la legge islamica quale approdo per il sogno (incubo) di uno Stato palestinese islamico (altro che Palestina libera e rossa!)……. bisogna essere consapevoli che Hamas mette all’indice alcuni libri, vieta concerti, annulla attività sportive o chiude locali perché non vi è garantita la segregazione dei sessi… ong che operano per fornire supporto ai bambini palestinesi vengono chiuse perché permettono la fruizione sia ai maschi che alle femmine… alle donne è vietato ballare o andare in motorino dietro a un uomo….. c’è, pure, una polizia religiosa (il Comitato per la Propagazione della Virtù e la Prevenzione del Vizio)…….
    … non bisogna “farsi sedurre” dal passamontagna e dal Kalasnhikov “rivoluzionario” imbracciato dalle Brigate di Hamas, confondendole con quelle di Al Aqsa e dell’FPLP, perchè la forma è sostanza e la sostanza è che rappresentano due cose ben diverse: da una parte, l’idea di una società medievale, dall’altra quella socialista!… per i palestinesi, l’Hamas “liberatore” di oggi è il caudillo di domani!….. fra l’altro, la politica di Hamas ha eroso le “piccole grandi” conquiste politiche di Arafat e della sinistra palestinese, i quali oltre che agire sul piano militare, lo hanno sempre fatto anche su quello politico… parlo del riconoscimento da parte dell’Onu, con voto contrario degli Usa, dello Stato palestinese e di tutte le risoluzioni a suo favore; del ritiro da Gaza delle truppe di Tel Aviv operato sotto Sharon (che non era un agnellino) con il Piano di disimpegno unilaterale israeliano (che visti i rapporti di forza non era poco nel 2005); dei sostegni internazionali alla ricostruzione in Cisgiordania e a Gaza ecc.ecc.ecc……… e, scrivere queste cose, non toglie nulla al disprezzo totale nei confronti del Governo di destra israeliano… anche qui, è bene precisarlo sempre, non Israele, ma il suo Governo… perché non si deve ignorare la forte opposizione interna che da sempre condanna la politica militare e diplomatica dei Governi israeliani, portata avanti da ampi spezzoni della sinistra israeliana in piazza, ma anche in parlamento (vedi PCI e coalizione Hadash) o con la stampa, vedi Haaretz (importante giornale di sinistra)………..….……. e quando, vedo le foto di quei piccoli corpi straziati penso che si debba privilegiare la strada più breve verso il silenzio delle armi…. per questo, anche di fronte alla corruzione di alcuni vertici di Al Fatah, mi fido di più delle forze organiche all’Olp – FPLP su tutte! – perché hanno chiare le sofferenze del popolo e l’interesse per alleviarle, talvolta anche facendo un passo indietro per farne due avanti…….
    Cosa ci guadagna in questo momento la Palestina, a Gaza, da uno sproporzionato conflitto a fuoco con Tel Aviv? Niente!… a parte discredito, molte rovine e morti, e sicuramente molto meno territorio…. Al contrario, chi ha tutto da guadagnare da una nuova escalation militare di Israele?
    Sicuramente, il governo israeliano che si ricompatta rispetto alle proprie crisi interne, che sono reali… e che recupera territorio per i propri coloni….. pure, ci guadagna Hamas, che grazie a questo stato di cose, sulle macerie della propria gente costruisce la sua “fortuna politica”… tanto ad Hamas, che aspira ad uno stato confessionale proiettato nel medioevo, cosa importa dei morti e delle città distrutte!… d’altronde, come ogni buon fondamentalismo che si rispetti il fine giustifica sempre i mezzi…
    Insomma, da una parte (Israele) e dall’altra (Hamas) le eterne vittime “piangono il morto per fottere i vivi”… in mezzo c’è tutta la Palestina presente e futura e, politicamente, tutta la sinistra palestinese, la cui strategia degli ultimi vent’anni che pareva portare, anche, qualche risultato a casa è stata cancellata dalle carognate di Hamas….
    … Minare il processo non scrivo di pace, ma di confronto/scontro perseguito dall’Olp è sempre stato il vero obiettivo di Hamas, il quale gioca un ruolo fondamentale nelle ambizioni politiche della destra israeliana: più Hamas colpisce più vira a destra il Governo d’Israele, e viceversa!…. ed è la storia degli ultimi 25 anni ad insegnarlo…
    …. Ogni volta che i negoziatori israeliani e palestinesi sembravano pronti a fare un passo in avanti, un atto di terrorismo di Hamas minava la credibilità dell’OLP, ravvivando i contrasti… ad esempio, durante il trattato di Oslo, prima di ogni incontro il kamikaze di turno di Hamas scorrazzava per le strade di Tel Aviv, pronto a farsi saltare in mezzo a civili ignari del loro destino… e se non Hamas, subito dopo Oslo ci ha pensato l’ala di destra del Governo d’Israele a screditare la sinistra maggioritaria palestinese (e quella minoritaria israeliana) per far saltare ogni ipotesi di confronto, quintuplicando la crescita degli insediamenti dei coloni israeliani nei territori occupati….. o come nel 2001, quando l’OLP assicurò l’impegno di Hamas nel fermare i suoi attacchi terroristici, e l’allora primo ministro Ariel Sharon ordinò l’assassinio di uno dei più alti funzionari di Hamas….. tanto che, in questo frangente, Alex Fishman (analista militare/giornalista israeliano tra i più famosi) commentò così nel giornale israeliano Yediot Achronot : “chi ha dato il via libera a questa esecuzione sapeva benissimo che sarebbe stata così sconvolgente da far saltare immediatamente gli accordi tra Hamas e l’Autorità palestinese”….
    … Inoltre, non si deve dimenticare dopo l’operazione di questi giorni, Israele rafforzato, potrà sedersi al prossimo tavolo di “pace” con rapporti di forza ben diversi, maggiori che in passato….. tanto che, proprio perché le vittorie politiche sono determinate dai rapporti di forza esistenti, ai palestinesi verrebbe difficile avanzare la richiesta di riconoscimento dei confini del 1967 (già molto risicati)….
    … infine, detto questo, con tutti i vuoti da riempire e limiti da colmare – in primis la corruzione dilagante – la speranza per la Palestina si chiama ancora Al-Fatah (la sua base) si chiama FPLP, si chiama FDLP… si chiama Brigate dei Martiri di al-Aqsa…… ovvero, la sinistra palestinese, politica e armata, che deve riacchiappare e riequilibrare nuovi rapporti di forza, dentro e fuori dei confini palestinesi, spazzando via la feccia rappresentata da Hamas e rilanciando una nuova Intifada contro Israele…… per arrivare ad una Liberazione definitiva e vera…… quindi, ad una pace concordata e vantaggiosa con Israele, dalla quale realisticamente non si può prescindere…. salvo scivolare nell’idealismo (occidentale) che, parafrasando Marx, fa camminare la logica sulla testa invece che sui piedi….

    e, siccome non voglio essere “tacciato” di scrivere da km di distanza, tra i tanti documenti esistenti in merito… allego il Manifesto dei giovani di Gaza (GYBO) sostenuti pure da Vittorio Arrigoni……. un gruppo giovanile che a Gaza rappresenta la gran parte dei giovani sotto i 25 anni…… descrivono bene cosa sia Hamas…. non è certo propaganda sionista, insomma… https://groups.google.com/forum/#!msg/deportatimaipiu/XjQhwPubJsw/2qQQDj2nQXQJ

  • Militant

    @ Thomas Muntzer
    Leggiamo con interesse il tuo contributo, e inoltre i “giovani” (orribile termine) di GYBO li abbiamo conosciuti proprio a Gaza, quando andammo a rendere omaggio alla persona di Vittorio Arrigoni, violando l’embargo internazionale promosso anche dall’Egitto entrando dal valico di Rafah, da anni chiuso e proprio per quell’occasione riaperto da noi con il convoglio CORUM. Sappiamo, certo non da esperti, le differenze politiche presenti nella Striscia, e il minimo che si possa dire è che sia una società politica viva, con le sue differenze, i suoi scontri, anche generazionali, e via dicendo.

    Non condividiamo però molte delle tue affermazioni, soprattutto quando dici che l’antimperialismo “va di pari passo alla trasformazione socialista della società in questione!”. Questa cosa, molto discutibile in teoria, è costantemente smentita dalla storia. Purtroppo in questi anni la categoria dell*imperialismo* si è trasformata in categoria morale. Il livello (arretrato) del discorso politico ha portato ad identificare con “imperialista” tutto ciò che di brutto avviene per il mondo, qualsiasi regime politico, qualsiasi “dittatore” individuato di volta in volta da Repubblica o da SkyTG24. Purtroppo – o per fortuna – l’imperialismo rimane una categoria economica, e neanche una categoria economica astratta, ma direttamente legata ad uno specifico modo di produzione, quello capitalista, e ad una sua specifica fase di sviluppo. Forse non costituirà più la sua “fase suprema”, ma rimane ancora oggi una fase particolare del capitalismo. Detto questo, dunque, non si può tacciare ogni forma di capitalismo come “imperialista”, e storicamente molte borghesie nazionali si sono caratterizzate come oggettivamente antimperialiste. Quando Cuba fa la sua Rivoluzione nel 1959 questa è sin da subito una Rivoluzione antimperialista senza essere socialista. La Liberazione dell’Algeria da parte del FNL non rende questa un paese socialista, eppure porta avanti una Liberazione antimperialista. Per decenni il ruolo dell’Egitto di Nasser o dell’India di Ghandi, così come quello delle lotte di liberazione di decine di paesi africani, sono state oggettivamente antimperialiste senza che questo abbia significato, purtroppo, una trasformazione socialista di quelle società.
    Questo perchè ci può essere un capitalismo non imperialista, attestato ad una fase oggettivamente più arretrata, di sviluppo acerbo, che si scontra con altre forme più sviluppate e dunque più sfruttatrici. Non è detto che poi quelle stesse borghesie non divengano esse stesse imperialiste, ma nel momento in cui rompono con il dominio del capitale transnazionale, queste sono oggettivamente nemiche di quella fase del capitale e, altrettanto oggettivamente, amiche delle istanze di liberazione delle classi sociali subalterne.

    Tutto questo per dire cosa? Che ad esempio Hamas, che certo, come abbiamo lungamente premesso nell’articolo, non rappresenta il nostro modo di vedere il mondo, non rappresenta però alcuna tendenza imperialista in Palestina, e la Palestina in sè mai, nei tempi che riguardano le nostre vite, sarà uno Stato “imperialista”, anche fosse governata dal peggior califfo impazzito dell’ISIS. E questo è un fatto rilevante. La differenza sostanziale tra la migliore democrazia israeliana e il peggior oscurantismo islamista è tutta qua, al di là delle categorie morali e umanistiche che possiamo affiancare a questa lettura.

    Oggi la lotta contro l’imperialismo israeliano è portata avanti anche da Hamas. Non solo da questa, e anzi bisognerebbe dare spazio alle altre forme di lotta, più vicine a noi, che avvengono in Palestina. Ma adeguarci al discorso dominante della sinistra che non si sporca le mani, che critica Israele credendola comunque migliore di Hamas (perchè questo è il retropensiero: Israele è uno stato cattivo, ma certo meglio quel tipo di società che quella immaginata da Hamas: col cazzo! Anche si mettessero d’impegno tutti i gran Visir del mondo islamico non riuscirebbero ad eguagliare il numero di morti e sfruttamento dell’imperialismo israeliano in giro per il mondo in un solo giorno) , questo non possiamo permettercelo.

  • Albrecht Ali Höhler

    Vorrei introdurre anche altri elementi. Più volte nei commenti a questo e altri articoli, ho sentito parlare in tono a-critico della “sinistra palestinese”.
    La sinistra palestinese (intendo FPLP E FDLP) ha però commesso anche molti errori.
    L’egemonia degli anni ’70 è stata persa soprattutto per errori interni a questi due organizzaizoni.
    Ricordo ad esempio una certa retorica “anti-religiosa” che in medioriente si è dimostrata fallimentare e che a suo modo è oggetto del vostro intervento.
    Molti fedayn entravano nelle moschee armati, terrorizzando molti “proletari devoti” che hanno preferito entrare nelle file di Hamas o della Jihad Islamica invece che ingrossare le loro fila.
    Non mi esprimo in merito, cioè non intende formulare giudizi di valore o strategici, ma prendo atto della situazione e di alcune “note a margine” dimenticate.
    Questo lo ha capito molto bene Fatah che a partire dagli anni ’80 ha intercettato un discorso a suo modo “islamico” almeno in termini di “devozione popolare”.
    Inoltre le leadership di FPLP E FDLP non hanno saputo capitalizzare i successi del “fronte del rifiuto”.
    Queste organizzazioni insomma hanno avversato come pochi il processo di pace di Oslo – che inoltre si è rivelato fallimentare – senza però riuscire a trasformare in successo politico questa presa di posizione.
    Al posto di rafforzarsi si sono indebolite ed oggi non hanno riscosso il “credito” della resistenza a Oslo che invece vantano Hamas e Jihad islamica.
    Il FDLP ha praticamente abbandonato la lotta armata, trasformandosi in partito politico un po’ marginale.
    Il FPLP invece resta una forza di resistenza e spesso collabora con Hamas, con i Comitati popolari e con altre forze di resistenza. Questo a dimostrazione che spesso sono forviati alcuni giudizi e schemi mentali, distanti dalla realtà sul campo.
    Il discrimine quindi non è fra religiosi o laici, a mio modesto parere, ma fra resistenza e “collaborazionismo”.
    Sempre in termini di leadership, Hamas ha proposto un “vertice” molto più in linea con le sofferenze del popolo palestinese: quasi tutti vivono ancora nei campi profughi e in modeste abitazioni e non conosco molto i fasti dell’esilio (apparte il recente trasferimento di Meeshal a Doha).
    E questo è il secondo punto per cui secondo me Hamas continua a crescere: rifiutando di entrare nell’OLP, il movimento di resistenza islamico è riuscito a distaccarsi dalla cosidetta “OLP S.R.L.” quella dell’esilio di Beirut e Tunisi, dei sigari pregiati delle mercedes nere e del cognac.
    In altre parole quindi, mi sento di non condividere il punto di vista di Thomas Müntzer, che comunque esprime un’interessante visione.
    Molto bello anche il manifesto/documento di Gybo, che però a mio avviso, esprime u punto di vista, comunque parziale. Si parli di giovani che sono sicuramente la maggioranza dei gazawi, ma non la loro totalità e questo comunque rimane un fatto.
    Mi auguro però di non essere frainteso: chiaramente Hamas non rappresenta la mia visione del mondo e anche il programma elettorale del 2006 è molto “centrista” e poco rivoluzionario; ma dobbiamo sforzarci di vedere oltre la distanza culturale e politica fra noi e Hamas, senza appiartirsi sulle posizioni islamiste ma neanche senza dimenticarsi dell’antimperialismo.
    Ecco perché, comunque e dovunque, va sostenuta la resistenza palestinese.
    Infatti come sottolineato a Militant, anche realtà “borghesi” soprattutto in medioriente hanno fatto dell’antimperialismo la loro battaglia.

  • Thomas Müntzer

    Probabilmente mi sono spiegato male, oppure ho confidato troppo nella forma meramente comunicativa della parola. Sono pienamente consapevole che si può essere oggettivamente antimperialisti senza essere di sinistra, esattamente come si può essere marxisti senza essere comunisti. Per questo, io ho scritto che “per un comunista (ripeto, per un comunista) l’antimperialismo va di pari passo alla trasformazione socialista della società in questione!”. Dunque, il punto di vista che propongo è particolare; in questo caso, l’iride che osserva il mondo ha il colore del rosso… vedi Militant, credo che la storia abbia dimostrato altro ancora, smentendo certe letture tattiche che limando l’Autonomia dei comunisti ne hanno settorializzato per compartimenti stagni il pensiero, quindi l’azione, a tal punto da ritagliargli/si – oggi – uno spazio di “osservatorio” marginale del conflitto gestito da altri che combattono per cause diverse, talvolta nella forma più spesso nella sostanza, da quella comunista. Cosa voglio dire? Per un comunista l’antimperialismo, sul piano della pratica militante, da categoria economica distinta non può che essere promosso e interpretato all’interno di un’ottica più ampia, quella della lotta di classe; la chiave di volta è sempre quella, accompagnare la lettura anticapitalista del contesto alla direzione che certe lotte perseguono o sviluppano. Parlo di internazionalismo di classe mirato non al sostegno generico di una lotta che si vuole popolare (popolo è un paradigma tanto interclassista quanto ambiguo, non credi?) bensì a sviluppare un’autonomia politica da quelle componenti antimperialiste (non progressiste) che conducono l’aspetto nobile di una resistenza giusta – quale quella palestinese – in un’ottica reazionaria, per non dire peggio!…
    Il sostegno storico dei comunisti alle lotte imperialiste ha sempre avuto una connotazione di classe anche perché storicamente a condurre quelle lotte, da Cuba all’Algeria, sono sempre stati strati di proletariato e/o borghesia comunque progressista e/o illuminata; di fatto, condita da influenze marxiste. Principalmente, nei paesi musulmani, l’arretramento del marxismo nei termini di egemonia politica e culturale a favore del fondamentalismo islamico pone, invece, una necessità di comprensione di queste lotte e del loro approdo differente che in passato; ciò che prima era o appariva scontato, oggi, non lo è. Né con Israele, né con Hamas, a prescindere da chi lo sostenga ha un significato preciso, proprio dentro l’esperienza storica delle lotte di liberazione nazionale; può voler dire tutto e niente, certo, ma a me dice che un incubo non può essere scalzato da un altro incubo, soprattutto se bel breve periodo dentro questa seconda opzione non ci sono margini per risvegliarsi dal brutto sogno.
    I comunisti possono sostenere il conflitto anche quando questo solletica prospettive diverse, ma la base di questo sostegno non può che essere indorata da un’aurea progressista (vecchi talpa, docet!) altrimenti, le nouveau régime sostituisce l’ancien e amen… cui prodest, allora? e in particolare in Palestina? Al popolo, forse, e prevedibilmente a una parte via via sempre più minoritaria; al nuovo caudillo, sicuramente; ai comunisti, no… no, a questi sotto uno Stato islamico è data la stessa agibilità politica di un corpo sotto due metri di terra. Non dimentichiamo che, a Gaza, con rapporti di forza neanche tanto netti, già nel 2007, Hamas ha scoperto le carte contro la sinistra palestinese, figurarsi col controllo totale: con buon pace per i sognatori, farebbe come i loro grandi vecchi “Fratelli mussulmani” d’Egitto. No, ribadisco, attualmente, nemmeno tatticamente si può spendere una parola per le organizzazioni politiche islamiste, ancor prima che antimperialiste visceralmente anticomuniste e reazionarie, oltrechè promotrici di un sistema e organizzazione sociale medievale (e qui, nell’analisi del passaggio dal feudalesimo alla società industriale e capitalista, sulla funzione positiva di questa progressione storica, rispolverando Marx ci sarebbe tanto da dire). La realtà è che, probabilmente, questi “barbudos” in salsa verde, con uno yankee si mettono e metteranno pure d’accordo, al contrario, per non lasciar spazio al dubbio, già da adesso ai comunisti gli mettono il bavaglio e il cappio al collo….. e la dimostrazione è data dal fatto che sotto tutti, non uno escluso, gli Stati e i territori “confessionali” islamici i militanti comunisti sono relegati come i fascisti nel ’46 da noi: dentro le fogne. No, grazie… ritornando al tema iniziale, ritengo che, tatticamente e strategicamente, per i comunisti in Palestina esiste solo la sinistra palestinese, quella storica e quella rivoluzionaria……
    A tal proposito, un breve inciso per Albrecht Ali Höhler, nel primo commento scrivo della corruzione della sinistra palestinese (al-Fath su tutto) non la ignoro, ma ho ben chiaro che per quanto corrotta, per quanti errori fatti, tra la gente, tra le famose masse, questa per sua natura è portatrice di una dimensione, se non politica certamente culturale, dentro la quale i “sinceri e coerenti rivoluzionari” (passatemi la retorica) possono nuotare come pesci nel mare, aprirsi uno spazio per lavorare alla trasformazione dell’esistente grazie a seppur stretti margini di democrazia, borghese, certo, ma pur sempre più “umana” e agibile di quei sistemi che quel termine non lo evocano nemmeno per sbaglio. Un saluto

  • antifonte

    Penso che qualunque formazione di sinistra che in medioriente si schieri con forze di ispirazione religiosa sia destinata a fare la fine di quelle iraniane. Sterminate (o convertite).
    del resto in contesti meno estremi, e va bene! Col concorso di eventi internazionali guardate che fine ha fatto il PCI col compromesso storico per non dire di rifondazione con le alleanze di governo.
    Quando non si ha la forza di vincere si deve solo scegliere su quale terreno concretizzare la sconfitta, qualunque altra strategia porta alla disfatta non alla sconfitta

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