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E’ morto Paolo Villaggio. Era ora

 

Paolo Villaggio ha percorso l’affollatissima strada dell’uomo di cultura italiano del Novecento: da originale, a tratti geniale, interprete di una società in fase di profonda trasformazione, a portavoce di indicibili banalità sull’universo mondo. Questa parabola lo accomuna al 99% della cricca intellettuale del nostro paese, un mondo che è transitato, senza colpo ferire, dall’opposizione ai canoni culturali e politici dominanti al più completo asservimento verso di questi. Una generazione intellettuale prima organica, volente o nolente, a una visione del mondo. Poi festosamente disorganica, e proprio per questo libera di sparare le più immani boiate, le più trite ovvietà sub-culturali, circondata da quell’aura intellettuale opportunamente veicolata dal dispositivo televisivo. Eppure Paolo Villaggio è stato, per un breve periodo, interprete di un’acuta riflessione sulla società italiana e sulle contraddizioni generate dal suo arrembante sviluppo capitalistico. Continua a leggere »

Su di un’intuizione riguardo al Futurismo

 

Il problema del Futurismo, e delle avanguardie storiche in generale, è il loro procedere per suggestioni. Cosa significa nel caso futurista? Leggiamo le biografie dei maggiori esponenti del primo Futurismo: Marinetti, nato ad Alessandria D’Egitto; Boccioni, nato a Reggio Calabria; Carrà, nato a Quargnento; Severini, nato a Cortona; Russolo, nato a Portogruaro; Sant’Elia, nato a Como; Depero (che però è il massimo esponente del secondo Futurismo), nato a Fondo; Balla, nato a Torino. Ad eccezione di Giacomo Balla, il resto della congrega proviene dalla provincia. Non solo come luogo di nascita: tutti i “futuri futuristi” si formano nella provincia, giungendo in città molti tardi, nell’adolescenza. Un caso? Può essere. Ma per il discorso futurista forse non casuale. Quella folgorazione per la modernità, che marchierà ogni poetica futurista, riletta oggi assume le forme di un’ingenuità manifesta. Questa ingenuità è la chiave per comprendere il linguaggio futurista. Continua a leggere »

Sul fenomeno Bello Figo, ovvero: ma quanti sono gli analfabeti massmediali in Italia?

 

Su Bello Figo potremmo avanzare le peggiori interpretazioni sociologiche, filologiche o culturali. A prescindere dalla qualità della sua musica, i suoi versi smascherano (o vorrebbero smascherare) l’universo dei pregiudizi comuni sulla vita dei migranti in Italia: vengono spesati dallo Stato; non pagano l’affitto; vogliono il Wi-Fi gratis; eccetera. E’ uno svelamento spiazzante, per varie ragioni: perché avviene da un migrante, per giunta nero; perché procede per antifrasi, costringendo chi ascolta a chiedersi costantemente se ciò che sente ha un significato diretto o ironico; perché ribalta e demolisce il buonismo in cui sono confinati i migranti quando parlano della propria esperienza. Bello Figo ci dice invece che l’arma del cinismo e del sarcasmo caustico può essere impugnata anche dall’africano, dal migrante arrivato col barcone, dal nero. Che piangersi addosso non è l’unico linguaggio possibile per quelle popolazioni, anche loro alla ricerca di una lingua nuova per farsi riconoscere. Tutto ciò, converrete, è terrificante: tanto per il razzismo dominante quanto per la carità cristiana, le due forme ideologiche dell’accoglienza migrante. Continua a leggere »

In onore di Jim Thompson. Il più grande

 

Anno di anniversari questo 2017. Fra i quali, verranno certamente dimenticati i quarant’anni dalla morte di Jim Thompson (1906-1977). E’ stato, Thompson, il più grande scrittore noir americano del Novecento? Merita per noi il podio solamente per l’ignoranza che aleggia sul suo nome e sui suoi romanzi. Un’ignoranza che non ha impedito ad alcuni lettori importanti di rilevarne la grandezza, anzi, la supremazia di Thompson su un genere davvero particolare nella letteratura americana del XX secolo. Secondo Stephen King, “al meglio di sé, Jim Thompson era semplicemente il migliore, perché non era disposto a fermarsi”; per Joe R. Lansdale, “non esiste un altro autore paragonabile: Thompson faceva storia a sé”; anche Stanley Kubrick si accorse – davvero precocemente, ma i geni non sono tali per caso – della rivoluzione letteraria e culturale operata da Thompson. Parlando de L’assassino che è in me, Kubrick afferma che è “probabilmente il racconto in prima persona di una mente criminale più credibile e agghiacciante nel quale mi sia mai imbattuto”. Non a caso, lo volle come sceneggiatore dei suoi Rapina a mano armata e Orizzonti di gloria, quest’ultimo soprattutto opera monstre della cinematografia novecentesca. Continua a leggere »

Arte, storia e società in William Kentridge

Da due mesi l’imponente opera d’arte di William Kentridge campeggia sui bastioni del Lungotevere. Merita una riflessione politica, perché l’opera segna una discontinuità a nostro avviso decisiva nel rapporto disarticolato tra arte e società nel XXI secolo. In questi mesi si sono sprecati i commenti (per una panoramica: il manifesto, Domus, il lavoro culturale), tutti generalmente entusiasti del lavoro compiuto dall’artista sudafricano. Per una volta concordiamo. Non ci soffermeremo sulle qualità artistiche, già svelate da molti autorevoli critici e commentatori d’arte, e che riprendono tutto sommato modelli ampiamente utilizzati della land art già in voga dagli anni Sessanta. Ci piacerebbe però rilevarne la natura e l’importanza politica. Un rapporto, quello tra arte e politica, rotto da decenni e che Kentridge ripropone in una veste nuova. Continua a leggere »

L’Europa che ci piace

 

Manca ancora molto alla fine degli europei, ma quello che abbiamo visto finora ci basta per definirli i più belli di sempre. Di seguito, il pagellone, ancora parziale, dei grandi protagonisti in campo in questi giorni.

CGT VOTO 10: se ne frega dell’union sacrée calcistica e continua a bloccare il paese contro la controriforma liberista del lavoro. Mentalità.

RUSSI VOTO 9: i vincitori morali della manifestazione. Un manipolo di macchine da guerra che la polizia francese e i tifosi uniti di tutto il resto d’Europa non riescono a fermare. Hanno messo sottosopra tutte le città dell’europeo, che giocasse o meno la Russia. La Uefa minaccia l’esclusione della squadra dalla competizione e loro se ne sbattono assediando i centri storici occupati dagli imbolsiti hooligans inglesi, finalmente riportati alla loro naturale dimensione di ubriaconi da pub. Si filmano anche, deridono ogni forma di repressione, mostrano le loro facce, terrorizzano i tifosi occasionali da grande evento. Il governo russo, lungi dal condannare le violenze, difende i propri tifosi e accusa la Francia. Esempio. Continua a leggere »

Alla Sapienza il festival degli antifascisti di tutta Europa

 

Anche quest’anno torna l’Achtung Banditen Fest, il grande festival antifascista ormai consueto appuntamento di lotta, riflessione e divertimento contro ogni fascismo e razzismo. Un evento che negli anni è cresciuto oltre ogni aspettativa, arrivando lo scorso anno a coinvolgere più di 6000 persone nelle due giornate di iniziative. L’esigenza di coordinare pratiche e politiche antifasciste in una città da sempre laboratorio dell’estrema destra si è intrecciato quest’anno – ma già dall’anno scorso – con la riflessione sui nuovi movimenti reazionari del resto del continente, inserendo la questione italiana nella più generale ridefinizione politica delle nuove destre. Una riflessione che acquista molto più senso politico in questo decennale della morte per mano fascista di Renato Biagetti, un decennale che caratterizzerà anche la manifestazione antifascista del 25 aprile. E’ anche, questo festival, l’unica fonte d’entrata per il nostro collettivo e per altri collettivi studenteschi in questi anni in prima fila nella lotta al neofascismo. Un introito che servirà – speriamo non totalmente – per coprire le spese dei numerosi processi a nostro carico avviati in questi anni di contorsione repressiva. Il programma è talmente vasto da essere incomprimibile in un unico manifesto, motivo per cui elenchiamo qui di sotto gli eventi principali. Ci vediamo alla Sapienza, con Renato nel cuore e contro ogni fascismo.  Continua a leggere »

Visioni Militant(i): Mr. Robot, di Sam Esmail

Anche i meno attenti si saranno accorti che campeggiano ovunque cartelloni pubblicitari di presentazione di quella ormai già definita come la serie innovativa dell’anno: Mr. Robot. Il protagonista, Elliot, è raffigurato con il volto seminascosto dal cappuccio di una felpa nera… asociale,  misterioso, in perenne conflitto con il mondo. Un conflitto che durante la serie (per i meno pazienti, i meandri di internet nascondono gradevoli sorprese), si esprime non soltanto a livello soggettivo e individuale, dunque personale, ma anche dal punto di vista di una dimensione collettiva, sociale. Continua a leggere »

8 Marzo: qualche considerazione di classe

Tra le date che scandiscono la vita e la militanza politica dei compagni, alcune assumono un valore imprescindibile (il 25 Aprile e il Primo Maggio, per citarne un paio…), mentre altre, anno dopo anno, sembrano perdere il loro significato collettivo, sfumarsi in quello che le forze politiche più disparate (e per loro volontà i media mainstream) hanno deciso di dare loro.
È il caso dell’8 Marzo. Davvero la celebrazione di questa data può essere ridotta a una cena tra donne con le amiche? Abbiamo davvero bisogno che sia la Vodafone a ricordarci le disparità di genere, attraverso il suo ultimo spot?
E soprattutto, vogliamo davvero che questa disparità venga trattata solo per quelli che sono gli aspetti culturali e sociali (l’invecchiamento – e, quindi, la bellezza; il matrimonio; i figli) che, per quanto urticanti e onnipresenti, sono evidentemente solo la punta dell’iceberg di una questione che riguarda le disparità economiche, lo sfruttamento e le differenze di classe? Continua a leggere »

Achtung Banditen 2015, zona infestata da partigiani

Perché essere antifascisti? Oggi a 70 anni da quel lontano 25 aprile del ’45 la domanda sembrerebbe pertinente. Potremmo rispondere cavandocela con il richiamo ai partigiani, alla guerra di liberazione. Oppure potremmo parlare delle stragi degli anni 70, delle bombe nelle piazze e nelle stazioni, dei compagni assassinati sotto casa. Sicuramente è anche per questo che siamo antifascisti, ma la memoria non è la sola né può essere l’unica ragione per spiegare una scelta di campo netta e irreversibile. L’antifascismo però non è ricordo, liturgia o vuota retorica, è soprattutto lotta perché i fascisti, proprio come le guardie, i magistrati o gli altri apparati dello Stato non sono altro che uno strumento utilizzato dalla classe dominante che nei quartieri e nelle curve si atteggiano a ribelli, ma che nei momenti decisivi ritrovi sempre dalla parte del potere costituito. Dall’altra parte della barricata. In un momento storico come questo, in assenza di un movimento anticapitalista forte capace di sfidare la crisi e i diktat dell’Unione Europea, il fascismo e la sua demagogia in tutta Europa strisciano anche nei quartieri delle masse popolari arrivando a contendere apertamente quello che una volta sarebbe stato il nostro blocco sociale di riferimento. Diventa così necessario tornare ad essere presenti là dove sta la nostra classe e riprendersi agibilità, egemonia, spazio politico. Continua a leggere »