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L’immigrazione immaginaria/3

 

A dispetto della travolgente crescita economica, gli italiani persistono a emigrare. Anzi, secondo il Corriere della Sera (29 novembre), «il numero di italiani che se ne vanno per cercare di farsi una vita all’estero continua a crescere verso livelli mai raggiunti prima». Se ne vanno soprattutto a Londra: «solo Italia, Grecia e Bulgaria registrano flussi in aumento rispetto all’anno prima e solo l’Italia (con 60mila iscrizioni) lo fa fra i grandi paesi di origine delle migrazioni verso la Gran Bretagna». Ancora: «spagnoli, portoghesi, irlandesi, polacchi, ungheresi o slovacchi fanno tutti segnare crolli a doppia cifra degli afflussi verso il Regno Unito». In numeri assoluti, tra il giugno 2016 e il giugno 2017 sono emigrati in Inghilterra 60mila italiani, +2% rispetto all’anno precedente. A Londra, al momento, vivono e lavorano 147mila italiani, mentre in tutto il Regno Unito gli italiani sono 700mila. Non va meglio in Germania, seconda destinazione preferita per i migranti italiani: «l’emigrazione italiana verso le Germania nel 2016 segna un rallentamento, ma molto lieve: l’ufficio statistico tedesco registra 50mila arrivi; sono meno dei 74mila del 2014, eppure più degli arrivi di italiani del 2012 quando in Italia c’era stata una distruzione netta di oltre 200mila posti di lavoro». Anche qui, «i flussi continuano a crescere mentre frenano per spagnoli o portoghesi». Continua a leggere »

Le ipocrisie del civismo proprietario

La vicenda Retake e il fenomeno del volontarismo antidegrado, a cui abbiamo già dedicato alcune riflessioni nei mesi scorsi (leggi), questa settimana si è arricchito di nuovi aspetti che meritano di essere sottolineati. Prima di tutto i fatti. Domenica scorsa i pasdaran delle spugnette hanno deciso di dedicare le loro attenzioni all’isola pedonale del Pigneto dimenticando, nella loro furia iconoclasta, persino di rispettare quella proprietà privata a cui pure dicono di tenere tanto. Continua a leggere »

L’immigrazione immaginaria/2

 

Qualche mese fa ragionavamo dello iato – colossale – tra percezione e realtà dei fenomeni migratori in Italia. Nella virtualità dei rapporti politici e mediatici ci viene raccontato un paese “invaso” da migranti in fuga; nella realtà le statistiche ufficiali ci descrivono un paese che si sta lentamente svuotando. Il numero di italiani che emigrano è superiore al numero di stranieri che arrivano in Italia. Un numero talmente grande – quello degli italiani emigranti – da preoccupare persino organizzazioni internazionali come l’Ocse. Qualche giorno fa sul Corriere della Sera Federico Fubini faceva luce su un’altra serie di dati che smentiscono clamorosamente la percezione mediatica della realtà. Il primo: «il 2017 potrebbe rilevarsi il primo anno della storia recente nel quale il numero di stranieri che vivono in Italia inizia a diminuire». Tanto strepitare di invasione, ed ecco che la popolazione migrante diminuisce invece di aumentare. Un fatto storico, visto che dal 1981 la popolazione migrante nel nostro paese è sempre aumentata. Ma di quanto? Ecco un altro dato che fa letteralmente a cazzotti con la narrazione politico-mediatica del bel paese ospitale: «dal 2013 il totale dei residenti stranieri è sempre aumentato di meno di 50mila persone all’anno». Continua a leggere »

Elezioni e “stabilità”: quello che la politica liberale non dice

 

Due mesi dopo le elezioni del 24 settembre, la Germania si trova ancora senza governo. Per di più, sarà destinata a restarci ancora per molto, e già si affaccia l’ipotesi di nuove elezioni. Quello che viene portato avanti come esempio di “stabilità” politica si è impantanato nel più classico stallo all’italiana. Uno stallo che però ha motivazioni di portata generale. La Germania è solo l’ultimo dei paesi senza governo. Negli ultimi due anni, soltanto in Europa, abbiamo avuto la Spagna senza governo per un anno intero, l’Olanda per otto mesi, la Gran Bretagna ancora oggi senza maggioranza parlamentare. La “stabilità” non risiede evidentemente nei governi nazionali. Difatti, nessuno di questi tre paesi ha dovuto affrontare vendette finanziarie, attacchi speculativi, fuga degli investitori o declini produttivi. Al contrario, hanno tutti visto un significativo rialzo delle stime di crescita. Continua a leggere »

La “massima peccaminosità” di Diego Fusaro

 

Di fenomenologie del delirium fusariano ne è ormai pieno il web. Ancora oggi, quella scritta da Raffaele Alberto Ventura ci sembra la più centrata nello svelare la natura del “pensiero” fusariano, ibrido posto all’incrocio tra la spettacolarizzazione mediatica e la demenza politica. Ad interessarci sono le critiche, ovvero le argomentazioni utilizzate per smascherare il “fusarismo”. Non sappiamo se Fusaro sia consapevole del compito di cui è investito nella sua onnipresenza mediatica, ovvero la macchiettizzazione del marxismo. Fusaro, a prescindere da cosa pensi di se stesso, arreda i palinsesti televisivi in quanto marxista, ma viene ospitato e sostenuto in quanto ridicolizzazione del marxismo. La meta-narrazione così disposta presenta il marxismo per bocca di Fusaro (cioè di “quelli come” Fusaro: intellettuali con la sciarpa al collo e fuori dalla realtà), Fusaro come soggetto caricaturale, dunque il marxismo come parodia intellettuale. La critica a Fusaro però diviene sempre meno nitida man mano che ci approssimiamo alla sinistra. Per la stragrande maggioranza della quale Fusaro è soltanto «un fascista» (o, nelle sue sfumature, «rossobruno», «geopolitico», eccetera). Per una piccola parte, Fusaro è invece un marxista, di quelli che hanno ancora il coraggio di dire le cose come stanno e via dicendo. Ci sembra che le due invettive manchino di individuare la contraddizione principale, che ha Fusaro come protagonista ma che non riguarda soltanto lui ma l’intellettualità politica nel suo complesso. Continua a leggere »

Mostri generati dal deserto della politica

 

In primo luogo, andrebbe davvero compresa quanta legittimità possa avere un processo elettorale che porta al voto il 36% della popolazione elettorale (molto meno, peraltro, della popolazione complessiva). Questo il risultato, eclatante, del voto nel X Municipio, un territorio di 231.000 persone e 185.000 votanti, di cui hanno votato solo in 67.000. Una popolazione molto grande, equivalente a una media città italiana, che sceglierà il suo vertice amministrativo nella sostanziale avversità della popolazione residente. Un’elezione delegittimata di fatto dal comportamento materiale della popolazione, elettorale e non, che ha sancito uno storico rifiuto per le opzioni politiche esistenti, tutte, inequivocabilmente, residuali. Una critica che in primo luogo coinvolge la “sinistra”, completamente assente dalla competizione perché da troppi anni assente nel territorio municipale e in particolare a Ostia, vertice del disastro urbano metropolitano. Tanto per dire, il candidato di “Sinistra unita” Eugenio Bellomo, l’unico cartello di “sinistra” presentatosi alle elezioni, esprimeva in conclusione della campagna elettorale il suo proposito di governo: «ci dev’essere un collegamento strettissimo con le forze dell’ordine». Come suicidarsi politicamente ed elettoralmente, per di più con la malcelata presunzione di superiorità morale rispetto al resto dei candidati. Continua a leggere »

Il ritorno della crescita, un problema più serio del previsto

 

Quale che sia la portata reale dell’attuale crescita economica, c’è un dato che inciderà notevolmente sugli orizzonti politici d’ogni ordine e grado: la crisi è alle spalle. Che questa affermazione, strombazzata ovunque, non corrisponda a verità, è (per il momento) un dato di fatto materiale con cui continuerà a scontrarsi una certa rappresentazione della realtà. Nondimeno, non va sottovalutata la forza retorica del bombardamento mediatico in cui siamo immersi. Nel racconto pubblico, sia esso proveniente dai giornali, tg, social network, cultura mainstream, eccetera, siamo fuori dalla crisi e dentro un nuovo ciclo d’espansione economica. Per dire, un’intera pagina del Corriere della Sera di ieri – domenica 29 ottobre – ci illustrava la «sorpresa Italia», nel senso di una crescita più alta del previsto, addirittura più alta di Francia e Germania. Notizia, questa, che seguiva di un giorno il rialzo del rating operato da Standard&Poor’s, ultima di una seria di notizie strabilianti sulle nostre prestazioni economiche. La realtà, come detto, è ancora diversa. Sul piano dei rapporti politici, però, questa crescita mediatizzata contribuirà – già è in atto un riposizionamento generale – a cambiare i discorsi della politica sedimentati in questo decennio. In primo luogo, l’Unione europea. Continua a leggere »

Sinistre difese dell’autonomia liberista

 

Qualcuno si domanda ancora perché la “sinistra” sia divenuta nel frattempo sinonimo di liberismo. La mozione “democratica”, mediaticamente protagonista di questi giorni, svela il ruolo di questa sinistra di complemento, elettoralmente barricadera e politicamente veicolo principale del sistema ordoliberale europeista. Il merito della mozione promossa da Renzi – la richiesta di discontinuità dell’azione di vigilanza di Bankitalia – è in sé poca cosa e rispondente unicamente a interessi di posizionamento elettoralistico. Più in generale però il senso di quella mozione appare condivisibile: la politica deve poter controllare e valutare l’azione della banca centrale. Un’azione, come sappiamo, dal 1981 libera da qualsiasi vincolo politico. Continua a leggere »

Bufale elettorali

 

Impossibile entrare nel merito della nuova legge elettorale definita dai giornali Rosatellum: come ogni riorganizzazione istituzionale degli ultimi trent’anni almeno, è completamente disconnessa da qualsiasi riferimento sociale. L’escamotage elettoralistico trovato in extremis (sempre che passi al Senato) è, come evidente da tempo, l’unico possibile. L’obiettivo esclusivo del sistema politico italiano è impedire al M5S di conquistare la maggioranza dei voti e, tramite questi, governare in autonomia il paese. Questa incoercibilità ha diverse spiegazioni: da una parte, nessun ceto dirigenziale favorisce la propria rottamazione; dall’altra, la natura informe del partito grillino ancora “spaventa” le classi dirigenti del paese (nonostante l’evidente torsione moderata-reazionaria): potrebbero bloccare la Tav, sparare sui migranti al largo delle coste siciliane, introdurre il Bit Coin come valuta ufficiale e, chissà, aprire un’ambasciata in Corea del Nord. Sono, in altre parole, imprevedibili e incapaci, due proprietà che, per l’appunto, spaventano quella classe dirigente che tanto ha faticato per mettersi al servizio del sistema economico tedesco. In un sistema elettoralmente tripolare l’unico strumento per impedire la governabilità di uno solo dei soggetti in campo è favorire coalizioni politiche trasversali. Il Rosatellum è nato proprio per questo. Continua a leggere »

Nuove identità mimetiche


Nonostante il trionfo di immagini socializzate, a sinistra la questione catalana continua a mietere dissensi trasversali. Un trentennio abbondante di demonizzazione dello Stato nazionale ha impedito un aggiornamento del dibattito politico, ritrovandoci oggi afoni rispetto alle insorgenze (popolari, conflittuali o solo elettorali) che da più parti in Europa rivendicano – da sinistra – un’attenzione alla questione nazionale. Che non ha più i caratteri ottocenteschi della “liberazione dei popoli” o quelli novecenteschi della lotta al colonialismo, ma che merita indagini meno vincolate ideologicamente. Il cosmopolitismo ordoliberale, nella sua pervasiva capacità di insinuarsi tra le pieghe del pensiero comune, costruendo un’egemonia di senso apparentemente inscalfibile, ha fatto il resto: la questione nazionale è per definizione appaltata alla destra, alla reazione, al revanscismo. Questo è però un fatto relativamente nuovo, databile più o meno con la fine degli anni Settanta. Prima il marxismo era riuscito ad esprimere non tanto una sintesi, ma un dibattito originale, capace di legare l’aspetto sociale e quello nazionale, smascherando il nazionalismo ma salvaguardando quel tanto di progressivo che lo Stato nazionale portava con sé in termini di diritti di cittadinanza, di inclusione pubblica delle masse subalterne, di riconoscimento formale delle classi in lotta. Continua a leggere »