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ACCADEVA OGGI…

15 December :
1969 - Pino Pinelli, ferroviere anarchico, sospettato ingiustamente per la strage di Piazza Fontana, muore "cadendo" dalla finestra della questura di Milano durante un interrogatorio diretto dal commissario Calabresi.
2000 - Scontri in via della Conciliazione (Città del Vaticano) tra Polizia e militanti antifascisti che protestano contro la visita del cancelliere austriaco, il razzista Jorg Haider

STATS

Tristi topici

 

Buffoni che campate di versi senza forza avrete soldi e gloria, ma non avete scorza…

Quegli applausi mai sentiti

 

Gli applausi, bisognerebbe dire anzi la vera e propria ovazione, che il popolo di Genova presente ai funerali di ieri ha tributato al governo, a Salvini e Di Maio, sono un evento senza precedenti. Mai di fronte a una tragedia pubblica il governo ne è uscito così sostenuto, da un popolo vero, in carne e ossa, con tutte le sue tragiche contraddizioni. Siamo di fronte ad un cambiamento epocale – lo abbiamo già detto? – che ogni giorno viene confermato da un fatto nuovo e clamoroso. Provate a chiedere alle migliaia di vittime delle multiformi catastrofi del nostro paese – di ogni paese. Bombe fasciste e terremoti, alluvioni e terrorismo, stragismo mafioso o calamità naturali: mai il sentimento di rivalsa di un paese si è rispecchiato così fortemente nella sua classe politica di governo. Continua a leggere »

Immagini della putrefazione politica della sinistra

 

Come regalare altri milioni di consensi e voti al “populismo”, e come al contempo riuscire nell’ardita impresa di farsi odiare visceralmente da quel “popolo” con cui non si hanno più relazioni, nè umane né tantomeno politiche? Ce lo sta mostrando in questi giorni la “sinistra”, o almeno una parte rilevante di questa, intruppatasi a difesa dei Benetton e del capitalismo privato. Le immagini e le parole nauseabonde urtano ogni sensibilità popolare, collaborando col nemico pur di salvaguardare la propria rendita intellettuale messa in crisi dal populismo di governo. Michele Prospero, ad esempio. Il prototipo più conseguente del baronismo universitario, legato mani e piedi al regime democratico post-comunista, così scrive dalle colonne del Manifesto: «il governo approfitta dei cadaveri e delle macerie ancora calde per sperimentare gli effetti del populismo penale. […] Il governo del cambiamento, senza alcun bisogno di attendere accertamenti, risultanze di inchieste, perizie tecniche, ha avviato le procedure per la revoca sommaria delle concessioni alla società che gestisce le autostrade in combutta con la vecchia politica». La lotta politica sostituita dal cavillismo procedurale, la verità della tragedia nascosta tra le pieghe dell’azzeccagarbugli giuridico, pur di evitare il corpo a corpo con la nazionalizzazione, che è sempre un atto d’imperio, quindi giuridicamente ambiguo. Può dormire sonni tranquilli il cadreghista universitario, non ci sarà nessun esproprio né nazionalizzazione, tutto rimarrà come prima. Il problema tornerà ad essere Renzi e le correnti interne al Pd. Continua a leggere »

Stato o privato, questa la scelta

 

Mai avremmo pensato possibile un evento come il crollo del viadotto autostradale di Genova. E’, in tutti i sensi, un fatto mai visto, unico e forse irripetibile. Eppure nella moltiplicazione geometrica di commenti che un avvenimento come questo si porta dietro, stiamo assistendo ad un altro fatto altrettanto unico: la sinistra per Benetton. Non quella “sinistra” con cui vengono definiti Pd, Leu e compagnia varia, protesi ideologica del monopolismo liberista. Parliamo proprio della sinistra radicale in sostegno del capitalismo privato. Pur di combattere il M5S, pur di marcare una discontinuità col cosiddetto populismo, pur di combattere il famigerato Stato nazionale, pur di segnare una distanza col governo giallo-verde, pur di mostrarsi razionali, ragionevoli e più intelligenti del popolaccio che ha mandato al governo Salvini e Di Maio: eccoli schierati con gli interessi della privatizzazione e contro le ragioni della nazionalizzazione. Continua a leggere »

Dalla grande opera alla grande manutenzione

 

Immaginare che ad un tratto i capitali privati decidano di trasferire il proprio core business dalla speculazione (di vario tipo: residenziale, infrastrutturale, commerciale, logistica, etc) alla manutenzione del già costruito, significa ignorare il principio di valorizzazione dell’economia privata. Significherebbe costringere quei capitali a muoversi secondo indicazioni pubbliche, cioè politiche. Vorrebbe dire vincolare i movimenti di capitali, affacciarsi cioè nel regno dell’assolutamente proibito. Solo per dare un cenno dell’impresa, proprio oggi, nel classico coro post-catastrofe del “ci vuole più Stato” e del “servono più investimenti”, sul Corriere della Sera Lorenzo Bini Smaghi così raccontava la crisi della Lira turca: «Se c’è un fattore che tende a coagulare i comportamenti di migliaia di operatori è proprio il timore di misure come i controlli sui movimenti di capitale». A pagina uno ci vuole più Stato, ma a pagina trenta si ricorda che questo non deve intromettersi nei processi economici. Vincolare, dirigere, perimetrare la libertà dei capitali di valorizzarsi indefinitamente è il non expedit del capitalismo, ancor più accentuato nella sua fase liberista nella quale stiamo invecchiando.   Continua a leggere »

Dalle fake news alle fuck news

 

Che il romanzo giornalistico sulle fake news fosse un’arma ideologica nelle mani dell’ordoliberismo è cosa persino ovvia. Basti pensare a come è stato raccontato l’attentato subito dal presidente Maduro («attentato farlocco», «fatto in casa», «prefabbricato»…) e metterlo a confronto con il “tweet storm” subito dal presidente Mattarella: «attentato alla libertà del capo dello Stato», «attacco all’Italia», «atto terroristico», «cyberterrorismo» e via delirando. Chi è il produttore di fake news in questo caso? L’oscura spectre russa al soldo di Putin? Qualche invasato nerd dell’alt right americana? O, più prosaicamente, il normale flusso informativo liberale fabbricato dai principali quotidiani, dai telegiornali, dalla cultura politico-giornalistica mainstream? Continua a leggere »

Dignità perduta

 

Sul cosiddetto Decreto dignità in questi due mesi s’è letto di tutto. Il giudizio unanime è invariabilmente negativo, e non potrebbe essere altrimenti. Per il mondo aziendale costituisce il primo atto governativo contrario alla progressiva flessibilizzazione del mercato del lavoro; per le sinistre il tentativo legislativo si è fermato all’annuncio di alcuni desideri tradotti malamente in legge, un coacervo di norme incoerenti, timorose e dunque inefficaci. Nel migliore dei casi, un palliativo propagandistico. Eppure il dibattito, di destra e di sinistra, si è accodato a una versione della realtà decisamente equivoca: quella secondo la quale tale decreto produrrebbe, di per sé, dei licenziamenti. Sia che lo si valuti “troppo” protettivo, sia che lo si valuti “troppo poco” utile alla difesa delle ragioni dei lavoratori, il sillogismo secondo il quale il decreto costringerebbe inevitabilmente le imprese a licenziare è ingannevole. Un sillogismo veicolato dal partito di Repubblica, che però ha avuto la forza di imporsi come realtà dei fatti. Continua a leggere »

Primi caldi a via Solferino

 

Dice Wikipedia: “Il bias cognitivo, in psicologia indica un giudizio (o un pregiudizio) non necessariamente corrispondente all’evidenza, sviluppato sulla base dell’interpretazione delle informazioni in possesso, anche se non logicamente o semanticamente connesse tra loro, che porta dunque a un errore di valutazione o a mancanza di oggettività di giudizio”.

Grecia 2018, Di austerità (e di Ue) si muore.

Mentre ancora non si ferma la conta tristissima delle vittime, tra cui figurano tantissimi bambini, inizia ad emergere la responsabilità umana di una strage, come sempre, evitabile. E non ci riferiamo soltanto alla natura presuntamente dolosa degli incendi che hanno devastato la Grecia, ma a responsabilità politiche ben precise che partono da Atene per arrivare fino a Bruxelles e nelle principali capitali europee. Continua a leggere »

Ego te absolvo, in nomine Ceo

 

Se potessimo racchiudere in una sola notizia, in un solo evento, lo spirito dei tempi che corriamo, questa sarebbe la vicenda Marchionne. Non si tratta, in questo momento, di prendere parte ai commenti estasiati tanto per il suo lavoro (figuriamoci) quanto per la sua prossima morte (per quanto…). Va da sé che a noi della vita di uno come Marchionne ci interessa il giusto, senza per questo sconfinare nella facile battuta che risulta, per l’appunto, fin troppo facile. Quello che non torna, persino rimanendo completamente dentro la cultura media dell’attuale crisi liberista, è l’esaltazione politica, economica, giornalistica, culturale, del manager. La beatificazione del Ceo, questa davvero ci mancava. Un tempo, neanche troppo lontano, avremmo assistito ad un più ossequioso e compiaciuto silenzio. Marchionne non è il padrone della Fiat, oggi Fca. Non assistiamo dunque all’agiografia del capitano coraggioso, dello spirito animale, dell’imprenditore visionario. Non subiamo le magnifiche sorti e progressive di un Agnelli, di uno Steve Jobs, o di qualche altro capitalista in grado di riattivare il ciclo di valorizzazione del proprio capitale al prezzo di licenziamenti, decurtazione salariale, delocalizzazioni e innovazione tecnologica. Siamo qui all’onanismo manageriale, alle laudi del tecnicismo finanziario, incarnazione dello spirito bocconiano della business school e del risk management. Continua a leggere »