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La sostanza politica del terrorismo

 

Scrive Carlo Rovelli sul Corriere (22 giugno) un articolo di apparente buon senso sul terrorismo. Perché ci indigniamo tanto e ci spaventiamo, si legge, per un fenomeno che fa decisamente meno morti degli incidenti stradali? Se un crimine è sempre tale, «perché non ci commuoviamo egualmente per altre morti causate da crimini?» Segue una sacrosanta lista di crimini altrettanto efferati per cui scarseggia tale commozione sociale: donne uccise da mariti gelosi; neri americani uccisi da poliziotti; operai uccisi da direttori dei cantieri, e altri esempi simili. Il motivo, scrive sempre Rovelli, è nella spasmodica attenzione riservata alle morti per terrorismo da parte di media e politici. Ogni morte violenta dovrebbe allarmarci altrettanto, eppure così non è. Relegate nei trafiletti di cronaca nera, le scabrose narrazioni sulle nefandezze omicide riemergono solo se il protagonista è “il terrorista”, svelando peraltro un certo sostrato razzista della nostra cultura massmediatica. Altrettanto giustamente, Rovelli ribalta l’assunto per cui tale spazio viene dedicato al terrorismo perché spaventa la maggior parte della popolazione: «sentiamo il terrorismo toccarci personalmente perché politici e media gli dedicano estrema attenzione». E’ una paura indotta capace di generare insicurezza diffusa, in un circuito politicamente funzionale alla gestione della sicurezza nella società liberale post-democratica. Continua a leggere »

Tempo di elezioni, tempo di costituenti

 

Ogni elezione si tira dietro la sua necessaria escalation di costituenti più o meno “rosse”. E’ il richiamo della foresta elettorale, quello per cui alla “domanda di sinistra” dovrebbe corrispondere un’offerta conseguente. Si moltiplicano allora i contenitori, tutti certo aperti ed eterogenei, in grado di offrire quello che gli elettori chiedono da tempo: una sinistra che faccia la sinistra. C’è la sinistra radicalmente socialdemocratica e keynesiana; c’è quella umanitaria e pacifista; ci sono le varie sinistre comuniste, quelle imperiali e quelle anti-imperialiste; ci sono quelle rosa, rosé, arcobaleno. Ce n’è insomma per tutti i gusti, per tutte le teorie e per tutti i programmi. Ancora nel 2017 tutto lo spettro del marxismo trova in Italia il suo riferimento politico, ciascuno lamentandosi della mancanza di una proposta “veramente marxista”, ognuno presentandosi come vero e unico comunista. Continua a leggere »

Ius soli o della demenza fascista

[Italiani si nasce...ma non erano contro lo Ius soli?]

«Diritto al lavoro non ce lo abbiamo noi non ce lo avranno loro»: questo uno degli slogan utilizzati ieri da Forza nuova nelle proteste contro l’approvazione della legge sul cosiddetto “Ius soli”. Uno slogan che racchiude tutti i caratteri della reazione, sia quella manifesta del neofascismo, sia quella mascherata della Lega nord e partiti affini. Potrebbe essere la parola d’ordine elettorale di tutto un campo della politica, che va dal Pd alle frattaglie neofasciste, a pensarci bene. Il problema non è la povertà infatti, così come non è mai stato, per questi partiti, la disoccupazione, il lavoro precario, la scomparsa dello Stato sociale e dei diritti di cittadinanza. Il problema è il povero, il disoccupato, il precario, il lavoratore impoverito. E il migrante, ovviamente. Anzi, il migrante prima di ogni altro, visto che giace in fondo alla catena alimentare capitalista, soggetto fondamentale e, proprio per questo, reietto socialmente e giuridicamente. Ma nonostante ciò è davvero rivelatore questo lapsus gridato per le strade di Roma, per cui il problema non è il “diritto al lavoro”, ma impedire ad altri di raggiungere questo diritto, nel frattempo scomparso dai radar “degli italiani”. L’esclusione e la differenza si presentano come caratteri distintivi della reazione.

L’inutile frustrazione della sinistra elettorale

 

Il partito grillino ha perso le elezioni comunali, momento elettorale che, favorendo la personalizzazione concentrata sul “candidato sindaco”, si presenta oggettivamente faticoso per un soggetto politico che fa del voto d’opinione il suo punto di forza. Ma il M5S paga anche sue responsabilità manifeste: non tanto (o non solo) errori legati alla campagna elettorale più o meno azzeccata o i passi falsi come a Genova. Il problema principale è che più tempo scorre, più il bluff populista perde di appeal perché “costretto” sempre più a misurarsi col potere. Da movimento anti-sistema (almeno così percepito dalla popolazione elettorale) a partito di governo: una traiettoria che lascia dietro di sé molte delle capacità elettorali pentastellate. Detto questo, oltre all’astensionismo strutturale, l’altro dato importante espresso dalle elezioni comunali è la rimonta delle forze di “centrodestra”. La parziale disillusione verso i Cinque stelle non apre alcun margine di recupero per le sinistre, anzi, quei voti in libera uscita grillina sembrano tornare all’ovile forzaleghista. Continua a leggere »

Sconfitta del “populismo”?

 

A cavallo delle Alpi le veline liberali esultano senza ritegno: battuto il populismo! In realtà, le ragioni della contestazione globale contro i ceti dirigenti liberisti appaiono più forti che mai. In Francia il partito di sistema En Marche! vince le elezioni meno partecipate della storia repubblicana. In Italia la chiara sconfitta Cinque stelle avviene in presenza della peggiore affluenza elettorale degli ultimi decenni. Non siamo in presenza di alcun “recupero” della politica tradizionale allora. Al contrario, se c’è un dato comune alle elezioni tenute contestualmente in Francia e in Italia è proprio il rafforzamento della disaffezione e del disincanto popolare. Le ragioni del “populismo” sono ancora tutte sul terreno e acquistano forza, con buona pace di chi vede in un momentaneo spostamento di voti interno alla borghesia una rivincita di classe. Lo riconosce anche Massimo Nava sul Corriere della Sera: «il successo è determinato dalle debolezze degli avversari, oltre che dalle regole del gioco. Milioni di voti al Fn, oltre ai voti dell’estrema sinistra e socialisti, avranno pochi seggi, ma restano un serbatoio di protesta e opposizione. L’altra faccia della Francia, povera e delusa, non si riconosce nel nuovo blocco sociale che sostiene il giovane presidente». Continua a leggere »

La Ue impone il Pd dispone, ovvero della tragicomica farsa della legge elettorale

 

Soffocata nella culla per colpa dei soliti franchi tiratori: questa la versione ufficiale sul fallimento dell’accordo sulla nuova legge elettorale. Ma il voto segreto che diventa palese svela l’ipocrisia della politica e le ragioni materiali che animano gli schieramenti in campo. Al Pd renziano serviva la legge elettorale proposta, per due ragioni: la prima, impedire un governo Cinque stelle, cosa possibile solamente riscoprendosi proporzionalista; la seconda, andare velocemente alle urne impedendo così a un governo Pd in scadenza (quello Gentiloni) di votare una “legge di stabilità” che avrebbe come minimo dimezzato il suo consenso elettorale. Ma dall’Unione europea, per bocca dei suoi probiviri nazionali Prodi e Napolitano, è arrivato il diktat inaggirabile: quello di Gentiloni è il miglior governo possibile per approvare senza ritardi né polemiche una legge che dovrà tagliare miliardi di spesa pubblica. Continua a leggere »

Le verità di Morassut su Roma

Riferisce un vecchio adagio che la verità è sempre rivoluzionaria. A ben vedere, dipende chi la racconta questa verità. Perché a volta emerge dalle pieghe stesse del potere, assumendo tutt’altro valore. L’ex consigliere e assessore comunale Roberto Morassut, oggi parlamentare Pd, si lascia scappare alcuni dati oggettivi sulla realtà romana che i movimenti dicono da anni, ogni volta liquidati come ideologici o nostalgici o chissà cos’altro. Ad esempio sul debito: «bisogna rileggere bene la storia del debito. Nel 2008 il livello di indebitamento pro capite di Roma era inferiore a quello di Milano e Torino. Ma si decise, per colpevolizzare un’intera stagione, di gridare al disastro e scaricare tutti i debiti sul bilancio dello Stato, creando la Bad company del Commissariamento che ha il compito di pagare i debiti. […] La mie domande dunque sono queste : quel debito può essere onorato con strumenti ordinari? La lista dei creditori è certa e verificata? Come restituire capacità di investimento alla macchina pubblica?». Semplici verità ricavabili dalla lettura dei dati sulla città, dal confronto con le sue impietose statistiche. Continua a leggere »

Proporzionali’s karma

 

Fior di articolesse per anni ci hanno spiegato delle magnifiche virtù del maggioritario nel ridurre la rappresentanza politica e, di conseguenza, moltiplicare geometricamente la “governabilità”, unico e decisivo mantra dell’Europa neoliberale. Viceversa, negli stessi anni e negli stessi ragionamenti verbosi a quattro colonne, venivamo informati dei malefici guasti che il proporzionale avrebbe portato al già frammentato sistema politico italiano: incremento esponenziale dell’offerta politica, atomizzazione nucleare dei partiti in Parlamento, e non parliamo di formare un governo: impossibile per definizione con un sistema proporzionale. Poi, incredibile! – come direbbe Piccinini – abbiamo scoperto non solo che dal 2005 in Italia vige una legge elettorale proporzionale (la legge Calderoli denominata Porcellum); non solo che la riforma di questa legge, il cosiddetto Italicum, che avrebbe dovuto imprimere la fatidica sterzata governista, era anch’essa una legge proporzionale (pur con la mediazione decisiva del doppio turno); ma anche che il sistema politico più saldo d’Europa, quello tedesco, elegge i suoi parlamentari e i suoi governi con un sistema proporzionale (qui). Inaudito, qualcuno avverta Panebianco e Galli della Loggia: non c’è nessun ritorno al proporzionale, ci siamo già da dodici anni. Continua a leggere »

Il nuovo orizzonte tedesco, tra necessità produttive e indipendenza militare

 

Le recenti parole di Angela Merkel sulla presunta fine della relazione speciale tra Stati uniti e Unione europea non devono essere esagerate nella loro importanza, ma neanche sottovalutate. A differenza dell’Italia o della Ue genericamente intesa, la Germania ha una sua strategia di medio periodo. Una visione – proprio perché strategica – capace di tenere insieme l’aspetto economico con quello politico e militare. Delle due frasi riportate su ogni giornale, tutti si sono concentrati sulla prima («I tempi in cui potevamo contare pienamente su altri sono in una certa misura finiti», riferendosi agli Usa), mentre è la seconda parte ad essere rilevante: «Noi europei dobbiamo veramente prendere il nostro destino nelle nostre mani». Continua a leggere »

Accoglienza e repressione del Partito Chiesa

 

Il Partito democratico conferma, con la marcia di Milano guidata da Giuseppe Sala e presidiata da tutta la federazione lombarda del partito, la sua natura politica di istituzione totale. Come la Chiesa, nel suo seno vorrebbero essere ricondotte le esigenze del governo e quelle dell’opposizione; gli interessi delle élite finanziarie e le ragioni del lavoro; l’accoglienza dei migranti con la repressione della legge Minniti. Lungi dal costituire una contraddizione, la natura onnicomprensiva del Pd è in realtà un progetto politico di “governamentalità”, secondo un lessico foucaultiano. E’ un’arte del governare, in cui dovrebbero trovare posto tutte le esigenze della realtà, e in cui ogni contraddizione materiale viene piegata agli interessi dell’europeismo neoliberale. Continua a leggere »