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CHI ZITTISCE CHI? No alla criminalizzazione del dissenso all’Università di Firenze

Riportiamo e sottoscriviamo l’appello promosso dalle realtà studentesche fiorentine in merito alla contestazione della presenza di Caselli, invitato nell’ambito di un’iniziativa sull’antimafia organizzata da alcune associazioni universitarie all’interno dell’Università degli studi di Firenze. Sui giornali mainstream è stato dato grande spazio alle dichiarazioni vittimistiche dell’ex magistrato e procuratore capo, il quale si è ben guardato non solo dal presentarsi, ma anche dal rispondere nel merito delle accuse politiche mosse nei suoi confronti, troppo impegnato a demonizzare le proteste di cui è stato oggetto. Evidentemente Caselli non si trova a suo agio nelle vesti di “accusato”: lui che per anni ha prestato servizio al soldo dello stato svolgendo un ruolo attivo nella repressione nei confronti delle lotte sociali e politiche di studenti e lavoratori negli anni ’70; lui che, dopo una parentesi nell’ambito delle inchieste antimafia tutt’altro priva di ombre, si è reso protagonista di uno dei più violenti attacchi di criminalizzazione nei confronti del movimento No Tav sotto l’egida dell’accusa di terrorismo, caduta miseramente in sede processuale. A difesa del paladino della legalità la cui ultima attività è stata quella di proteggere gli interessi dei grandi speculatori nella costruzione di un’opera inutile come la Tav in Val di Susa, si sono messi in moto tutti quegli esponenti delle cosiddette istituzioni “democratiche”, universitarie e non, nel tentativo di strumentalizzare la vicenda per spazzare via le voci scomode e contrarie troppo a lungo “tollerate”: ed ecco che si paventa lo sgombero degli spazi vissuti dai collettivi all’interno dell’università. La repressione del dissenso, la criminalizzazione delle lotte in nome della “democrazia” non è cosa nuova, anzi si inserisce perfettamente negli ultimi giri di vite repressivi tra cui le 17 firme per associazione a delinquere elargite a Palermo, il processo per il 14 Dicembre 2010 – che andrà a sentenza il 2 Aprile -, così come le ultime denunce romane per i picchetti antisfratto e per la giornata del 27 Febbraio all’interno della mobilitazione “Mai con Salvini”, che non sono che gli ennesimi tasselli.

CHI ZITTISCE CHI?
APPELLO CONTRO LA CRIMINALIZZAZIONE DEL DISSENSO ALL’UNIVERSITA’ DI FIRENZE.
promosso dai collettivi studenteschi autorganizzati.

«Nel tempo dell’inganno universale dire la verità è un atto rivoluzionario».
George Orwell

Nel promuovere il presente appello in maniera unitaria, invitiamo tutte le realtà politiche, sociali, sindacali e intellettuali a prendere pubblicamente posizione e condannare il pesante clima di intimidazione e delegittimazione che è stato costruito attorno ai collettivi universitari autorganizzati a seguito della contestazione all’ex magistrato Gian Carlo Caselli al Polo delle Scienze Sociali di Novoli.

Ad una legittima critica politica si è risposto non nel merito ma con un’ondata di accuse deliranti; un attacco politico-mediatico di enormi proporzioni, condotto dalla stampa locale e nazionale attraverso l’utilizzo sistematico della menzogna e dell’insulto, finalizzato a creare il terreno favorevole alla repressione dell’attività politica dei collettivi ed alla chiusura degli spazi di libera espressione del dissenso nelle aule universitarie di Firenze.

Prima di tutto quindi, sentiamo la necessità di fare chiarezza sui fatti: la contestazione promossa dal Collettivo Politico di Scienze Politiche, a cui hanno aderito numerose persone tra singoli individui, collettivi studenteschi e realtà politiche cittadine, si è svolta esponendo uno striscione e una bandiera NO TAV mentre un volantino e un intervento al megafono spiegavano agli studenti presenti le ragioni della protesta.

I collettivi protagonisti di questi fatti sono stati immediatamente accusati di intolleranza e di voler soffocare con metodi violenti e “squadristi” il confronto democratico, la libertà di espressione ed il libero scambio di opinioni all’interno delle aule universitarie.

Nonostante i locali del polo di Novoli fossero stati preventivamente militarizzati con un ingente schieramento di polizia e Digos, Caselli non si è presentato all’incontro, adducendo presunte motivazioni di ordine pubblico. Di fatto si è sottratto di sua spontanea volontà al confronto con le ragioni dei manifestanti, preferendo piuttosto insultarli dalle pagine dei quotidiani con la complicità di pessimi giornalisti. Abbiamo assistito ad un penoso tentativo di presentarsi come la vittima di una presunta violenza, col solo scopo di delegittimare l’avversario politico.

Non solo una pessima prova di stile dunque, ma una precisa volontà di zittire una voce scomoda che ha osato parlare contro il pensiero unico dominante. Una voce minoritaria, forse, ma che non teme di schierarsi chiaramente e di esprimersi attraverso le pratiche legittime della contestazione e del boicottaggio.

Invece di rispondere nel merito delle accuse contestategli, l’ex magistrato si è limitato a definire gli studenti in un crescendo di insulti: «bulli, ignoranti, arrabbiati, violenti, terroristi, canaglie e teppaglia», attaccando persino le autorità accademiche incapaci di garantire il libero svolgimento di un dibattito democratico e colpevoli, a suo dire, di aver tollerato l’attività politica dei collettivi studenteschi.

Tale reazione livida e scomposta non ci stupisce affatto: è forse un caso che Caselli trovi sempre qualcuno a contestarlo ovunque vada e di qualunque tema sia chiamato a parlare? Noi non riconosciamo il reato di lesa maestà! Nessuno ha impedito a Caselli di venire, e nessuno l’ha cacciato dall’Università, dato che, volontariamente, non si è presentato. La responsabilità del mancato incontro è esclusivamente sua. Ci risulta difficile credere che l’iniziativa di qualche decina di studenti possa aver “intimidito” a tal punto un ex procuratore del suo “calibro”. Tanto più che nessuno si è preso la briga di illustrarci esattamente di quale intollerabile violenza Caselli sia stato vittima, pronti invece a criminalizzare persone per fatti non accaduti.

Riteniamo inaccettabili le minacce e le intimidazioni di chi – strumentalizzando la vicenda della contestazione a Caselli – vorrebbe chiudere gli spazi di agibilità politica e di libera espressione del dissenso all’interno dell’università attaccando, delegittimando e criminalizzando il lavoro dei collettivi studenteschi. Alle minacce e agli insulti da parte di Caselli si è aggiunta anche una mozione del Senato Accademico in solidarietà al magistrato a cui sarebbe stato impedito di parlare.

Non si può dire che il clima repressivo a Firenze sia leggero: nel giro di pochi giorni abbiamo assistito alle minacce di sgombero dello spazio sociale “La Polveriera”, allo sgombero di due occupazioni abitative, alle manganellate in piazza sui militanti del Movimento di Lotta per la Casa, alle denunce indirizzate ai militanti del comitato di quartiere “Coverciano Antifascista” e all’irruzione della polizia nel centro sociale “La Riottosa”. Tanto più gravi ci appaiono questi fatti se rapportati alla vastità dell’attacco repressivo contro ogni forma di organizzazione del dissenso dal basso su tutto il territorio nazionale.

Citiamo in proposito solo alcuni dei fatti avvenuti negli ultimi mesi: lo sgombero alla Sapienza in occasione dell’iniziativa NO EXPO, la chiusura preventiva della Statale di Milano per ragioni simili, l’inchiesta giudiziaria (con imputazioni addirittura di terrorismo, poi decadute in appello) contro alcuni attivisti NO TAV ed infine la recente inchiesta palermitana che vede coinvolti Ex-Karcere e Anomalia con l’accusa infamante di associazione a delinquere.

A queste compagne e a questi compagni va tutta la nostra solidarietà, come a tutte le altre vittime della repressione che non abbiamo potuto menzionare in questo testo (la lista sarebbe molto lunga!).

Ora, un gruppo di docenti del nostro Ateneo – gli stessi che invocano la libertà di espressione e dipingono l’università come il “tempio della cultura critica e della libera circolazione delle idee” – pretende che i collettivi protagonisti della contestazione siano «espulsi dall’università», sgomberando le loro aule e negando loro la legittimità di esprimersi.

Alla faccia del “confronto democratico”: ipocriti! La responsabilità di queste affermazioni è oggettivamente gravissima; e risulta ancora più preoccupante alla luce degli autorevoli ruoli istituzionali ricoperti dagli estensori di tali minacce.

L’ondata di repressione e criminalizzazione non riuscirà a zittire la nostra voce contro il pensiero dominante perché noi continueremo a lottare dentro e fuori le aule universitarie come sempre abbiamo fatto.

Per queste ragioni invitiamo tutte le realtà politiche, sociali, sindacali e intellettuali, nonché tutte le forze che si sentono democratiche e progressiste a sottoscrivere e diffondere questo appello, prendendo posizione e condannando il grave attacco che ci viene mosso.

Contro ogni forma di repressione e criminalizzazione del dissenso!
Sia chiaro che se toccano uno toccano tutti!

LA SOLIDARIETÀ È UN’ARMA,
SOTTOSCRIVI E DIFFONDI QUESTO APPELLO!

E-mail: chizittiscechi@autistici.org

‪#‎setoccanounotoccanotutti‬

Promotori:
Collettivo Politico di Scienze Politiche, Studenti di Sinistra, Spazio Comune La Polveriera, Collettivo d’Agraria, Collettivo Scientifico Autorganizzato, Collettivo di Lettere e Filosofia, Collettivo RossoMalPolo, Collettivo di Scienze, Collettivo di Medicina-Codice Rosso.

Adesioni:
Movimento di Lotta per la Casa Firenze, Osservatorio sulla Repressione, Clash City Workers-Lavoratori della Metropoli in Lotta, Collettivo Nosmet-Scienze della Formazione, Cantiere Sociale Camillo Cienfuegos, Spazio Sociale Autogestito Sovescio-Parma, Fuori Binario-Giorernale di strada Firenze, Occupazione Via del Leone, PerUnaltracittà Firenze, Una Città In Comune Firenze, Collettivo Militant-Roma, CPA FI-SUD, Rete Nazionale Noi Saremo Tutto

Il colonialismo israeliano bussa alla Sapienza

 

Mercoledì scorso abbiamo organizzato, come comitato promotore NO-EXPO NO-ISRAELE,  un’assemblea alla Sapienza di lancio del comitato e della campagna contro la partecipazione israeliana all’expo milanese del 2015. L’ingerenza sionista si è subito manifestata chiedendo conto alla Sapienza dell’evento. Di seguito il comunicato del comitato promotore.

Lo scorso mercoledì 10 dicembre si è tenuta nel dipartimento di Fisica dell’Università La Sapienza l’assemblea di lancio della campagna romana NO EXPO NO ISRAELE. Questa campagna si pone l’obbiettivo di smascherare le ingerenze e i rapporti tra l’Italia e lo Stato sionista nell’ambito del grande evento dell’Expo, che si terrà a Milano a partire dal prossimo maggio.

Mentre si svolgeva l’iniziativa, che era stata legittimamente pubblicizzata con dei manifesti affissi dal comitato promotore, l’ambasciata israeliana contattava il rettore Gaudio e non meglio specificate “associazioni” contattavano il direttore di Dipartimento, chiedendo spiegazioni in merito alla natura dell’incontro.
In particolare chiedevano perché l’università organizzasse questo tipo di incontri, ritenendo che l’università stessa fosse promotrice dell’iniziativa. Continua a leggere »

Chi decide a Roma?

 

Riceviamo e riportiamo un interessante articolo sui recenti eventi che hanno coinvolto il comune di Roma. Una visione che aiuta a fare chiarezza su cosa si muove nella Capitale, e quali gli intrecci politici-mafiosi che governano questa città.

 

Questa mattina ha avuto inizio a Roma una maxi operazione per associazione di stampo mafioso che ha visto 37 persone sottoposte a misure cautelari, 29 in carcere ed 8 ai domiciliari, e sequestri di beni per oltre 200 milioni di euro.

Al centro dell’operazione c’è Massimo Carminati che dalle ricostruzioni dell’inchiesta fornite dai media viene indicato come il capo di questa organizzazione mafiosa. Personaggio che ormai da quarant’anni si trova sempre coinvolto nelle vicende più buie di questa città. Ex Nar e grande amico di Fioravanti e Alibrandi, Carminati ha giocato e continua a giocare il ruolo chiave di connessione fra organizzazioni politiche di estrema destra e criminalità organizzata. Proprio perchè anello di congiunzione fra questi due mondi gode da anni di rispetto e ammirazione indiscussi all’interno di questi ambienti. Continua a leggere »

Aggiornamenti dalla Delegazione romana per Kobane (primi 3 giorni)

Inauguriamo lo spazio dedicato agli aggiornamenti dalla Delegazione romana per Kobane. Di seguito trovate il resoconto dei primi 3 giorni di viaggio. Invitiamo a seguire più da vicino gli sviluppi di questa iniziativa sulla sua pagina facebook (https://www.facebook.com/romaperkobane) o sul blog (http://delegazioneromakobane.noblogs.org/)

PRIMO GIORNO DI AGGIORNAMENTO DALLA DELEGAZIONE ROMANA PER KOBANE

Il primo impatto che subiamo è acustico. Siamo stati svegliati dal rumore dei Jet della coalizione. Un sibilo che riempie i cieli senza nessuna fonte. Aerei che non si vedono sorvolano Kobane. Una minaccia occulta, che non si capisce a chi sia rivolta. La minaccia di una potenza che non si manifesta e che potrebbe colpire te. Una potenza in ogni caso ostile. Mentre nel cielo passano aerei invisibili, il villaggio si sveglia. Rumori più amichevoli, voci di bambini che giocano, il cinguettare degli uccelli che sembrano anche loro aver trovato rifugio in grande numero sui pochi alberi del villaggio. Rumori di una vita normale. Ci portano a fare una passeggiata verso il confine. Kobane è solo a qualche chilometro e si distende da Est a Ovest seguendo il fianco di una collina. La parte di città che abbiamo davanti è quella residua in mano all’Isis. Proviamo ad avvicinarci al filo spinato ma  il presidio di militari turchi che sta a qualche decina di metri da noi ci intima di allontanarci. Tra la città sotto assedio e il confine si distende un lungo cimitero di macchine, furgoni, trattori, tutti i mezzi che i profughi in fuga hanno dovuto lasciare per avere il permesso dal governo turco di passare la frontiera. Ci dirigiamo verso Mehser. Iniziano a sentirsi alle nostre spalle i colpi di artiglieria , seguiti da quelli dei mitragliatori. Uno scoppio potente e poi subito dopo tanti altri secchi e ravvicinati. A Kobane si combatte e non ci è dato sapere chi spara e chi è sotto attacco. Rientriamo al villaggio. Davanti a noi gli abitanti di questo ultimo presidio solidale prima della guerra si sono disposti in un semicerchio, rivolto verso la città siriana, come in un abbraccio ideale. Nel silenzio rotto da alcuni colpi, i Curdi e le Curde iniziano a intonare i loro canti, indirizzati ai fratelli e alle sorelle che combattono oltre il confine. Un suono potente come quello dei cannoni quello di trecento voci che cantano all’unisono. Un suono che si distende per tutta la vallata che si trova tra noi e Kobane e sicuramente raggiunge la città. Come se fosse stato prestabilito, alla fine del canto i colpi si intensificano.  Con il solito ritmo: un colpo di artiglieria che segue a raffiche. Al villaggio si attende. Si cerca di capire scrutando il profilo della città chi stia portando avanti l’offensiva. Un fumo grigio, finalmente si alza dalla parte della città sotto il controllo di Daesh. Forse i guerriglieri stanno riconquistando terreno.

Sono le 11 e dal minareto della moschea il canto del Muezzin richiama i fedeli. Mentre alcuni si mettono a pregare, noi incontriamo un combattente che è appena ritornato dal fronte: è passato di notte ferito ad una gamba. È passato illegalmente perché ci dice che alla frontiera o ti sparano oppure ti arrestano. Ci parla ma sembra teso. Gli chiediamo come procedono i combattimenti, come viveva prima dell’attacco dell’Isis. Ci dice che intorno a Kobane si stringe una morsa, che solo la città curda riesce a resistere alla avanzata degli sgherri del califfo nero. I villaggi intorno hanno paura. Ma Kobane è riuscita ad aggregare le forze diverse che in Siria combattono per la libertà. Un esempio che inizia a fare paura a più parti. Poi lo lasciamo.

La nostra giornata continua tra incontri, racconti, molti dei quali non possiamo neanche comprendere. Ma tutti vorrebbero spiegarci la situazione, la loro storia o anche soltanto farci qualche domanda per curiosità, non tanto perché stupiti della nostra presenza, quanto per il gusto di chiacchierare e di conoscersi. Prima di pranzare un compagno di Ergis propone di spiegarci come funziona il confederalismo democratico, il modello che ha guidato la rivoluzione in Rojava e che anche in Turchia si sperimenta in diverse municipalità. Ne nasce una chiacchiera di un ora e più. Molte le nostre domande, quasi asfissianti. Molti gli esempi concreti di come funziona in diverse parti, non solo nel Rojava che resiste. Poi con un sorriso ci dice, la rivoluzione è ancora come un bambino appena nato; sta gattonando nel tentativo di rovesciare un ordine dell’esistente che lo assedia da più parti, bisogna avere pazienza per vedere i frutti maturi che potrà dare.

I tempi sono scanditi sempre dai rumori dei combattimenti che smettiamo di sentire solo quando nel pomeriggio ci portano a Suruc. La cittadina ha accolto più di 60000 profughi che si stanno gestendo in maniera autorganizzata aiutati dagli abitanti del municipio turco. http://www.dinamopress.it/news/lautogestione-curda-nei-campi-dei-rifugiati

Prima che il buio chiuda la giornata la nostra guida ci porta a uno di questi campi.  Li possiamo assistere stupiti e commossi alla forza e alla dignità di queste persone. Poche parole possono descriverlo. Forse nessuna. Saranno sentimenti che sappiamo non ci lasceranno facilmente. Kobane resiste. La rivoluzione avanza.

SECONDO GIORNO DI AGGIORNAMENTO DALLA DELEGAZIONE ROMANA PER KOBANE

E stata una notte di scontri. Dal tetto della moschea di Mehser si potevano vedere, anche nel buio, il fumo alzarsi dalle strade di Kobane. Proiettili traccianti e colpi di mortai si ripetevano in quantità. A un certo punto si è alzato una colonna di fuoco che ha illuminato tutto l’orizzonte. Gli aerei della coalizione sono dovuti intervenire, ancora una volta in maniera tardiva e inefficace. Eppure il centro di comando delle truppe di Daesh è conosciuto: una grande bandiera nera sventola sull’ormai ex ospedale della cittadina siriana, nella parte Est che rimane sotto il loro controllo.

Nei combattimenti notturni le forze dello YPG/YPJ sono riusciti ad avere la meglio. Due comandanti e numerosi uomini del califfato sono morti. Ma all’alba una grande esplosione ha aperto la giornata. Un fumo nero denso copriva tutta la città più vicina al villaggio di Mehser.

Le prime notizie parlavano di un’autobomba fatta passare dal confine turco,di un morto e alcuni feriti.

Al centro culturale di Suruc si notavano facce molto tese, occhi lucidi. Nonostante tutto ci siamo diretti al deposito dove i compagni dell’ Dbp (il partito curdo della regione) smistano gli aiuti per i vari campi. Ci sono urgenze che non possono venire a mancare. Ci sono lavori che bisogna fare anche nei momenti di lutto. Ma mentre con altri solidali lavoravamo al confezionamento di pacchi di provviste e di coperte, di quello che insomma serve nei campi, numerose voci ci hanno portato in strada. Un corteo spontaneo di ragazzi e ragazze si dirigeva verso sud,verso il confine. Istintivamente cerchiamo di raggiungerli. Ci fermano e ci dicono che stanno arrivando i feriti. Non sono cinque, come avevamo creduto fino allora, sono venticinque feriti e otto morti tra civili e combattenti delle unità di difesa popolare.

Andiamo all’ospedale.Una folla in ansia aspetta l’arrivo delle ambulanze, sperando di non dover ritrovare un proprio caro. Conosciamo una donna, ci parla a lungo, ha al suo fianco un bambino. Ci dice dell’orgoglio di essere la madre di un combattente, ci racconta dell’assurdità di quello che stanno vivendo: attaccati dai gruppi salafiti, respinti dal governo turco, senza la possibilità di parlare la propria lingua, senza la possibilità di vivere.

Piano piano arrivano nuovi aggiornamenti, le notizie trapelano poco a poco dal confine. Questa notte l’Isis ha preso postazione per i suoi mortai dalla parte turca del confine, vicino a Mursitpinar, nei pressi di un magazzino alimentare a poche centinaia di metri da una delle basi dell’esercito di Erdogan. Non solo. Dal confine non è passata una macchina. Un camion che doveva portare aiuti umanitari, fatto passare senza problemi, è arrivato al check point della strada che porta a Kobane dal confine turco e che era sotto il controllo dell’esercito rivoluzionario curdo. Quel camion è esploso con il suo carico di tritolo. Un colpo alle spalle. Un colpo che ha fatto molto male. L’esercito proverà a smentire, ma testimoni e lo stesso presidente della provincia di Urfa confermeranno che nella notte gli attacchi di Daesh sono partiti dal lato turco del confine.

Torniamo al villaggio. Lì si sono diretti tutti i solidali, da lì arriva la notizia che l’esercito turco prepara a sgomberare. Sono momenti molto concitati. Vediamo chiaramente partire dalle sagome dei carrarmati turchi più di un colpo diretto verso la frontiera. Un’intimidazione che non si sa a chi è rivolta. Le colonne di fumo continuano ad alzarsi da Kobane. Decidiamo cosa fare. La minaccia di un intervento turco al villaggio non è un pericolo così remoto; abbiamo visto, e sentito, in questi giorni quale è il loro atteggiamento e cosa sono capaci di fare, ma stabiliamo di rimanere, solidali con la gente che qui è accorsa in gran numero e che alza canti di sostegno ai combattenti dello YPG/YPJ.

I colpi di mortaio provenienti da Kobane iniziano a diminuire, scende la notte e sembra che per il momento non succederà niente.

Rimarremo al fianco della rivoluzione del Rojava.

Con il cuore a Kobane,

Delegazione romana per Kobane.

 

TERZO GIORNO DI AGGIORNAMENTO DALLA DELEGAZIONE ROMANA PER KOBANE

É strano come la vita proceda nella sua normalità anche se a due passi c’è la guerra, anche se la tragedia ti ha colpito, e anche duramente. Momenti di rabbia si alternano a quelli di dolore, ma anche a istanti di serenità e di allegria. Ieri notte la Turchia è bruciata: sulla strada di ritorno al villaggio di Mehser abbiamo visto le barricate messe a bloccare le strade e i ragazzi di Suruc che, col volto coperto, le presidiavano con bottiglie incendiarie in mano. La polizia non poteva passare. Così, in tutti i villaggi e le città della parte kurda della Turchia, violenti scontri hanno infiammato la notte; la rabbia per l’ennesima conferma della posizione del governo turco in questo conflitto non poteva che portare a questo. Ma questa mattina la vita è tornata normale. Il solito traffico di gente e mezzi si è riversato nelle strade del paesino turco.
Per capire questa guerra di confine bisogna provare a immaginarsi il territorio della provincia di Suruc, in kurdo Pirsus. Si tratta di un altopiano, una vasta pianura delimitata a Sud dalle colline su cui si sviluppa Kobanê e ad alcune centinaia di kilometri a Nord dalle montagne del Kurdistan turco. In questo periodo, dopo la trebbiatura del grano, i campi vengono arati. La campagna è disseminata di villaggi di poche famiglie, a poche centinaia di metri l’uno dall’altro; alcuni dei più grandi hanno la loro moschea, come Mehser, ma principalmente si tratta di case di fango e magazzini per il grano, il cotone o i pistacchi. Così il confine è solo una linea immaginaria tracciata nel 1923 dalle potenze occidentali, perché a Nord e Sud la vita è la stessa; almeno lo era prima dell’arrivo di Daesh. Ci hanno portato lungo questa linea a vedere dove si trovano le postazioni dei combattenti, come quelle dell’Isis; cercando di capire come si sviluppa il conflitto nella zona. Andando a Ovest abbiamo dovuto superare le postazioni dell’esercito turco in forze. In un piccolo villaggio abbiamo visto da molto vicino Kobanê, dal lato che porta proprio dove ieri è scoppiato il tir. Ci dicono che non è raro che i colpi di mortaio di Al Baghdadi sconfinino, arrivando a poche decine di metri da loro: ci portano a vedere i resti dell’ultimo proiettile ancora piantato nel cratere che ha creato. Il confine si vede bene perché è una linea di macchine che con la luce che sale da Est risplende. E a ridosso ci sono i campi dell’esercito turco e mezzi in quantità. Poco più a Sud Ovest ci fanno vedere un altro campo. In cima a una collina sventolano insieme le bandiere delle YPG e delle YPJ. È una delle poche postazioni fuori dalla città ancora sotto il controllo kurdo. Ci offrono un the e ripartiamo.
Ci dirigiamo questa volta a Est. Un altro villaggio, Zahvan, altre scene di vita quotidiana: donne che cuociono il pane su una specie di piastra, uomini che sistemano gli attrezzi del lavoro dei campi. Non siamo mai stati così vicini al confine. Pochi metri separano noi dalla linea di filo spinato al di là del quale ci sono campi di mine anti-uomo. Il villaggio ospita un check-point turco di tre casotti e tre uomini che ci guardano con scarso interesse. Ci portano lì per farci vedere il villaggio gemello al di là del confine, Kikan. Alla nostra destra la stessa scena: decine di mezzi abbandonati, alcuni presidiati da profughi di Kobanê che non potendo passare, come in un limbo, controllano che le loro macchine non vengano sciacallate dai miliziani dell’Isis. Sì, perché a Kikan, che dista solo alcune centinaia di metri, c’è Daesh: possiamo vederli col binocolo, alcuni sui tetti delle case, altri tre al bordo del villaggio. Ci raccontano che ieri sera hanno visto passare un camion, con decine di reclute dirigersi a Kobanê; ci dicono che da lì, di notte, passano regolarmente i rinforzi che arrivano dall’Europa, come dalla Cecenia o dall’Africa; quando ai militari turchi domandano di intervenire gli rispondono che non sono quelli gli ordini; possono sparare solo dal loro lato del confine.
Ma la vita prosegue. Le donne che lavorano al pane ci invitano a mangiare: scopriamo che sono profughe ospitate dal villaggio, ci insegnano a stendere la pasta, ridendo bonariamente della nostra goffaggine. Torniamo a Suruc. Dopo aver parlato con i volontari che vengono da tutta la Turchia a seguire la situazione e ad aiutare la resistenza kurda ci siamo diretti a Mehser. Nel pomeriggio il partito ha convocato lì una grande manifestazione e stanno arrivando da tutta la provincia: camion, macchine, furgoncini carichi di uomini e donne che alzano in aria le mani in segno di vittoria passano davanti a noi. Il villaggio che in questi giorni è stato la nostra casa è pieno di gente. Anziani e bambini, uomini con la kefiah per copricapo e donne col velo, si mischiano con giovani vestiti da occidentali, o con le insegne delle Unità di Difesa Popolare. Forse diecimila persone partono in corteo in direzione del villaggio vicino. Macchine si incolonnano insieme alle persone, passando a fianco della strada asfaltata in mezzo ai campi appena arati: alla fine un comizio, mentre da lontano colonne di fumo si alzano di nuovo sopra Kobanê. La rivoluzione è anche questo: tempi diversi, spazi diversi: la lotta, lo scontro, il lutto; ma anche la gioia di vivere, la speranza, il lavoro quotidiano, la vita.
Con Kobanê nel cuore.

Delegazione romana per Kobanê

Dalla carovana antifascista. Comunicato n.4

La giornata conclusiva della carovana, prima di affrontare il lungo viaggio in pullman per tornare a Mosca, ha coronato il tentativo di portare la nostra solidarietà attiva alla Novorossija.

Mentre scriviamo, una nostra delegazione è a Rostov sul Don per la cerimonia di consegna di una parte del denaro raccolto in favore della Repubblica  Popolare di Donetsk; ieri invece abbiamo incontrato in territorio russo alcuni partigiani e partigiane dell’Esercito popolare provenienti da Lugansk, con cui ci siamo trattenuti tutta la serata condividendo a livello ideale i patimenti, l’analisi, le prospettive e le speranze di questi combattenti: la volontà ferrea di aiutarci vicendevolemente nella lotta per la libertà, contro fascismo e imperialismo.  Continua a leggere »

Comunicato n.3 dalla Carovana Antifascista

Dalla Carovana Antifascista

Comunicato n.3

Rispondiamo alle richieste di comunicazione che sono giustamente pressanti da parte dei compagni e dalle compagne in Italia.

La situazione che si è venuta a creare non ha portato ancora ad avere un canale sicuro e collettivo per portare la nostra solidarietà attiva nei territori interessati dall’aggressione del regime golpista di Kiev e dalle milizie neo-fasciste a lui organici.

L’ipotetica apertura di queste possibilità muta in continuazione e fino ad ora ha avuto esiti negativi, nonostante lo sforzo di cercare di usufruire di tutte le relazioni che i compagni provenienti da tutti i Paesi hanno intessuto in questi mesi.

Probabilmente i nuovi equilibri geo-politici successivi all’accettazione del cessate il fuoco proposto dalla Russia hanno delle conseguenze dirette nei rapporti tra quest’ultima e le Repubbliche popolari del Donbass, influenzando di fatto le sorti della nostra iniziativa. Continua a leggere »

Dalla carovana antifascista: il viaggio continua

da noisaremotutto.org

Mentre a Roma sfilavamo, durante la manifestazione nazionale per la Palestina, dietro allo striscione “Donbass antinazista”, ci è arrivato il secondo contributo dai compagni e dalle compagne in viaggio con la carovana, relativo alla giornata di venerdì.

Ogni giorno, alle ore 18, potete ascoltare su RadiAzione una corrispondenza in diretta dalla carovana. Qui la corrispondenza di venerdì.

Continua il lungo viaggio della carovana antifascista verso il Donbass. Siamo sul pullman da questa mattina per raggiungere Donetsk russa (sul confine con la Novorossjia), a circa 200 chilometri dall’omonima capitale di una delle due Repubbliche Popolari della Novorossjia.
Il viaggio è molto lungo e solo all’alba o poco prima arriveremo alla nostra destinazione  dove, dopo qualche ora di sonno si aprirà un nuovo capitolo per il nostro viaggio. Continua a leggere »

Carovana Antifascista: questo è solo l’inizio…

Riportiamo di seguito il primo diario di bordo della Carovana.

Carovana Antifascista: questo è solo l’inizio…

Differenti compagni giunti da diverse parti d’Europa si sono uniti alla Carovana Antifascista verso la Novorossjia. La maggior parte di noi si incontra per la prima volta in questi giorni per questa iniziativa di solidarietà lanciata dai compagni della Banda Bassottti. Siamo coscienti di essere forse solo un granello di sabbia nell’ingranaggio di un’ Europa dove soffiano impetuosi i venti di guerra e di un’Unione che non disdegna di usare i neo-nazisti come punta di lancia per espandere la sua egemonia verso est. Ma pensiamo che sia solo l’inizio e noi incominciamo col fare la nostra parte. Sperando che ciò che facciamo più che catalizzare l’attenzione su di noi, la indirizzi a ciò che succede oltre i Carpazi. Continua a leggere »

Stopping Israel

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Riportiamo di seguito un’interessante analisi sul conflitto Israelo-Palestinese e sulla condizione del popolo palestinese di “oppresso ma non sfruttato, dominato ma non necessario”. L’articolo è stato inizialmente pubblicato sulla rivista Statunitense socialista Jacobin da Bashir Abu-Manneh, professore all’università di Brown ed in precedenza della Columbia University.  

Israele ha scatenato un altro round di distruzione e sofferenza sulla Striscia di Gaza, ancora più feroce dell’invasione del 2008/2009. Centinaia di migliaia di palestinesi sono stati ancora una volta sfollati, oltre 1.817 sono stati uccisi e 7.553 feriti (soprattutto civili), migliaia di edifici sono stati distrutti completamente o parzialmente (comprese numerose moschee, scuole e ospedali mirati consapevolmente).

I quartieri di Shujai’yya e Khuza’a sono stati rasi al suolo e trasformati in un ammasso di cemento e barre di ferro contorte. Testimonianze raccontano di intere famiglie spazzate via, omicidi collettivi, sparatorie senza fine contro civili disarmati, e circa 430 bambini uccisi. Non c’è alcun posto sicuro nella Striscia - nemmeno le scuole delle Nazioni Unite trasformate in rifugi che ospitano oltre 220.000 palestinesi sfollati interni. Dopo otto anni di assedio e di embargo, 47 anni di occupazione, e 66 anni di espropriazione del territorio nazionale, i 1,8 milioni di abitanti di Gaza stanno vivendo nella paura e nel terrore ormai da quasi un mese. L’esercito più forte della regione sta ancora una volta bombardando una popolazione sofferente da molto tempo.

Il costo per Israele è stato principalmente militare: 64 soldati invasori uccisi e un numero superiore di feriti. Ci sono stati anche tre morti civili in seguito al lancio di migliaia di razzi Qassam fatti in casa e colpi di mortaio sparati verso Israele, molti dei quali intercettati dal sistema antimissile Iron Dome finanziato dagli Stati Uniti. Molti abitanti delle città meridionali di Israele (dove sono prevalenti i rifugi forniti dallo stato) si sono diretti in aree non colpite o più sicure.
Considerando questi fatti, è piuttosto incontrovertibile concludere che per Israele l’invasione di Gaza ha essenzialmente posto degli ostacoli al normale svolgimento della vita quotidiana nelle zone vicine a Gaza, ma che e’ stata vissuta dai palestinesi di Gaza come una devastazione di proporzioni senza precedenti. A Gaza ci vorranno anni per riprendersi dalle devastazioni materiali prodotte dalle forze armate, e ancora di più per guarire dal dolore, dalle cicatrici, dalle ferite psicologiche dei palestinesi – sempre che Israele permetta loro di vivere senza bombe e invasioni in futuro.

Il fatto che Israele possa ripetere quanto fatto a Gaza nel 2008/2009, distruggere un numero ancora superiore di infrastrutture, ammazzare ancora più palestinesi, è un problema per quanti credevano che la protesta e l’indignazione pubbliche del passato avrebbero posto almeno qualche limite alla condotta dello stato israeliano.
Perché, allora, ci troviamo di nuovo di fronte a una così triste realtà?Perché a Israele viene data mano libera per trattare i palestinesi con tale violenza? Cosa potrebbe porre dei limiti al comportamento di Israele in futuro?
Il nocciolo della questione risiede nel fatto che i palestinesi sono strategicamente e geopoliticamente irrilevanti, sia nella regione che in quanto popolo “dominato senza essere sfruttato”. Israele – grazie agli accordi di Oslo e alle politiche di chiusura – ha tagliato fuori i palestinesi dal mercato del lavoro israeliano. Israele non sfrutta i palestinesi direttamente come forza lavoro: questo non solo li priva di uno strumento di pressione nei riguardi delle politiche di Israele, ma li rende anche del tutto superflui come popolazione.

I palestinesi anno bisogno di Israele per tutto (cibo, risorse, acqua, energia elettrica, l’accesso alle loro sempre più ridotte terre e altre aree all’interno della Cisgiordania, l’accesso al mondo esterno, ecc.), mentre Israele non per nulla bisogno di loro. Israele mantiene la Striscia di Gaza e la Cisgiordania come mercati chiusi dove scaricare i suoi stessi prodotti senza che i palestinesi possano avere alcun strumento per determinare un proprio sviluppo economico e politico.
Il meccanismo di occupazione di Oslo, quindi, non solo ha privato i palestinesi dei diritti civili e politici (bloccandone l’indipendenza), ma anche di quelli economici, lasciandoli completamente dipendenti e controllati da Israele. Per questo sono una popolazione superflua: oppressi ma non sfruttati, dominati ma non necessari.
Questo significa che ogni volta che Israele decide di invadere, attaccare e uccidere i suoi palestinesi prigionieri, è libero di farlo. Questa libertà ha provocato sviluppi sconvolgenti nella società israeliana (basta leggere a questo proposito uno qualsiasi degli articoli recenti di Gideon Levy su Haaretz). Solo uno sfrenato razzismo sponsorizzato dallo stato è in grado di spiegare la statistica scioccante secondo la quale il 95% degli ebrei israeliani sostiene la campagna militare di Gaza. L’odio per i palestinesi, per esempio, è palese in ogni sala stampa israeliana, piena di ex ufficiali delle forze armate o dei servizi di sicurezza che fantasticano di un colpo decisivo contro Hamas. Rabbini, coloni e politici contribuiscono a creare un’atmosfera generale anti-araba.

Questo spirito è colto adeguatamente da Benny Morris nel suo recente articolo su Haaretz, intitolato “Dobbiamo sconfiggere Hamas – la prossima volta.” Parlando di “finire il lavoro” e “rioccupare l’intera Striscia di Gaza e distruggere Hamas come organizzazione militare, e forse anche politica”, aggiunge realisticamente: “Questo richiederà mesi di combattimenti, durante i quali la Striscia sarà ripulita, quartiere per quartiere, da militanti e armamenti di Hamas e della Jihad islamica, facendo pagare un prezzo elevato in vite umane sia di soldati delle forze armate israeliane che di civili palestinesi. ”
Tali desideri di genocidio possono solamente essere infiammati ulteriormente quando i cosiddetti pacifisti israeliani, come Amos Oz, ancora una volta accusano la resistenza palestinese di utilizzo di “scudi umani” – e questo nonostante tutte le prove riguardo l’ultima guerra contro la Striscia di Gaza dimostrino che è stato Israele ad utilizzare palestinesi come scudi umani per proteggere i propri soldati. L’analogia di Oz è scioccante nel suo tentativo ostinato di giustificare i crimini di guerra: “Cosa faresti se il tuo vicino di casa dall’altra parte della strada si sedesse sul balcone, prendesse il suo bambino sulle ginocchia e iniziasse a sparare con la mitragliatrice contro la camera dei tuoi bambini?”
Non merita forse Oz un premio Nobel per la letteratura per questo uso brillante della sua fantasia? Come Morris, anche lui sostiene la smilitarizzazione di Gaza con la forza: “A mio parere il male peggiore nel mondo è l’aggressione, e l’unico modo per respingere l’aggressione è, purtroppo, con la forza. Ecco dove sta la differenza tra un pacifista europeo e un pacifista israeliano come me”. Crede davvero di promuovere la pace, quando il suo linguaggio trasuda odio?Con pacifisti israeliani come Oz, chi ha bisogno di guerrafondai?L’adozione disinvolta da parte di Amos Oz di queste nuove posizione selvaggiamente aggressive si tradurra’ in un applauso al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu.
In queste circostanze di diffuso razzismo coloniale e di guerra contro i palestinesi, fermare Israele è l’unica possibilità. Tre sfere di pressione possono essere delineate: interna, regionale e globale. Applicati in maniera combinata, questi vincoli sarebbero molto meno suscettibili di essere contrastati o neutralizzati da parte di Israele e dei suoi alleati.

Primo: dall’interno. Israele teme di perdere il controllo sulla popolazione dei territori occupati attraverso manifestazioni di massa e scontri, per esempio attraverso la contestazione popolare organizzata del regime di occupazione di Oslo. Qui l’Autorità Palestinese (ANP) gioca il suo ruolo fondamentale nel controllare la popolazione dei territori occupati, tenendola lontana dall’IDF e collaborando con Israele in materia di sicurezza – consegnando sospetti, permettendo ad Israele di condurre liberamente omicidi, rapimenti e detenzione di militanti, e condividendo l’intelligence di sicurezza.
Finché questa collaborazione locale in materia di sicurezza continua, Israele avrà un forte vantaggio rispetto alle forze di resistenza locali e alle organizzazioni politiche. Questa è la materia di scontro cruciale tra i gruppi della resistenza palestinesi (tra cui Hamas e la Jihad islamica) e l’elite di Fatah e l’ANP.

Il secondo terreno è regionale: i movimenti popolari e democratici arabi possono solamente costruire un ambiente più adatto per la lotta palestinese e la solidarietà araba. Questa settimana, per esempio, abbiamo visto decine di manifestazioni in tutta la Giordania che chiedevano la chiusura definitiva dell’ambasciata israeliana, la fine del trattato di pace israelo-giordano, e la fine della cooperazione economica.
Come Gaza 2014 mostra, un popolo senza stato, come i palestinesi, è estremamente sensibile ai cambiamenti regionali. La cacciata di Morsi da parte dell’esercito egiziano, il giro di vite contro il movimento islamico in Egitto, e il ritorno al potere dell’ancien régime non ha solamente lasciato Hamas senza un alleato chiave regionale. La smobilitazione della rivoluzione e la sua repressione e disarticolazione da parte dell’esercito e delle elite egiziane hanno anche lasciato i palestinesi senza il sostegno popolare egiziano di cui hanno bisogno per resistere e fronteggiare l’occupazione israeliana.
Il regime egiziano, di conseguenza, ha avuto mano libera per soffocare Gaza quanto voleva, sia economicamente e che geograficamente, contribuendo a bloccare il suo accesso al mondo esterno. Se Israele è il principale responsabile delle politiche di chiusura (dal 1991) e di embargo (dal 2007) – politiche che hanno impedito ai palestinesi di viaggiare in Cisgiordania e Israele – l’Egitto è stato un partner essenziale per l’attuazione dell’embargo verso la Striscia di Gaza: invece di alleviarlo (come durante il breve regno di Morsi), l’Egitto lo ha in gran parte intensificato, contribuendo sensibilmente al senso di insicurezza, imprigionamento e soffocamento spaziale degli abitanti di Gaza.

Il più grande sostenitore di Israele nella regione rimane l’Arabia Saudita. Incatenata all’alleanza con gli Stati Uniti, l’Arabia Saudita vede Israele come una risorsa nella sua lotta regionale non solo contro il nazionalismo arabo (sul modello della variante radicale di Nasser, come nel 1967), ma anche contro l’attuale aumento del potere iraniano e sciita nella regione. Il sostegno a Israele da parte dell’ex capo dei servizi di intelligence sauditi Turki al-Faisal è stato palese, tanto quanto l’aver incolpato Hamas per l’attuale invasione israeliana di Gaza.
Anche la tardiva dichiarazione di re Abdullah che a malapena si è ricordato di Gaza conteneva tali e tanti avvertimenti e attacchi contro i “terroristi” che la Jihad islamica ha ritenuto fosse diretta contro la resistenza palestinese stessa. Se un cambiamento popolare di regime in Arabia Saudita oggi sembra improbabile, un indebolimento di ogni anello della catena saudita-israelo-egiziano-giordano-americana non è fuori questione, specialmente se lo spirito rivoluzionario arabo dovesse riorganizzarsi e coalizzarsi nuovamente.

Molti stati della regione sono complici dell’occupazione israeliana. Con l’acquisto di 11 miliardi di dollari di armi dagli Stati Uniti e ospitando la più grande base militare statunitense nella regione, il Qatar contribuisce alla potenza statunitense in Medio Oriente, anche se sostiene e fornisce rifugio politico e diplomatico ad Hamas. La combinazione tra sostegno alla fine dell’assedio e rafforzamento del principale sostenitore di Israele nella regione (per non parlare della soppressione della democrazia e dei diritti umani nel suo cortile di casa, mentre incanala fondi ai fondamentalisti in Egitto e in Siria) rende evidente solamente le peculiarità della monarchia del Qatar, non il suo impegno verso la libertà araba. Se il Qatar non è un problema così grande come l’Arabia Saudita, è comunque un problema, e svolge un ruolo attivo nell’anti-democratico Consiglio di cooperazione del Golfo.

E per quanto riguarda la pressione globale? L’opinione pubblica mondiale è importante e potrà esserlo ancora di piu’ quando comprenderà maggiormente la realtà dell’occupazione israeliana e l’attuale svolta fascista in Israele. La pressione della società civile può essere efficace, se non per fermare le guerre, quantomeno per far pagare a Israele i costi dell’occupazione: boicottando beni e servizi legati all’occupazione, chiedendo un embargo sulla fornitura di armi e perseguendo i crimini di guerra israeliani.

La solidarietà con i palestinesi è cresciuta enormemente negli ultimi dieci anni in molte sfere differenti e sta diventando più organizzata e coerente nei suoi metodi e nelle sue richieste. Il BDS (boicottaggio, disinvestimento, sanzioni) è il modo migliore per i popoli in occidente per dire a Israele che il colonialismo è inaccettabile.
Molte cose devono accadere affinché Gaza 2014 sia l’ultima guerra di Israele contro i palestinesi. Israele e i suoi alleati non possono ostacolare ancora per molto tempo la lotta per la democrazia, i diritti umani e l’autodeterminazione. La giustizia non sara’ di gradimento per Israele, e speriamo che arrivi presto.

Traduzione in Italiano a cura di Piero Maestri e Cinzia Arruzza.

Devastata la sede fascista di Sempre Domani

da www.contropiano.org/

La sede di Spazio Tenaglia, legato a CasaPound, in via Assisi a Roma, è stata devastata durante la notte. Su quanto accaduto è stato recapitato agli organi di informazione un comunicato firmato “Roma Antifascista e Meticcia” che riportiamo qui di seguito:

“Ieri notte la Roma antifascista ha deciso di sanzionare lo Spazio Tenaglia, sede di Sempre Domani, una fida costola della più nota Casapound, organizzazione della destra neofascista romana e nazionale. La crisi avanza, le tigri di carta populiste si travestono da soluzione, finti rivoluzionari strisciano nei nostri quartieri. Smascherarli, colpirli e isolarli è il compito degli antifascisti e degli anticapitalisti. Ieri oggi domani, Sempre antifascisti”.

L’associazione Sempre Domani, così spiega la sua natura sociale: “Sempre Domani è un’associazione nata il 6 Ottobre 2010 per iniziativa del nucleo fondante dell’Appio-Tuscolano come superamento delle precedenti esperienze politiche. Sempre Domani è una comunità organica ed umana, cioè composta dai cuori,  dalle menti, dal sudore e dall’impegno dei suoi militanti. Sempre Domani sviluppa la sua visione della vita oltre che in ambito politico anche in quello culturale grazie all’Associazione Emmetrentanove e in ambito sportivo grazie alla squadra di calcio dilettantistica Pro Appio…. dopo soli tre mesi di lavoro per la ristrutturazione,appunto dello spazio, i militanti di Sempre Domani hanno organizzato una giornata in ricordo dei martiri delle Foibe, chiamandola “Anche le pietre parlano italiano”. L’organizzazione è stata rapida ma ben strutturata e consisteva in una conferenza, alla quale sono stati invitati illustri ospiti (il professore e scrittore storico Vincenzo De Luca, il dottor Antonio Ballarin dell’associazione Venezia Giulia e Dalmazia e il presidente dell’associazione Urbe 2006 Francesco Fedeli), ed una mostra fotografica. La partecipazione è stata molto soddisfacente. Numerosi i giovani che hanno partecipato. Presente inoltre un‘anziana esule fiumana la cui testimonianza fisica ha reso la serata ancor più emozionante. A fine serata, inoltre, un rinfresco con pasta, pizza, salumi e vino ha accompagnato la chiusura dell’iniziativa inaugurale dello Spazio. Consci del fatto che Spazio Libero Tenaglia non indica per Sempre Domani un punto di arrivo va comunque sottolineato il grande passo di questa comunità che oggi ancor di più dimostra di essere avanguardia politica”……