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23 September :
1868 - 200 rivoluzionari creoli occupano la città di Lares, Puertorico, e proclamano l'indipendenza dalla Spagna. Verranno tutti massacrati dall'esercito di Madrid

1977: IL CONVEGNO A BOLOGNA CONTRO LA REPRESSIONE

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La politica fantasma

 

I fatti di ieri hanno un responsabile materiale e uno ideologico: Marco Minniti e il Partito democratico. Eppure – meraviglie della politichetta – proprio il Pd, direttamente o attraverso il nugolo di “organizzazioni umanitarie” contigue al partito, ha cercato, cerca e in molti casi riesce, ad intestarsi parte dell’indignazione popolare per quegli eventi, declinandola nella polemica contro la giunta Raggi. La quale ha, al contrario, un altro tipo di responsabilità, forse non meno grave di chi ha armato materialmente e ideologicamente la mano degli squadroni della morte che ieri hanno imperversato nel centro di Roma. La sua assenza, addirittura il malcelato disinteresse, di fronte a una città che ricordava più il Cile o il Messico di quarant’anni fa, segnano in qualche modo un punto di non ritorno, una dichiarazione di resa. L’assenza della politica genera il mostro di una polizia che diventa in tutto e per tutto attore politico. Continua a leggere »

Cliché geneticamente modificati

 

Ogni attentato moltiplica geometricamente l’ovvinionismo mediatico, ma la diabolica spirale di cazzate in cui siamo immersi dal 17 agosto segna nuovi e decisivi record. Sui due principali network mediatici del paese (Repubblica e Corriere della Sera) il quesito dal sapore amletico occupa le prime pagine: come rendere esteticamente attraenti le barriere anti camion? Importanti i pareri consultati: Stefano Boeri propone querce e melograni al posto dei banali jersey di cemento; Benedetta Tagliabue avanza l’ipotesi di laghetti rinfrescanti; Mimmo Paladino suggerisce l’installazione di grandi corni portafortuna; più remissivo il proposito di Michelangelo Pistoletto, secondo cui le barriere dovrebbero essere costituite da aiuole colorate. Continua a leggere »

Ius sóla

 

A monte, converrebbe ragionare sui motivi che spingono il principale partito euro-liberista ad impegnarsi in una battaglia parzialmente in favore della cittadinanza per i migranti. A valle, molto più prosaicamente, il tentativo è stato prontamente accantonato per ragioni elettorali. Le stesse, d’altronde, che ne avevano consigliato l’approvazione. Gli apparenti sbandamenti politici del Pd (un giorno ricalca le posizioni della Lega, il giorno dopo s’intestardisce sul diritto di cittadinanza; un giorno fa sua la battaglia antifascista col ddl Fiano, l’altro consente ai nazisti di manifestare nelle periferie romane; con Gentiloni e Padoan presenta la sua veste tecno-europeista, con Renzi contesta il Fiscal compact; eccetera) sono frutto di una precisa strategia politico-elettorale. Il Pd prova cioè a presentarsi come vero e proprio partito della nazione occupando il centro della politica. Per altri versi, è la stessa strategia del M5S, attentissimo a riequilibrare il proprio posizionamento quando le polemiche politiche lo schiacciano ora a destra, ora a sinistra. Tutti i soggetti politici che mirano a governare rifuggono come la peste un posizionamento ideologico: non è la guerra di posizione a pagare di questi tempi, ma il continuo movimento di sottrazione dell’elettorato altrui. Il problema sta nel non caderci, come pure troppo spesso accade. Continua a leggere »

Debito mon amour

 

Nelle stesse settimane in cui tutto il sistema politico-mediatico cercava di convincere l’opinione pubblica che Alitalia non potesse essere salvata, che in quarant’anni fossero già stati spesi sette miliardi di denaro pubblico, proprio nelle stesse settimane il governo versava nelle casse di Banca Intesa cinque miliardi di denaro pubblico per rilevare le attività di Veneto Banca e Popolare di Vicenza. In altre parole una banca privata, quale è Intesa San Paolo, fagocitava due concorrenti dirette acquisendole coi soldi dello Stato, pagando di tasca propria la simbolica cifra di un euro. Contestualmente, sempre il governo e sempre tramite soldi pubblici, garantiva per altri dodici miliardi di euro le eventuali perdite a cui andrà incontro Banca Intesa nel caso di ristrutturazione delle attività delle due banche incorporate. “Non possono essere lasciati soli i correntisti!”, ammoniva il duo Gentiloni&Padoan, applauditi da tutto il circo liberale che così giustificava la vicenda: “altrimenti sarebbe stato peggio!”. Continua a leggere »

Post-democrazia elettorale

 

Al di là dei singoli vincitori e sconfitti di queste elezioni comunali, a imporsi è il drastico calo dell’affluenza. Un dato talmente consolidato da risultare ormai strutturale. Eppure (anche) questa volta interessante da rilevare. Da un decennio tutta la politica italiana si esibisce nel tentativo di cambiare la legge elettorale proporzionale per tornare a un maggioritario di volta in volta condito col premio di maggioranza o col doppio turno sul modello francese. Un tentativo sovente posticipato per opportuni calcoli politici contingenti (oggi è la paura di un governo Cinque stelle, ieri la debolezza di Berlusconi o del centrosinistra). Il modello agognato è proprio quello delle elezioni comunali: quando l’elettore conosce personalmente chi scegliere; quando l’elezione determina immediatamente un vincitore e uno sconfitto; quando, infine, la vittoria anche per un solo voto garantisce una inscalfibile super-maggioranza governativa, ecco che lo stesso elettore torna ad affezionarsi alla politica. La débâcle elettoralistica di ieri spazza via la sequela di boiate ideologiche su cui si fonda il delirium governista proposto a media unificati da un trentennio. Continua a leggere »

La sostanza politica del terrorismo

 

Scrive Carlo Rovelli sul Corriere (22 giugno) un articolo di apparente buon senso sul terrorismo. Perché ci indigniamo tanto e ci spaventiamo, si legge, per un fenomeno che fa decisamente meno morti degli incidenti stradali? Se un crimine è sempre tale, «perché non ci commuoviamo egualmente per altre morti causate da crimini?» Segue una sacrosanta lista di crimini altrettanto efferati per cui scarseggia tale commozione sociale: donne uccise da mariti gelosi; neri americani uccisi da poliziotti; operai uccisi da direttori dei cantieri, e altri esempi simili. Il motivo, scrive sempre Rovelli, è nella spasmodica attenzione riservata alle morti per terrorismo da parte di media e politici. Ogni morte violenta dovrebbe allarmarci altrettanto, eppure così non è. Relegate nei trafiletti di cronaca nera, le scabrose narrazioni sulle nefandezze omicide riemergono solo se il protagonista è “il terrorista”, svelando peraltro un certo sostrato razzista della nostra cultura massmediatica. Altrettanto giustamente, Rovelli ribalta l’assunto per cui tale spazio viene dedicato al terrorismo perché spaventa la maggior parte della popolazione: «sentiamo il terrorismo toccarci personalmente perché politici e media gli dedicano estrema attenzione». E’ una paura indotta capace di generare insicurezza diffusa, in un circuito politicamente funzionale alla gestione della sicurezza nella società liberale post-democratica. Continua a leggere »

Tempo di elezioni, tempo di costituenti

 

Ogni elezione si tira dietro la sua necessaria escalation di costituenti più o meno “rosse”. E’ il richiamo della foresta elettorale, quello per cui alla “domanda di sinistra” dovrebbe corrispondere un’offerta conseguente. Si moltiplicano allora i contenitori, tutti certo aperti ed eterogenei, in grado di offrire quello che gli elettori chiedono da tempo: una sinistra che faccia la sinistra. C’è la sinistra radicalmente socialdemocratica e keynesiana; c’è quella umanitaria e pacifista; ci sono le varie sinistre comuniste, quelle imperiali e quelle anti-imperialiste; ci sono quelle rosa, rosé, arcobaleno. Ce n’è insomma per tutti i gusti, per tutte le teorie e per tutti i programmi. Ancora nel 2017 tutto lo spettro del marxismo trova in Italia il suo riferimento politico, ciascuno lamentandosi della mancanza di una proposta “veramente marxista”, ognuno presentandosi come vero e unico comunista. Continua a leggere »

Ius soli o della demenza fascista

[Italiani si nasce...ma non erano contro lo Ius soli?]

«Diritto al lavoro non ce lo abbiamo noi non ce lo avranno loro»: questo uno degli slogan utilizzati ieri da Forza nuova nelle proteste contro l’approvazione della legge sul cosiddetto “Ius soli”. Uno slogan che racchiude tutti i caratteri della reazione, sia quella manifesta del neofascismo, sia quella mascherata della Lega nord e partiti affini. Potrebbe essere la parola d’ordine elettorale di tutto un campo della politica, che va dal Pd alle frattaglie neofasciste, a pensarci bene. Il problema non è la povertà infatti, così come non è mai stato, per questi partiti, la disoccupazione, il lavoro precario, la scomparsa dello Stato sociale e dei diritti di cittadinanza. Il problema è il povero, il disoccupato, il precario, il lavoratore impoverito. E il migrante, ovviamente. Anzi, il migrante prima di ogni altro, visto che giace in fondo alla catena alimentare capitalista, soggetto fondamentale e, proprio per questo, reietto socialmente e giuridicamente. Ma nonostante ciò è davvero rivelatore questo lapsus gridato per le strade di Roma, per cui il problema non è il “diritto al lavoro”, ma impedire ad altri di raggiungere questo diritto, nel frattempo scomparso dai radar “degli italiani”. L’esclusione e la differenza si presentano come caratteri distintivi della reazione.

L’inutile frustrazione della sinistra elettorale

 

Il partito grillino ha perso le elezioni comunali, momento elettorale che, favorendo la personalizzazione concentrata sul “candidato sindaco”, si presenta oggettivamente faticoso per un soggetto politico che fa del voto d’opinione il suo punto di forza. Ma il M5S paga anche sue responsabilità manifeste: non tanto (o non solo) errori legati alla campagna elettorale più o meno azzeccata o i passi falsi come a Genova. Il problema principale è che più tempo scorre, più il bluff populista perde di appeal perché “costretto” sempre più a misurarsi col potere. Da movimento anti-sistema (almeno così percepito dalla popolazione elettorale) a partito di governo: una traiettoria che lascia dietro di sé molte delle capacità elettorali pentastellate. Detto questo, oltre all’astensionismo strutturale, l’altro dato importante espresso dalle elezioni comunali è la rimonta delle forze di “centrodestra”. La parziale disillusione verso i Cinque stelle non apre alcun margine di recupero per le sinistre, anzi, quei voti in libera uscita grillina sembrano tornare all’ovile forzaleghista. Continua a leggere »

Sconfitta del “populismo”?

 

A cavallo delle Alpi le veline liberali esultano senza ritegno: battuto il populismo! In realtà, le ragioni della contestazione globale contro i ceti dirigenti liberisti appaiono più forti che mai. In Francia il partito di sistema En Marche! vince le elezioni meno partecipate della storia repubblicana. In Italia la chiara sconfitta Cinque stelle avviene in presenza della peggiore affluenza elettorale degli ultimi decenni. Non siamo in presenza di alcun “recupero” della politica tradizionale allora. Al contrario, se c’è un dato comune alle elezioni tenute contestualmente in Francia e in Italia è proprio il rafforzamento della disaffezione e del disincanto popolare. Le ragioni del “populismo” sono ancora tutte sul terreno e acquistano forza, con buona pace di chi vede in un momentaneo spostamento di voti interno alla borghesia una rivincita di classe. Lo riconosce anche Massimo Nava sul Corriere della Sera: «il successo è determinato dalle debolezze degli avversari, oltre che dalle regole del gioco. Milioni di voti al Fn, oltre ai voti dell’estrema sinistra e socialisti, avranno pochi seggi, ma restano un serbatoio di protesta e opposizione. L’altra faccia della Francia, povera e delusa, non si riconosce nel nuovo blocco sociale che sostiene il giovane presidente». Continua a leggere »