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Fra realtà e percezione dei fenomeni politici

 

Riceviamo e pubblichiamo volentieri una riflessione di un nostro lettore, che preferisce rimanere in incognito. La riflessione centra decisamente uno dei piani del discorso, quello fra la realtà sociale, il nostro modo di raccontarla e la percezione che la gente “comune” ha di quello che legge sui media. Un contributo importante insomma, che ci aiuta a definire la strada da percorrere. 

L’altra sera ero a cena da una coppia di distinti amici dalle parti di San Pietro. Gente coi soldi, abituata a disinteressarsi alla politica, men che meno alle contraddizioni sociali di cui questa ne è la rappresentazione. Una famiglia benestante, sicuramente non di sinistra ma neanche effettivamente di destra. Una volta si sarebbe detta democristiana, oggi non si sa. Una serie di voti per Berlusconi, poi Grillo, forse qualche cedimento alla Lega Nord, forse un passaggio per il PD.

Nella discussione, immancabile è arrivato il commento sulle vicende di palazzo e sui mille mali dell’Italia. E immancabile, l’accenno a una decisa sterzata che rimettesse in piedi il paese, lo agganciasse alle economie produttive, eliminasse i lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo del mercato: “ci vorrebbe un dittatore”, concludevano i padroni di casa. In questo paese “c’è troppa democrazia”, serve qualcuno che non stia più a sentire questa o quella lobby, questo o quel partito o sindacato, e agisse con forza approvando quelle riforme di cui il paese avrebbe bisogno: abbassare le tasse, smantellare la burocrazia statale, liberalizzare definitivamente il mercato del lavoro, liberarci dei sindacati, eccetera. Non ho avuto il coraggio di intavolare una discussione seria su questi punti di vista, troppo ampia la distanza fra le parti e l’incomunicabilità l’avrebbe fatta da padrona. Forse, solo il tentativo di non rovinare una serata altrimenti gradevole. Le certezze dei commensali mi hanno però stimolato una serie di riflessioni che vorrei qui spiegare.

Anzitutto, tale bisogno di “dittatura” è molto più diffuso di quanto sembri. Lo si sente ripetere spesso, il più delle volte come boutade, ma in fin dei conti valutata positivamente. E’, in fondo, lo stesso motivo per cui piace Renzi, che incarna un certo spirito decisionista di cui, si dice, ci vorrebbe un gran bisogno. Queste riflessioni cozzano però con la realtà dei fatti, ed è interessante questa discrasia evidente tra realtà e percezione della stessa. Stiamo vivendo una lunga fase storica di svuotamento di ogni forma, sostanziale e formale, di democrazia. Uno spostamento netto verso una “esecutivizzazione” della vita pubblica, un trasferimento di potere dalle assemblee di dibattito agli organi decisionali. Oggi, come mai nel corso della nostra storia, la politica si identifica col potere esecutivo, la possibilità, per un singolo, di proporre ed approvare politiche di suo pugno, senza tenere in conto alcuna mediazione. Davvero difficile capire questa esigenza, da parte della popolazione, di più decisionismo in una fase di superfetazione decisionista.

Il corollario al bisogno di dittatura sembrerebbe essere quello per cui, almeno in Italia, ci sarebbe “troppa democrazia”. Anche qui, la distanza tra realtà e immaginazione sembrerebbe abissale. E qui la colpa parrebbe essere degli agenti mediatici del consenso, che chiamano “democrazia” quella serie di scontri tra lobby economiche o élite di potere che investono permanentemente la politica di palazzo. Descritto quel processo di influenzamento del potere portato avanti da tali lobby come “processo democratico”, è evidente che anche il più sincero democratico abbia ripulsa per tale dinamica.

Da questi brevi accenni quel che sembra incolmabile è il nostro punto di vista con quello di larga parte della cittadinanza. Quello che tale massa di persone pensa è che le “improrogabili” riforme di cui necessiterebbe il paese siano frenate da passaggi troppo democratici in cui non viene mai presa una decisione. La realtà dei fatti, come riporta giustamente questo blog quotidianamente, è a dire il vero opposta: c’è una direzione politica chiara, che viene perseguita ogni giorno senza alcun intoppo sostanziale, e che nel suo prodursi cerca di tener conto di tutte quelle componenti che da tale processo cercano di trarne fuori qualche tornaconto. Nulla di questa dinamica può essere qualificato come democratico, mentre tutto è interno a logiche di potere elitario che vengono invece descritte dai media come forma democratica del processo decisionale. Da tenerne conto.

C’è però un altro passaggio sostanziale che salta agli occhi dalla strana discussione avuta con i simpatici anfitrioni. Le ricette che questo presunto “dittatore” dovrebbe portare avanti sarebbero in definitiva il proseguo ossequioso delle riforme che hanno caratterizzato questo ventennio abbondante. Lo smantellamento di ogni forma di welfare; l’abbattimento dei salari; la precarizzazione contrattuale di ogni rapporto lavorativo; la marginalizzazione dei sindacati; il blocco del turn over nella pubblica amministrazione; il processo costante di privatizzazione del settore pubblico; la dismissione del patrimonio pubblico. Tranne sulla politica fiscale, che però in questi anni è servita a redistribuire verso l’alto margini di guadagno non più possibili nel mercato, sono esattamente tutte le riforme che hanno contraddistinto i governi di ogni colore e composizione. Perché allora questa percezione fuori senso, questo non riconoscere una direzione lampante, evidente anche al più disinteressato agli eventi politici? Anche qui, il ruolo dei media può spiegare una parte della domanda. A forza di ripetere che in Italia c’è un sistema di sviluppo cripto-socialista, con uno Stato ipertrofico e un mercato ristretto e imbrigliato, alla fine ci si crede pure. E si crede che la soluzione sia nello smantellare un sistema che è già bello che smantellato, in ogni sua forma.

Queste brevi riflessioni mi hanno spinto a considerare la distanza fra ciò che diciamo come compagni e ciò che percepisce la gente “normale” in quanto “opinione pubblica”. Una distanza che al momento mi sembra, appunto, incolmabile, e che dovremmo puntare a scardinare, mai dando per scontato che il nostro pensiero e la realtà dei fatti siano poi quelle della maggioranza della popolazione. Solo capendo questo potremmo tornare a “parlare con la gente”, sperando che questa gente ci capisca.

Un vostro affezionato lettore

 

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23 comments to Fra realtà e percezione dei fenomeni politici

  • kente

    L’anonimo lettore ha centrato in pieno il punto.
    Nella mia esperienza, il problema maggiore che trovavo, all’interno dei colletivi di cui ho fatto parte, era la discordanza su quali “mezzi” usare per far giungere il messaggio che volevamo portare e come usarli (per mezzi intendo tutto ciò che era utile alla diffusione del messaggio, dalle assemblee pubbliche ai volantini, dalle conferenze alle manifestazioni).
    Molti dei compagni non riuscivano a comprendere che la maggioranza delle persone si informa poco, legge meno e quasi tutto quello che conosce è ciò che viene filtrato dal mainstream televisivo; consideravano chiunque non appoggiasse i movimenti come “nemico” o al massimo come massa di cui non tenere conto.
    Personalmente ho sempre pensato che se un movimento comunista, anti-capitalista o genericamente alternativo voglia avere qualche impatto sulla società, deve raggiungere una “massa critica”, ovvero devo riuscire ad ottenere l’appoggio o di ampi settori della popolazione o di settori chiavi e per farlo non solo deve riuscire a trovare il modo per far arrivare il messaggio a milioni di persone ma una volta arrivato il messaggio deve poter essere compreso, insomma se la maggior parte della popolazione non riesce più a capire cosa sia la democrazia, come possiamo pensare di spiegare concetti come il plusvalore, il materialismo storico o forza produttiva?
    Forse ci siamo troppo preoccupati di analizzare la società e troppo poco di divulgare le analisi fatte in modo tali che fossero comprese?
    (ovviamente a questo bisogna aggiungere una continua e serrata campagna da parte dei mezzi di comunicazione volta a screditare tutto ciò che sia lontanamente assimilabile al comunismo o semplicemente all’anti-capitalismo)
    In ogni caso, o riusciremo a farci capire o non saremo nulla

  • ahp68

    mi ritrovo totalmente nella descrizione della difficoltà di quest@ compagn@ a discutere per far valere il proprio punto di vista anche solo alternativo in contesti che non siano quelli tra “compagni” (lì spesso la dialettica è pure troppo feroce).
    solo che questo non mi succede solo in ambiti come quello dei contatti con esponenti borghesi o membri della classe dirigente. mi succede purtroppo sempre – o comunque troppo spesso – di giocare “fuori casa” anche in ambienti di prossimità come i luoghi di lavoro che consideravo – a questo punto a torto – facile luogo di consenso.
    ecco… registrare una “distanza troppo ampia tra le parti” anche in questi contesti dove le orecchie degli interlocutori dovrebbero essere più ricettivi: ebbene mi spiazza e mi rendo conto – semplicemente – di non avere parole per scardinare i “luoghi comuni”.
    una strana melassa patriottarda/liberista ingloba i pensieri ed i valori degli individui che dovrebbero comporre la mia stessa classe; questi, a un certo punto, invece di arrivare alle mie posizioni, mi danno ferocemente contro pronti ad azzannare come… come “zombie”. non mi viene in mente altra metafora migliore di questa – e il film di romero a questo punto si rivela sempre più come una profezia – perché questi compagni di viaggio “morsi” dalle difficoltà della vita, si trasformano in “zombi” pronti ad azzannare chiunque prossimo a loro gli contenda quelle quattro briciole che gli regala un padrone qualsiasi.
    a volte mi sembra faticoso come scalare montagne anche solo lo spiegare facili concetti – ma a questo punto sono facili solo per me – come razzismo/antirazzismo, fascismo/antifascismo, sessismo/antisessismo.

    come forse anche militant si è reso conto nel corso dello svolgimento delle polemiche su magazzino 18, il problema è che ci si confronta non solo con la malafede dei fascisti, ma anche con una sorta di “analfabetismo di ritorno” delle masse, per cui, mentre noi vediamo la nottata chiara e limpida, la maggiorparte della cittadinanza vive o crede di vivere in una indistinta nebbia dove facilmente tutti i gatti sono grigi… siete d’accordo con me che questa sia semplicemente l’anticamera del fascismo?

    è vero che la lotta di controinformazione alla propaganda mainstream è veramente impari:

    “Perché allora questa percezione fuori senso, questo non riconoscere una direzione lampante, evidente anche al più disinteressato agli eventi politici? Anche qui, il ruolo dei media può spiegare una parte della domanda.”

    e anche chiedo con l’anonim@: cos’altro ci sfugge?

    • franco

      Il problema sta tutto nel Welfare state e nel fraintendimento nelle masse dei motivi della sua realizzazione.È lo Stato sociale che ha corrotto il cosiddetto proletariato(da allora non lo è più).La radicalità delle masse della prima parte del secolo scorso non era certo dovuta ad una mera consonanza ideale di queste con le parole d’ordine messe in campo dai movimenti comunisti ma perlopiù allo stato di bisogno in cui versava(al di là dei media che hanno certo un ruolo importante, sono sempre le condizioni reali di esistenza che determinano la radicalità delle masse).Poi c’è l’ascrizione nell’immaginario collettivo dello Stato sociale tra i meriti del capitalismo e non,come sarebbe logico,ai movimenti rivoluzionari che ne sono stati l’effettiva causa(l’esistenza dell’URSS fu cruciale in questo senso).Di più:se non si legge la storia in maniera dialettica,se non si comprende la struttura dualistica della società, è facile scambiare le controriforme propinate negli ultimi 2 decenni come cambiamenti ineludibili in un mondo che sta cambiando,come passi in avanti rispetto ad un passato ormai passato, appunto. Questo è il modo di pensare di una classe lavoratrice che ha ormai perso i suoi punti di riferimento,decapitata ideologicamente non esiste più come classe. La sua decapitazione ideologica però non è avvenuta tramite la corruzione delle avanguardie come negli anni 20 del secolo scorso ma attraverso la corruzione del “proletariato” stesso(è il “proletariato” stesso che una volta migliorate le proprie condizioni di vita si è liberato delle sue proprie avanguardie perché non più utili ai fini del raggiungimento di obiettivi ormai divenuti solo individuali,personali). Per i movimenti alternativi si intravede ancora una lunga traversata del deserto

      • ahp68

        sono d’accordo e mi viene in mente la Thatcher: la società non esiste, esistono gli individui. non saprei definire meglio la situazione attuale.

        finita l’egemonia culturale economica e politica delle avanguardie, movimenti e partiti di sinistra, le classi padronali stanno presentando il conto avocando a sè tutto quel poco/tanto che era stato strappato (poco in una prospettiva rivoluzionaria, tanto in termini di confronto con lo stato di cose precedente). ad esempio riuscire a ridurre tutte le questioni (lavoro, salute, istruzione, beni comuni) alla pura compatibilità economica. questo concetto è stato assorbito benissimo dalla cittadinanza, infatti per luogo comune i dipendenti pubblici non producono, quindi devono essere licenziati tutti o molto ridotti di numero. chi va in pensione a 55 anni è un parassita che vivrà 30 anni sulle spalle degli altri. non ci sono soldi per noi figuriamoci per i migranti/rom. non si capisce perché uno debba iscriversi a medicina/architettura/ingegneria quando abbiamo già tanti medici/architetti/ingegneri e quindi vai col numero chiuso all’università (e qualcuno parla dello stesso anche per i licei).

        potrei continuare all’infinito. è quello che sento tutti i giorni da chi mi sta accanto e mi potrebbe essere affine ( e che non vive certo a san pietro).

        a onor del vero, e come disse mi pare balestrini nell’introduzione di un brano dei gang in “le radici e le ali” ci sono voluti tanti anni per avere ragione di quel soggetto operaio così avanzato – sicuramente più avanzato dei suoi dirigenti – che uscì dalle lotte degli anni 60 e 70.

        ora io credo che con molta umiltà si debba guardare e studiare chi in america latina il deserto neoliberista l’ha già attraversato in trent’anni di riforme imposte dal FMI e ora rialza per niente timidamente la testa – venezuela su tutti, infatti non a caso proprio sul venezuela gli usa picchiano duro.

  • Luigi

    “Non ho avuto il coraggio di intavolare una discussione seria su questi punti di vista, troppo ampia la distanza fra le parti e l’incomunicabilità l’avrebbe fatta da padrona. Forse, solo il tentativo di non rovinare una serata altrimenti gradevole”.

    Intanto però, i cari e distinti amici delle parti di San Pietro, hanno detto la loro, mentre il “nostro/a”, non ha: “avuto il coraggio di esprimere le sue convinzioni politiche e sociali”. E di rimbalzo è venuto a rintanarsi in questo blog, per avere le attenzioni dei compagni/gne, e qualche pacca sulla spalla virtuale, ovviamente.
    Eh, se il comunismo langue, è perchè non ci sono i…comunisti.

    Saluti

  • Caro,
    interessante l’analisi, e encomiabile la tua reazione buddistica nel non voler rovinare la cena, complimenti.
    Su una cosa non mi trovi affatto d’accordo: parte dello smantellamento democratico, così come lo definisci te, è insita nel portare sempre di più il paese nella “impossibilità di fare business”.
    Non so che esperienze imprenditoriali o di gestione di grandi o piccole realtà industriali, in Italia o all’estero, tu abbia.
    Ti posso dire per esperienza diretta, che neanche in Cina o in Vietnam esistono tali e tante complicazioni, doveri, spese e ingiustizie cone in Italia, nel creare una realtà industriale. Intendo anche aprire un bar o un’officina.
    Semplicemente, da noi, è impossibile.
    Ora, parli di “compagni”, e io da ex compagno vedo la possibilità che tu sia una persona che crede esclusivamente nel lavoro salariato (da schiavo direi io). E consideri ogni forma di autosufficienza come “padronale”.
    Se così fosse, posso dirti che gran parte della pauperizzazione dell’occidente, passa attraverso la perdita di lavori in proprio, e la necessità di essere assunti da grandi aziende (controllate dalle leggi,fatte dalle lobby, quindi strumento di oppressione su larga scala).
    Io considero più libero un coltivatore, di un impiegato, e oggi in Italia, grazie a una burocrazia che impedisce la mobilità sociale, ci saranno sempre meno coltivatori, e sempre più schiavi.
    Essere imprenditore vuol dire anche aggiustare biciclette, non per forza essere padroni.
    Ma come fai ad aggiustare biciclette se devi portare con te un registratore di cassa? E un rotolo di ricevute? E le bolle di accompagno?
    Un abbraccio
    Pino Rossi

    • ahp68

      dunque in italia sarebbe “impossibile fare business”, aprire “anche un bar o un’officina” a causa di “complicazioni, doveri, spese e ingiustizie” dovute alle grandi aziende “controllate dalle leggi,fatte dalle lobby”.
      ecco secondo me questo è uno dei luoghi comuni più “comuni” fatto passare – anche dai media – come legge “naturale” – i famosi lacci e lacciuli che limitano l’economia; un luogo comune secondo solo a “è tutta colpa del 68″.

      guardiamo i fatti.

      l’italia è il paese europeo con il più alto numero di piccole e medie imprese. fosse vero il tuo ragionamento nel nostro paese ci dovrebbero essere solo grandi aziende, non ti pare? invece il grande numero di PMI dimostra realmente che in italia è estremamente facile aprire un’azienda: aiutati da un quadro normativo come quello sull’occupazione a tempo determinato e/o precaria estremamente favorevole fin dai tempi della legge Treu (che data almeno 15 anni) ma anche prima con i vari cococo e ritenute d’acconto. se la storia deve essere raccontata deve essere raccontata tutta; il costo del lavoro, questo grande mostro che ammazzerebbe la nostra economia, è abbastanza alto per le grandi imprese ma non è mai stato così basso per quelle piccole e medie e micro. tra l’altro PMI e grandi aziende hanno trovato in italia una simbiosi che non si trova facilmente altrove in altri paesi, con imprese come la FIAT che subappaltano volentieri ai fornitori parti importanti del processo di produzione.
      certo, è vero che con la crisi tante di queste aziende hanno chiuso: ma appunto, parliamo di Crisi. un imprenditore è tale perché decide di investire i suoi soldi in un’attività, perché pensa che in questa ci sia mercato e quindi profitto. è il Mercato con cui ci si confronta (e che a te da ex-compagno dovrebbe piacere – a me da compagno fa schifo) che ha fatto chiudere queste aziende, non le tasse o le leggi sui registratori di cassa. è la Competizione tanto agognata dai fautori liberisti della dismissione dello Stato la causa dei fallimenti: è inutile aprire un’officina quando le strade delle nostre città sono piene di autofficine, è controproducente aprire un bar quando la gente non ci fa più neache colazione, cosa ripari le biciclette a fare se per il prezzo di una buona riparazione te ne compri una nuova? sono i pochi soldi che finiscono nelle tasche dei lavoratori che portano al collasso dell’economia, mica il fatto che tu debba mettere la canna fumaria alla tua tavola calda.

      leggiti questo focus pre-crisi:
      http://www.ict4executive.it/executive/approfondimenti/le-pmi-nello-scenario-europeo-italia-indietro-rispetto-ad-accesso-al-credito-innovazione-e_4367215379.htm
      le PMI italiane assorbono più forza lavoro rispetto alla media europea (ben 80%) e – udite udite – lo Stato cattivone le sostiene AL DI SOPRA DELLA MEDIA EUROPEA (37% rispetto al 10.6%!). in compenso sono quelle che investono meno in innovazione e che hanno meno personale laureato, in più neanche fanno “rete” collaborando tra di loro. hanno sempre puntato alla innovazione di processo e non a quella di prodotto; il Mercato non le ha perdonate e le ha mandate con il culo per terra. tra l’altro chi non presta loro soldi sono imprese private (le banche) mica lo Stato: che fa schifo ma non per i motivi che citi.

      le tue considerazioni poi sul lavoro salariato le trovo – se permetti – un po’ ingenue. è molto più facile oggi acquistare un pezzo di terra e coltivarlo che trovare un impiego qualsiasi; però è pieno di terre incolte, e continueranno ad esserlo, fino a quando il Mercato pretenderà dai contadini zucchine a 20 centesimi al chilo o dagli allevatori latte a 30 centesimi al litro.

  • Marco

    Il problema che voi non vi rendete conto che la gente sta anni luce dalle vostre/nostre idee.Partire dal fatto che del centro sociale sono considerati dei posti per ricchi annoiati e lo pensano dal borghese al proletario .Sui migranti non si riesce far capire che la guerra tra proveri porta a nulla e dunque passa che i comunisti coccolano i negri e guardate che questa delirante considerazione la pensano anche gente di sinistra che trovi poi votare un Grillo . Gli operai francamente difendono il loro pezzo di orticello vi ricordate quando la classe operaia votava Berlusconi???…. Qui tutto da rifare i messaggi non passano perchè siamo sempre tra noi cantarcele e suonarcele questa la verita’ .Alle manifestazioni siamo sempre gli stessi dei movimenti e quando se provato non lasciare la piazza ad i fascisti del m9d arrivata accusa di essere ambigui ,collusi dai nostri stessi ambienti . Quelli che anni fa gridavano NOWAR ora appoggiano la guerra imperialista degli USA .Vedesi la visita di Obama in quanti si protestava 100 persone con delegazioni nomous altrimenti saremo stati in 10 con la delegazione da Barcellona .Inutile dire che questo compagno* anonimo ha ragione . Io non so quale sia la soluzione ma se non la troviamo siamo destinati sparire .MARCO

  • Max

    Ottimo post, Posto che “gli amici di san pietro” se solitamente sono disinteressati alla politica (ma neanche troppo visto che sono andati addirittura a votare, e le loro scelte non sembrano così casuali)è perchè essa agisce nel 100% dei casi a loro favore.
    Ora non si sa quanto ricchi siano, ma non sarà certamente un’imu o una tobin tax a turbare il loro sonno.

    La cosa grave, come hanno fatto notare Marco e ahp68 è che il minestrone nazionalista/forcaiolo è ormai dato per buono anche dalle nostre fasce sociali di riferimento.Ebbene si, anche loro vogliono l’ente vendicatore, il “dittatore”, qualcuno che prenda iniziativa e rimetta le cose a posto… Vogliono l’ordine, la pulizia…
    E’ comprensibile:magari erano stai invorticati per un decennio dalle promesse dell’ antiberlusconismo, magari in quell’inverno incandescente del 2010 e in quell’autunno del 2011 hanno sperato che ci fosse un punto di rottura, qualcuno avrà partecipato anche a una moltitudine di manifestazioni e dibattiti,avranno dedicato tempo ed energie… tutto quello che però hanno ottenuto è il pantano politico degli ultimi anni, una paluda statica da cui ogni tanto emerge qualche plurimiliardario che invoca sacrifici(che ovviamente si devono sobbarcare le classi più deboli, grafici che quadrano sulla pelle delle persone…), una palude in cui collusione e corruzione sono ancora i padroni.

    In tutto ciò i media hanno manovrato alla perfezione. Hanno preso TUTTI un formato reazionario becero, e hanno trovato i “NEMICI” di cui la gente aveva bisogno… Ovviamente creando la guerra tra poveri (immigrati uber alles) intanto la morale è ancora quella berlusconiana dove l’obiettivo vitale è avere soldi, si guarda ancora agli u.s.a, si ammira la cina (e non quella di mao)…

    Vorrei partire proprio da qui allacciandomi a quanto detto dal Sig. Rossi; Il nostro sistema non è liberista nello stile anglosassone, ma molto peggio: esistono forme di lavoro neoschiavistiche come lo stage(almeno agli schiavi cibo e alloggio erano garantiti),nuove forme di apprendistato che a breve creeranno un’esercito di “300€ al mese”, non esiste il concetto di paga minima nazionale adattata ai prezzi al consumo (minimum wage), non esiste un’edilizia sociale adeguata,strutture e infrastrutture pubbliche sono un cumulo di macerie ecc. In tutto ciò alcune persone pensano che trovanocancora qualche venatura socialista, così come la burocrazia di cui rossi si lamenta (che è li ad hoc per creare corruzione, è un processo logico, ciò che è troppo complicato ottenere per le vie legali si risolve con una bella mazzetta…..) viene vista come “qualcosa di sinistra” (ripeto, la logica forcaiola funziona sempre)

    Infine riprendo dal discorso di Marco confermando che i comunisti sono visti come “buonisti”, sempre secondo la logica reazionaria imperante, ma a questo punto ritengo che tale logica vada veicolata nuovamente a nostro favoro verso gli obiettivi comuni: per esempio, ripartendo dal lavoro,Cosa succederebbe se in piazza scendessero tutti quelli che vengono ricattati, tutti i sottopagati, tutti i mobbizzati, tutti gli schiavi del lavoro? La conseguenza avrebbe le dimensioni di un cataclisma..
    Ovviamente alcuni concetti non sono facili da far assimilare, dovremmo partire da quelli piu semplici, dovrebb’essere una battaglia prioritaria (perche sì, alla maggioranza mancano proprio le basi,).

    Scusate per la lunghezza.

  • marco bis

    perfetta fotografia di tante serate tra amici , vecchi compagni di scuola etc etc.lauree (pure io), redditi medio-alti (io no) belle case di proprietà (io no), forse più “progressisti” di quelli del post (ma anche la zona è la stessa, stai a vedere che…)ma ugualmente portatori sani di disinformazione,luoghi comuni, pregiudizi, semplificazioni . personalmente discuto sempre:fin da ragazzino , a scuola al lavoro tra amici , io sono l’estremista, il comunista,quello buonista,passatista.
    penso che ciascuno di noi debba essere il più possobile un megafono vivente delle ns idee,senza timori.
    ma evidentemente nn basta. il rischio che vedo è il seguente:sono esistite culture politiche ,nella storia del movimento operaio, maggioritarie in talune epoche e aree:si pensi all’anarchismo spagnolo o al repubblicanesimo italiano di un secolo fa e oltre.
    culture oggi estinte o marginalizzate, e la sensazione che i comunisti rischino allo stesso modo è forte.ma poi mi dico che , per dire, anche il cristianesimo dopo 150-200 anni dai suoi inizi mica sembrava egemone…e comincio un ‘altra settimana:lavoro, famiglia riunione,volantinaggio.mi preparo al 12 aprile,alle elezioni europee,a ripulire la sede dalle infiltrazioni d’acqua.
    sono un militante comunista, questa è la mia vita

  • Red Dog

    Militant capisco il vostro interesse in questa analisi, ma sinceramente ho dei dubbi nei confronti dell’anonimo in quanto (semplicemente)con gli amici bisogna sempre essere sinceri e ribattere su cose che si considerano sbagliate e’ importante,quando non si interviene e si pensa l’incontrario ci si mette su un alto gradino pensando di saper Tutto e che non vale la pena,(un po egoisttico) di rovinarsi la serata ( penso personalmente che dopo qualche bicchiere “vino Veritas” non avrei resistito )
    L’ascoltare senza contribuire al ragionamento e’ nefasto e assolutistico ,scelta forse giustificata ma un po’egoistica.
    Un Dittatore c’e’ ,ma non e’purtoppo definibile come una persona ,ma e’il sistema bancario capitalista,che detta e impone austerita’nel nome di una finta democrazia ,per il bene di pocchi ,che schiaccia le masse le disgrega e le rende schiave del propio sistema,usando metodi da dittatura sud Americana ,con I sistemi di controllo, repressione,torture,e poi sublimalmente lava I cervelli della povera gente ,confusa, esausta della dura vita ,che si rifuggia a guardare le TV che vittime di questo sistema corrotto.distorgono le verita”a loro piacimento.
    Concludo riportando un articolo letto recentemente che forse puo’ contribuire in qualche modo a questo ragionamento.
    Consiglio comunque all’anonimo,in nome dell’amicizia,di scrivere una lettera anche ai lor signori conoscenti (se non l’ha fatto )

    “SOCRATE DIMENTICATO”
    di Vincenzo Sparagna *
    Il vecchio Socrate, padre della filosofia occidentale, insegnava ai suoi discepoli (tra i quali Platone) molte cose, ma ispirate tutte a due principi fondamentali: “conosci te stesso” e “so di non sapere”. Il primo invita ciascuno di noi a misurarsi con il Sé, che sta alla base dell’Io, ovvero a esplorare per quanto possibile la propria interiorità liberandosi dai pregiudizi e dall’ipocrisia dell’esteriorità sociale. Il secondo a non considerare mai presuntuosamente il nostro sapere esaustivo, poiché è solo un frammento di un sapere più vasto, di cui nessuno conosce i confini. Entrambi questi insegnamenti sembrano oggi dimenticati, come semi gettati in un campo arido e pietroso. Il Sé è oscurato da un individualismo assoluto che pone l’Io al di sopra di tutto, anche delle proprie radici, quasi che fossimo stati scaraventati sulla terra da un al di là senza storia e memoria. La conseguenza è l’indifferenza ai destini collettivi del genere umano, il predominio di un egoismo cieco, che si crogiola nell’illusione di possedere e prevalere. La coscienza dei nostri limiti sembra scomparsa. Lo vediamo nello scontro quotidiano tra fanatismi religiosi, assolutismi concettuali, pre/giudizi senza fondamento. L’esplosione delle comunicazioni di massa ha creato una falsa attualità, fondata sulla penetrazione capillare di una pseudoinformazione che martella notizie inverificabili. La conseguenza è che le persone fondano spesso le loro certezze sulla semplice fiducia per improvvisati guru, discutibili esperti, ideologie totalizzanti. Raramente ci si sforza di ascoltare gli altri, quasi mai si accetta di imparare dalla storia, ogni discussione si trasforma così nello scontro tra affermazioni nemiche, inconciliabili per principio anche quando potrebbero non esserlo affatto. Manca il dialogo socratico, lo spiegarsi reciprocamente con umiltà, la curiosità per le ragioni altrui. La cosa si manifesta nella sua forma più fastidiosa negli pseudodibattiti televisivi, ma anche nella rete, dove impazzano odiose ostilità aprioristiche, quasi che il comune ragionare umano fosse impossibile. Bisognerebbe tornare a Socrate, trasformare le certezze in ipotesi di lavoro, diffidare delle affermazioni assolute, perché anche il più saggio è solo un ignaro fanciullo di fronte alla vastità della vita.

  • Ile

    Vero tutto, ma se non diciamo NOI la nostra, sempre e in ogni contesto (e sti cazzi di rovinare la serata in questo contesto… mi chiedo anzi: ma che amici hai?), non vedo dove queste persone dovrebbero sentirla la nostra. Non abbiamo media, se smettiamo anche di dire la nostra, di spiegare, anche di risultare antipatici, poi non ci lamentiamo che nessuno la pensa come noi: ci sta bene.

    PS: Questi hanno votato Lega Nord a Roma? o.O

  • roberto

    C’e’ da lamentarsi perche’ c’e’ un baratro tra le nostre idee e la gente ” ricca e benestante”? Non credo proprio,la differenza ci deve essere.dovremmo convincere i ricchi delle nostre idee? Ma siamo matti?sono i lavoratori salariati che dobbiamo convincere,non i borghesi.fatti come amici i lavoratori,e vedrai che le idee combaciano.

  • roberto

    Quel che manca e l’odio,non si e’ piu’ capaci di odiare come una volta.e’ l’odio che smuove il sole e l’altre stelle.

  • gilberto

    prima di re imparare a dire la nostra in ogni contesto un esercizio utile per tutti sarebbe quello di centrare il tema della conversazione..
    della serie come trasformare una conversazione potenzialmente interessante in bolle di sapone..

  • La situazione italiana e internazionale all’interno di una analisi che vi propongo che delinea un cammino che non sarà né semplice né (per adesso) di massa, per le ragioni descritte nell’articolo. Senza soggetti definiti e senza una logica che esca dal minoritarismo o dalla subalternità non potranno esservi soluzioni, o almeno avvio di soluzione
    http://sinistrainparlamento.blogspot.it/2014/04/dal-coordinamento-di-ross-savona-un.html

  • Gb

    Senza entrare nel merito del pezzo, ovvero nell’ignoranza dell’italiano (senza eccezione di classi) costantemente alla ricerca dell’uomo forte che li governi, non capisco cosa faccia un compagno a cena di una coppia di borghesi.(?)
    Forse il problema che ci si deve porre è lo stato attuale dei rapporti sociali,le nuove forme di produzione,la scienza,le tecnologie,le leggi di mercato,hanno dato vita a classi prive dei diritti fondamentali,alienandole,isolandole con i nuovi mezzi di controllo mediatico dalla vita reale.
    I rapporti sociali,il loro sviluppo sono l’arma piu’temuta dal regime capitalista,il metodo logico sappiamo essere la chiave per comprendere lo sviluppo storico,quindi non c’è nulla di nuovo della “previsione teorica” Marxista,il nostro impegno deve essere teso alla ricomposizione dell’attività sociale,delle persone,degli uomini,della lotta di classe.

    (molto conciso)
    Gb

    L’illusione è la gramigna più tenace della coscienza collettiva: la storia insegna, ma non ha scolari.
    ☭✮ A.Gramsci✮☭

  • salvatore

    Credo anche io come altri che discutere se x sia un vero amico o y un vero compagno perché sta zitto rechi poco alla discussione.
    Uno dei punti che bisognerebbe rimuovere è quello della contrapposizione di un immaginario nostro rispetto a quello dominante. Non nego questo punto fondamentale però per come siamo messi ora è più utile evidenziare i punti di irriducibilità che non ragionare sui diversi sistemi simbolici/d’opinione ecc. Dove un nostro intervento sarebbe decisivo perché lì ci saremmo solo noi( perché c’è poco da guadagnare in termini di voti, di consenso) ?
    Servono chiare delimitazioni pratiche ( ragiona sull’esperienza del comunismo e ti ritroverai in ginepraio di obiezioni, chiedi ai tuoi interlocutori se sono d’accordo sull’aumento dei biglietti del servizio pubblico locale e vedrai che l’iniziale opposizione si scioglie). Ovviamente tutto questo senza una organizzazione stabile che possa incidere minimamente sulle questioni serve a poco. Una organizzazione sarebbe anche un polo magnetico che attirerebbe su di sé varie persone anche solo per il fatto di esistere. La data del 12 è molto interessante in questa direzione. Una data oscurata, completamente al di fuori delle logiche della “sinistra” impegnata in tutt’altro. La marcia è lunga ma la direzione mi sembra corretta.

  • Zag(c)

    Non credo alla teoria del tradimento, ne a quella del complotto. Sono categorie che non mi appartengono. E cosi ho messo le mani avanti.
    L’esperienze del compagno è esattamente il percorso mentale e pratico che ha pervaso da sempre certa sinistra riformista.”si stava tanto bene in quella compagnia e non ho parlato per evitare che si rovinasse la serata”. E’ esattamente quel che è accaduto che accade e che è ancor più evidente oggi. E a furia di “non rovinare la serata”, prima si tace, poi si acconsente ed infine si fa propria le teorie ed idee dei “commensali”.
    Non è questione di “tecniche di comunicazioni”, ma di accettazione nel subconscio delle tesi avverse, di non essere poi tanto convinti delle proprie idee e quindi questo accompagnato dal “si stava tanto bene in quella compagnia” che fa il resto. E l’avversario, prima accetta la tua compagnia, anzi ti invita alle “piacevoli serate” poi una volta che ti ha plagiato, ti scarica. Esempio. I sindacati confederali. Prima li hanno ammaliati con la concertazione, poi piano piano li hanno esautorati e infine non li invitano manco a prendere un caffè con loro!.
    Caro compagno. Dovevi, anche a costo o forse proprio per questo, alzarti dirgliene quattro e andartene. chi si siede con quella compagnia su quel tavolo finisce per essere ammaliato!

  • roberto

    Chi va con lo zoppo impara a zoppicare.dice il proverbio.

  • cesare prudente

    Dipende da chi si frequenta. Io frequento “poveracci” come me ed ho dei dati diametralmente opposti.Certo che ci sia un ceto di sinistra arroccata nel parastato e bottegai che vivono dentro nicchie di mercato finora non toccati dalla crisi e che guardano al resto della popolazione che invece la crisi la vivono tutta come un pericolo che minaccia i loro consumi ed il loro status beh è la scoperta dell’acqua calda. Non è poi un mistero od una novità che costoro seguano gli andamenti del loro portafoglio. Mi chiedo cosa invece ci faceva l’estensore del contributo insieme a questa allegra brigata di parassiti verso cui ha tanta attenzione ed addirittura li ritiene simpatici.

  • Hirondelle

    Beh, il problema è che non c’è affatto limite chiaro di classe tra tutti coloro che pensano come la coppia di sanpietrini. E come gli vai a parlare a quelli lì? Perché in maniera più o meno spiccata è esattamente il senso comune che la maggioranza delle persone condivide.
    Se non riesci a arrivare a loro, non diffondi le tue idee, non diffondi dubbi, non diffondi informazioni, non rendi possibile conoscere l’esistenza di altre cornici interpretative, agisci in situazioni limite, d’accordo, ma rimani esattamente dove sei da decenni in qua. E intanto gente così dà sempre più man libera ai decisori reali.

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