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ACCADEVA OGGI…

26 February :
1988 Dopo 22 anni di galera, Rubin "Hurricane" Carter, pugile, è prosciolto da un'accusa per triplice omicidio perché riconosciuto innocente e vittima di un complotto razzista della polizia locale.

STATS

Caracas: Dall’“Incontro mondiale contro l’imperialismo” riparte la solidarietà internazionalista.

Dal 22 al 24 di gennaio il Partito socialista unito del Venezuela (PSUV) ha promosso “l’incontro mondiale contro l’imperialismo” nel cuore della capitale del bolivarismo, Caracas, e noi, assieme a più di quattrocento delegati provenienti da tutto il mondo, abbiamo avuto il piacere di partecipare. Continua a leggere »

Immigrazione: il sonno dell’antimperialismo genera mostri.

Il tema dell’immigrazione ha rappresentato (e rappresenterà) una delle questioni fondamentali intorno a cui si giocherà la partita della nostra internità tra i salariati e la nostra capacità di esercitare (non solo tra di essi) una qualche forma di egemonia, non fosse altro che per la funzione divisiva che tale questione ha svolto nella classe negli ultimi anni e la centralità che ha assunto nel dibattito pubblico. Continua a leggere »

Il ritorno della sinistra imperiale

 

«Chi non sa con quale facilità nella santa Russia un intellettuale radicale, un intellettuale socialista si trasforma in un funzionario del governo imperiale, in un funzionario che si consola al pensiero di essere “utile” nei limiti della prassi burocratica, in un funzionario che giustifica con questa “utilità” la propria indifferenza politica, il proprio servilismo…?»

Lenin, I compiti dei socialdemocratici russi, 1897

 

Il criceto umanista gira a vuoto e senza memoria: ogni volta si riparte dal punto zero. Iraq, Serbia, Kosovo, Afghanistan, ancora Iraq, e poi Libia, Siria, Venezuela…“Soleimani non è il nostro eroe”, così come non era il nostro eroe Milosevic o Saddam o Gheddafi o Assad o Chavez o Maduro. O i mille altri leader e popoli bombardati ed espropriati di una qualsivoglia sovranità che non fosse quella decisa e imposta dalla Nato, e dagli Usa in particolare. Capovolgendo ragionamenti e realtà dei fatti, l’onere della prova non spetta alla mano assassina ma al morto: non “perché è stato ucciso”, ma perché non meritava di morire? Il problema non sono più dunque le politiche imperialiste occidentali, l’ingerenza militare esterna, con i suoi agenti di prossimità manovrati da referenti vieppiù radicali e radicati (Usa, Nato, sauditi, israeliani, Isis…), ma gli Stati, i governi e i popoli che, resistendo a questa ingerenza, lo fanno seguendo politiche indigeste ai dipartimenti universitari occidentali, laddove prospera la monocultura liberale-radicale. E dunque Soleimani – inteso come sineddoche dei mille Soleimani del mondo che si oppongono all’imperialismo occidentale – “non era certo un compagno”, quindi si meritava di morire. È una guerra tra pari, tra soggetti di pari valore reazionario: poco deve interessarci anzi: né con gli Usa né con l’Iran, motto che riecheggia sinistri presagi di ignavia. Continua a leggere »

Dazi, Stato e Rivoluzione (digitale)

 

“La Cina è vicina” gridavano le piazze degli anni Settanta, e dopo quasi mezzo secolo di storia quello slogan non è mai stato tanto aderente alla realtà come lo è oggi, anche se in forme ben diverse da quelle auspicate allora. Non si intravede nessun nuovo Mao al timone, nessuna Rivoluzione Culturale si profila all’orizzonte e non ci sono nemmeno le guardie rosse intente a bombardare il quartier generale. Da Deng Xiaoping in poi la Cina ha smesso di rappresentare un’alternativa ideologica di riferimento, non solo rispetto al comunismo sovietico, ma anche, e soprattutto, rispetto a quell’occidente capitalistico a cui si è andata viepiù, per l’appunto, avvicinando. Continua a leggere »

America Latina, la lezione di Ho Chi Minh

 

di Geraldina Colotti

Il colpo di stato in Bolivia mobilita e fa discutere. Come mai si è verificato proprio nel paese latinoamericano più lodato per la sua stabilità economica e per la crescita del Pil? E perché ha potuto spiazzare e obbligare all’esilio un presidente di provata esperienza sindacale e un vicepresidente le cui analisi hanno ottenuto l’ammirazione dei marxisti latinoamericani e non solo? Che fase sta attraversando l’America Latina? Che riflessioni possiamo trarne? Continua a leggere »

Un golpe è un golpe è un golpe

 

Un pugno di giornate e il susseguirsi d’eventi che ha scosso la Bolivia sembra aver posto momentaneamente fuori gioco una delle esperienze costitutive di quel cambio continentale di regime che avevamo visto sorgere con l’affermazione del chavismo in Venezuela e il costituirsi di un fronte progressista in America Latina. Giorni che paiono secoli (indietro) se è vero, come si legge nella cronaca nostrana, che il vice-presidente del Senato Jeanine Áñez Chavez – approdando al ruolo non grazie all’ormai desueto esercizio della sovranità popolare ma per lunga e sistematica serie di dimissioni nelle fila governative – si è autoproclamata presidente ad interim (esattamente un’autoinvestitura, poiché la seduta parlamentare che l’ha vista salire al soglio governativo sembra sia stata l’unica che abbia potuto fare a meno del conteggio del numero legale di deputati presenti e che questo, naturalmente, non fosse stato raggiunto), sanzionando così la riuscita, almeno provvisoria, del disarcionamento del MAS-IPSP (Movimiento al Socialismo – Instrumento Político por la Soberanía de los Pueblos) e di Morales dal potere e l’ascesa di un’opposizione. Ma cerchiamo di essere più precisi e onesti, diciamo le cose come stanno: di una destra ultrareazionaria, bianca, razzista e organica agli interessi statunitensi al potere dello Stato in Bolivia. Una destra esattamente speculare a quella che in Venezuela tenta ancora di scalfire il processo rivoluzionario e che proprio in questi giorni si riorganizza per sferrare l’ennesimo colpo al governo bolivariano. Continua a leggere »

Dalle piazze alle urne. Lotte di classe in Spagna

I risultati delle elezioni generali spagnole del 10 novembre 2019, la quarta convocazione elettorale per elezioni politiche negli ultimi quattro anni, a solo sette mesi dalla precedente votazione, celebrata ad aprile, confermano un panorama politico-elettorale bloccato, in cui rimangono irrisolti tutti i principali nodi della crisi multilivello che sta interessando il Paese iberico nell’ultimo decennio. Continua a leggere »

Mrs. Brexit, I suppose

Salviamo il compagno Boris! Massima solidarietà, nonostante le evidenti differenze politiche, al bizzarro Johnson, che si trova impossibilitato a dar seguito al preciso mandato popolare: l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. È difficile rintracciare, volgendo gli occhi al passato, una simile ostinazione, da parte delle élites economiche e culturali, nel negare la soluzione scelta dalla cittadinanza. In effetti un altro esempio esiste, peraltro recente: quello catalano, dove pure una importante riconfigurazione della polity di una comunità, avvenuta attraverso metodi liberal-democratici (referendum, pure lì), viene rifiutata perché… sbagliata! Il popolo ha votato in modo contrario agli interessi dell’alta borghesia… cambiamo il popolo! Questa battuta girava tanto quando il target – Brecht adiuvante – era il Comitato centrale, viene taciuta adesso, quando troverebbe una concretizzazione clamorosa e ripetuta. Continua a leggere »

Lezioni venezuelane

«Vi abbiamo messo in guardia contro la retorica umanitaria degli stati capitalisti che si dichiarano pronti a venire in soccorso della Russia sovietica affamata». Così si avviava il primo numero della “Correspondance Internationale” nel lontano 1921, quando gli immediati tentativi messi in atto dalle potenze mondiali, fino a poco prima impegnate in una lotta per l’annientamento reciproco, si concentravano per sopprimere sul nascere il più grandioso tentativo rivoluzionario che la storia abbia conosciuto. Il Venezuela non è di certo la nascente Unione Sovietica – sebbene sia una delle poche esperienze rivoluzionarie che abbia tenuto alta la bandiera della sinistra di classe riuscendo a dare ancora un senso a questo lèmma – ma la fase imperialista, mutatis mutandis, è sempre la stessa. Continua a leggere »

Nomen omen

Se disgraziatamente non è possibile riassumere le decisioni strategiche di un complesso sistema di alleanze come quello Nato nella figura del suo portavoce Jens Stoltemberg, la tentazione di rilevare il “valore augurale” del suo nome rimane certamente forte quando si apprendono notizie del calibro di quella che ci apprestiamo ad analizzare.
È sì forte almeno quanto la notizia che gli Usa, per bocca dell’attuale amministrazione governativa, o la Nato, per bocca appunto del nostro volto pubblico del sistema di difesa, hanno dichiarato la cessazione del trattato Intermediate-Range Nuclear Forces (INF), accordo siglato nel 1987 da Ronald Reagan e Mikhail Gorbaciov sulla scia della “distensione” (leggi agonia dell’URSS) tra le due grandi potenze, in una fase storica che per il senso comune sembra ormai fare parte di un passato quasi dimenticato, certamente molto lontano.

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