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L’implosione inevitabile

 

Come previsto, alla prova del governo il populismo – ogni populismo – è destinato a fallire. Faremmo però un errore a concentrare le nostre attenzioni sull’affaire Marra. Riproducendo un feticismo giudiziario che vuole la magistratura garante dei nostri destini, ci accoderemmo a una visione del mondo che fagociterebbe ogni nostra autonomia culturale e politica. Il problema di Marra non è la sua (presunta) corruzione economica, ma la sua manifesta corruzione con un blocco di potere amministrativo trasversale politicamente ma omogeneo socialmente e ideologicamente. Ed è solo da questo punto di vista che viene svelato il nesso tra un Marra qualsiasi e i limiti della giunta Raggi. Il nuovo governo della metropoli, eletto coi voti delle periferie, coi voti di un proletariato cittadino stremato dalle politiche liberiste di destra e di “sinistra”, lungi dal produrre una qualsiasi forma di discontinuità politica ed economica col passato, ha reiterato uno stesso modello di sviluppo cambiandone la facciata amministrativa. Continua a leggere »

Il principio di realtà europeista

 

Davvero commoventi certi trafiletti nella loro capacità di dare concretezza al presente. L’entità mitologica denominata “Eurogruppo”, ente sovrannaturale non eletto né nominato ufficialmente ma che, secondo Wikipedia, consisterebbe in “una riunione informale che si svolge alla vigilia di un Consiglio dei ministri dell’Economia e delle finanze”, ha bloccato “l’alleggerimento del debito greco” perché il partito di governo Syriza avrebbe alzato le tredicesime dei lavoratori del paese e sospeso momentaneamente l’innalzamento dell’iva nelle isole dell’Egeo orientale. Soprassedendo sulla questione, a questo punto d’appartenenza metafisica, di una “riunione informale” investita del potere coercitivo di imporre decisioni economiche all’interno degli Stati membri della Ue, è il merito della questione a risultare paradigmatico. Una decisione di politica fiscale viene impedita materialmente, attraverso una ritorsione finanziaria, perché “non in linea” con le indicazioni di una riunione informale. L’alleggerimento del debito è poi una perifrasi se possibile ancor più incantevole: tale alleggerimento avrebbe portato il debito a diminuire del 20% in 43 anni. Tradotto, visto che attualmente il debito greco è del 180% del Pil, nel 2060 attraverso questo alleggerimento sarà nella migliore delle ipotesi formulate dalla Ue, del 160%. Questa la realtà dei fatti di una Ue in cui la sovranità materiale è delegata a riunioni informali di tecnici finanziari che decidono i destini delle popolazioni dei singoli paesi membri. Questo peraltro il margine di autodeterminazione concesso ad un paese che dal 2015 è il più ligio esecutore delle raccomandazioni europeiste. A dimostrazione, una volta di più, che non può esistere “altra Europa” che non passi per la rottura di questa Unione europea.

Quello che non capisce la sinistra à la Pisapia

 

Il centrosinistra è un’opzione morta, sepolta dal liberismo ordoliberale, dalla globalizzazione, dalla crisi economica. Quello che non capisce la sinistra “a sinistra” del Pd è che l’attuale modello di sviluppo determina inevitabilmente la fine di ogni possibile riformismo, se per riformismo intendiamo una politica volta alla redistribuzione parziale dei redditi nella società. Il centrosinistra, che vorrebbe/dovrebbe incarnare l’opzione politica post-socialdemocratica, non può attuarsi non per mancanza di coraggio, forza, coerenza o capacità dei diversi rappresentanti, ma per mancanza di condizioni oggettive. E’ per questa fondamentale ragione che fuori dal partito unico liberista (forze “democratiche” e “popolari” nei vari Stati europei) oggi c’è solo il populismo, anch’esso nelle sue varie articolazioni e inclinazioni. Questa la ragione per cui è impossibile una “scissione” del Pd: perché anche fossero animati dalle migliori intenzioni (e non lo sono affatto), c’è l’irrilevanza elettorale che certifica un’impossibilità politica: quella di redistribuire i redditi. Continua a leggere »

Su di un’intervista ad Alessandro Di Battista

 

Ha suscitato molti commenti tra i sacerdoti del progressismo un’intervista ad Alessandro Di Battista apparsa ieri su Die Welt e ripresa da Repubblica. L’intervista in sé non contiene nulla di speciale, anzi è la trita ripetizione del programma politico grillino. A rendere interessante tutta l’operazione è l’attuale confusissima situazione politica italiana, in cui stanno maturando le condizioni per la vittoria elettorale del M5S. Quello che poteva passare inosservato anni o solo mesi fa, oggi viene letto in controluce, visto l’approssimarsi delle elezioni. Il problema non è però l’esegesi del testo, e anzi risulta equivoco il punto di vista di chi interpreta il pensiero di Di Battista attraverso le lenti della coerenza politica. Nell’intervista infatti si dice tutto e il contrario di tutto. Non è altro che il populismo. Accorgersene nel 2016 aiuta semmai a svelare la qualità dei suddetti filologi virtuali, degli “scandalizzati” ad orologeria, che proprio nel momento della caduta di Renzi ci dicono: attenti alle alternative! Continua a leggere »

Le due società

Nel 1977 l’italianista (e allora operaista) Alberto Asor Rosa così titolava un suo saggio sulla crisi politica italiana. Quella frattura, di diversa qualità e ai tempi ancora trattenuta da una miriade di fattori sociali e politici, da qualche anno – complice la crisi economica – è deflagrata dissolvendo tutto un mondo della politica ancora legato – anche in forma critica – al mondo pre-crisi. Chi crede che “la sinistra” (qualsiasi senso voglia darsi a questa logora parola) abbia contato qualcosa nel risultato referendario, sta reiterando le ragioni dell’incomprensione del mondo attuale. E per fortuna, che non ha contato nulla. Altrimenti staremmo commentando l’ennesima sconfitta. E’ stato però un voto di classe, perfettamente sovrapponibile alle elezioni comunali della scorsa estate. Sta tutta qui la tragedia (politica) dei nostri tempi. Se “classe” e “sinistra” avessero solamente preso strade divergenti, il problema non sarebbe neanche tanto grave. Hanno invece preso strade contraddittorie: le scelte della classe sono in contrapposizione alle scelte della sinistra. Continua a leggere »

#Ciaone

 

Non coglieremmo il senso di questo referendum se restringessimo la visuale su Renzi o la Costituzione. A dispetto dell’ideologia tecnocratica che vorrebbe disattivare il significato politico dei processi rappresentativi – elettorali o meno – ogni elezione è un’elezione politica, nel suo senso più profondo e generale. Ogni scontro particolare racchiude una frattura fra una sinistra e una destra, fra una visione del mondo e un’altra. La sconfitta del management renziano piddista non è (solo) una battuta d’arresto nel processo di revisione istituzionale del paese, ma l’ennesimo atto di rifiuto popolare verso il potere liberista, qualsiasi forma questo prenda e sotto qualsiasi veste questo si presenti. La vittoria del No è allora in scia del No al referendum greco del 2015; della vittoria della Brexit la scorsa estate; della vittoria di Trump il mese scorso. E, più in generale, dell’affermazione dei populismi di destra, come il Front national in Francia; di “centro”, come il M5S in Italia; o di “sinistra”, come Podemos in Spagna o il temporaneo successo di Bernie Sanders negli Usa. E’ un mondo della rappresentanza e delle istanze della politica che si sta trasformando davanti ai nostri occhi, lasciando la sinistra sempre più spaesata, succube di riferimenti politici ormai completamente disattivati. E’ la forza delle masse che hanno reciso ogni forma “ordinaria” della partecipazione politica, che si esprimono a volte non votando, altre mandando un segnale dirompente di rifiuto dell’establishment politico-economico, qualsiasi forma questo prenda, di destra o di “centrosinistra”. Continua a leggere »

Elezioni USA: la mitologia della mitologia.

In questi primi giorni della presidenza Trump stiamo assistendo ad un fenomeno alquanto singolare: mentre i media mainstream, superato lo stordimento e la confusione per la vittoria “a sorpresa” del tycoon newyorkese e venuto meno il loro compito di influencer pro Clinton, si interrogano quasi quotidianamente sul significato sociale e politico della tornata elettorale statunitense, in molti, a sinistra, sembrerebbero provare a ricondurre tutto dentro uno schema interpretativo convenzionale: i conservatori a destra e i progressisti a sinistra, i ricchi da una parte e i poveri dall’altra, ecc. ecc. Continua a leggere »

Il cor(ro)sivo della Militant

Il trompe-l’oeil è letteralmente l’inganno dell’occhio, una tecnica pittorica capace di indurre in chi guarda l’illusione del reale. Ed è più o meno quello di cui sono rimaste vittime in questi mesi decine di politologi, sondaggisti, giornalisti e commentatori, soprattutto di sinistra, incapaci anche solo di immaginare la possibile vittoria di Trump. Ci sarà tempo e modo per analizzare sociologicamente le basi di quanto è successo l’8 novembre, ma a naso ci sembra di poter dire che se utilizassimo esclusivamente le categorie di “destra” e “sinistra”, difficilmente riusciremmo ad uscire dall’inganno dell’occhio. Il populismo, nella sua variante di destra, ha sconfitto il partito di Wall Street. Un multimiliardario ignorante, xenofobo e sessista si è fatto rappresentanza di una classe media impoverita e di una working class ridotta a pezzi dalla globalizzazione. Trump conquista gli stati della Rust Belt, tradizionalemnte operai e democratici, e conquista pure il voto femminile (64%) di quelle donne che lavorano e che non hanno una laurea, evidentemente più sensibili a quello che leggono in busta paga rispetto al politically correct. Segno che la realtà è ben più complessa e al tempo stesso anche più semplice di come spesso ce la descriviamo tra di noi. E’ questo il mondo contraddittorio, sporco e cattivo in cui dovremo imparare ad immergerci e a fare i conti, perchè c’è un filo che collega le fabbriche del Wisconsin con Goro o la Magliana. E spetterà anche a noi decidere di quale colore sarà questo filo, se rosso o nero.