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Tutta la periferia in uno svincolo…

Si dice in giro, si mormora, che il primo giugno dovrebbero finalmente riprendere i lavori per l’allargamento della Tiburtina. Il Comune di Roma e l’amministratore strardinario della Tecnis, l’azienda vincitrice dell’appalto, avrebbero finalmente trovato il modo per evitare che i fondi pubblici stanziati per i cantieri venissero poi stornati per saldare i debiti dell’azienda stessa. Nulla ci toglie dalla testa che questa “accelerazione improvvisa” sia anche (e soprattutto) merito delle mobilitazioni popolari di questi mesi. Continua a leggere »

Come si pensa una rivoluzione?

 

 

E’ in edicola, in verità da qualche settimana, la pubblicazione degli atti del convegno che abbiamo organizzato lo scorso autunno al Csoa Intifada. Nel centenario della Rivoluzione tentare la strada del ricordo originale non era certo cosa semplice. Crediamo, nonostante ciò, che i contributi ospitati in questo breve volume colgano l’essenza della Rivoluzione russa, che è un fenomeno storico ben preciso e inaggirabile anche guardando al futuro dei movimenti di classe, e non solo al loro passato. Ancora oggi, è da lì che siamo costretti a ripartire. Proprio per questo, pubblichiamo per interno il contributo di Paolo Cassetta sul bolscevico come “nuovo tipo di rivoluzionario”. Dedicato soprattutto a tutto coloro che considerano, sulla scorta dell’imbalsamazione del leninismo operata dal Pci, Lenin e il bolscevismo come qualcosa inerente all’ortodossia del socialismo. Al contrario, la Rivoluzione è il frutto della capacità sinergica del bolscevismo di far vivere il marxismo dentro le particolari condizioni sociali, culturali e rivoluzionarie russe, in modo tutto fuorché ortodosso. Buona lettura.  Continua a leggere »

Bullismo e contestazione: il labile confine tra protesta e viltà

 

La scena del professore di Lucca bullizzato da un suo studente tra gli sghignazzi del resto della classe deve aver mandato in visibilio le truppe agli ordini della biopolitica: quale miglior esempio di destituzione del potere costituito? L’attacco al cuore del dispositivo repressivo incarnato nella figura del professore è il primo beffardo segno di ribellione verso una microfisica del potere che dal professore toscano tramanda direttamente alla governance capitalista. Non può che essere così a unire i puntini del filosoficamente corretto. Eppure in questa eccitante ricostruzione ideologica si perde di vista non solo la dignità umana momentaneamente calpestata, ma i ruoli dei soggetti coinvolti. Confondere un anonimo impiegato pubblico per il ganglio periferico di una pervasiva catena di comando del capitale significa affidare la propria comprensione della società al sabba strutturalista espunto dalla realtà ma ancora gagliardo nei corridoi universitari. Continua a leggere »

Aldo Moro e il decennio dimenticato

 

Del sequestro di Aldo Moro conosciamo nel dettaglio la sceneggiatura, ma mai come in questo anniversario non ne riconosciamo più la verità. E’ scomparsa, obliterata da spirito di vendetta o forse, più semplicemente, da ignoranza politica, la storia. Venuto meno il contesto, non rimane che la fiction: targhe e auto, svolte e toponomastica, ricordi di nipotini precocemente orfani e complottismi d’ogni ordine. All’incanto catto-comunista è subentrato il disincanto cossighiano, per tornare all’incomprensione post-moderna, ma la prima vittima rimane la comprensione degli eventi. C’è un filo rosso che collega la memorialistica di questi giorni: la forzata de-contestualizzazione di un episodio trasformato in evento e slegato da qualsivoglia processo. Aldo Moro non è l’apice – glorioso o tragico, a seconda delle opinioni – di un decennio di scontro di classe. E’ una fiction Rai innestata nella politica italiana. Continua a leggere »

Appunti postelettorali. Un tentativo di analisi gramsciana

 

Pubblichiamo un articolo di Angelo D’Orsi sulla disfatta elettorale delle sinistre, uscito ieri su Micromega. Proprio perchè D’Orsi non può dirsi vicino alle nostre posizioni, la riflessione proposta è ancora più importante, capace di centrare tutte le questioni determinanti della sconfitta elettorale delle “sinistre radicali”, che rimanda a un fallimento politico che viene da lontano e di cui non si vede soluzione. L’unico appunto: certe cose è giusto dirle ex post, vista anche la miseria del dibattito nella sinistra. Dirle ex ante, però, avrebbe avuto decisamente più valore. Ma D’Orsi è un intellettuale, figura che da molto tempo segue, e non anticipa, il senso della realtà.   

di Angelo D’Orsi

Confesso: ho votato “Potere al Popolo”. Di malavoglia, lo ammetto; non già “turandomi il naso” perché condividevo (e condivido) ideali e sogni di quel popolo di sinistra che si è raggrumato sotto questa etichetta. Non potevo non votarlo, oltre tutto, avendo firmato un appello di intellettuali, sottopostomi dall’amico Citto Maselli, al quale appunto risposi: “Come faccio a dirti di no?”. E poi, se non avessi votato per PaP, per quale lista avrei potuto votare? Se “Liberi e Uguali” fosse nato un anno prima (almeno!), se non avesse riciclato personaggi ingombranti, politici sconfitti, tromboni in cerca di una collocazione, se non avesse rivelato una continuità e contiguità con l’epoca renziana, sarebbe stata quella la scelta giusta, se non altro per recare danno al PD di Matteo Renzi: alla luce dei risultati, del resto, Renzi il danno se lo è arrecato da solo, anche se l’ultimo capitolo della sua vergognosa sceneggiata di dimissioni a rilascio ritardato, è il grottesco “Mi dimetto ma non mollo”. Una promessa che suona come una minaccia. Certo, la tentazione di rinuncia al voto – o meglio di scheda annullata con una scritta del genere: “No alla nuova legge truffa!” – è stata enorme, in me come in tanti altri: votare significa comunque accettare le regole del gioco, e con il “Rosatellum”, come con la precedente legge elettorale, si trattava di un gioco truccato. Forse milioni di schede bianche avrebbero avuto un effetto non irrilevante, mentre con il voto tutti noi abbiamo finito per avallare il sistema, e le sue leggi ingiuste, a cominciare da una legge elettorale a dir poco assurda, con forti elementi di dubbia costituzionalità, che capi dello Stato distratti o disinvolti, o peggio, hanno lasciato passare. Continua a leggere »

L’epocale eccezione del populismo Cinque stelle

 

La straordinaria e ininterrotta sequela di abbagli, errori, madornali gaffe, pastrocchi politici, sbandamenti ora a destra ora a destra, incapacità di governo, incapacità d’opposizione, che vede protagonista il M5S, è qualcosa di raro visto in politica. Per di più, il fuoco di sbarramento a media unificati – da Repubblica al Manifesto, dal Fatto al Corriere – contribuisce a raccontare il M5S come male principale della politica italiana. Giornalisti pagati unicamente per svelarne la natura corrotta e para-nazista trovano alloggio presso ogni testata, ogni televisione, per non dire delle case editrici, blog, settimanali. La maggior parte di queste critiche sono suffragate da fatti incontrovertibili. L’incapacità del M5S di essere forza politica credibile è un dato di fatto. Eppure, da più di cinque anni rimane saldamento il primo partito italiano. Anche fosse il secondo, o il terzo, il discorso non cambierebbe. La Lega o il Pd, Forza Italia o Rifondazione: tutti i soggetti politici hanno pagato elettoralmente il prezzo della propria incoerenza e incapacità, nel presente o in passato. Tutti tranne il M5S. Continua a leggere »

Sinistra ed elezioni, la traversata nel deserto è appena iniziata

 

Ogni situazione concreta impone un ragionamento anch’esso il più possibile concreto. Le elezioni non sfuggono a questa semplice regola della politica, quella per cui non esistono schemi precostituiti. Ecco il motivo per cui le imminenti elezioni di marzo costringono la sinistra (quantomeno la sinistra credibile, ché quella incredibile già va indossando il costume double-face elettoralista/astensionista) ad una riflessione seria e originale. Il progetto di una lista di sinistra, Potere al popolo, in questi giorni ha contribuito a movimentare il dibattito elettorale, costretto fino a pochi giorni fa a barcamenarsi tra le pastoie liberali di Mdp-Si e il folklore opportunista del Brancaccio. Un dibattito che avremmo volentieri evitato, per due motivi: siamo, in fondo, un piccolo collettivo cittadino, incapace di spostare alcunché in termini politici ed elettorali nazionali; parliamo di una lista fatta in gran parte da compagni riconosciuti, dunque anche posizioni critiche esasperate avrebbero avuto poco senso. Lo scorso sabato però Eurostop, la piattaforma politica anti-europeista di cui facciamo parte, ha deciso di aderire al progetto della lista Potere al popolo. A questo punto ci è parso giusto dire la nostra in merito, perché è un evento che ci coinvolge direttamente. Continua a leggere »

La periferia come modello di civiltà

 

Secondo la “Commissione di inchiesta sulla sicurezza e sul degrado delle città e delle periferie”, 15 dei 21 milioni di residenti nelle aree urbane vivono in periferia (qui). La periferia si conferma, anche nelle statistiche ufficiali, come il più importante contenitore di povertà e sfruttamento del nostro paese. Siamo in presenza di una nuova e, per certi versi, inedita forma di territorializzazione dell’esclusione sociale. La metropoli contemporanea non si presenta solo come superamento definitivo della città moderna, con i suoi connessi diritti sociali di cittadinanza, ma come sintesi governamentale di una forza lavoro esclusa da qualsivoglia processo di riconoscimento (sia esso sociale, culturale, politico). Sfruttando alcuni cartogrammi prodotti dalla Commissione parlamentare, si può cogliere il significato di questa territorializzazione, che si presenta come processo economico fondato su di una volontà politica, ma che al tempo stesso cortocircuita con i canali tradizionali della rappresentanza politica. Un mostro prodotto dal laboratorio liberista, che non può fare a meno della manodopera metropolitana, ma che si approccia ad essa attraverso paradigmi gestionali tipicamente neocoloniali fondati sempre più sul carattere duale di una popolazione che continua però a insistere su di uno stesso territorio nazionale, quindi ancora giuridicamente parte di uno stesso organismo giuridico-politico, sebbene in fase di superamento. I riflessi di questo superamento sono oggi percepibili nelle metropoli, vere e proprie zone economiche speciali entro cui trovano sperimentazione forme di esclusione sociale e politica. Continua a leggere »

Schizofrenie borghesi tra Roberto Spada e Jenny Savastano

 

La vicenda di Ostia si iscrive in un quadro di relazioni sociali deteriorate, in cui il rapporto tra criminalità e fascismo si rafforza col procedere della crisi. Allargando la visuale, riusciremmo però a individuare la cornice culturale entro cui si manifesta la schizofrenia borghese che manipola le mitologie della periferia. Ci viene in soccorso un’intervista a Roberto Saviano, ingegnere delle nuove mitopoiesi ribelli. Immediatamente dopo l’aggressione di Roberto Spada al giornalista Daniele Piervincenzi, Saviano si contraddistinse per la posizione più dura: «Ostia capitale di Mafia. […] Per quanto mi riguarda, alla luce di tutto questo, combattere CasaPound significa fare antimafia». Nel congeniale ruolo di sostituto procuratore nazional-popolare, il Nostro invocava la repressione più severa: nessuna pietà per Spada e soci, anzi: indagare anche gli eventuali referenti politici. Molto bene, finalmente qualcuno che dice le cose come stanno, abbiamo pensato anche noi. Questo il Saviano di lotta, il Pm mediatico che a ideologie unificate proclama il suo j’accuse legalista. C’è però anche il Saviano di governo, artefice di una nuova e perversa educazione criminale. Continua a leggere »

Astensionismo e dintorni: avvertenze prima dell’uso

 

Sicilia e Ostia hanno confermato una tendenza ormai storica: l’astensionismo è sempre il primo dei “partiti” scelti dagli elettori. Un crollo elettorale vertiginoso. Tanto per fare un esempio, nelle elezioni statunitensi – parallelo ricorrente – l’anno scorso avevano votato il 56% degli elettori. A Ostia il 36%, in Sicilia il 46%. Siamo ampiamente al di sotto del triste riferimento americano. Siamo in presenza allora non di un “normale” assestamento della democrazia liberale che sopravvive soprattutto grazie alla scarsa partecipazione politica (di cui il non voto è solo uno dei momenti). Siamo di fronte a una mutazione genetica della democrazia rappresentativa, di cui rimane la forma (elettorale), ma non più il contenuto (cosa e chi rappresentano effettivamente gli eletti?). Domande che trovano spazio il giorno dopo le diverse tornate elettorali, ma che scompaiono il martedì mattina, proprio perché questo fatto rafforza più che indebolire i governi liberali: perché preoccuparsene più di tanto? Continua a leggere »