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ACCADEVA OGGI…

19 November :
1969 - A Milano, in occasione dello sciopero nazionale, la polizia carica un corteo nel centro città, provocando numerosi feriti. Rimane ucciso, per lo scontro fra due automezzi, l’agente Antonio Annarumma. Il filmato televisivo francese, che accerta la dinamica dei fatti sarà fatto sparire.

1974: SPESE PROLETARIE A MILANO

STATS

Autonomia di classe in Venezuela


di Valerio Evangelisti

Per mettere subito le cose in chiaro, non prendo nemmeno in considerazione le tesi di chi dice che in Venezuela, con la formazione di un’Assemblea costituente, sia in gioco la sopravvivenza della democrazia (e lo dice chi, da quasi vent’anni, ha sostenuto che nel paese vigesse una dittatura). In gioco la democrazia lo è, ma non per mano dei costituenti.

Si tratta di intendersi, in via preliminare, sul significato del termine “democrazia”. Per i greci, che hanno inventato la parola, era il potere del “demos”: non il popolo generico, bensì il “popolo minuto”, gli strati più deboli economicamente della società. In questo senso, gli Stati Uniti, che permettono la competizione elettorale solo a candidati abbastanza ricchi per presentarsi alle urne, non sono mai stati e non sono una democrazia. Quanto al resto dell’Occidente, il meccanismo elettorale seleziona oligarchie dotate di vita propria, senza possibilità di verifica, fino al voto successivo, dell’effettiva obbedienza degli eletti alla volontà dei votanti. Non mi ci soffermo, sono critiche già note dai tempi di Rousseau. Divenuta consapevole dello stato effettivo delle cose, la popolazione dell’Occidente vota sempre meno. E l’Unione Europea, fondata su centri di potere privi di controllo e su un parlamento inutile, consolida la sfiducia. E’ lo sfascio del modello governativo liberale.

Peggio ancora erano le supposte “democrazie” latinoamericane fino agli ultimi decenni del secolo scorso. Marce, autoritarie, spesso razziste, oligarchiche fino alla caricatura. Quando Hugo Chávez assume la presidenza del Venezuela, nel 1999, la maggior parte della popolazione povera, di colore o indigena non è nemmeno censita a fini elettorali. Semplicemente non esiste. Il potere è spartito tra due formazioni molto simili, in cui convergono gli interessi della minoranza privilegiata. Chávez, di origini umili e di ascendenza india, dà rappresentanza e dignità agli “invisibili”, li chiama a partecipare alla vita pubblica e a rendersi protagonisti. Di per sé è una rivoluzione tra le più contundenti dell’America Latina, paragonabile a quella del 1979 in Nicaragua.

Tale rivoluzione non sarebbe completa se non fosse accompagnata da provvedimenti a favore delle classi popolari, che si susseguono a ritmo impressionante. Dalle leggi che beneficiano i pescatori alla sanità gratuita, all’istruzione assicurata a tutti, alla moltiplicazione di scuole e università, alla distribuzione ai contadini di terre incolte o mal coltivate (che del resto, sotto la spinta chavista, stavano occupando per loro conto), alla costruzione e assegnazione di un milione 700 mila case popolari. Il numero dei pensionati passa da 300 mila a tre milioni, l’analfabetismo quasi sparisce, la povertà si riduce enormemente. Nascono organi di autogoverno politico e produttivo come le comunas(oggi circa 2000)[1], le cooperative, molti consigli di fabbrica. Una massa che sotto l’oligarchia era amorfa e timorosa diviene cosciente, consapevole della propria dignità e capacità di incidere. “Un popolo oppresso repente si desta, intende l’orecchio, solleva la testa” scriveva un grande italiano.

E’ il socialismo? No, nemmeno quel “socialismo del XXI secolo” che Chávez propone come scopo. Però è già l’antitesi del liberalismo. Il governo nazionalizza le industrie strategiche, si batte per un sistema di scambi equi nel continente (ALBA), elargisce petrolio (di cui il Venezuela è tra i primi produttori mondiali) a prezzo equo ai paesi vicini che ne abbisognano. Paga regolarmente i debiti esteri, ma rifiuta condizionamenti alle proprie politiche sociali. A queste (poi dette Missioni) è destinato il 70% del bilancio. Ciò non avviene sotto dittatura, come invece ripete ossessivamente il coro neoliberale. Dal 1999, anno di promulgazione della “costituzione bolivariana”, si tengono venti consultazioni elettorali. Il governo ne perde due e si rassegna al risultato, sull’esempio sandinista di vent’anni prima.

Simili scelte scatenano l’ira dei fautori del precedente regime (che controllano gran parte degli organi di informazione) e dell’imperialismo americano. Nel 2002 si ha un primo tentativo di colpo di Stato, accompagnato da una strage di cui si cerca di incolpare il governo (l’attribuzione non riuscirà grazie a cineoperatori indipendenti, che gireranno il famoso documentario La rivoluzione non sarà teletrasmessa). Subito dopo è scatenata una micidiale serrata dell’estrazione petrolifera, per ridurre il paese in ginocchio. Vi si pone riparo con la presa manu militari della nave da cui si controlla l’attività estrattiva, e con la sostituzione dei quadri compromessi col golpe di quel settore industriale.

Ma non è finita, perché i partiti dell’opposizione (una pletora, tutti legali e dotati di mezzi di comunicazione tra i più diffusi) non cessano di auspicare il rovesciamento del “regime”, tramite la violenza di strada, l’appello a un atto delle forze armate, l’auspicio di un intervento militare degli Stati Uniti e dei governi loro asserviti (in primo luogo la Colombia, che attualmente ospita ben sette basi militari americane). In risposta, Chávez epura e seleziona i vertici dell’esercito, ne trasforma le accademie in scuole quadri, e soprattutto arma direttamente il popolo, con la costituzione di una Guardia Nazionale Bolivariana composta da volontari (oltre centomila).

Si moltiplicano le accuse di autoritarismo e di bonapartismo, lanciate con voce particolarmente stentorea dai rinnegati passati dallo stalinismo alla fede liberista, inclusi quelli italiani. Come osa il satrapo sudamericano irridere ai principi del mercato, condurre politiche sociali su larga scala, rifiutare i diktat di Banca Mondiale e FMI? Non siamo alla fine della storia, al riconoscimento universale che il capitalismo è sistema perfetto e insostituibile? Così starnazza l’immancabile Vargas Llosa, e con lui latra l’intera città dei cani ex di sinistra.

Ciò vuol dire che il governo chavista sia esente da errori, a volte gravissimi? Niente affatto. Il tentativo di sottrarre il Venezuela alla predominanza assoluta delle risorse petrolifere riesce in minima parte, l’accentramento statale facilita la corruzione, la delinquenza comune non è contrastata con l’energia necessaria. Il “culto del capo” raggiunge vette a volte eccessive e fastidiose, il dirigismo paternalista anche. Ciò nonostante, il “demos” resta saldamente centrale nel processo di liberazione, graduale (Chávez è prudente nei suoi passi) e tuttavia inarrestabile. Il socialismo del XXI secolo pare davvero a portata di mano. Le classi subalterne stanno conquistando, grazie alla democrazia diretta e partecipativa, una sempre più ampia autonomia.

Nel 2013, però, Chávez muore. Quasi simultaneamente crolla il prezzo del petrolio, per l’azione degli alleati mediorientali degli Stati Uniti. Il Venezuela vede diminuire la liquidità, assiste alla svalutazione della propria moneta e alla salita dell’inflazione. Le esportazioni di greggio cesano di essere remunerative come un tempo, le importazioni si fanno carissime. Approfittando della situazione la borghesia venezuelana, colpita in varie forme ma mai a morte, si getta nelle più losche attività speculative, lucrando sulla disparità crescente tra dollaro e moneta locale. Pratica l’aggiotaggio, fa sparire generi di prima necessità. Imputa il “regime” della penuria.

Il successore di Chávez, Nicolás Maduro (ex brillante ministro degli esteri, ex conducente della metro), reagisce sulle prime in maniera ingarbugliata. Dà vita a due corsi monetari, cerca di sostituire – ancora non c’è riuscito – i tagli dei biglietti di banca più usati nel narcotraffico e nel contrabbando con la Colombia. Accresce il malcontento, mentre i supermercati si svuotano di merci. Finalmente, in ritardo, fa la mossa giusta. Instaura un sistema statale di importazioni di beni, venduti in spacci popolari e distribuiti alle famiglie attraverso i CLAPS (Comités Locales de Abastecimiento y Producción).

Le iniziali incertezze di Maduro danno fiato all’opposizione di destra (ma non si pensi a una destra moderata: si tratta di una destra estrema, frammentata in correnti rabbiose), Questa, grazie allo scontento popolare e all’astensione di molti chavisti, riesce a vincere le elezioni all’Assemblea Nazionale del 2015. Non usa la forza conquistata per instaurare la dialettica tipica, in una repubblica presidenziale, tra parlamento e capo dello Stato. Rifiuta l’invalidazione di tre eletti da parte della magistratura, che le toglierebbe la maggioranza qualificata. Ostacola ogni decisione di Maduro. Punta all’annullamento e al regresso delle politiche sociali, come stanno facendo Macrì in Argentina e Temer in Brasile, più altri fantocci. E’ la paralisi. Il legislativo si ribella tanto all’esecutivo che al giudiziario (che ne dichiara per voce del Tribunale Supremo la decadenza, frenato proprio da Maduro). In Venezuela nessuno è più in grado di governare alcunché. Proprio mentre la crisi economica incrudelisce.

Lo stallo parlamentare corrisponde a un’esplosione violentissima dei quartieri privilegiati, a Caracas e in provincia. Se ne era avuta un’anteprima alla morte di Chávez. Su impulso di personaggi sinistri come Leopoldo López (che durante il mancato colpo di Stato del 2002 aveva partecipato, con l’amico milirdario Henrique Capriles, a un assalto armato contro l’ambasciata cubana), giovani mascherati erano scesi in piazza elevando barricate. Avevano lasciato sul terreno una quarantina di morti, quasi tutti per mano loro. Nel 2017, incoraggiato da esempi come piazza Maidan in Ucraina, lo scenario si ripete, in forme più crudeli. Sono presi d’assalto, dalla gioventù termidoriana, i centri di assistenza sociale, i ministeri chiave, gli organi giudiziari, gli ambulatori gratuiti, gli spacci statali a basso prezzo, scuole e asili, i piccoli esercizi. Persino alcune caserme. Gli assalitori recano sugli scudi la croce, o simboli esoterici (la “croce acuminata”). Hanno maschere antigas e armi da fuoco. Quasi una trentina di presunti “chavisti” sono cosparsi di benzina e dati alle fiamme, in qualche caso con esito letale. Altri sono picchiati, denudati, umiliati, torturati. L’internazionale dell’informazione liberal-borghese ascrive regolarmente ogni vittima, malgrado le indiscutibili prove contrarie, alla repressione chavista.

Impossibilitato a governare, Maduro ricorre a tre articoli della costituzione del 1999 (347, 348 e 349) per convocare un’Assemblea costituente, che ridia ordine al Venezuela. Lo fa nella maniera confusa e impacciata che gli è propria (Maduro non è Chávez), per cui, inizialmente, non è ben chiaro a cosa aspiri. A mantenersi al potere? A scalzare l’Assemblea nazionale? Il fine si preciserà con lo scorrere delle settimane, e del sangue sparso dagli avversari (cui si contrappongono in strada, come era accaduto nel 2002, i collectivos, gruppi di giovani proletari motorizzati molto simili agli “antifa” europei). Si tratta di rendere irreversibili gli scopi sociali della rivoluzione bolivariana, e di assicurare legittimità istituzionale alle forme di democrazia sorte spontaneamente dal basso. Nonché di dare gambe giuridiche per marciare a una differenziazione e a uno sviluppo dell’economia.

Ciò viene presentato come premessa indispensabile per la “pace”. Sembra una meta illusoria, in un contesto di guerra di classe dispiegata, e sotto la minaccia di un Occidente incattivito. Sta di fatto che il 30 luglio 2017 otto milioni di venezuelani mostrano di crederci, e nominano 545 membri della Costituente, scelti tra categorie ritenute rappresentative (inclusi indigeni, femministe, portatori di handicap, ecc.). USA, UE, esqualidos (“reazionari”, compresi i rinnegati di sinistra di cui sopra) strillano che è l’annuncio di una dittatura. Immemori del fatto che già da diciotto anni chiamavano “dittatura” l’esperimento chavista, e indicavano nella Costituzione che sarà ora riformata uno strumento di oppressione.

Non so come finirà questa vicenda. Nelle file chaviste non mancano gli opportunisti e gli ambiziosi, i corrotti e gli autoritari, i tromboni e i bla bla bla. Tutto oro che luccica, rispetto alla psicosi sanguinaria dei loro nemici “liberali”. Mi pare importante, in ogni caso, l’avere gli chavisti difeso, sia pure in forme talora discutibili, uno degli ultimi fronti del progressismo latinoamericano, e soprattutto l’avere aperto spazi ulteriori all’autogoverno delle classi subalterne. Fu così l’esempio glorioso del Nicaragua anni ’70. Spero sia così il nuovo Venezuela, oasi di resistenza al pensiero unico e ai modelli imposti da un imperialismo senescente. Confido non in Maduro, non nel PSUV, ma nelle comunas, nelle cooperative e negli odiati collectivos. Confido nell’autonomia di classe.

 

[1] Sul funzionamento concreto di una comuna si può vedere il documentario Junteras. Ahimè noiosissimo, ma esplicativo.

Trump, trumpster e altro (Con una postilla politica sul populismo)

 

di Raffaele Sciortino

«Il Comitato centrale ha deciso: poiché il popolo non è d’accordo, bisogna nominare un nuovo popolo» (B. Brecht)

Ora che parte del polverone sollevato dalla vittoria di Trump si sta posando, abbozziamo un’analisi un po’ più fredda del voto e un primo bilancio politico di reazioni e prospettive.

All’immediato, lo sbalordito establishment statunitense, non potendosi cercare un altro “popolo”, sta correndo ai ripari lavorando a “normalizzare” la new entry presidenziale – grazie al personale repubblicano rispettabile che entrerà nello staff e/o affidandosi al tentacolare stato profondo - mentre la cupola finanziaria-militare coadiuvata dall’impero dei media liberal che dirige il partito democratico sta sicuramente pensando a come poter interrompere la corsa imprevista del presidente dei miserabili. Sta di fatto che la presidenza Trump non solo potrebbe innescare processi irreversibili ma, soprattutto, ha scoperchiato un profondo scontro dentro l’establishment statunitense sulle strategie interne e esterne più adatte a preservare l’impero del dollaro a fronte di una crisi sistemica da cui non si riesce a uscire. Continua a leggere »

Omaggio a Fidel

 

di Lia De Feo

Io non ho amato Cuba, nei tre anni trascorsi a studiare lì. Tanto è vero che mi spostavo in Messico ogni volta che potevo, e alla fine a Cuba ci avrò trascorso un anno e mezzo in totale. Non l’ho amata perché amo poco le isole, in generale, e perché i cubani mi davano sui nervi, parecchio.  E la pativo: l’embargo è uno stillicidio di cose che non funzionano, che non si trovano, che sono difficilissime da fare. L’embargo crea paesi logoranti dove la sopravvivenza è legata all’organizzazione che ti dai, e dove tu, straniero, sei sempre in torto: perché hai più soldi – credono loro – e vieni dalla parte di mondo che la vorrebbe vedere cadere, Cuba, e l’isola risponde togliendoti ogni tratto umano e trasformandoti in un portafogli che cammina, caricaturizzandoti nel cliché dello straniero a Cuba che, nove volte su dieci, non è una bella persona. Io, quindi, ogni volta che potevo prendevo il mio Cubana de Aviación e in 50 minuti ero in Messico, dove la gente era normale e non si aspettava di essere pagata anche solo per rispondere a un “buongiorno”. Continua a leggere »

Mai più aggressioni fasciste! Ai nostri posti ci ritroverai! Napoli Resiste! Alcune riflessioni dopo l’ultimo agguato di Casapound a Napoli

Postiamo il comunicato della Rete Antifasista Napoletana sull’ultimo agguato fascista contro un giovane compagno napoletano. Invitiamo tutti alla massima condivisione e diffusione.

Mai più aggressioni fasciste! Ai nostri posti ci ritroverai!
Napoli Resiste!
Alcune riflessioni dopo l’ultimo agguato di Casapound a Napoli.

Nella nostra città nell’ultima settimana è avvenuto un episodio dalla gravità assoluta: l’agguato, dalle pesanti conseguenze, di 3 militanti di Casapound nei confronti di un gruppi di compagni e studenti medi, a seguito della cacciata di militanti di Blocco Studentesco all’esterno del liceo Vittorini. Continua a leggere »

Tana delibera tutti

 

Riprendiamo dal blog Ceci ne pas un blog del nostro amico @zeropregi un’interessante riflessione sull’attuale stagione di sgomberi minacciata dal Commissario Tronca. Qui il link

Da alcuni mesi a Roma stanno arrivando lettere di sgombero a tutte le associazioni — centri sociali compresi — che negli anni hanno ottenuto un’assegnazione o una pre-assegnazione, frutto negli anni 90 della lotta per l’ottenimento della famigerata delibera 26; fu un percorso tortuoso che all’epoca portò a una spaccatura tra i centri sociali romani. Continua a leggere »

Paris (après Beirut)

Ospitiamo questo intervento di Raffaele Sciortino apparso su Infoaut (qui), analisi che ci sembra davvero cogliere il senso degli eventi internazionali di queste settimane (ma dovremmo dire di questi anni e decenni), soprattutto quegli eventi che una certa sinistra continua colpevolmente a non vedere.

A qualche giorno dai fatti parigini – tra il dolore e lo sconforto dei più, l’ipocrisia ben celata dei pochi – si può tentare, cautamente, un esercizio di verità? Forse. Ma, va detto, solo se si evitano semplificazioni e comunque non senza derogare al politically correct. Si tratta al momento solo di un esercizio di analisi, privo di ricadute pratiche, oltretutto per una piccolissima minoranza. Ma neanche va sottovalutata la possibilità che, tra i discorsi deliranti che gioco forza montano in un mondo sofferente e a sua volta delirante, faccia capolino una sensibilità diversa e trasversale in grado (ancora) di porsi qualche domanda di fondo sul luogo storico che ci capita di abitare. Continua a leggere »

Bologna, il giorno dopo

 

Comunicato congiunto dei promotori dello spezzone anticapitalista e anti UE nella giornata NO SALVINI di Bologna

Una giornata di lotta importante quella di ieri, in cui si è sostanziato un passaggio necessario a cui tutti noi abbiamo lavorato in queste settimane, intenzionati a costruire una presenza importante di quei soggetti politici nazionali consapevoli dei tanti fronti della lotta di classe, risucendo a collegarli in una piazza animata dai semi del blocco sociale conflittuale felsineo. Un momento importante in un autunno politicamente tanto freddo quanto mai prima. Continua a leggere »

Adesione della Carovana delle Periferie ai cortei di Cinecittà e di Centocelle contro gli sgomberi

 

La privatizzazione dell’economia pubblica cittadina è alla radice della corruzione sfociata nelle inchieste denominate “Mafia capitale”. Il processo intrapreso di esternalizzazione dei servizi fondamentali, come l’accoglienza migranti, la gestione dell’emergenza abitativa, ma anche la pulizia delle strade e delle aree verdi o la gestione dei trasporti, ha portato alla commistione malavitosa tra appaltatori privati e macchina pubblica in un intreccio di interessi che, non ultimo, ha fatto esplodere il debito pubblico cittadino. Negli ultimi anni lo strumento ideologico attraverso cui favorire processi di privatizzazione è consistito nel peggiorare sistematicamente il servizio attraverso la nomina di un management incapace e complice, una riduzione continua degli organici, un aumento generale delle spese per nulla finalizzate al servizio, riuscendo così, è storia di questi giorni, col mettere gli uni contro gli altri lavoratori e “utenti”. Continua a leggere »

Con il popolo curdo, per la liberazione e il rientro di Depo

 

Riportiamo di seguito l’appello per la liberazione e il rientro in Italia di Depo, ferito e in stato di fermo ad Erbil, Kurdistan iracheno, dopo aver portato solidarietà al popolo curdo del Rojava. Un testo che ci ricorda come la solidarietà internazionale sia parte della lotta di classe e rappresenti il sostegno (politico, morale e materiale) alle esperienze di lotta che si sviluppano ovunque nel mondo, da quelle dei lavoratori a quelle dei popoli oppressi. 

 

SOLIDARIETA’ AL COMPAGNO DEPO

Come ormai molti sanno, in Siria è in corso un conflitto aperto su larga scala che vede parecchie e differenti forze in campo. Così come in Iraq. Ciò che si sa meno invece è che all’interno di Siria e Iraq, ma anche Turchia e Iran, si estende una porzione di territorio, il Kurdistan, la cui esistenza viene rivendicata da anni da tutto il popolo curdo seppur con approcci differenti tra le sue varie “anime”. Nel 2011 in uno di questi stati, la Siria, si sviluppa un conflitto in funzione anti-Assad (governatore siriano al potere dal 2000), i gruppi ribelli che ne fanno parte vengono promossi ed aiutati, nella loro funzione, dai governi occidentali d’Europa e dagli Stati Uniti. I nostri media hanno sempre parlato di “primavera siriana” contro la tirannia.

Oggi tutti sappiamo che i gruppi che si imposero alla guida di tali rivolte altro non erano che gruppi appartenenti alla galassia dell’islamismo radicale siriano e di altri stati del medio oriente: tra questi l’IS (Stato Islamico). Inutile dire che il popolo curdo che vive nella regione del Kurdistan siriano si è trovato coinvolto in tale processo. Coerenti con la loro esperienza politica di lotta e di autodeterminazione (nei confronti degli stati occupanti), questa parte di popolo ha messo in campo la più efficace resistenza agli attacchi dell’ISIS, imponendosi, anche agli occhi del mondo occidentale, come baluardo della resistenza allo Stato Islamico e all’imperialismo in medio oriente.

È in questo contesto che si sviluppa la resistenza della città di Kobane (divenuta simbolo anche per il suo interesse strategico) e della regione del Rojava (cantoni di Czire, Kobane e Afrin) e la lotta delle fazioni curde che controllano quei territori, tra i quali YPG e YPJ.
È qui che si sviluppa la rete di solidarietà alla parte di popolo curdo impegnato nel fronteggiare l’avanzata dell’ISIS per poter difendere il proprio progetto di autodeterminazione. Solidarietà portata esclusivamente da persone, lavoratori e studenti, in tutti i modi a loro possibili spesso anche rischiando in prima persona. Questi provengono da vari stati del mondo e portano quotidianamente il loro sostegno a quella esperienza, sia con iniziative sul posto che nei propri stati d’appartenenza. Riteniamo importante il lavoro svolto da questi volontari internazionali. Anche perché quella parte del popolo curdo non viene sostenuta in altro modo, ma anzi viene osteggiata dai governi: è noto, ad esempio, come il governo Turco cerca in tutti i modi di impedire lo svilupparsi del progetto politico nel Rojava e della sua resistenza, e quindi il passaggio di chiunque voglia avvicinarsi a quell’area. Riteniamo importante e giusto che ci sia chi porta sostegno alla rivoluzione del Rojava ed alla sua lotta contro lo Stato Islamico.

Un’altra cosa ci preme sottolineare: ossia il carattere internazionalista di questo sostegno. Non ci sembra affatto strano che lavoratori e studenti che si impegnano quotidianamente nel territorio dove vivono, cerchino anche di portare un contributo alla lotta dei lavoratori e dei popoli oppressi di tutto il mondo.
D’altronde chi lotta per un miglioramento delle proprie condizioni di lavoro e di vita in generale, chi si impegna nelle lotte per il diritto alla casa, sul posto di lavoro e per un differente modello di gestione del territorio, non fa altro che tentare di portare avanti politiche dal basso che facciano gli interessi della classe lavoratrice. Non si può nascondere come sempre più spesso questi interessi non coincidano affatto con quelli invece delle classi dirigenti. I lavoratori sono sfruttati ed in lotta in tutto il mondo. La solidarietà tra i lavoratori di popoli diversi è normale e necessaria, com’è giusto e necessario che i lavoratori esprimano la propria solidarietà con tutti i popoli oppressi impegnati in una lotta per una giusta causa.

Vista quindi l’importanza della solidarietà internazionale, non possiamo che esprimere il massimo sostegno al nostro compagno Depo, partito come molti altri a dare sostegno alla popolazione del Rojava, che attualmente sappiamo essere ferito e in stato di fermo nella città di Erbil (capoluogo del Kurdistan iracheno) a seguito di vicende non ancora comprovate. Molte sono le informazioni non chiare al riguardo in quanto non si ha una comunicazione diretta con lui, pertanto altre informazioni spesso contraddittorie passate dai canali mediatici sono da ritenere non attendibili.

Chiediamo a gran voce la sua liberazione immediata e il suo rientro in Italia senza ulteriori conseguenze.

Collettivo Tana Libera Tutti (Treviglio, BG)

Noi stiamo dalla parte dei facchini, noi sfideremo con i facchini SDA e Poste Italiane

Riportiamo di seguito l’appello di solidarietà a cui abbiamo aderito per la vertenza dei facchini SDA di Bologna contro il licenziamento di quasi 400 lavoratori. Una lotta emblematica della trasformazione di pezzi di apparato statale come Poste Italiane in aziende di fatto private perfettamente inserite negli schemi di sfruttamento e di azzeramento dei diritti sul lavoro cui si assiste in tutti i settori e in particolare nella logistica. I facchini, ancora una volta e come sta succedendo sempre più spesso negli ultimi anni, mostrano che sui loro posti di lavoro sono pronti a rischiare e a lottare per ottenere quello che gli spetta, e noi non possiamo che sostenerli. Come dice l’appello, oggi bisogna scegliere da che parte stare, e noi stiamo dalla parte dei facchini a sfidare SDA e Poste Italiane. 

IL LICENZIAMENTO DEI FACCHINI SDA DI BOLOGNA CI RIGUARDA TUTTI/E!

SOLIDARIETA’ ALLA LOTTA

Da dieci giorni è in atto una nuova vertenza tra i facchini del settore della Logistica e SDA il corriere espresso frutto della trasformazione di Poste Italiane in spa pubblica. I facchini coinvolti sono quegli stessi che da anni animano il più significativo conflitto nel mondo del lavoro conquistando, attraverso scioperi, picchetti e blocco delle merci, salario e rispetto all’interno dei magazzini lì dove solo l’arbitrio e il razzismo delle finte cooperative sembravano regnare. Sono quegli stessi facchini spesso impegnati nell’occupazione delle case, perché impossibilitati ad affittarsi un appartamento per via di salari indecenti ed affitti alle stelle.

La loro controparte però non è più la stessa, SDA non è una propaggine di un servizio pubblico postale oramai allo sbando da anni, ma mostra la faccia feroce del pubblico che assume i connotati del privato, per (nel prossimo futuro) privatizzarsi completamente in accordo con i dettami neoliberisti di cui il Governo è fedele esecutore.

La vertenza è iniziata apparentemente per un cambio di appalto delle cooperative che gestiscono il facchinaggio nell’hub di Bologna (centrale a livello nazionale). Un evento comune all’interno del settore per truffare su TFR e inquadramento contrattuale. Così comune che i facchini organizzatisi nel Sì Cobas hanno dovuto imporre a livello nazionale alle grandi multinazionale del settore degli accordi che garantissero la continuità occupazionale e di carriera all’interno dei magazzini, a prescindere dalla (finta) cooperativa che gestisce il facchinaggio.

Un cambio di appalto fuori da queste regole ha provocato ovviamente uno sciopero di due giorni dei facchini del Sì Cobas. Ben presto però si è scoperto che dietro questa vertenza c’era molto di più: l’hub ha 390 lavoratori con contratto TI più 80 con contratto TD e 40 interinali, il progetto di Poste è tenere solo 120 lavoratori (con la solita scusa della ristrutturazione aziendale) su 510 lavoratori del magazzino di Bologna e licenziare tutti gli altri.

SDA ha risposto allo sciopero, con un’incredibile serrata sindacale che ha chiuso il magazzino di Bologna per una settimana a costo di perdere milioni di euro pur di piegare la resistenza dei facchini.Martedì 5 maggio si è defintivamente rotto ogni dialogo con l’azienda che svela il contenuto politico di questa vertenza: cancellare, su precisa indicazione di Poste Italiane prossima a quotarsi in borsa, il conflitto dei lavoratori, e il sindacato che lo rappresenta, dal magazzino centrale di una delle maggiore aziende del settore nella città cuore del movimento dei lavoratori negli ultimi anni. Questa lotta assume sempre più un valore politico e non lascia alcuna possibilità di ambiguità per nessuno.

OGGI BISOGNA SCEGLIERE DA CHE PARTE STARE

NOI STIAMO DALLA PARTE DEI FACCHINI

NOI SFIDEREMO CON I FACCHINI SDA E POSTE ITALIANE

Perché in questi anni hanno svelato lo sfruttamento che c’è dietro il sistema delle cooperative vero e proprio paravento del lavoro servile in Italia

Perché in questi anni hanno di mostrato che i lavoratori migranti trattati pietisticamente da ultimi sono stati i primi nella capacità di confliggere bloccando i flussi delle merci e aprendo degli spazi per tutti/e gli/le sfruttati/e.

Perché la loro lotta è la stessa lotta di chi si prende la possibilità di vivere occupando casa, resistendo agli sfratti, lottando contro le devastazioni territoriali.

Perché il Jobs Act si combatte nei posti di lavoro nelle vertenze di ogni giorno.

Perché Poste Italiane è un ex servizio pubblico diventato metà banca, metà multinazionale che oggi si mette a capo della ristrutturazione sociale esempio scellerato delle politiche neoliberiste.

Per questo chiamiamo tutte le realtà sociali antagoniste a sostenere il percorso di lotta contro SDA e Poste Italiane in solidarietà dei facchini di Bologna.

Firme Roma:

Assemblea di sostegno alle lotte della logistica – Assemblea per l’autorganizzazione – Blocchi Precari Metropolitani – Campagne in lotta – Clash city worker – Collettivo Promakos Autorganizzati Prenestino – Collettivo Autorganizzato Scienze Politiche (Sapienza) – Collettivo Militant – Coordinamento cittadino di lotta per la casa – Degage – Laboratorio Politico ICS