APPUNTAMENTI

achtung_banditen_5_maggio_2017 enigma_anni_70 roma_non_si_vende_manifestazione_6_maggio_2017

MILITANT AUTLET


Infoshop
www.militantautlet.com
T-shirt, felpe, cappelli, giacche e sciarpe per sostenere le spese dell’attività politica.

Donazione Paypal

La lotta paga, ma ha anche un costo. Non riceviamo finanziamenti, non abbiamo trattorie, nessuno ci paga manifesti, striscioni o trasferte. Tutta la nostra attività politica è finanziata con l'autotassazione e la vendita delle magliette. Se pensi che il nostro impegno meriti un piccolo sostegno, non indugiare. Anche un piccolo contributo economico è per noi una grande forma di solidarietà politica.

PAGINE FACEBOOK: MILITANT


Collettivo Militant

NOI SAREMO TUTTO


Rete Nazionale

MILITANT AUTLET


Infoshop

ACHTUNG BANDITEN


Festival Antifascista

Caracas Chiama


Rete di solidarietà al Socialismo del XXI secolo

Comitato per il Donbass Antinazista


Coordinamento Operaio Ama


SOCIAL

pagina twitter Profilo Twitter pagina twitter Canale Youtube abbonati alle notizie Rss Feed Rss

ACCADEVA OGGI…

28 April :
1945 A piazzale loreto, Milano, vengono esposti i corpi del dittatore Mussolini e dei suoi sgerri. I partigiani sono costretti a usare gli idranti per disperdere la folla che voleva farne scempio.

STATS

Il colonialismo israeliano bussa alla Sapienza

 

Mercoledì scorso abbiamo organizzato, come comitato promotore NO-EXPO NO-ISRAELE,  un’assemblea alla Sapienza di lancio del comitato e della campagna contro la partecipazione israeliana all’expo milanese del 2015. L’ingerenza sionista si è subito manifestata chiedendo conto alla Sapienza dell’evento. Di seguito il comunicato del comitato promotore.

Lo scorso mercoledì 10 dicembre si è tenuta nel dipartimento di Fisica dell’Università La Sapienza l’assemblea di lancio della campagna romana NO EXPO NO ISRAELE. Questa campagna si pone l’obbiettivo di smascherare le ingerenze e i rapporti tra l’Italia e lo Stato sionista nell’ambito del grande evento dell’Expo, che si terrà a Milano a partire dal prossimo maggio.

Mentre si svolgeva l’iniziativa, che era stata legittimamente pubblicizzata con dei manifesti affissi dal comitato promotore, l’ambasciata israeliana contattava il rettore Gaudio e non meglio specificate “associazioni” contattavano il direttore di Dipartimento, chiedendo spiegazioni in merito alla natura dell’incontro.
In particolare chiedevano perché l’università organizzasse questo tipo di incontri, ritenendo che l’università stessa fosse promotrice dell’iniziativa. Continua a leggere »

Chi decide a Roma?

 

Riceviamo e riportiamo un interessante articolo sui recenti eventi che hanno coinvolto il comune di Roma. Una visione che aiuta a fare chiarezza su cosa si muove nella Capitale, e quali gli intrecci politici-mafiosi che governano questa città.

 

Questa mattina ha avuto inizio a Roma una maxi operazione per associazione di stampo mafioso che ha visto 37 persone sottoposte a misure cautelari, 29 in carcere ed 8 ai domiciliari, e sequestri di beni per oltre 200 milioni di euro.

Al centro dell’operazione c’è Massimo Carminati che dalle ricostruzioni dell’inchiesta fornite dai media viene indicato come il capo di questa organizzazione mafiosa. Personaggio che ormai da quarant’anni si trova sempre coinvolto nelle vicende più buie di questa città. Ex Nar e grande amico di Fioravanti e Alibrandi, Carminati ha giocato e continua a giocare il ruolo chiave di connessione fra organizzazioni politiche di estrema destra e criminalità organizzata. Proprio perchè anello di congiunzione fra questi due mondi gode da anni di rispetto e ammirazione indiscussi all’interno di questi ambienti. Continua a leggere »

Aggiornamenti dalla Delegazione romana per Kobane (primi 3 giorni)

Inauguriamo lo spazio dedicato agli aggiornamenti dalla Delegazione romana per Kobane. Di seguito trovate il resoconto dei primi 3 giorni di viaggio. Invitiamo a seguire più da vicino gli sviluppi di questa iniziativa sulla sua pagina facebook (https://www.facebook.com/romaperkobane) o sul blog (http://delegazioneromakobane.noblogs.org/)

PRIMO GIORNO DI AGGIORNAMENTO DALLA DELEGAZIONE ROMANA PER KOBANE

Il primo impatto che subiamo è acustico. Siamo stati svegliati dal rumore dei Jet della coalizione. Un sibilo che riempie i cieli senza nessuna fonte. Aerei che non si vedono sorvolano Kobane. Una minaccia occulta, che non si capisce a chi sia rivolta. La minaccia di una potenza che non si manifesta e che potrebbe colpire te. Una potenza in ogni caso ostile. Mentre nel cielo passano aerei invisibili, il villaggio si sveglia. Rumori più amichevoli, voci di bambini che giocano, il cinguettare degli uccelli che sembrano anche loro aver trovato rifugio in grande numero sui pochi alberi del villaggio. Rumori di una vita normale. Ci portano a fare una passeggiata verso il confine. Kobane è solo a qualche chilometro e si distende da Est a Ovest seguendo il fianco di una collina. La parte di città che abbiamo davanti è quella residua in mano all’Isis. Proviamo ad avvicinarci al filo spinato ma  il presidio di militari turchi che sta a qualche decina di metri da noi ci intima di allontanarci. Tra la città sotto assedio e il confine si distende un lungo cimitero di macchine, furgoni, trattori, tutti i mezzi che i profughi in fuga hanno dovuto lasciare per avere il permesso dal governo turco di passare la frontiera. Ci dirigiamo verso Mehser. Iniziano a sentirsi alle nostre spalle i colpi di artiglieria , seguiti da quelli dei mitragliatori. Uno scoppio potente e poi subito dopo tanti altri secchi e ravvicinati. A Kobane si combatte e non ci è dato sapere chi spara e chi è sotto attacco. Rientriamo al villaggio. Davanti a noi gli abitanti di questo ultimo presidio solidale prima della guerra si sono disposti in un semicerchio, rivolto verso la città siriana, come in un abbraccio ideale. Nel silenzio rotto da alcuni colpi, i Curdi e le Curde iniziano a intonare i loro canti, indirizzati ai fratelli e alle sorelle che combattono oltre il confine. Un suono potente come quello dei cannoni quello di trecento voci che cantano all’unisono. Un suono che si distende per tutta la vallata che si trova tra noi e Kobane e sicuramente raggiunge la città. Come se fosse stato prestabilito, alla fine del canto i colpi si intensificano.  Con il solito ritmo: un colpo di artiglieria che segue a raffiche. Al villaggio si attende. Si cerca di capire scrutando il profilo della città chi stia portando avanti l’offensiva. Un fumo grigio, finalmente si alza dalla parte della città sotto il controllo di Daesh. Forse i guerriglieri stanno riconquistando terreno.

Sono le 11 e dal minareto della moschea il canto del Muezzin richiama i fedeli. Mentre alcuni si mettono a pregare, noi incontriamo un combattente che è appena ritornato dal fronte: è passato di notte ferito ad una gamba. È passato illegalmente perché ci dice che alla frontiera o ti sparano oppure ti arrestano. Ci parla ma sembra teso. Gli chiediamo come procedono i combattimenti, come viveva prima dell’attacco dell’Isis. Ci dice che intorno a Kobane si stringe una morsa, che solo la città curda riesce a resistere alla avanzata degli sgherri del califfo nero. I villaggi intorno hanno paura. Ma Kobane è riuscita ad aggregare le forze diverse che in Siria combattono per la libertà. Un esempio che inizia a fare paura a più parti. Poi lo lasciamo.

La nostra giornata continua tra incontri, racconti, molti dei quali non possiamo neanche comprendere. Ma tutti vorrebbero spiegarci la situazione, la loro storia o anche soltanto farci qualche domanda per curiosità, non tanto perché stupiti della nostra presenza, quanto per il gusto di chiacchierare e di conoscersi. Prima di pranzare un compagno di Ergis propone di spiegarci come funziona il confederalismo democratico, il modello che ha guidato la rivoluzione in Rojava e che anche in Turchia si sperimenta in diverse municipalità. Ne nasce una chiacchiera di un ora e più. Molte le nostre domande, quasi asfissianti. Molti gli esempi concreti di come funziona in diverse parti, non solo nel Rojava che resiste. Poi con un sorriso ci dice, la rivoluzione è ancora come un bambino appena nato; sta gattonando nel tentativo di rovesciare un ordine dell’esistente che lo assedia da più parti, bisogna avere pazienza per vedere i frutti maturi che potrà dare.

I tempi sono scanditi sempre dai rumori dei combattimenti che smettiamo di sentire solo quando nel pomeriggio ci portano a Suruc. La cittadina ha accolto più di 60000 profughi che si stanno gestendo in maniera autorganizzata aiutati dagli abitanti del municipio turco. http://www.dinamopress.it/news/lautogestione-curda-nei-campi-dei-rifugiati

Prima che il buio chiuda la giornata la nostra guida ci porta a uno di questi campi.  Li possiamo assistere stupiti e commossi alla forza e alla dignità di queste persone. Poche parole possono descriverlo. Forse nessuna. Saranno sentimenti che sappiamo non ci lasceranno facilmente. Kobane resiste. La rivoluzione avanza.

SECONDO GIORNO DI AGGIORNAMENTO DALLA DELEGAZIONE ROMANA PER KOBANE

E stata una notte di scontri. Dal tetto della moschea di Mehser si potevano vedere, anche nel buio, il fumo alzarsi dalle strade di Kobane. Proiettili traccianti e colpi di mortai si ripetevano in quantità. A un certo punto si è alzato una colonna di fuoco che ha illuminato tutto l’orizzonte. Gli aerei della coalizione sono dovuti intervenire, ancora una volta in maniera tardiva e inefficace. Eppure il centro di comando delle truppe di Daesh è conosciuto: una grande bandiera nera sventola sull’ormai ex ospedale della cittadina siriana, nella parte Est che rimane sotto il loro controllo.

Nei combattimenti notturni le forze dello YPG/YPJ sono riusciti ad avere la meglio. Due comandanti e numerosi uomini del califfato sono morti. Ma all’alba una grande esplosione ha aperto la giornata. Un fumo nero denso copriva tutta la città più vicina al villaggio di Mehser.

Le prime notizie parlavano di un’autobomba fatta passare dal confine turco,di un morto e alcuni feriti.

Al centro culturale di Suruc si notavano facce molto tese, occhi lucidi. Nonostante tutto ci siamo diretti al deposito dove i compagni dell’ Dbp (il partito curdo della regione) smistano gli aiuti per i vari campi. Ci sono urgenze che non possono venire a mancare. Ci sono lavori che bisogna fare anche nei momenti di lutto. Ma mentre con altri solidali lavoravamo al confezionamento di pacchi di provviste e di coperte, di quello che insomma serve nei campi, numerose voci ci hanno portato in strada. Un corteo spontaneo di ragazzi e ragazze si dirigeva verso sud,verso il confine. Istintivamente cerchiamo di raggiungerli. Ci fermano e ci dicono che stanno arrivando i feriti. Non sono cinque, come avevamo creduto fino allora, sono venticinque feriti e otto morti tra civili e combattenti delle unità di difesa popolare.

Andiamo all’ospedale.Una folla in ansia aspetta l’arrivo delle ambulanze, sperando di non dover ritrovare un proprio caro. Conosciamo una donna, ci parla a lungo, ha al suo fianco un bambino. Ci dice dell’orgoglio di essere la madre di un combattente, ci racconta dell’assurdità di quello che stanno vivendo: attaccati dai gruppi salafiti, respinti dal governo turco, senza la possibilità di parlare la propria lingua, senza la possibilità di vivere.

Piano piano arrivano nuovi aggiornamenti, le notizie trapelano poco a poco dal confine. Questa notte l’Isis ha preso postazione per i suoi mortai dalla parte turca del confine, vicino a Mursitpinar, nei pressi di un magazzino alimentare a poche centinaia di metri da una delle basi dell’esercito di Erdogan. Non solo. Dal confine non è passata una macchina. Un camion che doveva portare aiuti umanitari, fatto passare senza problemi, è arrivato al check point della strada che porta a Kobane dal confine turco e che era sotto il controllo dell’esercito rivoluzionario curdo. Quel camion è esploso con il suo carico di tritolo. Un colpo alle spalle. Un colpo che ha fatto molto male. L’esercito proverà a smentire, ma testimoni e lo stesso presidente della provincia di Urfa confermeranno che nella notte gli attacchi di Daesh sono partiti dal lato turco del confine.

Torniamo al villaggio. Lì si sono diretti tutti i solidali, da lì arriva la notizia che l’esercito turco prepara a sgomberare. Sono momenti molto concitati. Vediamo chiaramente partire dalle sagome dei carrarmati turchi più di un colpo diretto verso la frontiera. Un’intimidazione che non si sa a chi è rivolta. Le colonne di fumo continuano ad alzarsi da Kobane. Decidiamo cosa fare. La minaccia di un intervento turco al villaggio non è un pericolo così remoto; abbiamo visto, e sentito, in questi giorni quale è il loro atteggiamento e cosa sono capaci di fare, ma stabiliamo di rimanere, solidali con la gente che qui è accorsa in gran numero e che alza canti di sostegno ai combattenti dello YPG/YPJ.

I colpi di mortaio provenienti da Kobane iniziano a diminuire, scende la notte e sembra che per il momento non succederà niente.

Rimarremo al fianco della rivoluzione del Rojava.

Con il cuore a Kobane,

Delegazione romana per Kobane.

 

TERZO GIORNO DI AGGIORNAMENTO DALLA DELEGAZIONE ROMANA PER KOBANE

É strano come la vita proceda nella sua normalità anche se a due passi c’è la guerra, anche se la tragedia ti ha colpito, e anche duramente. Momenti di rabbia si alternano a quelli di dolore, ma anche a istanti di serenità e di allegria. Ieri notte la Turchia è bruciata: sulla strada di ritorno al villaggio di Mehser abbiamo visto le barricate messe a bloccare le strade e i ragazzi di Suruc che, col volto coperto, le presidiavano con bottiglie incendiarie in mano. La polizia non poteva passare. Così, in tutti i villaggi e le città della parte kurda della Turchia, violenti scontri hanno infiammato la notte; la rabbia per l’ennesima conferma della posizione del governo turco in questo conflitto non poteva che portare a questo. Ma questa mattina la vita è tornata normale. Il solito traffico di gente e mezzi si è riversato nelle strade del paesino turco.
Per capire questa guerra di confine bisogna provare a immaginarsi il territorio della provincia di Suruc, in kurdo Pirsus. Si tratta di un altopiano, una vasta pianura delimitata a Sud dalle colline su cui si sviluppa Kobanê e ad alcune centinaia di kilometri a Nord dalle montagne del Kurdistan turco. In questo periodo, dopo la trebbiatura del grano, i campi vengono arati. La campagna è disseminata di villaggi di poche famiglie, a poche centinaia di metri l’uno dall’altro; alcuni dei più grandi hanno la loro moschea, come Mehser, ma principalmente si tratta di case di fango e magazzini per il grano, il cotone o i pistacchi. Così il confine è solo una linea immaginaria tracciata nel 1923 dalle potenze occidentali, perché a Nord e Sud la vita è la stessa; almeno lo era prima dell’arrivo di Daesh. Ci hanno portato lungo questa linea a vedere dove si trovano le postazioni dei combattenti, come quelle dell’Isis; cercando di capire come si sviluppa il conflitto nella zona. Andando a Ovest abbiamo dovuto superare le postazioni dell’esercito turco in forze. In un piccolo villaggio abbiamo visto da molto vicino Kobanê, dal lato che porta proprio dove ieri è scoppiato il tir. Ci dicono che non è raro che i colpi di mortaio di Al Baghdadi sconfinino, arrivando a poche decine di metri da loro: ci portano a vedere i resti dell’ultimo proiettile ancora piantato nel cratere che ha creato. Il confine si vede bene perché è una linea di macchine che con la luce che sale da Est risplende. E a ridosso ci sono i campi dell’esercito turco e mezzi in quantità. Poco più a Sud Ovest ci fanno vedere un altro campo. In cima a una collina sventolano insieme le bandiere delle YPG e delle YPJ. È una delle poche postazioni fuori dalla città ancora sotto il controllo kurdo. Ci offrono un the e ripartiamo.
Ci dirigiamo questa volta a Est. Un altro villaggio, Zahvan, altre scene di vita quotidiana: donne che cuociono il pane su una specie di piastra, uomini che sistemano gli attrezzi del lavoro dei campi. Non siamo mai stati così vicini al confine. Pochi metri separano noi dalla linea di filo spinato al di là del quale ci sono campi di mine anti-uomo. Il villaggio ospita un check-point turco di tre casotti e tre uomini che ci guardano con scarso interesse. Ci portano lì per farci vedere il villaggio gemello al di là del confine, Kikan. Alla nostra destra la stessa scena: decine di mezzi abbandonati, alcuni presidiati da profughi di Kobanê che non potendo passare, come in un limbo, controllano che le loro macchine non vengano sciacallate dai miliziani dell’Isis. Sì, perché a Kikan, che dista solo alcune centinaia di metri, c’è Daesh: possiamo vederli col binocolo, alcuni sui tetti delle case, altri tre al bordo del villaggio. Ci raccontano che ieri sera hanno visto passare un camion, con decine di reclute dirigersi a Kobanê; ci dicono che da lì, di notte, passano regolarmente i rinforzi che arrivano dall’Europa, come dalla Cecenia o dall’Africa; quando ai militari turchi domandano di intervenire gli rispondono che non sono quelli gli ordini; possono sparare solo dal loro lato del confine.
Ma la vita prosegue. Le donne che lavorano al pane ci invitano a mangiare: scopriamo che sono profughe ospitate dal villaggio, ci insegnano a stendere la pasta, ridendo bonariamente della nostra goffaggine. Torniamo a Suruc. Dopo aver parlato con i volontari che vengono da tutta la Turchia a seguire la situazione e ad aiutare la resistenza kurda ci siamo diretti a Mehser. Nel pomeriggio il partito ha convocato lì una grande manifestazione e stanno arrivando da tutta la provincia: camion, macchine, furgoncini carichi di uomini e donne che alzano in aria le mani in segno di vittoria passano davanti a noi. Il villaggio che in questi giorni è stato la nostra casa è pieno di gente. Anziani e bambini, uomini con la kefiah per copricapo e donne col velo, si mischiano con giovani vestiti da occidentali, o con le insegne delle Unità di Difesa Popolare. Forse diecimila persone partono in corteo in direzione del villaggio vicino. Macchine si incolonnano insieme alle persone, passando a fianco della strada asfaltata in mezzo ai campi appena arati: alla fine un comizio, mentre da lontano colonne di fumo si alzano di nuovo sopra Kobanê. La rivoluzione è anche questo: tempi diversi, spazi diversi: la lotta, lo scontro, il lutto; ma anche la gioia di vivere, la speranza, il lavoro quotidiano, la vita.
Con Kobanê nel cuore.

Delegazione romana per Kobanê

Dalla carovana antifascista. Comunicato n.4

La giornata conclusiva della carovana, prima di affrontare il lungo viaggio in pullman per tornare a Mosca, ha coronato il tentativo di portare la nostra solidarietà attiva alla Novorossija.

Mentre scriviamo, una nostra delegazione è a Rostov sul Don per la cerimonia di consegna di una parte del denaro raccolto in favore della Repubblica  Popolare di Donetsk; ieri invece abbiamo incontrato in territorio russo alcuni partigiani e partigiane dell’Esercito popolare provenienti da Lugansk, con cui ci siamo trattenuti tutta la serata condividendo a livello ideale i patimenti, l’analisi, le prospettive e le speranze di questi combattenti: la volontà ferrea di aiutarci vicendevolemente nella lotta per la libertà, contro fascismo e imperialismo.  Continua a leggere »

Comunicato n.3 dalla Carovana Antifascista

Dalla Carovana Antifascista

Comunicato n.3

Rispondiamo alle richieste di comunicazione che sono giustamente pressanti da parte dei compagni e dalle compagne in Italia.

La situazione che si è venuta a creare non ha portato ancora ad avere un canale sicuro e collettivo per portare la nostra solidarietà attiva nei territori interessati dall’aggressione del regime golpista di Kiev e dalle milizie neo-fasciste a lui organici.

L’ipotetica apertura di queste possibilità muta in continuazione e fino ad ora ha avuto esiti negativi, nonostante lo sforzo di cercare di usufruire di tutte le relazioni che i compagni provenienti da tutti i Paesi hanno intessuto in questi mesi.

Probabilmente i nuovi equilibri geo-politici successivi all’accettazione del cessate il fuoco proposto dalla Russia hanno delle conseguenze dirette nei rapporti tra quest’ultima e le Repubbliche popolari del Donbass, influenzando di fatto le sorti della nostra iniziativa. Continua a leggere »

Dalla carovana antifascista: il viaggio continua

da noisaremotutto.org

Mentre a Roma sfilavamo, durante la manifestazione nazionale per la Palestina, dietro allo striscione “Donbass antinazista”, ci è arrivato il secondo contributo dai compagni e dalle compagne in viaggio con la carovana, relativo alla giornata di venerdì.

Ogni giorno, alle ore 18, potete ascoltare su RadiAzione una corrispondenza in diretta dalla carovana. Qui la corrispondenza di venerdì.

Continua il lungo viaggio della carovana antifascista verso il Donbass. Siamo sul pullman da questa mattina per raggiungere Donetsk russa (sul confine con la Novorossjia), a circa 200 chilometri dall’omonima capitale di una delle due Repubbliche Popolari della Novorossjia.
Il viaggio è molto lungo e solo all’alba o poco prima arriveremo alla nostra destinazione  dove, dopo qualche ora di sonno si aprirà un nuovo capitolo per il nostro viaggio. Continua a leggere »

Carovana Antifascista: questo è solo l’inizio…

Riportiamo di seguito il primo diario di bordo della Carovana.

Carovana Antifascista: questo è solo l’inizio…

Differenti compagni giunti da diverse parti d’Europa si sono uniti alla Carovana Antifascista verso la Novorossjia. La maggior parte di noi si incontra per la prima volta in questi giorni per questa iniziativa di solidarietà lanciata dai compagni della Banda Bassottti. Siamo coscienti di essere forse solo un granello di sabbia nell’ingranaggio di un’ Europa dove soffiano impetuosi i venti di guerra e di un’Unione che non disdegna di usare i neo-nazisti come punta di lancia per espandere la sua egemonia verso est. Ma pensiamo che sia solo l’inizio e noi incominciamo col fare la nostra parte. Sperando che ciò che facciamo più che catalizzare l’attenzione su di noi, la indirizzi a ciò che succede oltre i Carpazi. Continua a leggere »

Stopping Israel

201273193019734734_20

 

Riportiamo di seguito un’interessante analisi sul conflitto Israelo-Palestinese e sulla condizione del popolo palestinese di “oppresso ma non sfruttato, dominato ma non necessario”. L’articolo è stato inizialmente pubblicato sulla rivista Statunitense socialista Jacobin da Bashir Abu-Manneh, professore all’università di Brown ed in precedenza della Columbia University.  

Israele ha scatenato un altro round di distruzione e sofferenza sulla Striscia di Gaza, ancora più feroce dell’invasione del 2008/2009. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati ancora una volta sfollati, oltre 1.817 sono stati uccisi e 7.553 feriti (soprattutto civili), migliaia di edifici sono stati distrutti completamente o parzialmente (comprese numerose moschee, scuole e ospedali mirati consapevolmente).

I quartieri di Shujai’yya e Khuza’a sono stati rasi al suolo e trasformati in un ammasso di cemento e barre di ferro contorte. Testimonianze raccontano di intere famiglie spazzate via, omicidi collettivi, sparatorie senza fine contro civili disarmati, e circa 430 bambini uccisi. Non c’è alcun posto sicuro nella Striscia - nemmeno le scuole delle Nazioni Unite trasformate in rifugi che ospitano oltre 220.000 palestinesi sfollati interni. Dopo otto anni di assedio e di embargo, 47 anni di occupazione, e 66 anni di espropriazione del territorio nazionale, i 1,8 milioni di abitanti di Gaza stanno vivendo nella paura e nel terrore ormai da quasi un mese. L’esercito più forte della regione sta ancora una volta bombardando una popolazione sofferente da molto tempo.

Il costo per Israele è stato principalmente militare: 64 soldati invasori uccisi e un numero superiore di feriti. Ci sono stati anche tre morti civili in seguito al lancio di migliaia di razzi Qassam fatti in casa e colpi di mortaio sparati verso Israele, molti dei quali intercettati dal sistema antimissile Iron Dome finanziato dagli Stati Uniti. Molti abitanti delle città meridionali di Israele (dove sono prevalenti i rifugi forniti dallo stato) si sono diretti in aree non colpite o più sicure.
Considerando questi fatti, è piuttosto incontrovertibile concludere che per Israele l’invasione di Gaza ha essenzialmente posto degli ostacoli al normale svolgimento della vita quotidiana nelle zone vicine a Gaza, ma che e’ stata vissuta dai palestinesi di Gaza come una devastazione di proporzioni senza precedenti. A Gaza ci vorranno anni per riprendersi dalle devastazioni materiali prodotte dalle forze armate, e ancora di più per guarire dal dolore, dalle cicatrici, dalle ferite psicologiche dei palestinesi – sempre che Israele permetta loro di vivere senza bombe e invasioni in futuro.

Il fatto che Israele possa ripetere quanto fatto a Gaza nel 2008/2009, distruggere un numero ancora superiore di infrastrutture, ammazzare ancora più palestinesi, è un problema per quanti credevano che la protesta e l’indignazione pubbliche del passato avrebbero posto almeno qualche limite alla condotta dello stato israeliano.
Perché, allora, ci troviamo di nuovo di fronte a una così triste realtà?Perché a Israele viene data mano libera per trattare i palestinesi con tale violenza? Cosa potrebbe porre dei limiti al comportamento di Israele in futuro?
Il nocciolo della questione risiede nel fatto che i palestinesi sono strategicamente e geopoliticamente irrilevanti, sia nella regione che in quanto popolo “dominato senza essere sfruttato”. Israele – grazie agli accordi di Oslo e alle politiche di chiusura – ha tagliato fuori i palestinesi dal mercato del lavoro israeliano. Israele non sfrutta i palestinesi direttamente come forza lavoro: questo non solo li priva di uno strumento di pressione nei riguardi delle politiche di Israele, ma li rende anche del tutto superflui come popolazione.

I palestinesi anno bisogno di Israele per tutto (cibo, risorse, acqua, energia elettrica, l’accesso alle loro sempre più ridotte terre e altre aree all’interno della Cisgiordania, l’accesso al mondo esterno, ecc.), mentre Israele non per nulla bisogno di loro. Israele mantiene la Striscia di Gaza e la Cisgiordania come mercati chiusi dove scaricare i suoi stessi prodotti senza che i palestinesi possano avere alcun strumento per determinare un proprio sviluppo economico e politico.
Il meccanismo di occupazione di Oslo, quindi, non solo ha privato i palestinesi dei diritti civili e politici (bloccandone l’indipendenza), ma anche di quelli economici, lasciandoli completamente dipendenti e controllati da Israele. Per questo sono una popolazione superflua: oppressi ma non sfruttati, dominati ma non necessari.
Questo significa che ogni volta che Israele decide di invadere, attaccare e uccidere i suoi palestinesi prigionieri, è libero di farlo. Questa libertà ha provocato sviluppi sconvolgenti nella società israeliana (basta leggere a questo proposito uno qualsiasi degli articoli recenti di Gideon Levy su Haaretz). Solo uno sfrenato razzismo sponsorizzato dallo stato è in grado di spiegare la statistica scioccante secondo la quale il 95% degli ebrei israeliani sostiene la campagna militare di Gaza. L’odio per i palestinesi, per esempio, è palese in ogni sala stampa israeliana, piena di ex ufficiali delle forze armate o dei servizi di sicurezza che fantasticano di un colpo decisivo contro Hamas. Rabbini, coloni e politici contribuiscono a creare un’atmosfera generale anti-araba.

Questo spirito è colto adeguatamente da Benny Morris nel suo recente articolo su Haaretz, intitolato “Dobbiamo sconfiggere Hamas – la prossima volta.” Parlando di “finire il lavoro” e “rioccupare l’intera Striscia di Gaza e distruggere Hamas come organizzazione militare, e forse anche politica”, aggiunge realisticamente: “Questo richiederà mesi di combattimenti, durante i quali la Striscia sarà ripulita, quartiere per quartiere, da militanti e armamenti di Hamas e della Jihad islamica, facendo pagare un prezzo elevato in vite umane sia di soldati delle forze armate israeliane che di civili palestinesi. ”
Tali desideri di genocidio possono solamente essere infiammati ulteriormente quando i cosiddetti pacifisti israeliani, come Amos Oz, ancora una volta accusano la resistenza palestinese di utilizzo di “scudi umani” – e questo nonostante tutte le prove riguardo l’ultima guerra contro la Striscia di Gaza dimostrino che è stato Israele ad utilizzare palestinesi come scudi umani per proteggere i propri soldati. L’analogia di Oz è scioccante nel suo tentativo ostinato di giustificare i crimini di guerra: “Cosa faresti se il tuo vicino di casa dall’altra parte della strada si sedesse sul balcone, prendesse il suo bambino sulle ginocchia e iniziasse a sparare con la mitragliatrice contro la camera dei tuoi bambini?”
Non merita forse Oz un premio Nobel per la letteratura per questo uso brillante della sua fantasia? Come Morris, anche lui sostiene la smilitarizzazione di Gaza con la forza: “A mio parere il male peggiore nel mondo è l’aggressione, e l’unico modo per respingere l’aggressione è, purtroppo, con la forza. Ecco dove sta la differenza tra un pacifista europeo e un pacifista israeliano come me”. Crede davvero di promuovere la pace, quando il suo linguaggio trasuda odio?Con pacifisti israeliani come Oz, chi ha bisogno di guerrafondai?L’adozione disinvolta da parte di Amos Oz di queste nuove posizione selvaggiamente aggressive si tradurra’ in un applauso al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
In queste circostanze di diffuso razzismo coloniale e di guerra contro i palestinesi, fermare Israele è l’unica possibilità. Tre sfere di pressione possono essere delineate: interna, regionale e globale. Applicati in maniera combinata, questi vincoli sarebbero molto meno suscettibili di essere contrastati o neutralizzati da parte di Israele e dei suoi alleati.

Primo: dall’interno. Israele teme di perdere il controllo sulla popolazione dei territori occupati attraverso manifestazioni di massa e scontri, per esempio attraverso la contestazione popolare organizzata del regime di occupazione di Oslo. Qui l’Autorità Palestinese (ANP) gioca il suo ruolo fondamentale nel controllare la popolazione dei territori occupati, tenendola lontana dall’IDF e collaborando con Israele in materia di sicurezza – consegnando sospetti, permettendo ad Israele di condurre liberamente omicidi, rapimenti e detenzione di militanti, e condividendo l’intelligence di sicurezza.
Finché questa collaborazione locale in materia di sicurezza continua, Israele avrà un forte vantaggio rispetto alle forze di resistenza locali e alle organizzazioni politiche. Questa è la materia di scontro cruciale tra i gruppi della resistenza palestinesi (tra cui Hamas e la Jihad islamica) e l’elite di Fatah e l’ANP.

Il secondo terreno è regionale: i movimenti popolari e democratici arabi possono solamente costruire un ambiente più adatto per la lotta palestinese e la solidarietà araba. Questa settimana, per esempio, abbiamo visto decine di manifestazioni in tutta la Giordania che chiedevano la chiusura definitiva dell’ambasciata israeliana, la fine del trattato di pace israelo-giordano, e la fine della cooperazione economica.
Come Gaza 2014 mostra, un popolo senza stato, come i palestinesi, è estremamente sensibile ai cambiamenti regionali. La cacciata di Morsi da parte dell’esercito egiziano, il giro di vite contro il movimento islamico in Egitto, e il ritorno al potere dell’ancien régime non ha solamente lasciato Hamas senza un alleato chiave regionale. La smobilitazione della rivoluzione e la sua repressione e disarticolazione da parte dell’esercito e delle elite egiziane hanno anche lasciato i palestinesi senza il sostegno popolare egiziano di cui hanno bisogno per resistere e fronteggiare l’occupazione israeliana.
Il regime egiziano, di conseguenza, ha avuto mano libera per soffocare Gaza quanto voleva, sia economicamente e che geograficamente, contribuendo a bloccare il suo accesso al mondo esterno. Se Israele è il principale responsabile delle politiche di chiusura (dal 1991) e di embargo (dal 2007) – politiche che hanno impedito ai palestinesi di viaggiare in Cisgiordania e Israele – l’Egitto è stato un partner essenziale per l’attuazione dell’embargo verso la Striscia di Gaza: invece di alleviarlo (come durante il breve regno di Morsi), l’Egitto lo ha in gran parte intensificato, contribuendo sensibilmente al senso di insicurezza, imprigionamento e soffocamento spaziale degli abitanti di Gaza.

Il più grande sostenitore di Israele nella regione rimane l’Arabia Saudita. Incatenata all’alleanza con gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita vede Israele come una risorsa nella sua lotta regionale non solo contro il nazionalismo arabo (sul modello della variante radicale di Nasser, come nel 1967), ma anche contro l’attuale aumento del potere iraniano e sciita nella regione. Il sostegno a Israele da parte dell’ex capo dei servizi di intelligence sauditi Turki al-Faisal è stato palese, tanto quanto l’aver incolpato Hamas per l’attuale invasione israeliana di Gaza.
Anche la tardiva dichiarazione di re Abdullah che a malapena si è ricordato di Gaza conteneva tali e tanti avvertimenti e attacchi contro i “terroristi” che la Jihad islamica ha ritenuto fosse diretta contro la resistenza palestinese stessa. Se un cambiamento popolare di regime in Arabia Saudita oggi sembra improbabile, un indebolimento di ogni anello della catena saudita-israelo-egiziano-giordano-americana non è fuori questione, specialmente se lo spirito rivoluzionario arabo dovesse riorganizzarsi e coalizzarsi nuovamente.

Molti stati della regione sono complici dell’occupazione israeliana. Con l’acquisto di 11 miliardi di dollari di armi dagli Stati Uniti e ospitando la più grande base militare statunitense nella regione, il Qatar contribuisce alla potenza statunitense in Medio Oriente, anche se sostiene e fornisce rifugio politico e diplomatico ad Hamas. La combinazione tra sostegno alla fine dell’assedio e rafforzamento del principale sostenitore di Israele nella regione (per non parlare della soppressione della democrazia e dei diritti umani nel suo cortile di casa, mentre incanala fondi ai fondamentalisti in Egitto e in Siria) rende evidente solamente le peculiarità della monarchia del Qatar, non il suo impegno verso la libertà araba. Se il Qatar non è un problema così grande come l’Arabia Saudita, è comunque un problema, e svolge un ruolo attivo nell’anti-democratico Consiglio di cooperazione del Golfo.

E per quanto riguarda la pressione globale? L’opinione pubblica mondiale è importante e potrà esserlo ancora di piu’ quando comprenderà maggiormente la realtà dell’occupazione israeliana e l’attuale svolta fascista in Israele. La pressione della società civile può essere efficace, se non per fermare le guerre, quantomeno per far pagare a Israele i costi dell’occupazione: boicottando beni e servizi legati all’occupazione, chiedendo un embargo sulla fornitura di armi e perseguendo i crimini di guerra israeliani.

La solidarietà con i palestinesi è cresciuta enormemente negli ultimi dieci anni in molte sfere differenti e sta diventando più organizzata e coerente nei suoi metodi e nelle sue richieste. Il BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) è il modo migliore per i popoli in occidente per dire a Israele che il colonialismo è inaccettabile.
Molte cose devono accadere affinché Gaza 2014 sia l’ultima guerra di Israele contro i palestinesi. Israele e i suoi alleati non possono ostacolare ancora per molto tempo la lotta per la democrazia, i diritti umani e l’autodeterminazione. La giustizia non sara’ di gradimento per Israele, e speriamo che arrivi presto.

Traduzione in Italiano a cura di Piero Maestri e Cinzia Arruzza.

Devastata la sede fascista di Sempre Domani

da www.contropiano.org/

La sede di Spazio Tenaglia, legato a CasaPound, in via Assisi a Roma, è stata devastata durante la notte. Su quanto accaduto è stato recapitato agli organi di informazione un comunicato firmato “Roma Antifascista e Meticcia” che riportiamo qui di seguito:

“Ieri notte la Roma antifascista ha deciso di sanzionare lo Spazio Tenaglia, sede di Sempre Domani, una fida costola della più nota Casapound, organizzazione della destra neofascista romana e nazionale. La crisi avanza, le tigri di carta populiste si travestono da soluzione, finti rivoluzionari strisciano nei nostri quartieri. Smascherarli, colpirli e isolarli è il compito degli antifascisti e degli anticapitalisti. Ieri oggi domani, Sempre antifascisti”.

L’associazione Sempre Domani, così spiega la sua natura sociale: “Sempre Domani è un’associazione nata il 6 Ottobre 2010 per iniziativa del nucleo fondante dell’Appio-Tuscolano come superamento delle precedenti esperienze politiche. Sempre Domani è una comunità organica ed umana, cioè composta dai cuori,  dalle menti, dal sudore e dall’impegno dei suoi militanti. Sempre Domani sviluppa la sua visione della vita oltre che in ambito politico anche in quello culturale grazie all’Associazione Emmetrentanove e in ambito sportivo grazie alla squadra di calcio dilettantistica Pro Appio…. dopo soli tre mesi di lavoro per la ristrutturazione,appunto dello spazio, i militanti di Sempre Domani hanno organizzato una giornata in ricordo dei martiri delle Foibe, chiamandola “Anche le pietre parlano italiano”. L’organizzazione è stata rapida ma ben strutturata e consisteva in una conferenza, alla quale sono stati invitati illustri ospiti (il professore e scrittore storico Vincenzo De Luca, il dottor Antonio Ballarin dell’associazione Venezia Giulia e Dalmazia e il presidente dell’associazione Urbe 2006 Francesco Fedeli), ed una mostra fotografica. La partecipazione è stata molto soddisfacente. Numerosi i giovani che hanno partecipato. Presente inoltre un‘anziana esule fiumana la cui testimonianza fisica ha reso la serata ancor più emozionante. A fine serata, inoltre, un rinfresco con pasta, pizza, salumi e vino ha accompagnato la chiusura dell’iniziativa inaugurale dello Spazio. Consci del fatto che Spazio Libero Tenaglia non indica per Sempre Domani un punto di arrivo va comunque sottolineato il grande passo di questa comunità che oggi ancor di più dimostra di essere avanguardia politica”……

Recensione dello spettacolo “MAGAZZINO 18″ di Simone Cristicchi

Come sapete nella serata di ieri, con i nostri compagni della rete Noi saremo tutto e i compagni della Rete Antifascista di Firenze, abbiamo contestato a Scandicci, vicino Firenze, lo spettacolo “Magazzino 18″ di Simone Cristicchi. Ecco una recensione di Claudia Cernigoi sullo spettacolo di Cristicchi che ha il merito di entrare nel merito di questo spettacolo indegno svelando quale sia la sua reale natura nazionalista e di propaganda. Non un passo indietro, la resistenza non si tocca!

da www.diecifebbraio.info

Quattro anni fa l’editrice Mursia ha pubblicato un libro dal titolo “Ci chiamavano fascisti. Eravamo italiani”, scritto dal giornalista Jan Bernas (oggi portavoce del vice presidente vicario del parlamento europeo Gianni Pittella (PD), figlio dell’ex parlamentare socialista Domenico Pittella che nel 1992 si era candidato nella Lega delle Leghe di Stefano Delle Chiaie.

Il libro non riporta nulla di nuovo dal punto di vista storiografico (risulta dalla stessa sinossi del testo che “Questo non è e non vuole essere un libro di storia” (http://www.forumforpages.com/facebook/esodo-istriano-per-non-dimenticare/ci-chiamavano-fascisti-eravamo-italiani-il-nuovo-libro-di-jan-bernas/847529688/0 ): oltre ad alcune testimonianze di esuli istriani e di “rimasti”, si limita a ripetere cose già pubblicate più volte (e spesso anche più volte smentite in base a documentazione ufficiale), ciononostante, pur non essendo un’opera innovativa, è corredata da una prefazione di Walter Veltroni (curiosamente, nel sito di Bernas e nella nota biografica inserita nella pubblicazione curata dal Teatro Rossetti di Trieste compare anche una “postfazione di Gianfranco Fini”, che però non risulta pubblicata nel libro messo in commercio). Il libro è stato presentato per la prima volta a Roma in modo bipartisan da Luciano Violante e Fabio Rampelli, allora deputato del PDL (oggi in Fratelli d’Italia), anche se nella nota di cui sopra si legge che sarebbe stato Roberto Menia a presentarlo.

Ed è a questo libro che dice di essersi ispirato il cantautore Simone Cristicchi per il suo spettacoloMagazzino 18 (Bernas infatti risulta coautore del testo teatrale): lo avrebbe comprato dopo averlo visto “per caso” in una libreria, incuriosito dal titolo. In seguito Cristicchi sarebbe venuto a Trieste dove Piero Delbello (direttore dell’IRCI Istituto Regionale Cultura Istriano-giuliano-dalmata) lo avrebbe accompagnato al Porto vecchio a prendere visione delle masserizie degli esuli istriani ancora conservate al Magazzino n. 18. Di questa visita Cristicchi usa dire che trovarsi in quel magazzino pieno di mobili e di altri oggetti è un po’ come visitare Auschwitz (paragone che ci sembra offensivo nei confronti delle vittime di Auschwitz, dato che gli oggetti trovati nei magazzini di quel lager erano stati rubati agli internati che poi furono uccisi, mentre qui si tratta di cose abbandonate dai loro proprietari, che hanno abbandonato le proprie città, ma non furono assassinati), ed ha quindi deciso di mettere in scena la “tragedia degli esuli”, perché, a suo parere, è stata finora ignorata.

Va ribadito a questo punto che a Trieste della questione dell’esodo istriano si è sempre parlato, ed a livello nazionale è quantomeno da vent’anni, dalla dissoluzione della Jugoslavia, che sentiamo ribadire la necessità di parlare di questa tragedia “finora ignorata” ogniqualvolta viene pubblicato un libro o un articolo, quando esce un film, e nel corso delle celebrazioni e commemorazioni indette nel Giorno del ricordo (10 febbraio).

In realtà la legge istitutiva del Giorno del ricordo (n. 92/2004) contempla che in questa occasione vadano approfondite, oltre alla questione dell’esodo e delle foibe, “le più complesse vicende del confine orientale”; e la lettura completa della norma ha creato, e crea tuttora, svariate polemiche sul come raccontare la storia di queste vicende, dato che le associazioni degli esuli hanno ritenuto di dover avere il monopolio delle commemorazioni e pertanto di imporre ad enti ed istituzioni varie di non far parlare relatori non omologati alla loro interpretazione della storia.

In questo panorama si è inserito ora anche Cristicchi, considerato da alcuni un autore “impegnato” per certi suoi spettacoli sulla malattia mentale, sui minatori e sulla guerra. Senza entrare nel merito degli altri suoi lavori parliamo di Magazzino 18, del quale l’autore spiega che “la cosa più complicata è stata raccontare lasituazione storica. Il rischio era ovviamente quello di annoiare e quindi abbiamo sintetizzato un arco di tempo di quarant’anni in cinque minuti di orologio. Anche da qui sono nate diverse critiche, perché sono stato accusato di aver dimenticato, o addirittura omesso di dire certe cose: io non ho omesso niente, ho solo avuto rispetto di un pubblico che viene a teatro, non ad ascoltare una conferenza, ma a emozionarsi, a provare rabbia, a ridere. Lo spettacolo vuole essere anche uno spunto per incuriosire la gente ad approfondire questa storia. Di certo non volevo fare lo storico”.

Cristicchi dunque “non voleva fare lo storico”, ma “emozionare”: intento rispettabilissimo, se solo l’avesse rispettato e non avesse dato in quei “cinque minuti” (che nei fatti si sono però dilatati in tutto lo spettacolo) una lettura storica del tutto falsata, dato che non si è basato su testi storici ma ha riprodotto pedissequamente i vecchi testi di propaganda nazionalista inframmezzati da qualche appunto “antifascista”, probabilmente per apparire bipartisan, coerentemente con la promozione del testo di Bernas. E va detto subito che nella narrazione non viene rispettata la cronologia dei fatti e spesso non è inquadrata correttamente la sequenzialità delle vicende, il che sicuramente non aiuta lo spettatore a chiarirsi le idee su quello che è accaduto.

Nello spettacolo Cristicchi impersona un archivista un po’ burino, Duilio Persichetti, che alla stregua di un Dante Alighieri de noantri si fa accompagnare alla scoperta della storia non da un poeta come Virigilio, ma da un oscuro “spirito delle masserizie” che gli appare nel deposito dei mobili abbandonati dagli esuli giuliano dalmati. E questo Spirito, lungi dal fornirgli dati storici, sembra il portavoce dell’antica agenzia Stefani che lavorava sotto il fascismo (o forse si ispira semplicemente al testo di Bernas, dal quale cita abbondantemente).

“Un’intera regione svuotata della propria essenza. Gente costretta a lasciare la sua terra non per la fame o per la voglia di migliorare la propria condizione, ma perché non si può vivere senza essere italiani”, declama lo Spirito, non considerando che l’Istria non era esclusivamente italiana, ma una regione popolata anche da sloveni, croati ed istrorumeni, e l’essenza istriana, se vogliamo mantenere questa definizione, è data dalla commistione di queste etnie, non dalla presenza dei soli italiani, molti dei quali peraltro rimasero in Istria, restando italiani, come dimostra il fatto che ancora oggi la comunità italiana in Slovenia e Croazia è viva e vitale. Perché in Jugoslavia gli italiani potevano mantenere la propria nazionalità italiana, a condizione di acquisire la cittadinanza jugoslava (ed i cittadini jugoslavi di nazionalità italiana hanno da subito avuto il diritto alle scuole con insegnamento nella madre lingua, a finanziamenti per circoli culturali ed editoria, al bilinguismo nei rapporti con le istituzioni, fino ai seggi garantiti nei parlamenti locali: molto di più di quanto abbiano mai visto le comunità minoritarie in Italia); mentre nel caso in cui non volessero rinunciare alla cittadinanza italiana, il Trattato di pace prevedeva che, in quanto “optanti”, lasciassero la Jugoslavia per andare in Italia. Nessuna “pulizia etnica” (con buona pace del Presidente Napolitano, che con tutto il rispetto, non è un esperto di storia), dunque, ma una banalissima questione di diritto internazionale.

E che non vi fosse un clima di terrore nei confronti degli italiani è dimostrato dalle stesse parole dello Spirito, quando parla di “un’emorragia durata dieci anni”. Per fare un paragone, i tedeschi dei Sudeti dovettero lasciare le proprie case dalla sera alla mattina, senza poter portare via nulla, mentre se gli istriani poterono portare via “persino le bare dei propri cari” e riempire delle proprie masserizie, poi non ritirate, il Magazzino 18, si può ben comprendere la diversità dei due eventi. Infine un altro appunto: lo Spirito dice che “se ne andarono in trecentomila”, ma va precisato che nel 1958 l’Opera per l’assistenza ai profughi giuliani e dalmati pubblicò una sorta di censimento dal quale appare che i “profughi legalmente riconosciuti” erano 190.905 (i numeri poi furono fatti lievitare con operazioni di conteggio quantomeno discutibili, ma su questo vi rinviamo ai titoli in bibliografia).

Quando poi lo Spirito si mette a raccontare (nei famosi cinque minuti) la storia del confine orientale, sembra essersi ispirato a qualche filmino dell’Istituto Luce: “quei luoghi settant’anni fa erano Italia, anche le pietre parlano italiano”, ma non dice che quei luoghi diventarono italiani meno di cento anni fa, e lo rimasero per una ventina d’anni, dopo la vittoria italiana nella prima guerra mondiale. “Il tricolore viene issato “non solo a Trento, a Gorizia e Trieste, ma anche a Zara, Pola, nell’Istria e nelle isole del Quarnaro; ed alla fine “anche Fiume qualche anno dopo si ricongiunge all’Italia”: che ciò sia avvenuto in barba al Trattato di Rapallo e con un colpo di mano, questo lo Spirito non lo ricorda. Non ce n’era il tempo? O perché non era intenzione di Cristicchi di parlare di storia?

Così il “processo di riunificazione si conclude, ma per poco, perché vent’anni dopo il Fascismo (maiuscolo? n.d.r.) “sfalda il delicato equilibrio”: ma lo Spirito non spiega che l’Italia fissò il proprio confine orientale ben oltre a quelli che potevano essere considerati “luoghi dove le pietre parlavano italiano”, come Postumia, Tolmino, Villa del Nevoso (per usare i nomi italianizzati dallo Stato vincitore). Del resto, se Cristicchi più di una volta ha affermato che “un tempo l’Istria si chiamava Italia ed ora si chiama Slovenia e Croazia”, non ci si può aspettare che conosca la geografia, ma dà l’impressione che si sia limitato a ripetere gli slogan della propaganda nazionalista ed irredentista. Per “emozionare”, certamente. E va da sé che l’emozione, non essendo di per se stessa razionale, non ha bisogno di considerare la realtà dei fatti.

Segue una carrellata, piuttosto confusa, che vorrebbe spiegare come il fascismo (noi lo scriviamo minuscolo, signor Spirito delle masserizie), si rese colpevole di violenze antislave (vengono citati l’incendio del Narodni Dom del 1920, il cambiamento forzato dei cognomi e dei toponimi, l’impedimento di parlare nella propria lingua, l’invasione della Jugoslavia nel 1941, i campi di internamento per civili) e da ciò si arriva alla conclusione che gli “slavi”, di fronte a questo fecero l’equazione “italiano = fascista”. Altra mistificazione che serve a creare uno stato emozionale e non razionale, mistificazione diffusa dalla propaganda antijugoslava e non corrispondente al vero, perché l’Esercito di liberazione jugoslavo, così come i militanti antifascisti del Fronte di liberazione (Osvobodilna fronta) accoglievano nelle proprie file antifascisti di tutte le etnie, e le stesse direttive emanate da Edvard Kardelj parlavano di “epurare non sulla base della nazionalità ma del fascismo”.

In questo modo anche la lettura dello scritto di una bambina che era stata internata ad Arbe serve come apripista per ribadire quell’interpretazione fascista del fenomeno delle “foibe” che risale ancora al 1943, dopo gli eventi istriani post-armistizio: sentiamo come lo Spirito delle masserizie narra i fatti.

Dopo l’armistizio l’esercito italiano si sfalda, arrivano i nazisti e a Trieste viene messo in funzione il lager della Risiera, ma non viene neppure accennato a quante vittime costò il ripristino dell’“ordine” in Istria nell’ottobre 1943, quando le truppe nazifasciste rivendicarono di avere fatto dai diecimila ai tredicimila morti (così i comunicati ufficiali apparsi sulla stampa dell’epoca). E poi, senza che si comprenda la conseguenza temporale dei fatti: “i partigiani slavi agli ordini di Tito scendono dalle montagne dell’interno dove sono accampati e di città in città di paese in paese, di casa in casa arrivano e arrestano i nemici del popolo”.

Da questa descrizione un ignaro spettatore si fa l’idea che durante tutta la guerra i partigiani sarebbero stati “accampati in montagna” (a non fare niente, si suppone) in attesa di “scendere” (è interessante come certo tipo di propaganda insista sul fatto che i comunisti, i partigiani, gli “slavi” non arrivano mai normalmente da qualche parte, ma “scendono”, “calano”, “dilagano” e via di seguito) nelle città a dare la caccia ai “nemici del popolo” (termine questo usato dalla propaganda anticomunista perché mutuato dalle epurazioni staliniane, ma non usato dai partigiani).

Mescolando assieme, senza contestualizzarli, i due momenti delle esecuzioni sommarie, quello dell’Istria del settembre 1943 e quello degli arresti del maggio 1945, lo Spirito ipotizza che potrebbe essersi trattato di vendette verso i fascisti e di vecchi rancori; ma quando “cominciano a sparire anche carabinieri, podestà, guardie forestali, farmacisti, maestri, sacerdoti, impiegati statali”, i “processi sommari e le esecuzioni di massa non risparmiano nemmeno cattolici, antifascisti e persino comunisti”, e ci si mette a “colpire anche donne, maestri, postini, antifascisti, gente che con la politica non c’entra niente”, allora si domanda: perché tutto questo?

Come al solito, quando l’intenzione non è di ricostruire fatti storici, ma di “emozionare”, è facile, partendo da un presupposto sbagliato, arrivare a dimostrare un fatto non vero. Perché innanzitutto bisogna dividere i due eventi di cui abbiamo parlato: nell’Istria del 1943 ci furono sì delle vendette sommarie contro i rappresentanti del fascismo (piccoli gerarchi, in genere, non gli alti papaveri), ma fu infoibato un carabiniere solo, nessun podestà, nessun farmacista (perché poi allo Spirito sono venuti in mente proprio i farmacisti fra tutte le possibili categorie professionali, forse perché la famiglia di Luigi Papo, il futuro rastrellatore del 2° Reggimento MDT Istria, gestiva a Montona una farmacia che sotto il fascismo veniva usata come luogo di interrogatorio di partigiani?), sacerdoti uno (che sembra fosse un informatore dell’Ovra).

Poi va ricordato che ai quei tempi le guardie forestali erano militarizzate e che gli “impiegati statali” erano in genere funzionari del fascio, così come i maestri erano coloro che intimidivano i bambini per impedire loro di parlare nella propria lingua, e che le donne potevano essere fasciste esattamente come gli uomini, così come potevano essere ausiliarie nelle forze armate. E se nel 1945 vi furono altre vendette personali, la maggior parte dei morti si ebbero tra i militari internati nei campi (l’internamento in campi lontani dal luogo di cattura era previsto dalle leggi di guerra, ed i militari italiani furono internati anche in campi britannici e statunitensi, dove le condizioni di vita non erano tanto migliori di quelle dei campi jugoslavi), mentre furono arrestati coloro che erano stati segnalati come criminali di guerra; gli antifascisti arrestati erano quei reparti del Corpo volontari della libertà italiani che si erano opposti in armi all’esercito jugoslavo (che era un esercito alleato: sarebbe accaduto lo stesso con il CVL milanese se si fosse opposto agli statunitensi); infine, per quanto riguarda i partigiani “comunisti”, va detto che vi furono anche un paio di esecuzioni (avvenute durante il conflitto) sul motivo reale delle quali d’altra parte non si è mai ricostruita la storia (ma fatti di questo genere avvennero in tutti i corpi della Resistenza, non solo in Italia).

Tutta questa mistificazione (che dura da settant’anni) ha un preciso scopo, che nel testo di Cristicchi (fatto per “emozionare”, ricordiamolo) viene così spiegato: “forse perché gli italiani sono un ostacolo al Sogno (maiuscolo? n.d.r.) di Tito di realizzare una sola grande regione e quindi annettersi anche le zone a maggioranza italiana”, come Zara, l’Istria, Fiume, Trieste per creare “una sola grande Jugoslavia”, dove la “lotta per la liberazione dal nazifascismo giusta e sacrosanta” (bontà loro, n.d.r) qui “sembra un mezzo per raggiungere l’obiettivo del confine all’Isonzo e quella che nel resto d’Italia viene festeggiata come Liberazione qui prende le sembianze di occupazione”.

Come abbiamo detto prima, per dimostrare una cosa inesistente (il “sogno della grande Jugoslavia”) l’autore (Bernas? Cristicchi?) è partito da presupposti falsi (l’eliminazione di chi non voleva la Jugoslavia), e riesce in tal modo a diffondere dal palcoscenico dei teatri di tutta Italia (ma anche dell’Istria) quelle teorie anti-jugoslave che fino a pochi anni fa erano peculiarità della destra irredentista ma ora sembrano avere preso piede anche in ambienti “antifascisti” e “di sinistra”.

E così arriviamo ad uno dei momenti più bassi (dal punto di vista artistico e civile) dello spettacolo: quando Cristicchi si avvolge un fazzoletto rosso attorno al collo e declama “per realizzare il sogno della grande Jugoslavia bisogna solo dare un calcio allo stivale” ed a questo punto parte il coro dei bambini che cantano la canzone della foiba, “Dentro la buca” (“un colpo alla nuca e giù nelle buca”, davvero delle parole adatte da far cantare a dei ragazzini).

Viene poi data la parola ad un certo Domenico, “staffetta del Regio Esercito”, si presenta, “praticamente un postino” (un militare in guerra sarebbe un postino? se questa non è manipolazione, come la vogliamo chiamare?), che sarebbe stato infoibato ancora vivo assieme a tantissimi altri, recuperato da una foiba… no, non lo sa da che foiba sarebbe stato recuperato perché ce ne sono 1.700 in Istria (i recuperi verbalizzati si riferiscono a molte meno foibe, lo diciamo per tranquillizzare gli spettatori: il maresciallo dei Vigili del fuoco di Pola, Arnaldo Harzarich, dichiarò agli Alleati di avere esplorato dieci foibe istriane tra l’autunno e l’inverno 1943-44, dalle quali furono estratte 204 salme ed indicò altre cinque foibe dalle quali non fu possibile effettuare recuperi). Come Domenico sarebbero stati infoibati Luigi, Tonin, Giovanni, Norma… e qui parte la storia di Norma Cossetto, con le consuete falsità che vi sono state ricamate attorno negli anni, in base ad una inesistente testimonianza di una donna, mai identificata, che avrebbe assistito alle violenze.

Nomi e cognomi degli scomparsi stanno scritti ci spiega Persichetti (che non ha detto i cognomi degli infoibati chiamati per nome, né nell’elencare le categorie degli uccisi ha fatto nomi: perché è uso consolidato, quando si parla di questi argomenti di generalizzare, e teniamo a mente che non è scopo di Cristicchi, come non lo era di Bernas, “fare storia”), per poi contraddirsi dicendo che non si saprà mai quanta gente è sparita in questo modo; si parla genericamente di persone “uccise in tempo di pace” termine che può significare tutto e niente, perché le vendette personali proseguirono per anni in tutta Europa, così come le condanne a morte eseguite dopo i processi ai criminali di guerra furono fatte “in tempo di pace”, basti pensare a Norimberga. Viene citata a questo punto la dichiarazione fatta da Milovan Gilas in un’intervista, pochi anni prima di morire, di essere stato incaricato assieme a Kardelj di andare in Istria per mandare via gli italiani con ogni mezzo. Considerando che Gilas era diventato “dissidente” già negli anni ’50, tale affermazione, fatta a tanti anni di distanza, lascia il tempo che trova, innanzitutto perché non ha alcun riscontro documentale, e poi perché il governo jugoslavo riconobbe alla comunità italiana tutte quelle garanzie che abbiamo descritto in precedenza.

Poi si parla della strage di Vergarolla del 18/8/46 (della quale non vi è alcuna prova che si sia trattato di un attentato e tanto meno di un attentato organizzato per “terrorizzare” gli italiani), come motivo per cui quel giorno “la maggioranza degli italiani che abitava a Pola scelse come l’unica via l’esodo”. Però noi leggiamo sulla Voce del popolo del 5/4/08 che tre settimane prima della strage il CLN di Pola “aveva raccolto 9.496 dichiarazioni familiari scritte, per conto di 28.058 abitanti su un totale di 31.000, di voler abbandonare la città se questa dovesse venir assegnata alla Jugoslavia”: il che dovrebbe dimostrare che “l’esodo” era già stato deciso prima della tragedia.

Interessante il punto in cui si sente dire che “tutta l’Istria è occupata dai titini” già prima della firma del Trattato di pace “firmato dai potenti della Terra” (togliendo l’emozione, più prosaicamente, si trattava delle potenze che si erano alleate contro la guerra scatenata dall’Asse, Germania, Italia, Giappone) che “consegna alla Jugoslavia un’intera regione italiana”, come “prezzo che l’Italia deve pagare per essere uscita sconfitta dalla seconda guerra mondiale”. Una riflessione sul fatto che l’Italia avrebbe anche potuto non dichiarare guerra al mondo intero assieme al suo alleato tedesco? Naturalmente no, perché non è di queste emozioni che si occupa uno Spirito delle masserizie.

Ed ancora notiamo come si parli sempre di “titini” e non di Esercito jugoslavo: sentiamo mai parlare di “churchilliani” a proposito dei britannici o di “hitleriani” a proposito dei nazisti? È tanto difficile riconoscere alla Jugoslavia di essere stata uno dei Paesi alleati nella lotta contro il nazifascismo? Certamente, perché se le si riconoscesse questo ruolo si dovrebbe anche riconoscere che l’Esercito jugoslavo aveva il diritto e l’autorità di fare prigionieri i militari nemici e di arrestare i presunti criminali di guerra per sottoporli a processo, così come fecero gli eserciti delle altre nazioni alleate. E quindi crollerebbe anche tutta la costruzione dei crimini jugoslavi rivolti contro gli innocenti italiani.

Altro punto interessante è che il diritto di conquista militare viene riconosciuto per l’Italia che aveva annesso i territori occupati militarmente dopo la prima guerra mondiale, anche quelli dove non vivevano italiani; mentre lo stesso discorso non sembra valere per la Jugoslavia, che anzi a seguito del Trattato di pace rinuncerà a zone che aveva conquistato militarmente.

Persichetti poi parla della partenza dall’Istria e della miseria dei campi profughi: “pensi che voleva di’ passà da una casa magari co vista mare… ad un casermone di cemento armato in periferia o a un ex campo di concentramento!”, dice al suo superiore romano. I campi profughi non sono mai piacevoli, è vero, è così è una tragedia quella della bambina morta di freddo nel comprensorio di Padriciano, ma si rende conto il narratore di quanti italiani in Italia, nell’immediato dopoguerra, avrebbero fatto firme false per avere un appartamento in un “casermone di cemento armato in periferia” invece di continuare a vivere nelle baracche o negli appartamenti privi di servizi igienici che erano la norma e non l’eccezione a quei tempi? Non tutti gli esuli istriani abbandonarono la “casa con vista mare” (ed anche questa spesso era un appartamentino privo di tutto) ma provenivano da condizioni di vita di miseria, come la maggior parte della popolazione d’Europa prima del boom economico e dopo essere uscita da una guerra disastrosa.

Si passa poi all’elenco di una serie di esuli “diventati famosi”, tra cui Alida Valli (che però viveva a Roma già prima della guerra, dato che Cinecittà si trovava lì e non a Pola, ma questo particolare evidentemente è sfuggito agli autori); una canzoncina è dedicata ai “rimasti”, descritti come disprezzati da tutti, ma alla fine “ancora italiani” com’erano sempre stati (altra contraddizione che non pare preoccupare gli autori: se vi furono dei “rimasti” e “rimasti italiani” vuol dire che non si era “svuotata una regione intera”, che non si aveva paura di parlare italiano, che non c’era alcuna manovra politica per far andare via gli italiani dall’Istria).

Alla fine arriviamo all’altro momento bassissimo dello spettacolo, quando Persichetti, dirigendo il coro dei bambini, prende in giro gli operai che da Monfalcone si erano recati in Jugoslavia per dare una mano a ricostruire le infrastrutture distrutte durante la guerra e per partecipare alla realizzazione di una società socialista dopo vent’anni di fascismo. Alcuni di essi rimasero vittime dello scontro tra Tito e Stalin, quando molti filosovietici (che erano però per la maggior parte jugoslavi, e molti dei quali avevano commesso omicidi ed attentati contro il proprio governo) furono internati nell’isola di Goli Otok. Si tratta indubbiamente di una pagina buia della storia jugoslava, che però avrebbe dovuto essere affrontata diversamente, proprio per la sua tragicità, e non mediante lo spregio di coloro che avevano creduto in un ideale e coerentemente avevano cercato di realizzarlo.

Infine il burino Persichetti dice allo Spirito delle masserizie che giocherà al lotto il numero 18 (spiegando che nella Smorfia tale numero significa “sangue”, sempre per emozionare il pubblico?) e che lui archivia tutto, tranne una lettera inviata alla figlia del proprietario di alcuni mobili rinvenuti, la quale aveva chiesto notizia delle masserizie dei suoi genitori che non li avevano mai “reclamati indietro”. Il che dovrebbe stroncare tutto il plot su cui si basa questo spettacolo: i mobili sono stati abbandonati dagli stessi proprietari, evidentemente perché non ne avevano più bisogno o sarebbe stato troppo complicato farseli mandare nel luogo in cui erano andati a vivere.

Cosa del resto confermata da Piero Delbello in un articolo apparso sul Piccolo del 24 gennaio scorso: nel Magazzino 18 sono conservate “più o meno la metà delle cose che arrivarono subito dopo la guerra dall’Istria, ma che negli anni successivi dalle Prefetture di più città d’Italia continuarono a essere inviate nel capoluogo giuliano. Fatte arrivare dalle varie ditte di spedizioni nelle località di destinazione delle famiglie che ne erano proprietarie, in più casi rimasero nei depositi. Senza che nessuno più le reclamasse. E dunque furono fatte infine convergere in Porto Vecchio, dove oggi occupano una parte del primo piano del 18”.

In pratica si tratta di oggetti che agli esuli (od optanti che dir si voglia) una volta giunti nella città di destinazione, non interessava di conservare, per cui li hanno abbandonati. Cosa comprensibile per i mobili, che forse non potevano trovare posto nelle nuove case consegnate, ma perché non reclamare almeno gli oggetti di famiglia, le fotografie, i quaderni? Quale valore simbolico si vuole attribuire a delle che sono state abbandonate perché i loro proprietari se ne sono disinteressati, non sequestrate né rapinate; e con quale sentimento questo materiale viene paragonato ai magazzini dove venivano accatastate le cose rubate ai prigionieri assassinati ad Auschwitz?

Alla fine di tutto si parla delle vittime dell’una e dell’altra parte, e l’autore conclude “io non ho un nome ma potrei averne milioni. Come i profughi di tutto il mondo, costretti a lasciare la propria terra, per sfuggire alla povertà, all’odio, alla guerra”.

Ecco, se Cristicchi fosse partito da queste due belle, significative frasi, ed avesse parlato delle tragedie degli esodi, di tutti gli esodi, senza pretendere di fare storia su un evento specifico (asserendo peraltro di non volerla fare), avrebbe potuto realizzare uno spettacolo di indubbio interesse, emozionando (in questo caso positivamente) e coinvolgendo lo spettatore. Invece il risultato di questa sua ambizione ha prodotto uno spettacolo di propaganda, in quanto il suo intento di creare emozione è degenerato nel voler creare piuttostosuggestione, fornendo agli spettatori dati falsi da cui trarre conclusioni errate.

Come opera di propaganda Magazzino 18 è indiscutibilmente riuscito molto bene: ma per chi come noi ha studiato e conosce la storia di queste terre, vederla stravolta in questo modo allo scopo di denigrare il movimento internazionalista ed antifascista jugoslavo, è francamente intollerabile; ed inoltre, considerando il modo in cui è stato sponsorizzato, a livello mediatico, questo spettacolo, fa sorgere il dubbio che si tratti di un’operazione studiata a tavolino che può rivelarsi molto pericolosa per gli equilibri delicati del confine orientale.

Le citazioni sono tratte da “Magazzino 18 di Simone Cristicchi, regia di Antonio Calenda, testo completo dello spettacolo + CD”, I Quaderni del Teatro, edizioni Il Rossetti – Promo Music, Trieste dicembre 2013.

Claudia Cernigoi

31 gennaio 2014

BIBLIOGRAFIA.

CERNIGOI Claudia, Operazione foibe tra storia e mito, Kappa Vu 2005.

COLUMMI Cristiana (e altri), Storia di un esodo. Istria 1945-1956, Istituto regionale per la storia del Movimento di liberazione nel Friuli-Venezia Giulia, Trieste, 1980.

CONTI Davide, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” 1940-1943,Odradek 2008.

GOBETTI Eric, L’occupazione allegra, Carocci 2007.

MICHIELI Roberta – ZELCO Giuliano, Venezia Giulia la regione inventata, Kappa Vu 2008.

PIRJEVEC Jože, Foibe, Einaudi 2010.

PURINI Piero, Metamorfosi etniche, Kappa Vu 2010.

SCOTTI Giacomo, Goli Otok, LINT 1991.

VOLK Alessandro, Esuli a Trieste, Kappa Vu 2004.