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Esselunga, o della cattedrale nel deserto urbano

 

 

Nel triangolo urbano compreso tra Collatina, Prenestina e Togliatti da qualche mese troneggia l’ennesimo baraccone commerciale. Tutto il (non)quartiere sentiva l’insopprimibile esigenza del mastodontico magazzino, questa volta targato Esselunga, che “finalmente” – a leggere gli sbrodolati titoloni dei giornali – sbarca a Roma alla conquista del sud. Nel piccolo non-quartiere infatti non bastavano il superstore Eurospin, il centro commerciale Auchan, la nuova sede Ikea, il mercato all’aperto Porta Portese 2 e lo spaccio carni per la grande distribuzione, tutti confinanti con il nuovo Esselunga. Tutte attività, soprattutto le prime tre, presentate come “soluzione” dei problemi del territorio degradato e, puntualmente, generatrici dirette di ulteriore degrado sociale.

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La gogna quotidiana del lavoratore pubblico

 

L’incidente alla stazione Termini il 12 luglio scorso, che ha visto una donna rimasta ferita tra le porte della metro B in movimento, è stata l’occasione ghiotta per i media nazionali per scatenare un vero e proprio linciaggio non solo contro il lavoratore “colpevole” di presunta negligenza, ma per colpire, come sempre, il lavoro pubblico. Non è la prima volta e non sarà neanche l’ultima che vedremo i giornalisti promuovere, suscitare, caldeggiare ad arte campagne mediaticamente volte a denigrare il lavoratore pubblico, generalmente descritto come fannullone e negligente. E’ d’altronde noto che la larga maggioranza dei giornalisti sono parte strategica delle campagne d’odio verso il pubblico impiego confuso opportunamente con “burocrazia”, professionalmente dediti a stimolare il dissidio tra lavoratori e cittadini come se fossero due fronti opposti, oppure a evidenziare i presunti privilegi di chi lavora rispetto a chi è disoccupato. Continua a leggere »

Sanzioni ordoliberali

 

La recente multa dell’autorità antitrust europea nei confronti di Google, accusata di posizione dominante, descrive egregiamente le differenze esistenti tra il liberismo classico e l’ordoliberalismo d’impostazione tedesca. Nel liberismo classico, quello di matrice austriaca e d’applicazione anglosassone, difficilmente un “autority” avrebbe avuto la forza e il mandato politico d’intervenire nei confronti di un’azienda monopolista. L’azione pubblica di contrasto alle naturali tendenze monopolistiche del mercato sarebbe stata interpretata come intrusione indebita nel libero mercato. In Europa, al contrario, l’azione giuridica è stata salutata da tutto l’establishment ordoliberale come positiva, inevitabile, addirittura tardiva. A tradurre il significato dell’azione antitrust, come sempre, ci ha pensato il campione nazionale del capitalismo “sociale”, Mario Monti: «senza la Ue gli Stati sarebbero preda delle multinazionali». Una dichiarazione apparentemente progressiva, e che invece centra il significato della costruzione europeista dal punto di vista ordoliberale. Continua a leggere »

Schizofrenia liberista sul diritto di sciopero

 

Il padronato è andato completamente in tilt sullo sciopero di venerdì scorso proclamato dai sindacati conflittuali. Con una compattezza senza precedenti – segno inequivocabile della riuscita dell’iniziativa – tutta la borghesia centrosinistra e centrodestra ha lanciato la sua vandea anti-sindacale. Andando completamente nel pallone, nella stessa pagina, negli stessi servizi al telegiornale, negli stessi commenti politici, si dichiarava prima l’esigua minoranza delle sigle promotrici (che, a detta loro, non rappresentavano alcunché nel mondo del lavoro), subito dopo dichiarando il blocco generale delle metropoli. Delle due l’una: o quei sindacati non rappresentano nulla, o i lavoratori hanno aderito in blocco. Ma la schizofrenia padronale ha raggiunto il livello massimo nel tentativo di delegittimare le ragioni stesse dello sciopero: non c’erano motivi comprensibili, dichiaravano all’unisono destra e sinistra, Repubblica e Corriere, Ichino e Camusso. Continua a leggere »

Fascisti, sciacalli e dettagli.

Da qualche giorno sulla Tiburtina, a Roma, sono comparsi i manifesti di casapound che vedete qui sopra. Dal punto di vista politico potremmo dire che non c’è niente di nuovo sotto il sole caldissimo di questo inizio d’estate. Se anche la sindaca Raggi subito dopo lo schiaffo elettorale ha “pensato bene” di giocarsi la carta “emergenza migranti” per recuperare qualche consenso, figuriamoci cosa può fare chi dello sciacallaggio sociale a fini elettorali ne ha fatto uno stile di vita. Continua a leggere »

Le spietate contraddizioni del capitalismo reale

 

«Questa borghesia è illuminata finché qualcun altro paga la bolletta della luce», diceva Valentino Parlato. Parafrasando, possiamo dire che questo liberismo straccione, di cui si riempie la bocca la classe dirigente europea, è illuminato finché lo Stato ne consente i margini di profitto. Fuori da questa costruzione artificiosa definita “libero mercato” c’è la dura realtà dei fatti, quella per cui l’economia privata europea può reggersi solo a patto di essere costantemente sovvenzionata con denaro pubblico, protetta da rigidissime legislazioni fondate sulla competizione, e legittimata dall’ideologia del “privato è bello” smentita da tutti – tutti – i fatti economici. Questo ci dicono i 115 miliardi di denaro pubblico versati a fondo perduto nelle casse delle (privatissime) case automobilistiche tedesche. Una notizia che si perde nel mainstream quotidiano ma che, al contrario, ha la forza di svelare il reale funzionamento del modello produttivo liberista. Continua a leggere »

Requiem sindacale

 

C’è una piccola ma significativa notizia nella vicenda di Alitalia e del referendum perso da padroni e sindacati confederali lunedì scorso: l’intervista rilasciata ieri dal segretario della Cgil – Susanna Camusso – al Corriere della Sera svela un modo, e un mondo, completamente adagiato alle retoriche padronali, definitivamente incapace di relazionarsi a quel mondo del lavoro che pure si vorrebbe rappresentare. Non è un caso che i sindacati confederali abbiano le proprie referenze sociali tra i pensionati e i settori ultra-garantiti del lavoro pubblico: perché sono morti. Dice la Camusso: «No alla nazionalizzazione di Alitalia», inserendosi così nel profluvio di retorica liberista che si chiede «perché 10mila lavoratori devono decidere del destino dell’intera comunità nazionale?». Eh già, perché mai dei lavoratori (di un’azienda privata, peraltro!) dovrebbero decidere sul loro destino, nell’ennesimo fallimento manageriale ripagato con le tasche di quegli stessi lavoratori? Continua a leggere »

La lotta alla privatizzazione dell’Ama: il punto di vista operaio

 

A cura del Coordinamento operaio Ama, che sarà in piazza sabato contro l’Unione europea.

A volte la storia ha bisogno di una spinta: con queste parole Lenin sanciva l’ascesa al potere della classe lavoratrice in Russia. Così seguendo quel filo rosso che unisce tutti i lavoratori e oppressi nel mondo, anche noi nel nostro piccolo una spinta conflittuale l’abbiamo data. Abbiamo lavorato con ardore e perseveranza creando un immaginario ribelle dentro degli schemi di decenni di asfissia e immobilismo politico. Seppur vero che la risposta all’attacco antioperaio di Ue, Stato e governi locali ha destato la voglia di partecipazione e lotta all’interno dell’ azienda la strada è ancora lunga e tortuosa, ma ci rimane l’orgoglio di provare dove altri hanno già mollato, in particolare i sindacati confederali, vero strumento del potere sempre più nel ruolo di mero argine delle proposte che giungono dal basso. Continua a leggere »

Disoccupazione tecnologica, un esempio piccolo piccolo

 

Come sa bene chiunque fatichi a trovare un lavoro, l’orizzonte della piena occupazione è stato ormai da tempo perso di vista da quasi tutte le forze politiche. Al di la delle retoriche paternalistiche, da spacciare un tanto al chilo in tempi di elezioni, tutti ormai sono consapevoli che un “giusto” tasso di disoccupazione è infatti indispensabile se si vogliono calmierare le richieste salariali di quegli scassacazzi di lavoratori, sempre pronti a “volere il figlio dottore” pure loro, come negli anni Sessanta. Soprattutto in tempi di mercantilismo e di moneta unica (e quindi di cambi fissi) la disoccupazione di massa e la deflazione salariale sono dunque una strada “obbligata” per restare competitivi sul mercato mondiale, e lo sono tanto di più nei paesi come l’Italia, ridotti ormai al rango di semiperiferie del sistema capitalistico. Continua a leggere »

Euro o non Euro, questo è il problema (tedesco)

 

Su CorriereEconomia dello scorso 9 gennaio Marcello Minenna si chiedeva “cosa c’è dietro il successo dell’export tedesco?”, arrivando alla clamorosa risposta: “il segreto? Nell’euro debole”. E grazie al cazzo, verrebbe da dire, visto che da anni parte importante della comunità politica ed economica, nazionale e internazionale, individua proprio nell’euro il problema originario della crisi europea. Ma Minenna, sebbene buon ultimo, ancora non coglie il problema nella sua ampiezza, che non sta in un “euro debole”, ma nell’euro in quanto tale. La debolezza altro non è che l’inevitabile direzione impressa dall’economia tedesca, visto che se l’euro si apprezzasse proporzionalmente alla sua produttività, la Germania andrebbe in crisi economica e tutto il circo europeista crollerebbe un minuto dopo. Ma nell’articolo si citano un po’ di dati interessanti: “il surplus commerciale tedesco per l’anno appena passato raggiungerà il valore stratosferico del 9,2% del Pil, circa 260 miliardi di euro. Il più alto del mondo, superiore a quello della Cina anche in valore assoluto per oltre 30 miliardi di euro […] La Germania dunque da oltre 16 anni continua ad esportare più di quanto importi, accumulando crediti finanziari nei confronti del resto del mondo; in pratica da quando è nata l’Unione monetaria. E non si tratta di una coincidenza”. E no, non si tratta di una coincidenza. Continua a leggere »