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L’inverno atlantista della «opposizione siriana»

 

Le guerre hanno questo di positivo: costringono a una scelta di parte. Difficile continuare a sguazzare nell’ingegneria dei né né, nell’indolenza di chi si arrampica sui «sebbene» e gli «anche se» pur di non dichiarare il proprio appoggio esplicito al regime change atlantista. Certo in Europa, più che altro in Italia, continueranno le cantilene dirittoumaniste, ma in Siria i bombardamenti hanno ricondotto torti e ragioni ai propri referenti. Naser al Hariri, ad esempio. Che proprio ieri dichiarava sul Corsera i propri intenti bellicosi: «ben vengano i raid degli Stati Uniti assieme a Francia e Gran Bretagna in Siria». Nientemeno. Il tipo in questione non è uno qualsiasi. Al contrario, è il rappresentante della «opposizione siriana» alla «conferenza di pace» di Ginevra. E’ il rappresentante del National Coalition for Syrian Revolution and Opposition Forces, la coalizione dei gruppi anti-governativi di cui fa parte anche il Free Syrian Army. E’ insomma il vertice della proxy war organizzata in Siria da sette anni a questa parte. Continua a leggere »

Fake wars

 

Proprio stamane sul Corriere un “anonimo” ufficiale militare italiano smentiva definitivamente la fake news sulle armi chimiche: «Dire che siamo preoccupati non rende bene l’idea. In verità siamo sconcertati da quello che sta succedendo in Siria. […] Prima di proseguire vorrei sottolineare una cosa: l’attacco dovrebbe essere una rappresaglia per l’uso di armi chimiche da parte della Siria. Ma francamente non si sono mai viste armi chimiche che colpiscono solo donne e bambini e che poi vengono lavate via con l’acqua». Fatta questa premessa, sempre l’ufficiale ricorda la situazione paradossale che sta vivendo la Siria, paese “sovrano” – nel senso di formalmente indipendente da altri Stati – invaso da anni da un paese Nato: «Nel caos siriano la Turchia ci sguazza. Non vede l’ora che la tensione salga in modo che possa continuare a fare i suoi comodi senza che nessuno fiati. In pratica la Turchia è un paese invasore della Siria del nord e adesso anche del nord dell’Iraq, e nessuno dice nulla». Continua a leggere »

Le “gas news” sulla guerra che non deve finire

 

Sulla Siria e la colossale campagna di fake news costruita contro quel popolo ci siamo espressi decine di volte. Questa volta ci limitiamo a ripubblicare l’articolo uscito ieri sul Manifesto di Tommaso Di Francesco, di cui condividiamo ogni singola virgola e, in particolare, la tesi di fondo: la guerra in Siria non deve finire, perchè certificherebbe la sconfitta della proxy war occidentale e, al contrario, il trionfo geopolitico della Russia nel mantenere la Siria uno Stato unitario e sovrano. L’ennesima bufala sull’utilizzo di gas nei bombardamenti serve esattamente a questo: costringere l’opinione pubblica ad avallare l’intervento diretto Occidentale, in questo caso la coalizione neo-coloniale franco-americana. Di seguito, il pezzo di Di Francesco, un pezzo che finalmente ha il coraggio di ri-semantizzare alcuni concetti completamente sfuggiti di mano. Ad esempio questo: “il ruolo dei jihadisti dell’Isis, di al-Qaeda e galassie collegate, che se fanno attentati in Europa e negli States sono «terroristi», mentre in Siria sono «opposizione»”. 

di Tommaso Di Francesco (qui)

La guerra in Siria non deve finire. Sembra questo l’assunto degli avvenimenti precipitosi in corso e sotto l’influsso dei racconti massmediatici che sparano la certezza, tutt’altro che verificata da fonti indipendenti, di un bombardamento al «gas nervino» o al «cloro», con cento vittime e gli occhi dei bambini – vivi fortunatamente – sbattuti in prima pagina. Ci risiamo. Temiamo che ancora una volta la verità torni ad essere la prima vittima della guerra. Soprattutto di quella siriana, una guerra per procura, che ha visto insieme a 400mila vittime e un Paese ridotto in rovine, i mille coinvolgimenti dell’Occidente, delle potenze regionali a cominciare dalla Turchia baluardo sud della Nato, il ruolo dei jihadisti dell’Isis, di al-Qaeda e galassie collegate, che se fanno attentati in Europa e negli States sono «terroristi», mentre in Siria sono «opposizione». Continua a leggere »

Democrazia senza potere

 

L’eroica difesa della propria terra da parte dei curdi merita rispetto. Purtroppo, nella sinistra occidentale, questa esperienza travalica l’episodio concreto per divenire modello politico. Molti anni fa, ingenui, credevamo nell’errore di prospettiva, ad esempio quando si tentava di replicare modelli assai peculiari, vedasi la resistenza Maya in Chiapas, nella metropoli capitalista. Da qualche tempo – ancora una volta: colpa nostra – abbiamo capito che non c’è errore, quanto una coerente visione d’insieme che mette in relazione le lotte di talune resistenze locali con una prospettiva politica generale. Il confederalismo curdo serve a rafforzare la teoria municipalista in Europa. E’ la pezza d’appoggio concreta (“lo vedete? funziona!”) a una serie di posizioni ideologiche che da molti anni combattono l’economia privata sottraendosi all’abbraccio (mortale?) dello statalismo. Continua a leggere »

Repubblica e i ribelli siriani, ovvero della straordinaria libertà d’espressione del giornalismo italiano

 

Complice il prosecco e qualche panettone di troppo, la mattina del 4 gennaio qualcosa dev’essere andato storto nella redazione di Repubblica. D’improvviso, senza accorgersene, ingolfati dai festeggiamenti del Capodanno, ecco apparire per un brevissimo lasso di tempo la verità. Come sempre, questa si presentava senza clamore, senza schiamazzo, con la consueta eleganza delle cose semplici: «Siria, le narrazioni fasulle dell’”Osservatorio siriano sui diritti” che copre i crimini dei cosiddetti “ribelli”». Il titolo, degno del Pulitzer: in una frase racchiuso il significato di sei anni di guerra civile. Lo svolgimento ripete semplicemente quanto ormai accertato da chiunque abbia almeno capito dove si situi la Siria sul mappamondo: «Dunque, la verità a quanto pare, è che sono i cosiddetti “ribelli”, terroristi senza scrupoli, ad affamare i civili, privandoli degli aiuti a loro inviati, usandoli come scudi umani e come oggetto di un’ignobile mistificazione della realtà». Continua a leggere »

Torna puntuale la protesta iraniana

 

Si sa, ogni protesta “incolore” somma molteplici e contraddittorie ragioni. Nel corso degli anni il Medioriente è stato terreno di sperimentazione di varie forme di proxy wars, conflitti a intensità variabile dove a contendersi il bottino erano per lo più referenti internazionali in lotta per mezzo di agenti locali. Se c’è un dato che emerge dal ventennio di proteste e rivolte che hanno caratterizzato il mondo arabo, questo è il loro carattere dipendente: ogni movimento è finito col servire interessi esterni alle stesse popolazioni mobilitate. La mancata autonomia della protesta popolare araba è un fatto che impone di volta in volta una sua valutazione. Continua a leggere »

L’attimo mancato

 

Nel giro di dieci giorni il governo catalano, forte della mobilitazione popolare, della sfida vinta del referendum, dello sciopero generale del 3 ottobre, dell’insipienza di Rajoy, è riuscito nell’impresa di farsi mettere all’angolo dal governo spagnolo alla cui base c’è un’unica volontà di repressione uscita sconfitta dalle immagini del 1 ottobre. Al momento attuale la contesa, sebbene non ancora persa e aperta ad ogni soluzione, ha ribaltato il ruolo dei protagonisti: Puigdemont che prende tempo , Rajoy che lo incalza. Il bluff su cui si giocava l’indipendentismo liberale del PDeCAT è venuto meno nel momento critico, quello di portare sino alle estreme conseguenze uno scontro evidentemente sfuggito di mano. Continua a leggere »

La rivoluzione a metà

 

«Coloro che fanno una rivoluzione a metà non hanno fatto altro che scavarsi una tomba», ammoniva Louis de Saint-Just. Ieri sera è purtroppo avvenuto il mezzo passo indietro che smentisce la volontà della maggioranza di governo nonché i risultati del referendum. Un tradimento del mandato popolare, chiaro, inequivocabile, persistente, che si è espresso in ogni elezione degli ultimi due anni, a livello nazionale e municipale, e che ha costruito il processo indipendentista nella società catalana, nelle strade, nei posti di lavoro, nei dibattiti pubblici. Nonostante ciò, ieri è comunque avvenuto un passaggio storico. La dichiarazione di indipendenza, sebbene “sospesa”, è avvenuta. La sospensione, inoltre, toglie ogni alibi al governo di Madrid che, come volevasi dimostrare, ha risposto all’apertura di credito di Puigdemont con la chiusura totale di ogni riconoscimento della questione catalana. Le immagini dei proletari-deputati della Cup che, al grido di viva la Repubblica, firmavano il risultato di anni di lavoro politico e sociale, riflettono un rapporto di forze sconosciuto nel resto d’Occidente. Vendicano, certo parzialmente e simbolicamente, una Repubblica repressa nel sangue di una guerra civile durata quarant’anni.  Continua a leggere »

Hegel in Catalogna

 

«Tra i gravi impedimenti che il marxismo volgare frappone alla diffusione e all’influsso del marxismo si annovera proprio questo illecito e fallace irrigidimento dei rapporti reali. Non basta, in risposta, appellarsi a Lenin, che dimostra a più riprese e in varie occasioni come ogni verità si trasformi in errore non appena la si esageri oltre misura»

György Lukacs, Il marxismo e la critica letteraria – premessa all’edizione italiana, Einaudi, 1964

 

La questione catalana ha fatto chiarezza almeno su di un punto: ha indicato la distanza incolmabile tra chi fa politica e chi parla di politica. In assenza di lotte di classe, la confusione ha portato spesso alla sovrapposizione dei due aspetti. I social network, dal canto loro, hanno acuito drammaticamente tale disordine. Eppure è bastata l’irruzione di un movimento reale per rimettere le cose al loro posto. I commentatori della politica, sovente marxisti dei più duri, ancora si attardano, breviario alla mano, alla ricerca della giusta citazione, della frase granitica, che dovrebbe sgomberare il campo delle facili infatuazioni regionalistiche. La Storia ha parlato, inutile discorrere altrimenti: lo Stato va salvaguardato, anzi, più grande esso diventa migliori le potenzialità delle classi subalterne. Con ciò, fine di ogni illusione piccolo borghese di ritorno al tempo che fu. Le piccole patrie trovano il loro posto nella raccolta differenziata dello spirito dei tempi. Amen. Chi, al contrario, rimane nonostante l’orrore post-moderno un militante politico, nella questione catalana vede un’occasione. Vaglielo a spiegare, ai profeti della logica, l’alchimia della circostanza nella storia. Tempo perso. Continua a leggere »

Indipendenza catalana e lotte di classe: intervista alla Cup

 

Internazionalista e membro di spicco della segreteria nazionale della Cup (Candidatura di Unità Popolare), Quim Arrufat è un punto di riferimento per la sinistra indipendentista e anticapitalista nei Paesi Catalani e in tutto lo Stato spagnolo. In quest’intervista, da una prospettiva popolare e di classe, ci spiega le ragioni del referendum per la creazione di una Repubblica Catalana. Riflessioni utili per fare chiarezza su alcune questioni che non riescono a cogliersi qui in Italia. Infatti, le narrazioni mediatiche egemoniche, così come la poca conoscenza delle reali dinamiche sociali e popolari della penisola iberica, spesso appiattiscono il dibattito italiano su questioni prettamente istituzionali e partitiche di un paese, quello spagnolo, che in realtà è molto più complesso, e con cui è sempre più necessario dialogare e aprire spazi di costruzione politica. Continua a leggere »