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20 September :
1972 - Ad Atene i funerali del poeta greco Giorgio Seferis si trasformano in una massiccia dimostrazione popolare contro la giunta militare dei "colonnelli"

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Il turismo come modello produttivo

 

Tutti siamo stati, siamo e saremo sempre più turisti, anche se ci piace raccontarci come viaggiatori, escursionisti, scopritori, eccetera. Inutili e sottilmente reazionarie le intemerate contro “i turisti” o, peggio ancora, contro il turismo “low cost”, protagonista dell’imbarbarimento progressivo delle nostre città d’arte. Posto il freno dunque a certo facile moralismo, va però rilevata la funzione a dir poco epocale che sta assumendo il turismo come modello economico, produttivo, geopolitico e relazionale. Da decenni si sente dire che il turismo sarebbe “il nostro petrolio”, la risorsa inesauribile che dovrebbe arricchire le nostre tasche e il nostro Pil. Non solo non è così, ma le due cose sono in diretta contrapposizione. Un conto è avere il petrolio, un altro intercettare i flussi turistici globali. Un conto è avere industrie, altro conto è specializzarsi nella ricettività alberghiera. Un conto è produrre automobili, altro è sfornare pizze. In altre parole: un conto è l’autosufficienza economica, altro la dipendenza dai suddetti flussi turistici. Continua a leggere »

Quell’insano bisogno di glorificazione

 

Difficile svelare il mistero che porta con sé una cultura massmediatica che procede dissacrando costantemente se stessa e, nel medesimo tempo, in continua ricerca di nuovi eroi ambiguamente popolari. La morte di Paolo Villaggio in tal senso fornisce più di un solido esempio. E’ il sintomo di una perversione che agisce non solo dall’alto verso il basso, dai grandi media al popolo, ma prorompe soprattutto dal “popolo” stesso. Nonostante la post-modernità abbia apparentemente espunto il sacro, questo si impone per altre vie, attraverso altri canali, inconsapevolmente (per chi lo subisce). La morte dell’attore ha dato il via al processo di santificazione. Chi avesse osato addentrarsi nella critica di questo o quell’aspetto del suo lungo percorso professionale, veniva escluso dalla comunità dei credenti, coincidente, ça va sans dire, col “popolo”. Continua a leggere »

Riflettere sulla non-morte del neoliberismo

 

Il noto filosofo Roberto Esposito si chiede su Repubblica (26 giugno) perché la morte annunciata del neoliberismo tardi ad arrivare (qui l’articolo). Nonostante la povertà e le guerre generate in questo ventennio, nonostante la crisi decennale, nonostante sia posto sul banco degli imputati come protagonista indiscusso del fallimento economico globale, «il neoliberismo è uscito addirittura rafforzato da una crisi che avrebbe dovuto distruggerlo». In effetti, la realtà sembra confermare il dilemma. Il neoliberismo è l’orizzonte unico entro cui pensare la politica e l’economia contemporanee. Anche i populismi al governo, Trump su tutti, ma anche Syriza a ben vedere, possono strepitargli contro in campagna elettorale, ma una volta al comando non possono far altro che adeguarsi alla normale gestione liberista delle relazioni produttive. Da dove deriva questa forza? Esposito rilegge Dardot e Laval, utilizzandoli come paradigma interpretativo: il neoliberismo sopravvive perché è anzitutto un progetto di governo. Lungi dall’essere un semplice modello economico, il neoliberismo è un sistema di relazioni sociali pervasive. Continua a leggere »

L’eterogenesi dei fini dell’anticomplottismo militante

 

Tra fake news e ossessione anticomplottista, viviamo un’epoca segnata apparentemente dallo scontro senza quartiere tra la “verità” e i suoi nemici. Ma la piega che sta assumendo il dibattito chiude ogni spazio di manovra dialettico sulla questione. Perché se i limiti naturali del complottismo sono evidenti, quelli dell’attuale crociata anti-complottista sono più perfidi, anzi, addirittura più pericolosi. Perchè alla base dell’attuale fioritura complottista (se effettivamente esiste tale fioritura, cosa tutta da dimostrare) c’è una presa di coscienza, sempre più generalizzata, che tra le verità ufficiali e la realtà materiale esiste uno scarto, una distanza, una frattura non più colmata dalla fiducia. Tra la realtà così com’è e la realtà come viene raccontata dalle narrazioni legittimate a farlo, questo scarto è d’altronde sempre esistito. Continua a leggere »

Alle radici del nostro presente

 

Questa Storia di Lotta continua è uno dei ragionamenti più importanti che è possibile leggere sugli anni Settanta, ancora oggi. E’ una storia quasi in presa diretta, scritta nel 1978, pubblicata nel 1979, e nonostante ciò in grado di esplorare in profondità gli anni Settanta come davvero poche altre opere sull’argomento. Il tentativo di sciogliere il nodo gordiano degli anni Settanta, come ripetuto varie volte, non produrrà risultati significativi fuori dalla lotta di classe. Detto altrimenti, sarà solamente un nuovo e duraturo ciclo di lotte politiche che saprà darsi da sé gli strumenti culturali e politici per razionalizzare l’esperienza del decennio ’68-’77, assumendo e, al contempo, liberandosi da quel vincolo. Eppure questo dato di fatto non ci assolve dall’onere della ricerca della comprensione di quel decennio. Non per mero interesse storiografico, quanto per necessità politica. In questa ricerca, favorita in tal senso dal quarantennale del Settantasette, non per caso ci siamo imbattuti in due storie di Lotta continua. Perché, nonostante le differenze che idealmente ci distanziano da quella storia, Lotta continua fu il soggetto che più consapevolmente produsse riflessioni su se stesso e sul contesto socio-politico di quegli anni, il movimento-partito in cui più apertamente trovarono sede confronti tra posizioni politiche diversificate; in altre parole, Lotta continua fu il soggetto di movimento degli anni Settanta più assimilabile a un partito, inteso nel senso migliore, e al tempo stesso maggiormente attraversato dalle istanze di movimento. E questa strutturazione si riverbera ancora oggi, lasciando dietro di sé una mole di materiali, di riflessioni, di documenti, talmente preziosi da farne una delle fonti privilegiate nella comprensione di quegli anni. Continua a leggere »

La critica come resistenza militante

 

E’ spesso faticoso ragionare su opere datate nel tempo. Troppo stratificata la mole di commenti di cui tenere conto, le interpretazioni date, l’universo del già detto. Se poi l’opera in questione non è solo un “classico”, ma dall’autore così importante e “ingombrante”, il rischio della superficialità diviene una quasi certezza. Eppure mai come oggi crediamo che questo rischio vada corso, visto il deperimento ormai definitivo della critica nel nostro paese. Tutto il già detto su opere del genere è oggi sepolto da strati di decadenza culturale che hanno disattivato completamente un messaggio, e un linguaggio, un tempo in grado di emancipare generazioni di militanti. Partiamo affermando allora questo: non è possibile predisporsi alla critica di un qualsiasi lavoro culturale – sia esso letterario, artistico, teatrale, cinematografico, eccetera – senza aver assimilato i concetti fondamentali presenti in questo Marxismo e la critica letteraria. Senza aver compreso, cioè, le basi del rapporto tra marxismo e cultura. Un rapporto che non è decisivo unicamente per una critica “di sinistra” (concetto d’altronde molto equivoco), ma per ogni genere di critica, perché la relazione tra la dialettica materialista e la cultura è una relazione universale e non ingabbiata nell’ideologia (marxista in questo caso). In altre parole: Marx ed Engels hanno svelato, pur in assenza di opere di sintesi sul tema, il rapporto tra essere umano ed espressione culturale mediato dalle relazioni capitalistiche entro cui questo specifico rapporto prende forma. Come si può procedere a una critica culturale senza possedere le basi di questa relazione, che è una relazione generale, ma che assume caratteri peculiari riguardo all’estetica? Continua a leggere »

Gli anni Settanta sono ancora un nostro problema

 

Dei tanti modi di ricordare l’anniversario del Settantasette, uno dei più “obliqui” è quello di procedere partendo da un libro decisamente minore, giornalistico, e che affronta le vicende di un gruppo della sinistra extraparlamentare di fatto dismesso l’anno prima. Eppure, questa storia di Lotta continua regge allo scorrere del tempo proprio perché fatta senza l’ambizione della rivalsa o della condanna. Cazzullo non ha certo gli strumenti culturali per interpretare gli anni Settanta, ma nella sua vera o apparente ingenuità ricostruisce un mondo, senza decisive pregiudiziali ideologiche, e proprio per questo capace di riflettere l’ansia di quegli anni, di quella generazione di rivoluzionari. Gli anni Settanta, col loro culmine nel ’77, segnano l’ultimo ciclo di lotte di classe rivoluzionarie nel nostro paese. Intendiamo, con questo, che nel tornante tra il ’77 e il ’78 si conclude, per la sinistra rivoluzionaria italiana, la questione del potere. Qualsiasi opinione si abbia delle scelte politiche della sinistra rivoluzionaria di quegli anni, rimangono l’esperienza a noi più vicina dalla quale provare a ripartire. Ecco perché, nonostante la distanza temporale e politica, il problema suscitato in quel decennio è ancora un nostro problema, e l’enigma che li avvolge ancora tutto da decifrare. Continua a leggere »

Chi sono i comunisti?

 

[Mesi fa, il collettivo politico di Esc ci chiese di partecipare, con una breve relazione, alla Conferenza sul comunismo – C17 – per celebrare l’anniversario della Rivoluzione. Come direbbe Wu Ming, si trattava di sconfinare abbondantemente dalle nostre “zone di comfort”, tanto politiche quanto culturali. Molte cose, potete immaginare, ci distanziano da *quel* modo di celebrare l’Ottobre. Eppure abbiamo aderito senza problemi. Per due ragioni fondamentali. La prima, coi compagni di Esc c’è (molta) differenza ma c’è altrettanto “riconoscimento” politico. Tra compagni, insomma, ci si confronta apertamente, su tutto, nella condivisione come nello scontro dialettico. La seconda ragione fondamentale è data dalla convinzione che il marxismo ha la forza di confrontarsi con tutto il pensiero umano, non solo con chi ne condivide le premesse. Il marxismo è un pensiero della totalità: non ha paura a confrontarsi col grande pensiero borghese, così come non ha paura di discutere con forme di operaismo post-moderno. Anzi, preferiamo di gran lunga discutere con chi non la pensa come noi, piuttosto che darci ragione a vicenda in sterili dibattiti improduttivi. Il problema non era tanto, allora, “dove” e “con chi” discutere di comunismo, ma “come” essere efficaci in un contesto di reciproca diffidenza. Nel ristrettissimo spazio di dieci minuti (questo il tempo consentito ai relatori) sapersi fare ascoltare diveniva il problema centrale. Speriamo con questa relazione di esserne venuti a capo. Buona lettura]. Continua a leggere »

Euro o non Euro, questo è il problema (tedesco)

 

Su CorriereEconomia dello scorso 9 gennaio Marcello Minenna si chiedeva “cosa c’è dietro il successo dell’export tedesco?”, arrivando alla clamorosa risposta: “il segreto? Nell’euro debole”. E grazie al cazzo, verrebbe da dire, visto che da anni parte importante della comunità politica ed economica, nazionale e internazionale, individua proprio nell’euro il problema originario della crisi europea. Ma Minenna, sebbene buon ultimo, ancora non coglie il problema nella sua ampiezza, che non sta in un “euro debole”, ma nell’euro in quanto tale. La debolezza altro non è che l’inevitabile direzione impressa dall’economia tedesca, visto che se l’euro si apprezzasse proporzionalmente alla sua produttività, la Germania andrebbe in crisi economica e tutto il circo europeista crollerebbe un minuto dopo. Ma nell’articolo si citano un po’ di dati interessanti: “il surplus commerciale tedesco per l’anno appena passato raggiungerà il valore stratosferico del 9,2% del Pil, circa 260 miliardi di euro. Il più alto del mondo, superiore a quello della Cina anche in valore assoluto per oltre 30 miliardi di euro […] La Germania dunque da oltre 16 anni continua ad esportare più di quanto importi, accumulando crediti finanziari nei confronti del resto del mondo; in pratica da quando è nata l’Unione monetaria. E non si tratta di una coincidenza”. E no, non si tratta di una coincidenza. Continua a leggere »

Gramsci e i movimenti populisti: un contributo alla discussione

 

Nel 1949, nell’ambito della prima edizione completa dei Quaderni del carcere, Einaudi pubblica uno dei testi più famosi e importanti di Antonio Gramsci: Note sul Machiavelli, sulla politica e sullo Stato moderno. Come noto, i Quaderni determineranno il pensiero e la politica del Pci nel secondo dopoguerra. Molte delle riflessioni contenute sono preziose tutt’oggi: ad esempio, l’atteggiamento comunista nei confronti del populismo. Per tale ragione, riproponiamo qui un breve passo contenuto nel Machiavelli, che quasi novant’anni dopo (i Quaderni furono scritti tra il 1929 e il 1935) ancora chiarisce il rapporto dialettico tra movimento comunista e quei soggetti politici populisti che di volta in volta acquisiscono consensi popolari più delle loro reali capacità di rappresentarli: Continua a leggere »