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28 May :
1871 dopo 71 giorni cade la Comune di Parigi. Il generale Gallifet ordina il massacro di uomini, donne e bambini. Su uno dei luoghi dell'eccidio verra edificata la basilica di Mont Martre, il cui colore, completamente bianco, avrebbe dovuto esorcizzare il rosso delle bandiere ribelli. 1974 Strage di Piazza della Loggia

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Le spietate contraddizioni del capitalismo reale

 

«Questa borghesia è illuminata finché qualcun altro paga la bolletta della luce», diceva Valentino Parlato. Parafrasando, possiamo dire che questo liberismo straccione, di cui si riempie la bocca la classe dirigente europea, è illuminato finché lo Stato ne consente i margini di profitto. Fuori da questa costruzione artificiosa definita “libero mercato” c’è la dura realtà dei fatti, quella per cui l’economia privata europea può reggersi solo a patto di essere costantemente sovvenzionata con denaro pubblico, protetta da rigidissime legislazioni fondate sulla competizione, e legittimata dall’ideologia del “privato è bello” smentita da tutti – tutti – i fatti economici. Questo ci dicono i 115 miliardi di denaro pubblico versati a fondo perduto nelle casse delle (privatissime) case automobilistiche tedesche. Una notizia che si perde nel mainstream quotidiano ma che, al contrario, ha la forza di svelare il reale funzionamento del modello produttivo liberista. Continua a leggere »

Requiem sindacale

 

C’è una piccola ma significativa notizia nella vicenda di Alitalia e del referendum perso da padroni e sindacati confederali lunedì scorso: l’intervista rilasciata ieri dal segretario della Cgil – Susanna Camusso – al Corriere della Sera svela un modo, e un mondo, completamente adagiato alle retoriche padronali, definitivamente incapace di relazionarsi a quel mondo del lavoro che pure si vorrebbe rappresentare. Non è un caso che i sindacati confederali abbiano le proprie referenze sociali tra i pensionati e i settori ultra-garantiti del lavoro pubblico: perché sono morti. Dice la Camusso: «No alla nazionalizzazione di Alitalia», inserendosi così nel profluvio di retorica liberista che si chiede «perché 10mila lavoratori devono decidere del destino dell’intera comunità nazionale?». Eh già, perché mai dei lavoratori (di un’azienda privata, peraltro!) dovrebbero decidere sul loro destino, nell’ennesimo fallimento manageriale ripagato con le tasche di quegli stessi lavoratori? Continua a leggere »

La lotta alla privatizzazione dell’Ama: il punto di vista operaio

 

A cura del Coordinamento operaio Ama, che sarà in piazza sabato contro l’Unione europea.

A volte la storia ha bisogno di una spinta: con queste parole Lenin sanciva l’ascesa al potere della classe lavoratrice in Russia. Così seguendo quel filo rosso che unisce tutti i lavoratori e oppressi nel mondo, anche noi nel nostro piccolo una spinta conflittuale l’abbiamo data. Abbiamo lavorato con ardore e perseveranza creando un immaginario ribelle dentro degli schemi di decenni di asfissia e immobilismo politico. Seppur vero che la risposta all’attacco antioperaio di Ue, Stato e governi locali ha destato la voglia di partecipazione e lotta all’interno dell’ azienda la strada è ancora lunga e tortuosa, ma ci rimane l’orgoglio di provare dove altri hanno già mollato, in particolare i sindacati confederali, vero strumento del potere sempre più nel ruolo di mero argine delle proposte che giungono dal basso. Continua a leggere »

Disoccupazione tecnologica, un esempio piccolo piccolo

 

Come sa bene chiunque fatichi a trovare un lavoro, l’orizzonte della piena occupazione è stato ormai da tempo perso di vista da quasi tutte le forze politiche. Al di la delle retoriche paternalistiche, da spacciare un tanto al chilo in tempi di elezioni, tutti ormai sono consapevoli che un “giusto” tasso di disoccupazione è infatti indispensabile se si vogliono calmierare le richieste salariali di quegli scassacazzi di lavoratori, sempre pronti a “volere il figlio dottore” pure loro, come negli anni Sessanta. Soprattutto in tempi di mercantilismo e di moneta unica (e quindi di cambi fissi) la disoccupazione di massa e la deflazione salariale sono dunque una strada “obbligata” per restare competitivi sul mercato mondiale, e lo sono tanto di più nei paesi come l’Italia, ridotti ormai al rango di semiperiferie del sistema capitalistico. Continua a leggere »

Euro o non Euro, questo è il problema (tedesco)

 

Su CorriereEconomia dello scorso 9 gennaio Marcello Minenna si chiedeva “cosa c’è dietro il successo dell’export tedesco?”, arrivando alla clamorosa risposta: “il segreto? Nell’euro debole”. E grazie al cazzo, verrebbe da dire, visto che da anni parte importante della comunità politica ed economica, nazionale e internazionale, individua proprio nell’euro il problema originario della crisi europea. Ma Minenna, sebbene buon ultimo, ancora non coglie il problema nella sua ampiezza, che non sta in un “euro debole”, ma nell’euro in quanto tale. La debolezza altro non è che l’inevitabile direzione impressa dall’economia tedesca, visto che se l’euro si apprezzasse proporzionalmente alla sua produttività, la Germania andrebbe in crisi economica e tutto il circo europeista crollerebbe un minuto dopo. Ma nell’articolo si citano un po’ di dati interessanti: “il surplus commerciale tedesco per l’anno appena passato raggiungerà il valore stratosferico del 9,2% del Pil, circa 260 miliardi di euro. Il più alto del mondo, superiore a quello della Cina anche in valore assoluto per oltre 30 miliardi di euro […] La Germania dunque da oltre 16 anni continua ad esportare più di quanto importi, accumulando crediti finanziari nei confronti del resto del mondo; in pratica da quando è nata l’Unione monetaria. E non si tratta di una coincidenza”. E no, non si tratta di una coincidenza. Continua a leggere »

Il convitato di pietra del nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici

 

Sabato 26 novembre è stato firmato il nuovo contratto nazionale dei metalmeccanici, storicamente uno dei contratti collettivi più ostici per il capitalismo italiano. Un accordo che sembra aver soddisfatto tutti i contraenti: il governo, Confindustria, i sindacati confederali e anche la Fiom, che dopo diversi anni torna a firmare un accordo nazionale nel settore metalmeccanico dichiarandosi, per bocca di Landini, molto soddisfatta. Esultano i sindacati gialli della Cisl e della Uil, ed esulta Maurizio Sacconi, il proponente principale dell’accordo. “Questo accordo è un miracolo”, dichiara Marco Bentivogli della Fim-Cisl, a cui fa eco la Fiom: “un contratto pulito e senza scambi”, secondo Landini. Continua a leggere »

L’uomo nuovo del capitalismo ordoliberale

 

In cosa consiste la sostanza che sta alla base del capitalismo della crisi? Frotte di scienziati sociali – economisti, storici, sociologi, filosofi – provano da anni a rispondere a questa domanda, senza per questo riuscire a convincere nelle risposte. Certo, la caduta tendenziale del saggio di profitto è ancora, almeno ci sembra, la spiegazione che trova le maggiori verifiche empiriche, sul piano economico. Ma non basta. Non è mai stata pensata come spiegazione onnicomprensiva delle trasformazioni del capitale, e per tale ragione non può essere utilizzata come atto di fede nelle riflessioni sul capitalismo della crisi del XXI secolo. Pietro Ichino, sul Corriere del 17 novembre, ci sembra far luce (involontariamente) su di un dato centrale del modello produttivo liberista, in grado di aggiungere un pezzo alla risposta sul perché il capitalismo è in crisi irreversibile. Continua a leggere »

L’economia reale dell’Italia renziana

 

Dio benedica il referendum, verrebbe da pensare. Non ci fosse, il tiepido autunno, che vedrà il prossimo fine settimana uno dei principali momenti di conflitto politico e sociale, sarebbe ancora più freddo. Eppure l’ennesimo crollo economico della nostra economia lascia il paese sempre più rassegnato e sempre meno combattivo. Al contrario, siamo in presenza del vero fallimento del renzismo come volto presentabile del liberismo europeista, più di Costituzione, migranti o Unione europea. Sta fallendo l’ennesima soluzione costruita in laboratorio, l’ennesimo “volto nuovo della politica”, l’innovatore, il rottamatore, il “liberista dal volto umano”. Il fallimento di Renzi non porterà alla precoce dipartita solo lui e la sua schiera di yesman finanziari. E’ un intero apparato ideologico che rischia di tracollare. I dati di ieri sullo stato di salute dell’economia italiana in termini di occupazione e disoccupazione, in questo senso, smascherano decenni di retoriche liberiste sul mercato del lavoro italiano. Continua a leggere »

Dalle periferie al Campidoglio, cresce l’opposizione sociale

 

L’assemblea popolare di ieri pomeriggio in Campidoglio ha segnato un punto di svolta, per diversi motivi. Immaginata come “semplice” assemblea, ha travolto le aspettative di tutti e si è trasformata in una mobilitazione inaspettata. Più di 500 persone hanno occupato letteralmente la scalinata antistante l’entrata al Comune, un numero imprevisto e che infatti ci ha obbligato a trasformare l’assemblea in manifestazione pubblica. Il dato numerico è il più eclatante ma forse non il più rilevante. E’ la composizione sociale dei partecipanti che ha determinato un salto di qualità, anche questo ricercato ma per niente scontato in partenza. Non è stata un’assemblea di “compagni”, men che meno di militanti. E’ stata una mobilitazione dei lavoratori delle multiformi vertenze cittadine; degli abitanti delle periferie degradate; della miriade di comitati che lottano contro le devastazioni ambientali territoriali; del sindacalismo conflittuale; dei senza casa; dei migranti in lotta. E’ stata una mobilitazione di classe e di sinistra Continua a leggere »

Giochi senza frontiere: che fine ha fatto il Jobs Act?

 

Oggi proponiamo un gioco: prendete un qualsiasi motore di ricerca web, provate a cercare informazioni sulla condizione del mercato del lavoro post Jobs Act e cercate di capire come stanno le cose. Buona fortuna. Apparirà scritto in sequenza: aumentano gli occupati – aumentano i licenziamenti – si riduce il tasso di disoccupazione – si riducono le assunzioni – aumentano le ore lavorate – il Jobs Act fa flop – il Jobs Act funziona – la BCE approva il Jobs Act – l’OCSE boccia il Jobs Act – l’Istat dice bene – il Ministero del lavoro dice male – l’Inps dice un po’ bene e un po’ male – fino all’infinito. Tutte informazioni relative solo all’ultimo mese e mezzo, di cui quelle di carattere ottimista puntualmente a firma di alcuni giornali mainstream e filogovernativi (Corriere, Repubblica, Sole24Ore), quelle pessimiste da tutti gli altri. Effetto referendum costituzionale, probabilmente. Perché altrimenti non si spiegherebbe la rimozione di alcune considerazioni inevitabilmente legate agli indicatori ritenuti positivi, come quelli dell’Istat. Ad esempio: Continua a leggere »