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1868 - 200 rivoluzionari creoli occupano la città di Lares, Puertorico, e proclamano l'indipendenza dalla Spagna. Verranno tutti massacrati dall'esercito di Madrid

1977: IL CONVEGNO A BOLOGNA CONTRO LA REPRESSIONE

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Que viva Maduro carajo!

 

Nel paese dove secondo i media mainstream non ci sarebbero né la democrazia né la libertà d’espressione  ieri Cecilia Garcia Arocha, la rettrice dell’Università Centrale del Venezuela, ha diffuso per conto della Mud i dati sulla presunta affluenza del “plebiscito” contro Maduro. Prima di concentrarci sui numeri sarebbe bene però riflettere sulle informazioni che questa notizia porta in sé, e che invece, volutamente, i nostri mezzi d’informazione nascondono mentre il ceto politico di certa sinistra non riesce proprio a vedere. In quale “regime” la rettrice di un importante ateneo potrebbe coordinare per conto dell’opposizione le operazioni di voto in una consultazione paraelettorale contro un presidente legittimamente eletto? Una cosa del genere sarebbe solo ipotizzabile in Italia o negli Stati Uniti? Ve lo immaginate il rettore della Sapienza che insieme a quello della Statale di Milano coordinano le operazioni di voto in un referendum contro Mattarella? Continua a leggere »

Il cor(ro)sivo della Militant

Ieri il Corriere della Sera, il più autorevole quotidiano italiano, ci ha regalato un’altra perla informativa sul Venezuela. A pagina 14, a corredo di un articolo in cui si sminuiva il bombardamento del Tribunale supremo defininendolo un “improbabile blitz”, il giornale di via Solferino ha pubblicato la foto che vedete sulla destra. Per il Corsera, che nel 2010, in merito agli scontri di piazza del Popolo, parlava con sprezzo del ridicolo di “guerriglia” e di “devastazione e saccheggio”, quello che viene ritratto per le vie di Caracas sarebbe invece un innocuo “manifestante che si protegge”. Che dire: in redazione avranno pensato che agli antichavisti il coltello da Rambo serve per sbucciare la frutta tropicale…

Il cor(ro)sivo della Militant

Nella notte tra il 3 e il 4 maggio è morto in ospedale Orlando Josè Figueras, il ragazzo chavista che qualche giorno fa era stato linciato e poi bruciato vivo dai “ribelli” che tanto piacciono a Repubblica, al Fatto Quotidiano e a certa sinistra europea, anche di movimento. Orlando era stato riconosciuto “colpevole” di avere la pelle e le idee del colore sbagliato, e per questo meritava di morire, almeno per i bianchi rampolli della borghesia che gli si sono avventati contro. Subito dopo il linciaggio la madre, che lavorava come domestica in casa di una famiglia antichavista, è stata licenziata in tronco dalla padrona di casa. Questo giusto per ribadire, a chi si masturba in rete guardando gli autobus bruciati dai guarimberos, qual è, in termini di classe, la natura dello scontro in corso in Venezuela. No podemos optar entre vencer o morir. Necesario es vencer!

La costruzione dell’indignazione pubblica nella lotta di classe internazionale

«Se non state attenti, i media vi faranno odiare le persone che vengono oppresse e amare quelle che opprimono», diceva con incorruttibile lucidità Malcom X. Ma è riguardo alle politiche internazionali del capitalismo che questa verità, oggi, assume i suoi tratti più smascherati. Crollato il recinto di categorie storico-politiche che perimetrava i campi di appartenenza del Novecento, la costruzione dell’opinione pubblica è oggi un campo decisivo nella strutturazione del consenso liberista. Purtroppo, è anche il terreno dove la sinistra sconta il suo ritardo più evidente, accodandosi di volta in volta alle retoriche mainstream mediaticamente veicolate. E’ un discorso che abbiamo fatto ennesime volte, ma su cui ci sentiamo di insistere per un semplice motivo: è nella lotta di classe internazionale, nella divisione liberista del mondo, nelle politiche imperialiste e/o neocoloniali, che oggi la sinistra è più debole. E, viceversa, sarebbe proprio dalla costruzione di un campo di resistenza internazionale che questa stessa sinistra potrebbe ritrovare un senso storico, quantomeno agli occhi di quelle classi diseredate della periferia globale. Continua a leggere »

Con il Venezuela che resiste!

 

Scordiamoci, almeno per il momento, la Baia dei Porci, il Cile di Allende, i contras in Nicaragua, le migliaia di desaparecidos che hanno insanguinato per decenni il Latino America: l’imperialismo si riallinea alla società contemporanea – quella delle lobby economiche che dominano sul ceto politico e della comunicazione globalizzata – e sceglie modalità non direttamente militari per reprimere i suoi nemici giurati e riconquistare qualche casamatta. È quello che accade da tempo in Venezuela, dove la grancassa mediatica della borghesia liquida la guerra civile in atto come l’espressione di violenza da parte di un regime autoritario. Maduro come Kim Jong-un, quindi. Inutile dire, a questo punto, che i media italiani si affrettano a cogliere la palla al balzo e la rilanciano con una prontezza sconosciuta, in passato, a livello di “copertura” delle vicende latinoamericane. Rompere il muro mediatico è oggettivamente difficile, ma quanto più necessario farlo adesso, al tempo del dogma della società civile “sincera e democratica”. Continua a leggere »

La necrosi della sinistra di fronte alla sfilata italiana di Trump

 

Mercoledì – domani – Donald Trump arriverà in Italia. Il presidente più odiato dalla sinistra imperiale ci arriva, come sappiamo, carico di buoni propositi: dopo aver foraggiato il terrorismo internazionale con 110 miliardi di dollari in armamenti, aver ricompattato il fronte islamico-reazionario contro il nemico iraniano (cioè il nemico palestinese, libanese, siriano, e soprattutto russo), omaggiato Israele e le sue colonie con la visita a Gerusalemme, eccolo giungere nelle retrovie imperiali per disporre i suoi voleri, d’altronde già chiariti nel precedente incontro. Il cabaret quotidiano riservatoci da Trump è il frutto di due tendenze contrapposte: da una parte, come ricorda Fulvio Scaglione, le politiche di Trump sono in totale continuità con quelle democratiche di Obama (ma questa continuità è sapientemente celata dai democratici di tutto il mondo); Continua a leggere »

La battaglia di Caracas: il potere popolare e la guerra non convenzionale

 

Da qualche mese l’esercito degli Stati Uniti sta preparando un’inedita esercitazione militare in Brasile, con il pieno appoggio del presidente Michel Temer, subentrato a Dilma Rousseff dopo un golpe istituzionale lo scorso agosto. Con il significativo slogan di “America Unida”, il prossimo novembre le forze armate statunitensi mostreranno i muscoli, e coordineranno unità speciali dell’esercito peruviano e colombiano in territorio brasiliano. L’esercitazione si svolgerà nella città di Tabatinga, non lontano dal confine con la Bolivia (dove lo scorso 17 agosto Evo Morales ha inaugurato la prima scuola militare antimperialista latinoamericana) e a poca distanza dal Venezuela[1]. Dopo la smilitarizzazione delle Farc-Ep in Colombia (la più grande organizzazione guerrigliera nel paese e un possibile alleato della resistenza popolare venezuelana in caso di conflitto militare), gli Stati Uniti approfittano del momento di crisi del blocco progressista latinoamericano per riprendere il controllo militare dell’area. In quest’ottica, il ritorno di governi neoliberisti in paesi come il Brasile e l’Argentina ha infatti riaperto la strada all’utilizzo delle forze armate ufficiali in territorio latinoamericano, che così potranno supportare il lavoro sporco realizzato da attori “non convenzionali” già attivi nello smembramento della resistenza popolare del “continente rebelde” (come le organizzazioni paramilitari e il narcotraffico). Continua a leggere »

L’ennesimo remake dei bombardamenti in Siria

 

Ieri notte, con il bombardamento della base aerea siriana di Shayrat, è andato in scena l’ennesimo remake del film sanguinolento che gli Stati Uniti propinano al mondo da 25 anni a questa parte. Con lo sceriffo buono che di fronte all’ennesima atrocità perpetrata dal cattivone di turno decide di passare ai fatti e farsi giustizia da solo, fregandosene dei cavilli e delle lungaggini formali… perché quando ci sono vite da salvare per gli yankee, questo è risaputo, non c’è burocrazia che tenga. Era successo in Iraq, era successo in Jugoslavia, era successo in Afghanistan, era successo in Libia e ieri è toccato alla Siria. La trama non cambia mai. Ormai non stupisce più di tanto nemmeno il ruolo di attore non protagonista assunto in questi anni dall’opinione pubblica mondiale e dalla sinistra imperiale, veri e propri megafoni di quel “terrorismo dell’indignazione” ben descritto da Losurdo. Continua a leggere »

Je suis…?

 

Non è una notizia l’assenza di solidarietà alla Russia seguita all’attentato di San Pietroburgo dell’altro ieri. Sarebbe stato sospetto il contrario. Questo silenzio smaschera semmai la doppia morale vigente riguardo al “terrorismo”, fenomeno tutt’altro che “unificante” nella sua violenza. Già oggi (due giorni dopo!) la notizia è scomparsa dalle principali testate, sostituita casualmente dal puntuale ritorno delle “armi chimiche” in Siria utilizzate da Assad quindi da Putin. La Russia è tornata sul banco degli imputati, posto che occupa d’altronde senza rivali. Il tono medio del racconto giornalistico consigliava in ogni caso la pronta archiviazione del caso, onde evitare torsioni cabarettistiche che stavano prendendo piede sui giornali. Nel regime mediatico unificato le motivazioni suggerite erano: Putin se l’è cercata, così impara a bombardare in giro per il mondo; Putin non ha il controllo del territorio e delle sue principali città, segno di debolezza; Putin è l’artefice diretto dell’attentato per sviare l’attenzione dalle proteste liberali della scorsa settimana. Poco da piangere le vittime di San Pietroburgo, il problema è Putin, quindi affari suoi. Con buona pace della “sacralità della vita” e dei “valori universali dell’Occidente”, retoriche che ci travolgono a ogni attentato dalle nostre parti, ma – evidentemente – non così universali da comprendere anche le parti del mondo fuori dai confini euro-atlantici. Continua a leggere »